Maddalena Peluso

Sulle tracce di un uomo fragile: Gianni di Caroline Baglioni al Premio Scenario

“Aveva lo sguardo di chi conosce le cose, ma le ripeteva dentro di sé mica ce le diceva. Fumava e le ripeteva dentro di sé”.

foto Fabrizio Corvi

foto Fabrizio Corvi

Nel 2004 Caroline Baglioni – giovane attrice umbra, già diretta da Antonio Latella e da tre anni nella Società dello Spettacolo di C.L. Grugher, Michelangelo Bellani e Marianna Masciolini – ritrova in una vecchia scatola di dischi tre cassette con le registrazioni dello zio Gianni, il gigante triste che tanto la spaventava da piccola. “Per dieci anni – scrive nella scheda artistica – le ho ascoltate riflettendo su quale strano destino ci aveva uniti. Un anno prima della mia nascita Gianni incideva parole che io, e solo io, avrei ascoltato solo venti anni dopo. E improvvisamente, ogni volta mi torna vicino, grande e grosso, alto tre metri e in bianco e nero”.

Decide così di mettere in scena quello che Simone Nebbia su Teatro e critica definisce “il suo personale nastro di Krapp” quel disordinato, confuso ed estremamente potente flusso di pensieri, riflessioni sparse di un uomo che “non sta bene”, affetto da depressione e manie, malato di noia e di infelicità fino al suicidio ma capace di avvicinarsi all’autenticità delle cose come nessuno mai. Lo fa “indossandone” la voce – in un assolo emotivamente forte, in cui – come spiega Sarah Curati su Paper Street – non “interpreta” Gianni ma lo anima dall’interno, filtrandolo attraverso la propria sensibilità squisitamente femminile, creando un’efficace partitura fisica e gestuale – una qualità di movimento che si fa simbolo e mai descrizione”.

foto di cristiano Proia

foto di Cristiano Proia

Il progetto, vincitore del Premio Scenario per Ustica 2015, ha debuttato nella sua forma finita al Teatro Litta di Milano e nonostante sia ancora da assestare ha colpito per quella che Valentina De Simone su Cheteatrochefa ben definisce una “coreografia di gesti e di posture della nostalgia”.

foto Claudia Pajewski

foto Claudia Pajewski

In scena una montagna di scarpe che la Baglioni, capelli lunghi e biondi e vestito lavanda, indossa sempre spaiate, poichè “nessuna le va bene e per questo ognuna è quella giusta” procedendo “con un incedere disequilibrato e a tratti meccanico” tra il “dentro e fuori” riuscendo – scrive Maddalena Giovannelli su Doppiozero – a far dimenticare la propria femminilità allo spettatore. “Dentro e fuori è stata tutta la sua vita – spiega l’attrice nelle note allo spettacolo – Dentro casa. Dentro il Cim. Dentro la malattia. Dentro al dolore. Dentro ai pensieri. Dentro al fumo. Dentro la sua macchina. E fuori. Fuori da tutto quello che voleva. Non aveva pace Gianni. Ogni centimetro della sua pelle trasudava speranza di stare bene. Stare bene è stata la sua grande ricerca. Ma chi di noi non vuole stare bene?”.

Questo testamento poetico è rafforzato da un’appropriata scelta musicale che diventa parte della struttura drammaturgica e che qui vi proponiamo integralmente. Ben quattordici tracce che sono più di un accompagnamento sonoro. E che dicono di più di quanto sembri.

di Maddalena Peluso

Ascolta la playlist >>>
Estratti delle canzoni >>>
CirclesPlastikman Led ZeppelinStairway to heaven
There’s a feeling I get
When I look to the west
And my spirit is crying for leaving
In my thoughts I have seen
Rings of smoke through the trees
And the voices of those who stand looking
Enzo AvitabileCharlie Nick Cave & The Bad SeedsAs I Sat Sadly By Her Side
Sarà magico lo so
E tra un poco volerò
Tu sei genio sei pazzia
And said, “When will you ever learn
That what happens there beyond the glass
Is simply none of your concern?
MorganAmore assurdo ColdplayGreen Eyes
E nonostante il cuore infranto
Da lontano…
Ho voglia d’esser grato
Because I came here with a load
And it feels so much lighter since I met you
And honey you should know
That I could never go on without you
AfterhoursVoglio una pelle splendida Sergio CaputoL’astronave che arriva
E voglio un pensiero superficiale
Che renda la pelle splendida
Senza un finale che faccia male
Coi cuori sporchi
E le mani lavate
Sognavo anch’io ma erano sogni dispersivi
ossi di seppia, tundre, articoli sportivi
L’utente medio aveva un sogno più sociale
Tapparsi in casa ad aspettare l’astronave
Louis ArmstrongWhat a wonderful world Antonello VendittiDimmelo tu cos’è
I see friends shaking hands
saying “how do you do?”
They’re really saying I love you
Scopare bene, scopare bene, questa è la prima cosa,
cercare un’altra donna, un’altra casa che non sia troppo vuota,
per ritornare di sera e non sentirsi ancora soli, ancora più soli
Lucio BattistiE penso a te David BowieSpace oddity
Non so con chi adesso sei
non so che cosa fai
ma so di certo a cosa stai pensando
Can you “Here Am I floating round a tin can
Far above the Moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do
Renato ZeroNo, mamma! No Renato ZeroSalvami
Ho paura sai,
Delle crisi isteriche, mamma
Temo il buio e poi
Le correnti gelide…
Quando sceglievo fra il bene e il male…
Quando il mondo è dovunque uguale…
Quando niente non bastava, mai!

N° 0 * 2015: editoriale

Disegno di Stefano Collini

immagine di Stefano Collini

Cambia tutto!
Il sito del Tamburo di Kattrin non sarà più come l’avete conosciuto. In questi anni siamo cambiate noi, è cambiato internet, è cambiato il mondo del teatro, dell’arte, della cultura, e beh, è cambiato anche e soprattutto tutto ciò che è intorno a noi.
Tutto cambia, e quindi anche Kattrin sta cambiando.
Ora. Sotto i nostri occhi e i vostri.
Ci siamo occupate di fare informazione teatrale sul web dal 2009: abbiamo cercato di essere il più presenti possibili, di seguire tutto e raccontarlo su queste pagine. Un po’ ci siamo riuscite, un po’ no. Adesso ci siamo guardate intorno, dentro e fuori, abbiamo guardato voi e tutto quello che ci circonda. E abbiamo capito di voler fare qualcosa di completamente diverso.

Trimestrale. Tematico. Aperto. In progress
Ogni 3 mesi scegliamo un argomento diverso su cui lavorare per un po’. Un tema che viene da dentro il teatro, ma che si apra verso il fuori, verso altri orizzonti, visioni, pensieri, insomma che tratti il teatro stesso in tutt’altra maniera: resistono alcune recensioni, sicuramente interviste e approfondimenti, ma saranno accompagnati da una serie di prospettive, rubriche e formati altri.
Non è un trimestrale “vero”, quanto piuttosto il suo processo di costruzione: un trimestrale in progress. Il sito verrà di volta in volta aggiornato e andrà a comporre, giorno dopo giorno, un mosaico di contenuti – tutti di formati diversi, da quelli leggeri, quasi dei giochi, ad altri più corposi di riflessione – che gireranno sempre intorno allo stesso tema.
Per dare al racconto del (teatro del) presente un ritmo diverso, un altro tono, linguaggi che non gli appartengono eppure potrebbero.

Festival-perché: un tema e un modo di lavorare
Non è un caso che per il primo passo di questo nuovo percorso, il primo tema che abbiamo scelto sia: “festival”.
I festival sono stati molto importanti per noi in questi anni. Non solo perché abbiamo visto spettacoli, più o meno belli, che hanno arricchito le nostre vite e il nostro lavoro. Ma, prima di tutto, perché i festival ci hanno accolte, scommettendo insieme a noi su un tipo di lavoro intensivo, di prossimità e di profondità che oggi è raro poter svolgere: OperaEstate di Bassano, Primavera dei Teatri a Castrovillari, Drodesera, e tutti gli altri presso cui siamo state ospiti per tempi più brevi, ci hanno insegnato molto, moltissimo. Qui abbiamo incontrato le persone che il teatro lo fanno tutti i giorni, a ritmi belli e forti; che hanno il coraggio e la responsabilità di dischiudere visioni sull’arte e sul mondo che le circonda; che creano soprattutto il tempo e lo spazio per condividerle, per confrontarcisi.
Uno spazio-tempo altro, quello dei festival. Separato e immerso nel mondo. Vicinissimo alle persone, eppure anche distaccato. Intenso e rarefatto. Condivisione e concentrazione. Uno e molteplice. Un’eccezione e una regola. Che è quello che – scegliendo questo tema per la nuova vita del Tamburo – vogliamo provare a fare insieme nei prossimi mesi.

Rassegna stampa festival 2015

Il primo numero del Tamburo di Kattrin dedicato ai festival sta per chiudersi!
Questa ultima rassegna stampa del web ha per oggetto i festival che hanno animato i nostri “viaggi” nell’estate appena trascorsa, il racconto di questi itinerari sulle nostre webzine, con il fine di condividere visioni ed esperienze. Abbiamo chiesto a colleghi e amici di indicarci quegli scritti (approfondimenti, recensioni, interviste, ecc.) capaci di restituire, come tanti frammenti, una panoramica del contesto festivaliero italiano nell’estate 2015. Abbiamo, quindi, fatto insieme a loro delle scelte e riportiamo qui, di seguito, i risultati di questa nostra indagine condivisa.

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trasparenzeTrasparenze Festival
7 – 10 maggio
Drammaturgie del Trasparenze festival (parte 1) di Damiano Pignedoli Dramma
Restare a casa. “La famiglia Campione” de Gli Omini di Serena Terranova Altre Velocità
fabbricaeuropaokFabbrica Europa
7 maggio – 3 luglio
Teatr Zar. Canti per la memoria di Rossella Porcheddu Teatro e Critica
La voce di Armine, sister contro un silenzio durato cento anni di Anna Solinas Lo sguardo di Arlecchino
apuliaApulia Fringe Festival
18 – 24 maggio
Apulia Fringe Festival di Emanuela Ferrauto Dramma
Apulia Fringe Festival. A teatro con gusto di Nicola Delnero Paper Street
primavera_teatriPrimavera dei Teatri
29 maggio – 2 giugno
Il Sud di Primavera dei Teatri, tra scoperte e conferme di Elisabetta Reale Krapp’s Last Post
Primavera dei Teatri 2015 di Emanuela Ferrauto Dramma
La beatitudine di Fibre Parallele. Cartolina da Castrovillari di Rodolfo Sacchettini Altre Velocità
Una discesa nel ventre oscuro di Napoli con Scannasurice di Enzo Moscato di Valentina De Simone Paneacquaculture
Fibre Parallele alla ricerca di una effimera Beatitudine di Mario Bianchi Krapp’s Last Post
La Calabria e il suo festival meridiano di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
romafringeRoma Fringe Festival
30 maggio – 5 luglio
I diari del Roma Fringe Festival: Castel Sant’Angelo, i topi, la luna… di Iris Basilicata Paneacquaculturejjjj
Fringe to Fringe: da Roma la ricerca d’un teatro barbarico di Carlo Lei & Luca Lotano Krapp’s Last Post
Arrivederci Roma Fringe, ciao di Iris Basilicata Paneacquaculture
Roma Fringe, la finale 2015 tra urgenza, storia, dolore e bellezza di Carlo Lei & Luca Lotano Krapp’s Last Post
collineFestival delle Colline Torinesi
1 – 20 giugno
L’irresistibile fascino del male: il Macbeth di Societas Raffaello Sanzio di Giulia Muroni Paneacquaculture
Chi dice donna dice… sacrificio: Frühlingsopfer di She She Pop di Giulia Randone Paneacquaculture
“MA” di Latella: PPP tra le sue madri di Giulia Muroni Paneacquaculture
sacroI Teatri del Sacro
8 – 14 giugno
L’infantile delicatezza dell’asino di Gesù di Sara Casini Lo sguardo di Arlecchino
La voce e il corpo del santo volante di Igor Vazzaz Lo sguardo di Arlecchino
Ci vorrebbe un miracolo! di Carlo Titomanlio Lo sguardo di Arlecchino
Intrallazzi del Sacro: tre domande arlecchine agli artisti artisti di Giacomo Verde Lo sguardo di Arlecchino
La gallina è un animale intelligente di Andrea Balestri Lo sguardo di Arlecchino
Le operette immorali di Carullo-Minasi di Igor Vazzaz Lo sguardo di Arlecchino
La follia interna alle forme di Sara Casini Lo sguardo di Arlecchino
I Teatri del Sacro 2015: la parola a Fabrizio Fiaschini di Giacomo Verde Lo sguardo di Arlecchino
olindaDa vicino nessuno è normale
15 giugno – 25 luglio
Caro George: Latella e l’amore maledetto tra Bacon e Dyler di Vincenzo Sardelli Paneacquaculture
Cucita con tre metri di tramonto. Eresia della felicità del Teatro delle Albe a Milano di Alex Giuzio Altre Velocità
inequilibrioInequilibrio
24 giugno – 5 luglio
Inequilibrio: una casa per gli artisti tra leggerezza e maturità di Vincenza Di Vita Ateatro
“A Loan”: l’assolo solitario di Irene Russolillo di Andrea Balestri Lo sguardo di Arlecchino
Ogni mattina ci sentiamo di Carlo Titomanlio Lo sguardo di Arlecchino
Attraversamenti. Beckett e Giacometti guidano il nuovo viaggio di Lupinelli di Marco Menini Krapp’s Last Post
La roulette dei sentimenti nei salotti di Čechov di Anna Solinas Lo sguardo di Arlecchino
Inequilibrio 2015; il bilancio e le “Metamorfosi” nel paesaggio di Roberto Latini di Roberto Rinaldi Rumor(s)cena
La fine dell’impero orientale: la Morte Araba di Maurizio Saiu di Maddalena Peluso Il tamburo di Kattrin
biennale_2015Biennale Danza
25 – 28 giugno
Biennale College Danza 15: archivio di tracce, sguardi e gesti di Rita Borga Krapp’s Last Post
La Biennale Danza a Venezia di Roberta Ferraresi Doppiozero
Biennale Danza in una Venezia da vertigine di Silvia Poletti Delteatro
operaestateOperaestate Festival Veneto
25 giugno – 13 settembre
35 anni di vita dell’Opera Estate Festival: cultura e formazione di Roberto Rinaldi Rumor(s)cena
100 donne e 300 coristi: Sharon Fridman in viaggio nella memoria. Cartolina da Bassano di Alessandra Corsini  Altre Velocità
altofestAlto Fest
8 – 12 luglio
Alto Fest: apri! L’arte è di casa di Alessandra Coretti Paneacquaculture
Alto Fest: prime cose e ultime. Intervista a Gesualdi|Trono di Alessandra Coretti Paneacquaculture
santarcangeloSantarcangelo Festival
10 – 19 luglio
Istantanee #sant15: #MDLSX una playlist biografica / Grande Madre Azdora di Laura Gemini L’incertezza creativa
Lettera aperta sulla Piattaforma della Danza Balinese a Santarcangelo di Michele Pascarella Gagarin Magazine
Il taccuino del critico: e fu sera e fu mattina, a Santarcangelo di Michele Pascarella Gagarin Magazine
Un giorno a Santarcangelo di Sarah Curati Paper Street
Santarcangelo 2015. Festival internazionale del teatro in piazza di Francesca Serrazanetti e Corrado Rovida Stratagemmi
Gelo e paura vanno in scena i deliri del terrorista di Anna Bandettini la Repubblica
Santarcangelo: due sguardi di Maddalena Giovannelli e Massimo Marino Doppiozero
Ci vuol coraggio a diventare se stessi di Daniela Sacco Ateatro
Pisciare fuori dal vaso. Piccolo promemoria sugli scandali teatrali di Oliviero Ponte Di Pino Ateatro
“Cosa ci tiene insieme quando diciamo noi?”: nel MDLSX di Motus di Francesca Giuliani Paneacquaculture
Una giornata a Santarcangelo 45 di Nicoletta Lupia Il tamburo di Kattrin
Santarcangelo 2015. Fine della dialettica di Lorenzo Donati Altre Velocità
Civitanova

Civitanova Danza
12 luglio – 8 agosto

Frammenti di paura e di vita a Civitanova Danza di Silvia Poletti Delteatro
Civitanova Danza: la sopravvivenza della ricerca fa polemica di Stefania Zepponi Krapp’s Last Post
corteTeatro a Corte
15 luglio – 2 agosto
Teatro a corte 2015 prima parte di Maria Dolores Pesce Dramma
Teatro a Corte. Le evoluzioni aeree di Delrevés ed Elice Muhonen&Sanja Kosonen di Giulia Randone Paneacquaculture
Il successo in 10 perché: vol. 2 – Il Festival Teatro a Corte di Renzo Francabandera Paneacquaculture
kilowatt okKilowatt Festival
18 – 25 luglio
Quotidiana.com: i nostri tre capitoli per una buona morte. Intervista di Mario Bianchi Krapp’s Last Post
Kilowatt: la Repubblica dello spettatore di Maddalena Giovannelli Stratagemmi
Kilowatt Festival XIII. Il buio nella sala: alla ricerca della visione di Manuela Margagliotta Paper Street
Dispositivi di attivazione. Per una fenomenologia dello spettatore di Oliviero Ponte Di Pino Ateatro
Kilowatt Festival 2015. Col teatro in mezzo di Rossella Porcheddu Teatro e Critica
volterra2VolterraTeatro
20 – 26 luglio
Visioni di “Shakespeare. Know Well” di Valentina Pierucci Lo sguardo di Arlecchino
Shakespeare. Know well di Rossella Porcheddu Che teatro fa – Repubblica.it
“Shakespeare. Know Well”, come la tragedia si frantumò nel gioco delle parti di Gemma Salvadori Lo sguardo di Arlecchino
Teatro in carcere, a Volterra Shakespeare si mostra tra le sbarre di Tommaso Chimenti Il fatto quotidiano
tramedautoreTramedautore
21 – 26 luglio e 11 – 20 settembre
Tramedautore 2015 di Angela Villa Dramma
Tramedautore in Cina di Daniele Stefanoni Dramma
teatro_luoghifestTeatro dei Luoghi Fest
23 – 27 luglio
Teatro dei Luoghi. Il viaggio all’origine di Marianna Masselli Teatro e Critica
Katër i Radës e il Matrimonio. Koreja dal Castello al naufragio di Marianna Masselli Teatro e Critica
motherlode_droFestival Drodesera
26 luglio – 2 agosto
Il successo in 10 perchè: vol.1 – Il Festival Drodesera Fies di Renzo Francabandera Paneacquaculture
Festival Drodesera – Motherlode. Con una riflessione sullo spettacolo “Numax-Fagor-Plus” di Carmen Padullà Stratagemmi
Live Works_Performance Act Award vol. 3 di Roberta Ferraresi Il tamburo di Kattrin
Autobiografia della scena performativa. Appunti da “Motherlode”, Drodesera festival 2015 di Lorenzo Donati Altre Velocità
orizzontiOrizzonti
31 luglio – 9 agosto
Orizzonti # mediterranea 2015 di Maria Dolores Pesce Dramma
Festival Orizzonti 2015. Minoritario o elitario? di Giulio Sonno Paper Street
Se un lago si trasforma in palcoscenico: Silvia Frasson e la sua martire santa di Laura Novelli Paneacquaculture
Gli Orizzonti mediterranei di Chiusi di Matteo Brighenti Doppiozero
La cieca ricerca dello spettatore perduto. E le avanguardie? di Andrea Pocosgnich Teatro e Critica
logo-biennale-teatro-2015Biennale Teatro
30 luglio – 9 agosto
Nostra signora del Capitale. La Maria Braun di Thomas Ostermeier di Angela Bozzaotra Biennale Theatre Community Workshop
Serrano, Leone d’argento: “Il nostro western teatrale a caccia di Osama” di Francesca De Sanctis Colpo di scena
Marthaler guida la Biennale dei ribelli di Anna Bandettini la Repubblica
La caccia a Bin Laden di Agrupación Señor Serrano: western odierno da Leone d’Argento di Rita Borga Krapp’s Last Post
Marthaler se la ride e Venezia applaude di Francesca De Sanctis Colpo di scena
Il poeta come saltimbanco. Lo spauracchio dell’identità culturale secondo Jan Lauwers di Angela Bozzaotra Biennale Theatre Community Workshop
L’urlo di identità mancanti: nel NEVER FOREVER di Falk Richter di Francesca Giuliani Paneacquaculture
Dispositivi cine-teatrali. Tre sguardi dalla Biennale teatro 2015 di Laura Gemini D’Ars
Teatro e identità al centro della Biennale 2015 di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
Biennale Teatro 2015: uno sguardo su Marthaler e Ostermeier di Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
shorttheatre-4Short Theatre
3 – 13 settembre
Vocazione di Danio Manfredini o dell’attore alla prova della vita di Mariella Demichele Paneacquaculture
MDLSX: biscottino allo spettatore? Una visione altra sui Motus di Michele Ortore Krapp’s Last Post
War Now! Noi, vittime di Teatro Sotterraneo e della realtà di Michele Ortore Krapp’s Last Post
Tight Theatre. Trattatello logico sui limiti presunti o reali di Short Theatre di Giulio Sonno Paper Street
Il più solo solissimo George di tutti i tempi a Short Theatre di Valentina De Simone Paneacquaculture
Kore di Sieni: viaggio iniziatico dal pensiero alla visione di Mariella Demichele Paneacquaculture
ROBERTO CASTELLO – In girum imus nocte (et consumimur igni) di Valentina De Simone Paneacquaculture
Short Theatre o della comunità senza futuro di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
Short Theatre 10. “Voi siamo” di Simone Nebbia Teatro e Critica
Impressioni dalla “speculazione performativa” di Short Theatre 10 di Nicoletta Lupia e Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
startupStartUp
24-27 settembre
St-Art Up Teatro: il sacro, lo sguardo di Massimo Marino Doppiozero
Festival StArt-Up Taranto, una buona pratica che rischia di finire di Emilio Nigro Rumor(s)cena
StartUp Teatro 2015: sei tweet e un consiglio (per il futuro) di Simone Pacini Fattiditeatro
‘Start Up’, il festival tarantino che ridà senso al fare teatro. Riuscirà a sopravvivere? di Tommaso Chimenti Il fatto quotidiano
introContemporanea
25 settembre – 4 ottobre
Contemporanea tra arte e performance al Pecci di Prato di Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
Contemporanea: il divenire del teatro di Matteo Brighenti e Roberta Ferraresi Doppiozero

 

MISCELLANEA
Altre Velocità Kriminal Tango di Fanny & Alexander. Cartolina da Ravenna di Alex Giuzio
Oriente Occidente a Rovereto: percezioni sensoriali e sociali di Alice Murtas e Alessandra Corsini
Una misteriosa foresta di ombre. Il Fauno e la Sagra per Marie Chouinard di Lucia Oliva
Demoni di Alessandro Miele e Alessandra Crocco. Cartolina da Foligno e Faenza di Rodolfo Sacchettini
Franco Maresco per Franco Scaldati di Rodolfo Sacchettini
Ligabue fra storia, biografia e teatro. A proposito di Bassa continua di Mario Perrotta di Serena Terranova
Ateatro Bestemmie Olimpiche per Angelica Liddell di Roberto Cuppone
Claudio Collovà: politica e bellezza per un teatro ai margini del potere di Vincenza Di Vita
Dramma Autori nel cassetto, attori sul comò di Marcello Isidori
Fattiditeatro Invisible Cities festival: arte multimediale urbana in Friuli di Simone Pacini
Il fatto quotidiano ‘Itineraria’ il festival teatrale che esalta il mistero e l’incantesimo di Calcata di Tommaso Chimenti
Krapp’s Last Post L’estate dello scontento. Rapsodia di appunti sul visto e non visto in giro per festival di Mario Bianchi
I bambini di Abbondanza/Bertoni, sequenze per il futuro di Renzo Francabandera
Collinarea 2015. A Lari tra Rito e partecipazione di Elisabetta Reale
Terreni Creativi 2015: tecniche di sopravvivenza nel deserto di Davide Sannia
Esperidi 2015: l’Eden nel cuore della Brianza di Vincenzo Sardelli
Paneacquaculture Elena Guerrini, Mario Perrotta: il mondo reale nuoce gravemente alla rappresentazione? di Matteo Brighenti
Ultimaluna, il ghigno di Paolo Hendel sull’Italietta kitsch di Vincenzo Sardelli
Mediterraneo fuoriLuogo: SabirFest crocevia di idee e linguaggi di Elena Scolari
Paper Street All In Festival. La parola alle donne di Sarah Curati
I Teatri della Cupa. Festival del Teatro e delle Arti nella Valle della Cupa_Novoli di Nicola Delnero
Rumor(s)cena Il teatro e il mito nelle sale dei musei archeologici della Calabria di Claudia Provvedini
Lo sguardo di Arlecchino Storia dell’arte e spettacolo: Sgarbi ci prova con Caravaggio di Francesca Cecconi
Teatro e Critica Divorati dalla Storia. Binasco nel Porcile di Pasolini di Sergio Lo Gatto
Thomas Ostermeier. Nemico di quale popolo? di Simone Nebbia
Gli Omini e Teatro Sotterraneo: il viaggio del teatro contemporaneo a Pistoia di Andrea Pocosgnich

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FUORI DAI CONFINI
Altre Velocità Al centro della periferia, danzare sul ring. Plastforma, Belarus e altri teatri di Minsk di Francesco Brusa
Service Station for Contemporary Dance. Danzare a Belgrado di Francesco Brusa
Ateatro TransAmériques, l’identità di un festival. Con un’intervista al direttore Martin Faucher di Mimma Gallina
Dramma VII Biennale Internazionale di Drammaturgia Femminile di Angela Villa
Krapp’s Last Post Avignon 15. Il debutto del festival di Francia tra afa e paure di Katia Tamburello
Paneacquaculture Festival d’Avignone dalla A alla Z: I parte (A/M) di Valentina Sorte
Il Festival d’Avignone dalla A alla Z: II parte (N/Z) di Valentina Sorte

Il primo speciale Progetti in festival_VITA NOVA
Il secondo speciale Progetti in festival_LIVE WORKS

Schwanengesang D744 di Romeo Castellucci: una vertigine

Un palcoscenico vuoto può essere vertiginoso. Ed è così che si presenta allo spettatore di Schwanengesang D744 (Il canto del cigno, in italiano) – con la regia di Romeo Castellucci, visto al Teatro Metastasio di Prato. Un solo cono di luce al centro di una scena color pece, un pianoforte ai piedi del palco, sulla sinistra – suonato da Alain Franco –, una donna che entra, sorriso dimesso e gentile, in abiti anni Cinquanta. È Kerstin Avemo, soprano, e sta sul bordo del cono di luce, trasparente, eterea, diafana. Le punte dei suoi piedi sottili sfiorano la circonferenza luminosa, mentre lei canta, senza sforzo, i primi Lieder di Franz Schubert i cui temi spaziano dalla serenità alla ricerca, dal richiamo dell’amato alla più triste desolazione, fino alla nostalgia e al sogno. Tra una canzone e l’altra, la Avemo con un cenno del capo e pochi gesti scelti, senza alcun turbamento, si rivolge al pianista – e sembra dire: “Sono pronta, può andare, Maestro” – e riprende, languida, il suo canto pacato, che ha la dote della semplicità di colei che non sforza.

Foto di Christophe Raynaud de Lage

(Christophe Raynaud de Lage)

Il settimo Lied dà inizio al tracollo. “Das bedeutet des Schwanen Gesang!”, dice: “Così è il presagio del canto del cigno!”, l’inizio della fine, l’ultimo afflato di vitalità prima della morte. La poesia che dà le parole al componimento – e il titolo allo spettacolo – è di Johann Senn e sembra un manifesto possibile del Romanticismo tedesco che canta la sensazione che precede, appunto, l’annientamento. Il soprano, intanto, ha preso a muoversi nel cono di luce, ha abbandonato la misura dell’immobilità e la compostezza del gesto minimo, fino ad apparire decapitata dalla luce stessa: tutto il corpo è visibile, la testa è in ombra. Si volta, poi, e procede verso il fondo, cantando ancora di desiderio, il sonno e l’abbandono. L’ultimo Lied, una sorta di lamento funebre, la vede straziata sulla parete che fa da fondale.
Una scena del genere sottrae lo spettatore al tempo per trasportarlo in un universo altro, caratterizzato da una minacciosa serenità della quale, lo si sa fin dal principio, non ci si può fidare perché la natura descritta nei componimenti romantici è troppo cruenta e mutevole, il nostro soprano è troppo in bilico sul bordo del suo cono di luce immerso nel buio, sono troppo cauti i suoi gesti.

(Christophe Raynaud de Lage)

(Christophe Raynaud de Lage)

Entra Valérie Dréville che intona un canto diverso: il pianto di una madonna, fatto di gesti lenti, rituali, muti, sofferti. Si volta verso il pubblico e, prima spaurita, chiede ripetutamente se c’è qualcuno, poi aggressiva, ripete all’infinito il verbo “regarder”, fino a farlo in-sensato, monotono, un rumore, un ruggito. Offende lo spettatore-voyeur, con accanimento, finché il grido non la sfinisce e la costringe a terra, dove inizia a sollevare il pavimento vinilico che si increspa come stoffa, mentre lei lo tira a sé con violenza.
Ma, manca ancora un tassello. Sulla scena distrutta, infatti, a intervalli regolari di buio e lampi shock, si abbattono le immancabili interferenze di Scott Gibbons. Disturbanti, invadenti, toccano in profondità, non l’occhio, ma lo stomaco, il corpo dello spettatore che sussulta e che, così sollecitato, in uno dei momenti di luce, per pochi secondi, vede qualcosa che rimane impresso sulla lastra fotografica dell’iride: una macchia terribile, una faccia, una maschera, due corna, forse, una bocca spalancata in una risata o un ghigno che subito scompare per non riapparire più. Per un tempo indefinibile quel demone ha perseguitato lo spettatore e non viceversa.
Termina anche questo frammento, l’attrice che interpreta un’attrice si dichiara tale, si scusa per la sua volubilità d’artista, torna mansueta, schizofrenica, e riprende la sua partitura gestuale muta.

Christophe Raynaud de Lage

(Christophe Raynaud de Lage)

È lecito chiedersi, a questo punto, se l’intenzione del regista non fosse quella di mostrare il canto del cigno della funzione spettatoriale, attoriale, teatrale, della relazione tra le tre funzioni, della risultante di senso che il pubblico si aspetta e puntualmente non trova. Ma non è il meccanismo della contemplazione estatica, né quello della comunicazione l’oggetto primo di esplorazione di Castellucci che invece cerca piuttosto di indagare quel diaframma sottilissimo che divide due sguardi e due corpi. Percorrere quel diaframma, insicuri e abbandonando la pretesa di senso, dà luogo ad una sorta di vertigine.

Nicoletta Lupia

è tempo di una nuova Aurora con Alessandro Sciarroni

foto di Cosimo Terlizzi

foto di Cosimo Terlizzi

“L’aurora è il tentativo/del volto celeste/di simulare, per noi/l’inconsapevolezza della perfezione” scriveva Emily Dickinson in una delle sue poesie. Con il suo nuovo spettacolo Alessandro Sciarroni non cerca la perfezione, ma rende palese il potere della percezione, suggerendo che per la danza (e il teatro, o la performance live in generale) è tempo di una nuova aurora: lontano dagli schemi, non riconducibile a un sapere comune che sia facile da etichettare.

La trilogia del coreografo marchigiano Will you still love me tomorrow? si chiude con Aurora, presentato al Torinodanza Festival: uno spettacolo poetico, toccante. Un’opera che chiede al pubblico di liberarsi di ogni costrizione mentale per vivere un momento speciale, provando lo stupore della bellezza che si nasconde e che si svela all’improvviso squarciando le tenebre. Dopo Folk-s, in cui gli occhi dei performer erano inizialmente coperti dal nastro che impediva loro di vedere e dopo Untitled, che presentava nella prima scena quattro giocolieri a occhi chiusi, arriva Aurora che porta a compimento il percorso avvenuto fin qui: i performer sono ipovedenti o ciechi dalla nascita. Questo ultimo capitolo aggiunge quindi nuovi tasselli a quel viaggio affascinante che è stata tutta la trilogia, un’esperienza difficile da definire perché è qualcosa che fuoriesce dalla danza e non è teatro, semplicemente è ritmo puro, è suono che prende forma, è dilatazione del tempo, è amplificazione della percezione, è riproduzione di un gesto decontestualizzato che sul palcoscenico si fa opera d’arte, ready made teatrale. È qualcosa a cui si guarda con delicatezza, col fiato sospeso, con affetto; si percepisce che il capitano di questo viaggio – Alessandro Sciarroni, appunto – ha guidato il tutto con una grande cura, attenta, dettagliata, partecipata e sentita. Eppure, in Aurora, c’è un ribaltamento: lo spettacolo, diversamente da Folk-s e da Untitled, prende il via con i performer in scena con gli occhi aperti. Capovolgimento della percezione: inizia il viaggio e il godimento intellettuale nella testa di chi assiste. Niente è come sembra. La nostra percezione è completamente disorientata.

foto di Matteo Maffesanti

foto di Matteo Maffesanti

Aurora ripropone una partita reale di Goalball, disciplina paralimpica dedicata ai non vedenti e ipovedenti, in cui due squadre, formate da tre giocatori e due riserve l’una disposte su due lati contrapposti di un campo, lanciano una palla che contiene dei sonagli metallici tentando di fare goal nella porta avversaria. Il palcoscenico diventa, per mano e mente di Sciarroni, una palestra sportiva, con due porte laterali e segni a terra che ripropongono un vero terreno da gioco. A seguire i movimenti delle due squadre sono due arbitri/guardalinee con cronometro e fischietto al collo che mettono una speciale maschera nera a tutti i giocatori, richiamano il silenzio, segnano il punteggio, consegnano la palla quando finisce fuori. Una volta formate le squadre, in un silenzio surreale, i sei performer sul campo iniziano il riscaldamento: si piegano, si lanciano a terra, eseguono piccole corse sul posto; è l’attesa frenetica di chi sta per affrontare una sfida, la sente, la percepisce ma non la può vedere, se non nella sua mente.

E poi inizia il gioco e in chi guarda il viaggio. Non è solo una semplice partita di Goalball, è un’eco della sensibilità, della poesia di un gesto incredibile come quello di una persona non vedente che attraverso dei piccoli accorgimenti riesce a spostarsi con sicurezza in campo, parare la palla, collaborare coi compagni di squadra con disinvoltura e precisione del movimento. I sei performer sono dei discoboli quando lanciano, degli atleti posti quasi in una condizione divinatoria. I gesti e i suoni, che fanno tra di loro per distrarre gli avversari o per comunicare, incantano: la gestualità è qui al servizio del suono – lo schiocco delle dita, il tamburellare sulla palla o per terra, lo schioccare la lingua sul palato, il battito delle mani. Ma cosa succede quando la luce si fa sempre più debole, flebile, come lo scorrere del giorno quando arriva verso la sua fine e si fa notte fino a lasciarci al buio completo, a non vedere più i gesti e la palla che si muove? Anche noi – come i giocatori – siamo costretti a seguire i movimenti solo ed esclusivamente attraverso il suono proveniente dal sonaglio posto dentro la palla, attraverso il rumore dei passi. Le traiettorie cambiano e noi non capiamo come. Siamo nella loro stessa condizione visiva, ma non abbiamo gli altri sensi – udito in primis – sviluppati come chi non vede. E cosa succede se la musica della performance si alza fino a coprire ogni altro suono? I giocatori perdono completamente il loro orientamento, non riescono a giocare, a seguire l’unica cosa che li guida nel buio. La loro gestualità perde senso, il movimento è privo di ritmo e l’empatia dello spettatore nei confronti di chi è in scena si alza a un livello inaudito. Sciarroni è un poeta del gesto, che non è più quello proprio di un corpo in movimento, ma ha qui la capacità di rendere meno astratto il suono, dotato anch’esso di una sua gestualità che prima di oggi non avevamo mai visto. Aurora è la conclusione perfetta di una trilogia che risponde alla domanda retorica posta dal titolo: will you still love me tomorrow?

Carlotta Tringali

Lo scandalo del teatro. Ieri e oggi

“Lo scandalo del teatro”, è stato un momento di confronto e approfondimento durante il festival Vie, organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione e curato da un comitato scientifico di studiosi della Université Paris-Sorbonne e dell’Università di Bologna (Bruna Filippi, Claudio Longhi, il progetto «Haine du théâtre» du Labex Obvil con François Lecercle e Clotilde Thouret).
Il 22 e 23 ottobre “Lo scandalo del teatro” si è discusso in forma di convegno di studi all’Auditorium dei Laboratori DMS dell’Università di Bologna. Il 24 ottobre, a Modena, ha preso la forma di una tavola rotonda dedicata agli artisti e coordinata da Roberta Ferraresi, che ha avuto come ospiti d’onore Belarus Free Theatre.
Il testo che segue è una riscrittura dell’intervento di apertura della tavola rotonda. Aveva l’intenzione di raccogliere stimoli e spunti emersi nei lavori precedenti e rilanciarli, in forma di domande, agli artisti presenti. Ora viene pubblicato in forma discorsiva in vista del convegno “Blasphemìa. Il Teatro e il Sacro”, organizzato a Vicenza il 7 e 8 novembre dall’Accademia Olimpica in collaborazione (fra gli altri) con Rete Critica.

LOCANDINA_SCANDALO_convegno

Scandalo e teatro. Insieme fin dagli inizi, intimamente legati, sempre a rischio di incontro e scontro. La storia è lunga come si è visto nei giorni di convegno fra Bologna e Modena: dalla Grecia classica al Seicento, fino a Ibsen, Victor Hugo, il balletto e la cultura giapponese. E, ovviamente, poi, fino ai giorni nostri.
Il passo sembra breve dalle Grandi Dionisie dell’antica Grecia ai festival del nostro tempo, se si passano in rassegna gli episodi vistosi e numerosi in cui lo spettacolo teatrale ha fatto parlare di sé ben oltre le pagine della storia e della critica del teatro. Basta pensare alla nostra storia recente (le avanguardie degli anni ’70, “la mossa del cavallo” che ha investito i Magazzini, il mito di Carmelo Bene), alle vicende del teatro contemporaneo internazionale (da Rodrigo Garcìa a Castellucci), o anche soltanto all’ultima estate dei festival, aperta a Santarcangelo dallo scandalo di Tino Sehgal e chiusa a Vicenza, in settembre, da quello di Angélica Liddell.

L’arte (e il teatro in particolare) sono campi piuttosto marginali nella società attuale, e producono fatti o eventi altrettanto minoritari, partecipati grossomodo e nella maggior parte dei casi da piccole – seppur vivaci – élite di appassionati. In effetti, la vita minore del teatro, i suoi piccoli eventi, diventano grandi solo in coincidenza a particolari episodi: il teatro diventa argomento di discussione comune, pare, quasi soltanto proprio quando provoca scandalo (e qui ci sarebbe da riflettere, e abbondantemente, su cosa possa ancora oggi scandalizzarci a teatro, domanda non banale né scontata se si valuta il festival di Santarcangelo di quest’anno, fra il polverone sollevato intorno alla coreografia di Sehgal e quello che invece in qualche modo è mancato intorno all’opera di Milo Rau su Anders Breivik).

Se guardiamo agli episodi teatrali che hanno fatto scandalo, possiamo individuare due passaggi fondamentali, spesso ricorrenti: da un lato ci sono i rapporti fra opera e contesto di creazione e fruizione, perché l’arte che dà scandalo spesso va a sovvertire qualche norma più o meno tacita (di carattere morale, politico, ecc.); dall’altro, si realizza un processo di mediatizzazione, all’interno del quale il fatto artistico diventa notizia (scandalosa). Naturalmente, purtroppo, poi, lo scandalo d’arte si può convertire anche in oggetto di percorsi di falsificazione e strumentalizzazione che dimostrano obiettivi altri (peraltro, andando ad agire proprio sul piano del contesto, cioè estrapolando l’opera dall’ambiente in cui e/o per cui è stata creata): per fare un esempio emblematico, è possibile ripensare l’amara vicenda di Genet a Tangeri dei Magazzini Criminali alla luce dei fatti teatrali successivi e delle conseguenze che ha avuto sul gruppo, come la punta vistosa di un iceberg molto più grande che nel nostro Paese, a metà degli anni Ottanta, inaugurava l’impresa del rappel a l’ordre dopo le stagioni (forse troppo) calde e vivaci dell’avanguardia.

Ad ogni modo, quando l’arte dà scandalo, sembra subire uno slittamento – è qualcosa che salta subito agli occhi. L’attenzione, che in origine verteva (o avrebbe dovuto vertere) su di essa, si sposta immediatamente dall’opera al campo della sua ricezione, interpretazione, valutazione; e poi, una volta che lo scandalo è segnalato e comunicato, capita spesso che l’attenzione lasci del tutto l’ambito dell’opera (o anche addirittura dell’arte) per svilupparsi infine tramite ragionamenti più ampi, ad esempio, su cosa sia giusto o sbagliato, lecito o meno; su quale sia il ruolo dell’arte nella società, quali i suoi limiti d’azione; più ampiamente, su questioni che riguardano in fondo l’identità stessa di una o più comunità.
E, da qui, si osserva un secondo fatto degno di interesse negli scandali d’arte e del teatro: al di là dei casi poco dignitosi di strumentalizzazione da parte della comunicazione e della politica – di cui comunque è fondamentale tenere conto –, in questi episodi l’opera d’arte supera abbondantemente i canoni delle modalità di fruizione passive o contemplative, si sposta nello spazio pubblico e innesca (nel migliore dei casi) dibattito, attivando prima il pubblico in sala e poi quello in senso lato dei cittadini, che magari non hanno visto il lavoro in questione ma sentono comunque di dover intervenire in merito.

Diceva François Lecercle, nel suo intervento che ha aperto il convegno bolognese, che uno degli elementi-chiave che consentono al teatro di dare scandalo è la sua capacità connaturata di poter debordare fuori da se stesso, nella società.
Quando il teatro eccede i limiti del proprio spazio diventa “osceno”, appunto esce dalla scena. Ciò significa che quando parliamo dei rapporti fra scandalo e teatro rimandiamo in primo luogo a un territorio dove si negoziano le relazioni fra il mondo dell’arte e quello della realtà, dei suoi confini e delle sue norme.
Lo scandalo del verismo – dalla Cappella Sistina a Courbet – avrebbe molto, moltissimo da dire su questo. E lo stesso generazioni e generazioni di teatro politico in senso stretto e lato, in cui gli artisti hanno voluto affrontare, discutere, a volte anche cambiare, questioni calde d’attualità o nervi scoperti nelle comunità presso cui stavano operando.
C’è un lungo filo rosso che si può rintracciare all’interno di tutti questi episodi e che attraversa in misura diversa buona parte dei casi artistici che hanno dato scandalo: astraendo e generalizzando al massimo, fra scandali antichi e moderni, veri e falsi, più o meno fondati, il punto è – mi sembra – che quando l’arte si avvicina troppo alla realtà e prova a toccarla davvero, allora, lì, sì, dà scandalo.

Ma c’è un’altra domanda che è importante affrontare, e che ci riguarda ancora più da vicino, e cioè: ma perché proprio il teatro, forse più o almeno più specificamente che le altre arti?
Il teatro è ritenuto altamente pericoloso fin dalla Grecia antica: si sa per esempio che rappresentava una delle grandi preoccupazioni di Platone. Perché? Fra altre cose ben più note, si potrebbe notare come il filosofo mettesse in guardia – com’è stato ricordato durante il convegno – dalla capacità del teatro di incidere direttamente e radicalmente su chi lo vede e fruisce.
Ma non c’è solo questo rischio legato alla osservazione dal vivo di un dramma nel momento stesso in cui si consuma. L’intervento di Silvia Bottiroli – Università Bocconi e direttrice del festival di Santarcangelo – ci permette uno sviluppo ulteriore: in un passaggio della sua interessante rassegna su opere d’arte che hanno dato scandalo nel contemporaneo, ha riflettuto sull’importanza del fatto che le arti performative fondino il proprio dispositivo visivo sul piano della reciprocità. Cioè, non solo lo spettatore a teatro guarda qualcosa che accade live, lì davanti ai suoi occhi, e vi partecipa direttamente; ma lo spettatore a teatro si accorge (come non mai) che anche l’opera lo sta guardando, lo riguarda, riflette noi e su di noi – un artista come Romeo Castellucci torna da anni su questo punto.

Quando si parla di teatro e scandalo, dello scandalo del teatro, il fatto artistico diventa quindi un fatto politico in diversi sensi e a differenti livelli, proprio per questa sua capacità di debordare dai propri confini, di riguardare direttamente chi ne fruisce, di attivare la fruizione, di incidere forse addirittura sulla realtà degli spettatori e, di conseguenza, su quella circostante, anche fuori, ben oltre, gli stessi teatri.
Resta quindi da chiedersi, in modo non retorico, visti tutti gli scandali che ultimamente sta inanellando la scena contemporanea della ricerca: può il teatro davvero toccare la realtà, aprirvi squarci e creare scandali? Può realmente incidere su di essa, provare a cambiarla?

Roberta Ferraresi

APPROFONDIMENTI

MAGAZZINI CRIMINALI (1984)
I Magazzini di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi presentano Genet a Tangeri per il festival di Santarcangelo dell’84 nel macello di Rimini. Il fatto solleva un vero e proprio caso, prima teatrale, poi soprattutto politico, che attira l’attenzione anche fuori dal teatro: c’è chi sostiene che la compagnia avesse ucciso un animale (un cavallo) in scena, mentre si trattava del normale svolgimento (fuori scena) dei lavori del mattatoio.
> Ferdinando Taviani ha ricostruito l’accaduto e soprattutto il processo di mediatizzazione (quando non di falsificazione) che ha irradiato in La mossa del cavallo, inizialmente preparato per il Patalogo di quell’anno e ora incluso anche nel suo Contro il mal occhio (Textus, 1997).
RODRIGO GARCÍA (2007)
Fra i numerosi spettacoli considerati provocatori, contestati e anche censurati dell’artista (l’ultimo in ordine di tempo è Golgóta Picnic), in Italia ha destato scalpore – soprattutto da parte degli animalisti – nel 2007 Accidens (matar para comer), in cui il performer in scena cucinava un astice vivo e poi lo mangiava.
> L’intervento di Renzo Martinelli e di García in seguito alle contestazioni al Teatro I di Milano >>>
ROMEO CASTELLUCCI (2011)
Nel 2011 lo spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio provoca polemiche, proteste e aggressioni da parte dell’integralismo cattolico, prima in Francia e poi a Milano.
> La lettera aperta di Romeo Castellucci in seguito alle aggressioni esplose intorno al suo Il concetto di volto nel figlio di Dio >>>
> L’appello a sostegno della rappresentazione del Concetto di volto sul sito Ateatro.it (comprensivo di una ricca rassegna stampa) >>>
TINO SEHGAL A SANTARCANGELO (2015)
Nel luglio 2015 una performance firmata da Tino Sehgal fa scalpore al festival di Santarcangelo, per via delle scene di nudo e in particolare di un’azione che vede il performer orinare nello spazio pubblico.
> Il testo della direttrice Silvia Bottiroli in merito alle contestazioni sollevate >>>
> Una rassegna di Ateatro.it sugli scandali teatrali, a partire dalla vicenda di Sehgal >>>
ANGÉLICA LIDDELL A VICENZA (2015)
Nel settembre 2015 si scatenano polemiche (preventive) intorno al nuovo lavoro dell’artista, Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, che doveva debuttare nel contesto del Ciclo di Spettacoli Classici.
> L’intervento di Roberto Cuppone in seguito alle polemiche su Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi di Angélica Liddell contestato a settembre 2015 a Vicenza >>>

La fine dell’impero orientale: la Morte Araba di Maurizio Saiu

Alla fine degli anni novanta il cagliaritano Maurizio Saiu, tra gli esponenti storici della danza d’autore in Italia, portò per la sezione danza di Teatri 90 al Franco Parenti di Milano la sua Morte Araba, un assolo “tellurico e ancestrale” affidato all’epoca a Cornelia Wildisen e poi interpretato dallo stesso Saiu. Allievo di Merce Cunningham, il coreografo partiva dall’idea di sperimentare una danza estremamente breve quanto potente, recuperando l’impostazione degli assoli, nello stile della tedesca Mary Wigman, visti ricostruiti negli anni ottanta durante la sua permanenza a New York.

DSC_0013_FotorL’ispirazione venne poi leggendo una citazione di Bela Lugosi riferita all’attrice del cinema muto Theda Bara, prima vamp, intrigante e tentatrice – interprete negli anni dieci di donne fatali e ambigue come Cleopatra, Salomè, Carmen poi sostituita nell’età del jazz dal personaggio della maschietta e ritirata a vita privata – che fece scolpire sulla sua tomba l’anagramma del suo nome d’arte, Arab Death.
Da qui la volontà di creare un assolo che riprendesse queste suggestioni e fascinazioni – il cinema muto, l’esplorazione delle nozioni di staticità, monumentalità e frontalità tipiche dell’arte funeraria, l’esoterismo manierato dell’estetica orientalista – cucito sul corpo di Cornelia Wildisen, una sorta di dea-mater saldata su un tappeto finto orientale, che in 10 minuti svelava tutta la sua vertigine drammatica. Qui il video

Dopo 17 anni, il coreografo cagliaritano recupera le matrici di questa sua creazione e si mette in scena con la danzatrice Elisabetta Di Terlizzi con La Morte Araba: la genesi, coproduzione del Teatro di Sardegna e Tir Danza, celebrato da pubblico e critica all’ultima edizione del Festival Inequilibrio di Castiglioncello e ora in scena al Teatro di Massimo di Cagliari (mercoledì 4 novembre).

“Non un restauro filologico ma una vera e propria opera di riscrittura ed ampliamento” – scrive Carmelo Zapparrata su Arte&Arti – in cui “immersi in un’atmosfera tetra e oscura, i due inanellano un susseguirsi di scene misteriose, simili ai vari numeri di un cabaret, tra movimenti densi e aguzzi, salmodie arabeggianti e pantomine con tanto di teschi e bandiere americane, mentre lascive odalische ricevono fiori da ufficiali coloniali”.

Morte Araba - ph Franco Casu

Morte Araba – ph Franco Casu

Lo spettacolo è potente provocazione e si sente dentro la Sardegna, vibrazioni indefinite di corpi in estinzione, “umori” primordiali e aspri, una durezza che Saiu riesce a veicolare trasformandola in solidità e contenuto.
Come spiega Enrico Pau su La Nuova Sardegna, Saiu “torna più malinconico a fissare una materia oscura, uno spazio nero in cui ogni esotismo si è trasformato in semplici gesti che approdano a immagini rarefatte, eleganti come la danza di Elisabetta Di Terlizzi, e fisse come una scultura dell’anima, profonda e primitiva”.

La danzatrice “con pochi movimenti – scrive Tommaso Chimenti sul Fatto Quotidiano – in pochi passi, sbraccia come pendolo, argano, fusione di composizione e picchiettii, cerca il centro immersa in questa natura, in una foresta dove incessantemente piove. Parchi elementi di umanità contemporanea: un elicottero, noise industriale, campane di chiesa, come a dire guerra, lavoro e Dio. In tutto questo lei è fiore che emerge, bocciolo che, mentre tutto attorno è caduta e violenza, ascolta solo i propri bisogni primari di sopravvivenza”.

Nell’opera, realizzata con la collaborazione dell’artista sassarese Aldo Tilocca, in arte Greta Frau, emerge il grande inganno sull’Oriente, “troppo spesso visto – scrive Mario Bianchi su Krapp’s Last Post – come esotismo di maniera, esplicitato in modo immaginifico, mai mimetico, di grande e raffinata forza espressiva” stigmatizzato proprio nella star americana del cinema muto Theda Bara, Arab Death appunto.

DSC_0339_FotorUn lavoro che ben si inserisce in una felice edizione di Inequilibrio, alla sua diciottesima edizione, festival per veri intellettuali, nell’affascinante Castiglioncello, meta turistica elegante e un po’ délabré. Il festival, diretto da Fabio Masi per il teatro e Angela Fumarola per la danza, con l’ex direttore Massimo Paganelli a far “da gran cerimoniere”, ha ospitato fino a sette spettacoli al giorno: da Claudio Morganti a Sandro Lombardi, dalla personale dei Quotidiana.com a Irene Russolillo. Ma non sono solo gli spettacoli il motivo per cui si va a Castiglioncello: l’atmosfera è accogliente e colloquiale e non si tratta di una mera vetrina. I debutti sono spesso il risultato di un processo creativo che avviene proprio al Castello Pasquini. Fino a dicembre il pubblico potrà assistere alle Dimore d’Autunno, spettacoli o prove aperte di artisti in residenza: tra questi Teatropersona, Renata Palminiello, Silvia Garbuggino/Gaetano Ventriglia, Oscar De Summa, Sandro Lombardi, Danio Manfredini, Quotidiana.com, Nerval Teatro, Francesca Della Monica e Gian Mario Conti. Qui il programma

Maddalena Peluso

TIME-MACHINE 70s – La settimana della performance

Il corpo. I sensi. Iperestesia. La musica. La parola. La ricerca dell’identità. La ricerca sul sociale.
Queste le sette sezioni che, dal primo al 6 giugno del 1977, hanno animato la Galleria comunale d’arte moderna di Bologna, durante la Settimana della performance.
In tutto, 58 performer hanno creato appositamente per il luogo ospite 49 performance che procedevano a ciclo continuo dal primo pomeriggio a mezzanotte, andando a disegnare un’esperienza inclusiva e assolutamente nuova per lo spettatore.

Il corpo veniva esposto, da un lato, e sollecitato, dall’altro, in tutte le sue forme e possibilità espressive e ricettive, in quanto centro nevralgico del concetto stesso, allargatissimo – allora, come oggi – di performance. Si ri-tratteggiavano, così, i vettori di un dialogo possibile tra presenze attive.
Il luogo, normalmente sede di rappresentazione di oggetti immobili offerti a una fruizione a senso unico, diventava esso stesso meta-performance, adeguandosi alle esigenze degli artisti, ri-declinando la funzione museale e trasformandosi in un contenitore vivo e vitale di sorprese e scandali, esposizione di corpi nudi e di pensieri in atto.

Piombare di colpo nell’ambiguità del presente, veder minacciata una sacralità che, chissà perché s’affida più all’assenza che all’intervento, può essere perfino conturbante e questo forse spiega perché, almeno da noi, è più frequente il caso di un museo che si chiude di quello di un museo che si apre.

Così, si pronuncia Franco Solmi, nella sua prefazione al volume La settimana della performance che, a pochi mesi dalla conclusione dell’iniziativa, ha restituito una testimonianza di ciò che la Settimana è stata, con un corredo iconografico ricchissimo che, seppur in bianco e nero, ha illustrato il mastodontico movimento complessivo dell’evento.
Ma chi erano i 58 performer ospitati? Ai più, molti nomi appariranno familiari, alcuni di essi erano all’inizio di una carriera che li avrebbe portati a diventare simbolo di un movimento artistico, altri erano alla fine della stessa, altri ancora, oggi, trovano posto in diversi libri e in diverse storie che con l’arte performativa condividono poco o niente.
Li possiamo immaginare che sfilano in corteo e prendono posto nello spazio, lo occupano fin nei suoi angoli più remoti e apparentemente impropri – scale e sotto-scala, stipiti di porte, ma anche sale vere e proprie.

Renato Barilli, nella sua introduzione al volume dal titolo Performance al museo, ricostruisce le dinamiche di quel tempo continuato in uno spazio totalizzante che è stata La Settimana della performance, di cui lasciamo qui una traccia lieve.

Ben D’Armagnac striscia in uno spazio ristretto e si riappropria del suolo, ne diventa parte. Marina Abramovic e Ulay, nudi, si auto-inglobano in un luogo di passaggio, obbligando lo spettatore alla prossimità, allo sfregamento, e annullando, nell’imbarazzo, il meccanismo sterile della contemplazione. Geoffrey Hendricks e Brian Buczak riproducono la relazionalità tra una coppia arcaica, violenta, ingenua. Hermann Nitsch simula squartamenti di animali e uomini, facendo del corpo la sede di un sacrificio. Vito Acconci legge pagine di un diario, mugolando e alterando la parola in un’espressività pre-linguistica. Michele Sambin si concentra sulle funzioni elementari di alcune parti del corpo che producono fonazione.

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari percuote un pianoforte senza sfiorarne i tasti ed esplicitando la sua sfiducia nei confronti della funzione prima dello strumento. Charlemagne Palestine, invece, lo suona, ma non aspirando a produrre melodie, piuttosto a far regredire il suono in ossessivo rumore. Fabrizio Plessi e Christina Kubisch, Giuliano Sturli, Joe Jones, Laurie Anderson, Giovanni Mundula creano macchine che danno voce a inedite sonorità. Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian attizzano l’olfatto in luoghi odorosi. Heinz Cibulka crea un miscuglio di odori riempiendo una sala di ortaggi e vegetali. Lamberto Pignotti declama la poesia della manducazione. Sandra Sandri si fa veggente, stesa tra candele e fumo, costringendo lo spettatore a immaginare e partecipare a un rito di vaticinio.

Sandra Sandri, Identikit/ Extra

Sandra Sandri, Identikit/
Extra

Franco Vaccari posiziona una brandina in un sotto-scala e chiede al fruitore di lasciare testimonianza dei suoi sogni. Giordano Falzoni indaga energie organiche costruendo una macchina atta a catturarle. Arrigo Lora Totiono sperimenta le potenzialità di scomposizione delle parole in una poesia mimica e gestuale. Plinio Mesciulam ingrandisce brevi brani fino a trasformarli in altro da sé. Luca Patella gioca con la letteralità delle parole.

Fernando De Filippi - Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi – Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi e Francesco Matarrese neutralizzano significanti per mostrare il potere di irrigidimento ideologico  posseduto da sintagmi. Vincenzo Agnetti finge l’afasia e semina buste contenenti messaggi per lo spettatore che quest’ultimo è portato ad aprire per pura curiosità. Luigi Ontani proietta sui corpi del pubblico immagini del desiderio, in un gioco di presenze e assenze. Norma Jean Deak e Massimo Mostacchi palesano la quarta parete: lei, dentro una scatola, recita ossessivamente un monologo sulla sua identità, mentre lui, altrettanto ossessivamente, strania la fruizione chiamando la performer a ripetizione. Bonizza e Leopoldo Mastelloni riscrivono in coreografia Cappuccetto rosso. Robert Kushner parodia una sfilata di moda. Luigi Mainolfi crea un angelo di gesso a sua immagine, lo sospende sulle teste degli spettatori per poi farlo schiantare al suolo.

Oltre agli artisti nominati, erano presenti anche: Renate Bertlmann, Gina Pane, Fried Rosenstock, Mattia Mattias, Jacques Charlier, Luigi Viola, Cioni Carpi, Linda Christanell, Stanislao Pacus, Reese Williams, Mario Capponi, Francesco Colonnelli e Massimo Ventura, C.E.A.C., Giorgio E. Colombo, Peter D’Agostino, Giuseppe Desiato, Suzanne Lacy, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Vettor Pisani, Miro Polacci.

Cosa ha avuto luogo, in conclusione, durante quei sei giorni di performance continuate? Un cortocircuito: un passaggio di corrente sotto stress, la trasformazione di un’energia, la rottura di un perimetro. È stato messo in atto un pensiero con il fine di problematizzare il concetto di rappresentazione che tende a delegare a dispositivi esterni il compimento o l’illusione di un’azione.

Tre mesi prima della Settimana avevano avuto luogo i “fatti di Bologna” (11-12 marzo): gli scontri tra la sinistra extra-parlamentare e le forze dell’ordine che portarono all’omicidio dello studente Francesco Lorusso, a una serie di atti repressivi tra cui la chiusura forzata di Radio Alice e l’invio, da parte di Francesco Cossiga, di mezzi blindati a reprimere la rivolta.
Il minimo comun denominatore tra i due eventi, di per sé imparagonabili, è stata l’assunzione sul proprio corpo del rischio e della potenzialità del cambiamento, un’assunzione anche violenta che mirava a destabilizzare sistemi e ad appropriarsi di futuri imprevisti ma possibili.

Leggi la Time-machine 70s sul Festival del proletariato giovanile (1974-1976)

Impressioni dalla “speculazione performativa” di Short Theatre 10

Il Festival

All’inizio di settembre, abbiamo partecipato a Short Theatre che, in occasione del suo decimo anniversario, ha riflettuto sul concetto di futuro. “Il futuro è chance e minaccia. Almeno fin quando la costrizione dell’occhio rivolto al passato, sottrae futuro allo sguardo”, ha scritto il direttore artistico Fabrizio Arcuri che ha scelto come titolo del festival proprio Nostalgia di futuro.
L’offerta è stata variegatissima e aperta a prospettive di internazionalità di grande spessore. Short Theatre 10, infatti, si è inserito in una serie di progetti di scambio italiani, europei e mondiali, stringendo partnership con realtà come IYMA (International Young Makers in Action); Finestate Festival (leggi un approfondimento del 2013); Transarte; Swiss Time; Festival Focus Jelinek (leggi un approfondimento del 2014); Fabulamundi. Playwrighting Europe – Crossing Generations.
Gli spettacoli sono stati molti, altrettanti gli ospiti stranieri e le iniziative collaterali. Di questa grande offerta, abbiamo potuto vedere e assorbire quasi tutto, durante la prima settimana.

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GASP

In questo stesso arco temporale, abbiamo preso parte, ogni giorno, sia come osservatorio critico che come partecipanti, a un laboratorio tenuto da Joris Lacoste e Jeanne Revel del Collettivo W dal titolo G.A.S.P. Gruppo Autorganizzato di Speculazione Performativa. L’obiettivo generale del Collettivo W, ci hanno spiegato le due guide, è analizzare “quale rapporto si instaura tra qualcuno che fa qualcosa e qualcun altro che lo guarda”. L’obiettivo specifico del laboratorio, invece, era quello di portare i partecipanti a discutere, criticare, destrutturare e ricostruire le performance di Short, servendosi di un corollario di giochi e dispositivi inusuali e divertenti, leggeri e intelligenti.
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Il gioco dal titolo Générique, ad esempio, ha trasformato metà dei partecipanti in una compagnia teatrale, l’altra metà in pubblico: i primi – senza poter preventivamente concordare una struttura, o auto-assegnarsi dei ruoli (regista, drammaturgo, attore…) – dovevano difendere uno spettacolo immaginario dalle domande dei secondi e, attraverso esse, creare lo spettacolo stesso. Ne è derivata la storia di un gruppo di pinguini che, su Plutone, tra una tempesta di sabbia e 45 minuti di silenzio, riflettono sul ruolo della donna nella società contemporanea: una serie di cliché, edulcorati nel paradosso.

sedie_3Il Reenactment, invece, consisteva nella riproduzione di una delle performance viste il giorno prima (E-ink di mk). A due dei partecipanti che non avevano potuto vedere il lavoro, veniva raccontato lo spettacolo stesso, o, meglio, il ricordo di esso, con il solo uso delle parole, senza alcun sussidio mimico o gestuale e loro dovevano riprodurlo nella maniera più fedele possibile. Ne è derivata una performance (a cui ha assistito esterrefatto lo stesso Michele Di Stefano di mk) di secondo grado che ha conservato dell’originale solo i caratteri principali, riadattandoli in un contenitore completamente differente: diverse le entrate e le uscite, diverse, in alcuni casi, le relazioni tra i due danzatori, diverso, in sostanza, il racconto. Eppure, simile nelle intenzioni e nelle energie.
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Durante i primi sette giorni di laboratorio non sono mancate anche discussioni semplici su quanto visto, giochi semantici e uno dei giochi che il Collettivo W definisce “critici”. Forse per la nostra formazione, quest’ultimo ci è parso il più stimolante, portandoci a riflettere su alcuni meccanismi che muovono il teatro e la fruizione, sui pregiudizi che ognuno di noi ha nel momento in cui entra in un luogo di rappresentazione e sull’impossibilità dell’oggettività. Il gioco collettivo prevedeva la segmentazione in segni, azioni e dispositivi di uno degli spettacoli visti. Ognuno di questi segni andava poi raggruppato in un insieme ideale di significati, in dopo la definizione di una griglia interpretativa comune. Fino alla più scarna e tendenzialmente oggettiva delle semplificazioni, lo spettacolo veniva spezzato nelle sue parti costitutive e significanti.
L’obiettivo di un laboratorio come questo era, più o meno palesemente, quello di chiedere ai suoi partecipanti: cosa guardiamo? Esiste un grado di oggettività nell’analisi di una performance? Quali cliché vengono attivati durante una rappresentazione? Quali i pregiudizi del pubblico?

Short ha, dunque, rappresentato per noi un momento di visione e, allo stesso tempo, di allenamento dello sguardo critico. La visione di molti spettacoli, sommata alla partecipazione al laboratorio ci ha lasciato una sensazione di sincronia e sovrapposizione. Di questa sensazione, vorremmo trovare il modo di lasciare una traccia che può riassumersi tutta nell’assunto, apparentemente banale, che segue: non esiste una fruizione teatrale oggettiva. Lo affermiamo in tutta tranquillità, sapendo che molti, prima di noi, hanno sostenuto a ragione e con strumenti più approfonditi dei nostri il medesimo assunto, e ammettendo i debiti intellettuali che questo assunto ha rispetto a un laboratorio di analisi che, con diversi dispositivi, ha tentato provocatoriamente di dimostrare il contrario di quanto affermiamo.

Effetto domino

domino-12Ogni spettacolo può incontrare un gusto e una passione, smuovere eventi autobiografici, o non farlo. Ogni spettacolo, quindi, in una sorta di effetto domino, porta con sé una serie di salti di pensiero che sono assolutamente personali, derivano dalla propria esperienza, dalle cose viste e vissute, dalle proprie conoscenze. Esso è costituito da una drammaturgia multi-livellare: attore, testo, luci, musica, scenografia, uso dello spazio vengono organizzati in maniera tale da creare un tutt’uno significativo e coerente. Eppure, nella percezione di ognuno di noi, è spesso uno solo di questi elementi a guidare la ricomposizione del quadro generale, contribuendo a creare l’impronta che quello spettacolo lascerà, facendo da bussola e orientando nella lettura. Vedendo, ad esempio, MDLSX dei Motus si può rimanere colpiti dalla soundtrack che scandisce i capitoli della performance, oppure dai passaggi letti in scena del romanzo di Jeffrey Kent Eugenides che ha ispirato in parte lo spettacolo, oppure dalla grazia dolcissima e violenta di Silvia Calderoni: così, musica, testo o attore guideranno la ricostruzione di una lettura complessiva. Un pensiero è stato messo in moto e ha prodotto un’apertura, una curiosità altra, una domanda: di chi sono le musiche della soundtrack? Chi è Jeffrey Kent Eugenides? Come l’attrice ha lavorato sull’intrecco tra l’autobiografia e il testo dell’autore americano? Ancora una volta, un effetto domino. Dunque, in una ricostruzione interpretativa, ognuno di noi può ricorrere a delle fonti, attingendole dal proprio bagaglio di conoscenze e competenze pregresse o che andrà a ricercare, documentandosi. Vedendo The Rite of Spring as performed by She She Pop and their mothers ogni spettatore passerà in rassegna nella sua mente, prima, durante o dopo la visione, tutte le Sagre della primavera che conosce, creerà paragoni e ponti e riuscirà, così, a individuare, nello spettacolo che ha davanti, elementi di originalità o di citazione più o meno esplicita. Esiste, in conclusione, una divaricazione sostanziale tra un giudizio e una pratica e teoria critiche. Tra l’uno e le altre hanno sede, ancora una volta, gli strumenti di osservazione maturati nel tempo e quelli di cui ci dobbiamo ancora dotare.

Nicoletta Lupia e Carlotta Tringali

Contemporanea tra arte e performance al Pecci di Prato

Il primo weekend di Contemporanea Festival, appuntamento toscano a cavallo tra settembre e ottobre, ha visto incontrarsi il mondo dell’arte visiva e quello performativo che non sempre dialogano in maniera costruttiva, anzi spesso si chiudono in compartimenti stagni occupandosi dei propri settori. Ci sono esempi virtuosi in cui questi si incrociano e i risultati sono da osservare con attenzione (si pensi per esempio a Live Works o a Martelive) ma rimangono casi ancora sparuti o belle rarità nel nostro Paese.

It's time to move al Centro Pecci - ph Ilaria Costanzo

Time to move al Centro Pecci – ph Ilaria Costanzo

A Contemporanea quindi si deve riconoscere un fatto: il Forum dell’arte contemporanea italiana – svoltosi a Prato tra il 25 e il 27 settembre e promosso dal comitato composto da Ilaria Bonacossa, Anna Daneri, Cesare Pietroiusti, Pier Luigi Sacco e il neodirettore del “Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci” Fabio Cavallucci – è stato ospitato, oltre che alla Monash University e a Palazzo Banci Buonamici, proprio all’interno del Teatro Metastasio, struttura e ente che negli stessi giorni ha avviato il festival dedicato ai linguaggi della ricerca teatrale, che richiama tanti appassionati del settore e un bel pubblico attento ormai da diversi anni.

It's time to move - ph Ilaria Costanzo

Time to move – ph Ilaria Costanzo

L’operazione intelligente, che il direttore artistico Edoardo Donatini è riuscito a fare, è stata quella di mettere in dialogo obbligato questi due mondi, organizzando una maratona danzata negli spazi espositivi vuoti del nuovo Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci che pare riaprirà a settembre 2016 in occasione del prossimo Forum dell’arte, come ha promesso il sindaco Matteo Biffoni. (Il museo è infatti chiuso da diverso tempo per i lavori di ampliamento dell’edificio postmoderno, progettato negli anni  ’80 dall’architetto fiorentino Italo Gamberini a cui ora si è aggiunto un avveniristico anello firmato dallo studio Maurice Nio / NIO architecten di Rotterdam). Mossa acuta e lungimirante che, innanzitutto, ha aperto per una sera un luogo incredibile alla città; ha dato modo ai danzatori di confrontarsi con uno spazio molto diverso da quello teatrale e ha messo uno di fronte all’altro due settori che hanno fortemente bisogno di guardarsi per aprirsi ulteriormente e comprendere come necessitino l’uno dell’altro per crescere in termini di qualità, pubblico, occasioni di visibilità; in modo da stimolare le proposte culturali e trovare nuove energie vitali che dialoghino insieme nel campo dell’arte, a tutto tondo. Lo stesso Fabio Cavallucci – nominato direttore del Pecci nel marzo 2014 –, in un’intervista rilasciata a Artribune, dichiarava che la prima colonna portante del suo lavoro doveva essere «la mescolanza tra le arti, l’idea che il Pecci non sia solo un “Centro per l’Arte Contemporanea” ma per le arti contemporanee. Credo che l’ambito più fertile per l’evoluzione dell’arte sia quello in cui le arti visive incontrano il teatro, la danza, il cinema, la musica… Siamo in un’epoca in cui tutto diventa performativo, dalla politica all’imprenditoria, per cui il nostro agire artistico non può essere relegato alla staticità». Detto, fatto.
I tantissimi partecipanti al Forum – da artisti a intellettuali, passando per operatori e giornalisti – si sono infatti imbattuti nel festival e incuriositi vi hanno partecipato numerosi, facendo registrare un bel sold out all’evento del Pecci. L’immersione in Time to move – questo il titolo della serata che ha visto uno di seguito all’altro (anche se con alcune sovrapposizioni) i lavori di Virgilio Sieni, Letizia Renzini/Marina Giovannini, Kinkaleri, Silvia Costa, Jacopo Jenna, Claudia Catarzi e MK – ha registrato una fruizione diversa dell’opera performativa da parte del pubblico.

Ciò che fa riflettere infatti è che, incontrandosi, questi due mondi hanno creato un modo diverso di fruire l’opera performativa, o forse l’hanno solo portato indietro di diversi anni – e penso agli anni ‘50 o ’60, ai primi happening in cui il pubblico si muoveva liberamente nello spazio vivendo differentemente le performance a cui assisteva. E al Pecci infatti se l’abituato pubblico di teatro sedeva in religioso silenzio davanti allo spettacolo di danza in corso, gli spettatori del Forum sembravano invece trovarsi davanti a un’opera d’arte a tutto tondo e quindi entravano e uscivano dallo spazio dedicato, vi giravano intorno, guardavano e si distraevano, proprio nello stesso modo in cui si può fruire un’opera d’arte visiva. Tirando le fila, potremmo forse dire di aver assistito a una vera e propria festa performativa, perché vivere in maniera così diversa i lavori artistici, far incontrare pubblici differenti, sguardi molteplici e curiosità altre ha creato una nuova energia, fresca, bella, curiosa e stimolante.

Nido di luce - ph Ilaria Costanzo

Nido di luce – ph Ilaria Costanzo

Se questa sensazione liquida la si poteva percepire all’esterno – e quindi tra il pubblico – le stesse pulsazioni vitali si sono potute vedere anche all’interno, ossia in alcuni spettacoli. È questo il caso di Nido di luce di Virgilio Sieni in cui quattro ragazze – dai 13 ai 16 anni, frequentatrici dell’esperienza dell’Accademia sull’Arte del Gesto – hanno mostrato un’incredibile capacità e bravura nell’assorbire la lezione di Sieni: nonostante la giovane età le eleganti farfalle (Butterfly Corner è il nome della compagnia nata nel 2013 in collaborazione con Sieni e l’Accademia) hanno inglobato e restituito il vocabolario coreografico del maestro così come riescono a farlo i corpi adulti della Compagnia Virgilio Sieni. Impeccabili, le quattro danzatrici emanavano un’aura luminosa e hanno regalato stupore a quanti non potevano credere alle emozionanti vibrazioni dei corpi che si schiudevano dal loro nido, suggerendo grande speranza (per il futuro della danza, per una poetica ormai affermata che meravigliosamente si può vedere affidata anche alle più giovani forze) e linee coreutiche di grande classe.

Jacopo Jenna - ph Ilaria Costanzo

Jacopo Jenna – ph Ilaria Costanzo

Altra performance che si sposava benissimo con l’ambiente circostante è stata quella proposta da Jacopo Jenna. Il suo Choreographing rappers è un lavoro anomalo, basato su una drammaturgia sonora composta dalle musiche di famosi rappers che si alternano in una battaglia di parole sciorinate a grande velocità per un progetto sonoro realizzato da Francesco Casciaro. Se il suono riporta subito la nostra mente alla strada dei sobborghi americani e alcune delle frasi dure e crude cantate dai rappers vengono proiettate sul muro alle spalle di Jenna, l’immaginario danzato che accompagna questa musica non trova il suo corrispettivo relativo, anzi si blocca di fronte ai movimenti tutt’altro che fluidi di Jenna. Le singole articolazioni del suo corpo pulsano, spezzano e frammentano le linee del danceflow attraverso dei dettagli incongrui rispetto alla musica, che guardano più al movimento nervoso che non a quello muscolare. La sua è una danza con della punteggiatura, delle pause che aprono crepe tra quello che ascoltiamo e quello che ci aspetteremmo di vedere. Il coreografo crea una contrapposizione semantica molto forte che si amplifica di fronte a una platea in movimento: quando dietro di lui appare proiettata la scritta “this is my incomprehensible dance / i just want to dance like a ghost / this is my shit /don’t kill my vibes” Jenna lancia la sua sfida al pubblico, come ci trovassimo in una vera e propria battle stradale fatta di significati che si sovrappongono e rialzano la posta in gioco anche solo con una diversa fruizione della performance.

Anche Kinkaleri ha portato il proprio vocabolario coreografico al Pecci, instaurando un vero e proprio dialogo che ha divertito e affascinato gli spettatori: ormai impegnati da anni con il progetto che ha fatto creare alla compagnia un personale alfabeto gestuale, con Everyone gets lighter | ALL! Marco Mazzoni compie un vero e proprio percorso di trasmissione, condividendo il suo linguaggio (o meglio, il linguaggio della compagnia) con la platea. In un gioco, a tratti divertente e a tratti poetico, che mette insieme pratica e contemplazione, il danzatore mostra come nella lingua di Kinkaleri a ogni gesto corrisponda una lettera. Ognuno di noi può dar vita a un modo di essere e di parlare, di esprimersi creando un proprio stile unico, inconfondibile. Con questa dimostrazione pratica il movimento fisico di Kinkaleri diventa riconoscibile e riconosciuto, una sorta di lezione per profani, uno spettacolo perfetto per chi tra la platea non mastica il linguaggio danzato e chi cerca una spiegazione per giustificare la creazione e il senso del gesto. (Leggi la recensione di Gun No Fake For You / All! – di Kinkaleri visto a Prato nel 2012)

Giuda - MK

Giuda di MK – ph Ilaria Costanzo

Ha regalato momenti di allucinata poesia Giuda di MK coreografato da Michele Di Stefano con in scena Biagio Caravano. Il flusso che scorreva negli altri spettacoli tra performer e pubblico qui è interrotto per via della sua particolare fruizione: ogni spettatore, cuffie alle orecchie, è posto in una condizione di solitudine pur rimanendo fisicamente seduto nella moltitudine. Ed è proprio questa la posizione del performer in scena, un uomo solo di fronte al suo destino, pre-destinato a compiere una pre-determinata azione (che è la condizione dello stesso artista prima di uno spettacolo, di uno sportivo prima di una partita/gara, di una rockstar prima di un concerto). Sa quello che avverrà, sa che ci sono degli appuntamenti fissi, ma l’istinto creativo potrebbe cambiare le carte in tavola. A scandire questo tempo a cui non si può sfuggire un timer in scena che segna degli appuntamenti per Caravano ma anche per noi spettatori: al minuto 11’58” (ci sono degli orari scritti a penna sul suo braccio), sappiamo che c’è un appuntamento ma non con cosa. MK ci fa vivere la performance in religioso silenzio, in un vorticoso accadere che dovrebbe essere sempre lo stesso, ma che in fondo, il teatro insegna con l’arte dello stupore, non lo è mai perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

Visto al Festival Contemporanea 15, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci – Prato

Carlotta Tringali