Collezionando insieme ai Pathosformel
Si è concluso al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia il laboratorio di tre giorni curato dalla compagnia Pathosformel. Ultimo di un percorso di ricerca iniziato a maggio, il laboratorio ha esplorato le diverse possibilità del gesto anatomico, più precisamente la possibilità di “collezionare gesti” analizzandoli e studiandoli fino a creare un vero e proprio manuale tecnico, anzi una collezione.
Noi Italiani siamo famosi all’estero per il nostro “gesticolar parlando”, è frequente addirittura trovare nei libri d’italiano per stranieri vere e proprie traduzioni dei gesti che utilizziamo più di frequente: gesti codificati e con precisi significati e riferimenti ad azioni. Non sono questi i gesti che interessano ai Pathosformel. La giovane compagnia, formatasi a Venezia, ha iniziato a maggio un percorso di laboratori intorno al concetto di “collezione di gesti”, una ricerca che si conclude proprio in questi giorni e che darà i suoi frutti a marzo prossimo con il debutto a Milano della nuova produzione dal titolo provvisorio: Una collezione anatomica.
È possibile considerare i nostri gesti come oggetti? Ogni essere umano nasce e, crescendo,crea un suo personalissimo linguaggio del corpo, a volte inconsapevole e automatico, ma che dice molto del proprio modo di essere. Sfiorarsi i capelli, stropicciarsi gli occhi, sfregarsi le mani, guardarsi le unghie: sono movimenti che si collezionano nell’arco di una vita.
In tre giorni Paola Villani e Daniel Gubbay hanno guidato una decina di ragazzi alla ricerca di un manuale tecnico, esplorando i concetti di “gesto” e di “collezione”, condividendo e confrontando i passi di un percorso artistico destinato a crescere.
Un lavoro che si avvicina molto a quello di un anatomista: studio e definizione di oggetti e concetti, sezionando e scavando il fare quotidiano fino ad arrivare agli strumenti del fare performativo. Il gesto viene così definito come semplice angolazione degli arti creata dalla contrazione e il rilascio dei muscoli del corpo. I parametri della ricerca vanno dalla frammentazione scientifica del movimento per uno studio di precisione e conoscenza dell’atto in sé, alla ripetizione meccanica fino alla creazione di una partitura fisica.
Lo scopo è quello di svuotare il gesto da ogni intento espressivo o mimetico, renderlo consapevole e scomponibile in unità riproducibili. Punto fondamentale di questo lavoro è la concezione che un movimento, anche se privo di identità, mantenga comunque una certa intimità, la stessa intimità che gli permette di far parte dell’insieme. Il gesto in quanto oggetto perde il suo valore d’uso per entrare nell’anonimato della collezione; altro concetto fondamentale che ha guidato il lavoro di questi tre giorni. Una forma compositiva aperta, ma anche un sistema fragile che, basato sull’accostamento e l’enumerazione, è in continuo mutamento e costante ridefinizione di se stesso. «Affianco due oggetti: ecco la mia collezione, quella a cui ora posso finalmente attribuire un titolo. Ne accosto un terzo e d’improvviso il lavoro fatto fino ad ora è distrutto: dovrò per forza riformulare da capo quello che permette ai tre oggetti di stare all’interno di questa nuova collezione».
Come comporre una partitura partendo da questi presupposti? Sulla scena un continuo accostamento di “og-gesti” che, proprio per la loro vicinanza, portano l’occhio umano a legarli e relazionarli creando quadri, immagini, storie. Lo sguardo dello spettatore sarebbe sempre coinvolto nel processo creativo: sarà la mente a completare la collezione dandole un titolo ogni volta diverso. Un procedimento di risignificazione del visivo, che si compie grazie alle fessure lasciate aperte nella produzione. È la spersonificazione del gesto che lo rende aperto, accostabile e pronto ad accogliere sempre un nuovo significato.
Questo modus operandi è stato centro del laboratorio, un momento di scambio e confronto ricco, basato sulla condivisione di esperienze più che sull’insegnamento di saperi, una finestra aperta a sguardi sempre nuovi.
Camilla Toso
Category: Approfondimenti, News
About the Author (Author Profile)
Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d’adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l’organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.








