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	<title>IL TAMBURO DI KATTRIN &#187; Danza</title>
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	<description>Webzine di Critica Teatrale</description>
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		<title>Accade anche quando meno lo si aspetta…</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 06:44:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta Tringali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alle maratone di solito si va preparati. Ma se, come in questo caso, ha un titolo così invitante, ossia Marathon of the Unexpected, ci si lascia coinvolgere dal gioco e si va senza una preparazione, o meglio un pre-programma, per farsi sorprendere. L'ultima giornata del 7. Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia lascio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-9868" href="http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/accade-anche-quando-meno-lo-si-aspetta%e2%80%a6/attachment/shirochan2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-9868" title="Marathon of the Unexpected" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/06/shirochan2-150x150.jpg" alt="" width="135" height="135" /></a>Alle maratone di solito si va preparati. Ma se, come in questo caso, ha un titolo così invitante, ossia <em>Marathon of the Unexpected</em>, ci si lascia coinvolgere dal gioco e si va senza una preparazione, o meglio un pre-programma, per farsi sorprendere. L'ultima giornata del 7. Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia lascio spazio – e soprattutto tempo – alla giovane danza che anima la sezione “off”, tra stupore e novità.<span id="more-9809"></span></p>
<p>Recensione a <em>Marathon of the Unexpected</em> – Sezione “off” del 7. Festival di Danza Contemporanea</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_9866" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-9866" href="http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/accade-anche-quando-meno-lo-si-aspetta%e2%80%a6/attachment/_mg_2306/"><img class="size-medium wp-image-9866 " title="Il gioco del gregge di capre" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/06/MG_2306-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a><p class="wp-caption-text">Fabrizio Favale - foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sei ore di maratona per ventuno performance di breve durata: con questa esperienza dal titolo più che azzeccato, ossia <em>Marathon of the Unexpected</em>, si inaugura la piacevolissima sezione “off” del 7.Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Un'iniziativa lodevole che ha dato spazio alle nuove generazioni e che ha funzionato come un orologio svizzero: una carrellata di giovani corpi danzanti si sono avvicendati sul palco del Teatro Piccolo Arsenale senza mai cadere in tempi morti di montaggio tra un gruppo e l'altro; ma soprattutto non è mai sopraggiunta la noia per chi ha preso parte all'intera giornata dato che ogni nome aveva al massimo 15 minuti per esibirsi. Amata od odiata, ogni performance era breve ma al punto giusto: in caso di interesse si aveva una sorta di promo tale da stuzzicare e ricordare il nome appena visto per una prossima volta; nel caso opposto la breve durata non lasciava scappare lo spettatore che rimaneva immobile per non rischiare di perdersi il danzatore successivo, che sarebbe sempre potuto essere quello preferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte quindi le proposte da cui si possono trarre degli elementi comuni come l'uso della musica elettronica che è andata per la maggiore: ad effetto e curata in alcuni casi, come per esempio ne <em>Il gioco del gregge di capre, </em>un curioso solo del bravissimo <strong>Fabrizio Favale </strong>realizzato<strong> </strong>in collaborazione con <strong>Le Supplici</strong> che ne ha curato appunto il set, o monotematica e piatta in altre performance.</p>
<div id="attachment_9882" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="attachment wp-att-9882" href="http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/accade-anche-quando-meno-lo-si-aspetta%e2%80%a6/attachment/_mg_1869-2/"><img class="size-medium wp-image-9882" title="Ma-shalai" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/06/MG_18691-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ma-shalai foto di Biennale Venezia/A.Myake</p></div>
<p style="text-align: justify;">Una tendenza diffusa forse dovuta dal pensiero che la musica elettronica sia una perfetta sposa della danza contemporanea; vero in diversi casi, ma sicuramente non unica strada percorribile come ha dimostrato il magnifico trio siciliano di <strong>Petranura Danza</strong>/ <strong>Megakles Ballet</strong>: sulle sognanti note di violoncello del compositore Giovanni Sollima, Valeria Ferrante, Adalgisa Polopoli e Salvatore Romania hanno dato vita a una poetica rincorsa di intenso trasporto con <em>Ma-shalai, </em>termine dialettale che indica una goduria raggiunta dai danzatori e arrivata vibrante fino al  pubblico che ha fortemente applaudito dopo questo rapimento completo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro filone, purtroppo notato in questa vetrina di giovane danza, è quello del non impegno sociale. In molti preferiscono trarre ispirazione da episodi di vita quotidiana o indagare sentimenti o situazioni della propria esistenza. Che la danza sia vista come una via di fuga da una società in cui è sempre più difficile riconoscersi? Forse semplicemente si punta una lente su se stessi, sulla propria individualità, indagando le proprie emozioni o relazioni con l'altro. Un esempio efficace di vissuto si ritrova nel duo olandese di <strong>Gotra Ballet</strong> in <em>Koffie verkeerd</em>: Joost Vrouenraets e Maïté Guérin con le loro impeccabili coreografie senza sbavature mostrano l'impossibilità di un amore che sia eterno in una relazione iniziata con passione ma che finisce in violenza e rabbia reciproca.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_9864" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-9864" href="http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/accade-anche-quando-meno-lo-si-aspetta%e2%80%a6/attachment/shirochan/"><img class="size-medium wp-image-9864 " title="ShiroKuroChan" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/06/Shirochan-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">ShiroKuroChan - foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">Se l'atleticità e l'azione irruenta dominano la danza della coppia nordeuropea, il movimento impercettibile e caricato di grande ritualità caratterizza <em>ShiroKuroChan</em> di e con <strong>Motoya Kondo</strong> e <strong>Tiziana Longo</strong>: uno stile completamente opposto per indagare lo stesso tema, quello amoroso, attraverso la danza butoh giapponese, dove due anime nascondono il viso dietro una grande rosa, una bianca e una nera per cercare un incontro tra spiriti contrastanti in un rituale pieno di poesia e magia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a lenti di ingrandimento poste sul sé, un grande plauso spetta alla <strong>Compagnia COLAPS</strong>, l'unica a presentare un lavoro-denuncia che è <em>XX</em>: in scena la bravissima Jessica Maria Bellarosa insieme a Maurizio Mauro – accompagnati da Sara Santoro e Marco Di Stefano che immobili e seduti a un lungo tavolo non spostano i loro occhi dai computer – indaga la differenza tra maschile e femminile, ma soprattutto cerca la risposta al perché il genere “XX”, appunto, venga sfruttato, usato, violentato e distrutto; domanda che rimane aperta.</p>
<div id="attachment_9865" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-9865" href="http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/accade-anche-quando-meno-lo-si-aspetta%e2%80%a6/attachment/xx/"><img class="size-medium wp-image-9865" title="XX" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/06/XX-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">XX - foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il pretesto da cui parte COLAPS è la dichiarazione, piena di ironia, fatta dal Presidente del Consiglio Italiano rispetto agli scafisti che dall'Albania portano clandestini nel Bel Paese, dichiarazione che parla di un'eccezione che si farebbe nel caso in cui ad arrivare siano “belle ragazze”. Una scrittrice albanese, Elvira Dones, piena di indignazione ha scritto in risposta una lettera aperta per denunciare come queste “belle ragazze” subiscano violenze sessuali o si ritrovino a vivere su un marciapiede. Una lettera le cui parole risuonano nel Teatro Piccolo Arsenale mentre Jessica Maria Bellarosa dà vita a movimenti che si ripetono fino allo sfinimento e che si placano solo al contatto con Maurizio Mauro, che in pochissimi gesti placa l'impeto della compagna e ne mostra il corpo come fosse merce.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte altre le proposte interessanti dal punto di vista tecnico tra cui l'impegnativo <em>Umanocontrocanto</em> di Sabrina Massignani – Venezia Balletto con ben sei ballerini sul palco, l'immaginifico<em> &lt;Seize&gt;</em> di Ming-Wha Yeh (direttamente dal Taiwan) o lo spiritoso <em>Spot</em> di Matteo Carvone, Alessio Attanasio e Valeria Galluccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una maratona da cui si esce senza fiatone grazie anche alla acuta e perfetta organizzazione di cui si deve sottolineare la serietà e l'impegno per tutto ciò che è stato inaspettato, ma che è piacevolmente accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia</em></p>
<p style="text-align: right;">Carlotta Tringali</p>
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		<title>Dialogare nella Danza</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 16:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Silvestrelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Contact Improvisation]]></category>

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		<description><![CDATA[È nato il primo gruppo autogestito che organizza jam di contact improvisation in Friuli Venezia Giulia: iniziativa da incoraggiare per lo sviluppo della danza in questa regione. Cos’è una jam? Jam è possibilità di incontrarsi e dialogare attraverso il linguaggio non della parola ma del corpo. Accessibile a danzatori e non, di ogni età, nello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/contact11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6725" title="Gruppo Contact FVG" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/contact11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È nato il primo gruppo autogestito che organizza <em>jam</em> di <em>contact improvisation</em> in Friuli Venezia Giulia: iniziativa da incoraggiare per lo sviluppo della danza in questa regione. Cos’è una <em>jam</em>? <em>Jam</em> è possibilità di incontrarsi e dialogare attraverso il linguaggio non della parola ma del corpo. Accessibile a danzatori e non, di ogni età, nello spazio circolare della <em>jam</em> non c’è leader, ciò che occorre sono solo apertura d’animo e voglia di mettersi in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6655"></span>Appunti sul <strong>Gruppo Contact Improvisation Friuli Venezia Giulia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Occorre solo uno spazio adatto ad accogliere la danza ed il movimento, affinché un gruppo di persone possa dare vita ad una <em>jam</em>. Questo tipo di evento non nasce a scopo performativo: è invece un momento di incontro tra individui che decidono di dialogare con il linguaggio della danza, più specificatamente della <em>contact improvisation</em>. Per il desiderio di danzare insieme, per mettersi in gioco, per conoscersi ed interagire a partire dalla materia, dalla tangibilità del corpo.</p>
<div id="attachment_6731" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/contact31.jpg"><img class="size-medium wp-image-6731" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/contact31-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gruppo Contact FVG</p></div>
<p style="text-align: justify;">La <em>contact improvisation</em> si basa infatti sulla ricerca del costante contatto con l’altro. È una danza d’improvvisazione, in cui il movimento non si accorda verbalmente ma emerge da solo, naturalmente, attraverso l’ascolto degli impulsi del corpo, in un continuo scambio di ruoli tra chi offre il proprio peso e chi lo riceve. Un travaso di energie, un gioco in cui diversi elementi si mescolano tra loro: la fluidità e l’abbandono dell’acqua, la tenuta della terra, l’equilibrio e la sospensione dell’aria.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In Friuli Venezia Giulia assai rilevante è l’attività di <strong>Debora Sbaiz</strong> (danzatrice, danza-movimento terapeuta, professional counselor). Quest’ultima, dopo anni di studio negli Stati Uniti, paese natale della <em>contact improvisation</em>, ha infatti piantato il seme di questa danza in regione, operando vivacemente per la sua divulgazione attraverso seminari ed eventi – primo fra tutti e di richiamo internazionale l’<em>Adriatic Jam</em>, a Lignano: estiva e suggestiva esperienza residenziale, tra <em>contact improvisation</em> ed aria di mare. Importante è anche l'impegno nell’unico corso settimanale in regione, interamente dedicato a questa forma di danza.</p>
<p style="text-align: justify;">È dall’impulso di Debora ed alcuni dei suoi più fedeli allievi (<strong>Caterina Gottardo, Marco Pericoli, Leonardo Bianchi Quota, Valentina Rivelli, Ivan Vergendo</strong>, <strong>Enzo Uliana</strong>) che è nato il <em>Gruppo Contact Improvisation Friuli Venezia</em> <em>Giulia</em>. Il gruppo da qualche mese organizza periodicamente <em>jam</em> nel territorio. Gli incontri durano circa 3 ore: prima di dare il via alla <em>jam</em> libera, i componenti del gruppo guidano una sorta di riscaldamento che introduce alla <em>jam</em> e funge da guida a chi si approccia per la prima volta all’iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza della <em>jam</em>, per la sua capacità di aggregazione e parità di ruoli tra i partecipanti, racchiude in sé valori positivi anche a livello sociale. Questa danza infatti è possibile solo nella dimensione del Noi: l’Io ed il Tu trovano soluzioni di movimento nell’interdipendenza, creando così flusso e circolarità. Il messaggio che la <em>contact improvisation</em> porta, va ben oltre al piacere del movimento, all’utilizzare il proprio corpo per danzare con altre persone; è bensì – come afferma Steve Paxton, padre di questa forma d’espressione: <em>"una filosofia di cooperazione e comunicazione trasposta in danza"</em>. <em>Contact improvisation</em> è affidarsi all’altro e permettere che l’altro si fidi a sua volta, senza coinvolgere il pensiero ma scoprendo ed affinando l’intuito, la sensazione, la percezione.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-6698" href="http://www.iltamburodikattrin.com/approfondimenti/2010/dialogare-nella-danza/attachment/contact4/"><img src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/contact4-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gruppo Contact FVG</p></div>
<p style="text-align: justify;">Abituati a relazionarsi ponendo muri, attraversabili soltanto da un ponte fatto di aria e parole, si ha spesso paura <span style="color: #000000;">di quanto possa essere terreno, concreto, diretto e soprattutto reale, un confronto che parte dalla materia – pelle, muscoli, ossa – e di come attraverso di essa l’incontro possa raggiungere un livello di grande profondità.</span></p>
<p style="text-align: justify;">È da alimentare con entusiasmo la nascita del giovane G<em>ruppo Contact Improvisation Friuli Venezia Giulia</em> che, attraverso il circuito delle <em>jam</em>, permette alla danza di esistere in regione in una formula libera, facilmente accessibile a chiunque creda che la danza possa essere non soltanto  movimento ma sincera forma di comunicazione.</p>
<p style="text-align: right;">Laura Silvestrelli</p>
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		<title>Saper quadrare i cerchi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 20:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese Cesari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Arsenale della Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Ismael Ivo]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione dell'incontro con Susanne Franco.
Un bel racconto di O. Henry inizia così: «I moti della natura vogliono essere circolari; rettilinei quelli dell’arte. […] Quando cominciammo a muoverci lungo linee rette e far svolte ad angolo, la nostra natura cominciò a mutare». Si intitola
La quadratura del cerchio.
Partendo da questo presupposto, sembrerebbe che artista sia chi riesce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: 150%;">Presentazione dell'incontro con Susanne Franco.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">Un bel racconto di O. Henry inizia così: «I moti della natura vogliono essere circolari; rettilinei quelli dell’arte. […] Quando cominciammo a muoverci lungo linee rette e far svolte ad angolo, la nostra natura cominciò a mutare». Si intitola</p>
<p><em>La quadratura del cerchio</em>.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">Partendo da questo presupposto, sembrerebbe che artista sia chi riesce a creare un punto di contatto tra la curva del cerchio e la retta del quadrato che lo inscrive.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">La tecnica Graham domina la circolarità in maniera praticamente perfetta. È curioso il modo in cui questo metodo investe le fluidità corporee: fondandosi sull’articolazione tra addome e bacino, punti-culla della maternità, ne intercetta la potenza dinamica creando una sovrastruttura motoria dal forte riverbero geometrico. Il gesto è controllato, preciso come il risultato di un’operazione matematica: previsto in ogni sfumatura, ossigenato nella sua pienezza.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_1675" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/_mg_27776.jpg"><img class="size-medium wp-image-1675 " title="Incontro con Susanne Franco" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/_mg_27776-300x225.jpg" alt="foto di Alvise Nicoletti" width="300" height="225" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">foto di Alvise Nicoletti</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Attorno al corpo Graham ruota un’ortografia estetica impeccabile: silhouette atletica disegnata da tutine aderenti, presenza statuaria, gestione impeccabile dell’impulso del movimento. Quasi un cyborg fatto solo di materiale umano, ma con un sottotesto di forti – se non problematiche – pulsazioni psicologiche. Questo apparato formale, infatti, si integra alla ricerca di una comunicazione emotiva che si fonda su un personale recupero del concetto di 'natura'. Cestinati i costumi ingombranti e la sclerodermia della tecnica accademica, il corpo si riappropria di se stesso restando lontano dalla danza libera alla Isadora Duncan, ma inscrivendo l’emozionalità all’interno dell’apparato muscolare, in una sorta di mappa corporea vitruviana.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">«<strong>Martha Graham</strong> era una danzatrice, coreografa, intellettuale e americana»: questa prospettiva a fuochi multipli è il materiale vivo della riflessione di <strong>Susanne Franco</strong>, critica di danza e docente allo IUAV di Venezia, sabato 23 maggio per il penultimo appuntamento di <strong>Open Doors</strong>. Si indaga il ruolo complesso di Graham nella costruzione dell’identità artistica americana (quest’ultimo termine non è un aggettivo, ma un’attribuzione di appartenenza culturale e sociale), a partire dai modelli culturali adottati dalla coreografa. Viene proiettato <em>Night Journey</em>, composizione per tre personaggi principali ispirata alla tragedia di Edipo, ma filtrata dal corpo fisico e psicologico di Giocasta. Interpretata dalla stessa Graham, Giocasta è il cardine attorno a cui ruota il percorso narrativo, che si conclude rifluendo nel punto d’inizio, secondo una logica circolare che riecheggia dinamiche freudiane e junghiane.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">Erede di Ruth St. Denis e Ted Shawn, Martha Graham si stacca dalla loro compagnia a metà degli anni Venti per portare avanti una propria linea di sperimentazione coreografica che porterà alla prima scintilla della modern dance. Ed è qui, forse, l’aspetto più interessante: non la tecnica in sé ma lo spirito di indipendenza mirato e consapevole che ne fa una sorta di pioniera, una donna di frontiera tra le linee rette della città.</p>
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">
<p style="line-height: 150%; text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="line-height: 150%; text-align: justify;"><em>Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Agnese Cesari</p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 150%; text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il respiro del corpo quotidiano</title>
		<link>http://www.iltamburodikattrin.com/approfondimenti/2009/il-respiro-del-corpo-quotidiano/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 13:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese Cesari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Arsenale della Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Danza]]></category>
		<category><![CDATA[Ismael Ivo]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione della masterclass di Susanne Linke.

Susanne Linke, con una borsetta rossa a tracolla strizzata, sorride pacata come una tartarughina mentre Ismael Ivo la presenta al pubblico, più numeroso del solito, venerdì 22 maggio al Teatro Piccolo Arsenale. «Linke», spiega Ivo, «viene dalla mano di Wigman e Bausch», lanciando la palla alla  coreografa tedesca a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Presentazione della masterclass di Susanne Linke.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify; line-height: 150%;"><strong>Susanne Linke</strong>, con una borsetta rossa a tracolla strizzata, sorride pacata come una tartarughina mentre <strong>Ismael Ivo</strong> la presenta al pubblico, più numeroso del solito, venerdì 22 maggio al Teatro Piccolo Arsenale. «Linke», spiega Ivo, «viene dalla mano di Wigman e Bausch», lanciando la palla alla<strong> </strong> coreografa tedesca a cui chiede di spiegare le origini storiche della danza espressionista e del Tanztheater. Ripercorrendo a grandi linee la propria esperienza come danzatrice e coreografa, Linke affonda il dito nella Germania degli anni ’50 invalidata dalla Seconda Guerra Mondiale, rifugiata nella linea brillante e “superomistica” del balletto classico. In questo contesto di negligente conservazione culturale il <span style="color: #000000;">T</span>anztheater ha provocato un infarto sociale: il lavoro di introspezione a partire dalla semplicità disadorna del corpo quotidiano è stato un boccone amaro da inghiottire, appello vivo a una società irrigidita che non voleva vedere né sentire la carne viva sotto la pelle. Non è stato facile, per le linee di ricerca coreografica che riuniamo sotto il minimo comun denominatore di “Tanztheater”, trovare una piega accogliente all’interno della cultura tedesca, e soprattutto conquistarsi una cornice di legittimità tra gli operatori teatrali. Tra gli anni ’60 e ’70 <span style="color: #ff00ff;"><span style="color: #000000;">è</span> </span>il perno della svolta, con un crescente sostegno di pubblico e critica: in questo periodo Linke entra nella compagnia di Pina Bausch, per poi proseguire lungo una direttiva coreografica propria.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: 150%;">
<p style="text-align: justify; line-height: 150%;">
<div id="attachment_1516" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_2653.jpg"><img class="size-medium wp-image-1516 " title="masterclass di Susanne Linke" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_2653-200x300.jpg" alt="foto di Alvise Nicoletti" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">Oggi, momento in cui più che mai il danzatore/coreografo deve guardare con coscienza al passato prima di mettere i piedi nel domani, l’<strong>Arsenale della Danza </strong>ha invitato Susanne Linke a tenere una masterclass di due settimane per gli allievi di Ismael Ivo. Una masterclass “per” e “con” i ragazzi, in cui si crea un circuito di comunicazione collettiva dalle forti sospensioni personali. Linke rifiuta le grandi drammaturgie, le tematiche imponenti che crollano dall’alto come soffitti pericolanti, per concentrarsi su ciò che è piccolo, palpabile, quotidiano, piuttosto che sulla sofisticazione di partiture astratte. Avendo cura di non dare volume a sfumature patetiche, eccessive, la coreografa stimola i danzatori a cercare se stessi nello spazio e nel gesto, valorizzando le proprie possibilità espressive senza deragliare verso <span style="color: #ff00ff;"><span style="color: #000000;">derive</span></span><span style="color: #ff00ff;"> </span>virtuosistiche o puramente estetiche. Si usano pochi elementi, nudi, freudianamente “ricchi di affetti”. La scena è vuota, le quinte sono sparite, la fila di specchi sul fondale è stata girata: se ne vede solo il dorso nero. La presentazione dei ragazzi comincia con l’elaborazione di un’improvvisazione già avviata con la coreografa che ha preceduto Linke, Geyvan McMillen. La seconda parte è una coreografia della stessa Linke che si fonda sui principi complementari di yin e yang: l’intero gruppo si muove in un unico abbraccio coreografico, percorrendo il palco con lunghe scie migratorie in cui la partitura gestuale è modulata dalla respirazione collettiva. I ballerini, doverosamente attenti alle interferenze delle risonanze cromatiche, sono vestiti con i consueti abiti da prova, ma stavolta in bianco e nero. Il respiro dei danzatori graffia aritmicamente l’aria. Non una nota di musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Teatro Piccolo Arsenale, Venezia.<br />
</em>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">
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		<title>L’esotico è un luogo culturale</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2009 06:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese Cesari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Arsenale della Danza]]></category>
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		<description><![CDATA[Il video sul coreografo e artista cinese Shen Wei dura pochi minuti. Elisa Guzzo Vaccarino lo commenta per aprire la riflessione sul più ampio rapporto tra l'europeo e il non europeo/esotico, tematica malleabile che attraverso le esigenze sociali e culturali delle varie epoche è diventata una sorta di mitologia. 'Esotico' è l'alone suggestivo esercitato dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il video sul coreografo e artista cinese <strong>Shen Wei</strong> dura pochi minuti. <strong>Elisa Guzzo Vaccarino</strong> lo commenta per aprire la riflessione sul più ampio rapporto tra l'europeo e il non europeo/esotico, tematica<span style="color: #ff00ff;"> </span>malleabile che attraverso le esigenze sociali e culturali delle varie epoche è diventata una sorta di mitologia. 'Esotico' è l'alone suggestivo esercitato dai paesi lontani, specialmente tropicali e orientali, bottino succulento di un Occidente rampante e colonialista. Vaccarino cita giustamente <em>Bayadère</em>, balletto tardo-ottocentesco ambientato in un'India deformata dal gusto europeo, in cui danzatrici sacre si muovono a tempo di valzer. «Oggi», dice Vaccarino, «il fascino dell'esotico non esiste più», nel senso che ormai ogni cultura ha un suo esotico da captare e rielaborare, e l'univocità occidentale del fenomeno è andata sgretolandosi. Proprio questo è il fuoco del dibattito di sabato 16 maggio, ovvero come la danza sia uno dei primi e più diretti media per accogliere senza troppi scossoni il primo impatto di culture che si toccano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_1477" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_1369_1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1477 " title="Elisa Guzzo Vaccarino " src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_1369_1-300x200.jpg" alt="Foto di Alvise Nicoletti" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">La barriera culturale tra l'Europa e il suo 'oltre' ha bisogno di essere continuamente frizionata per poter essere sensibile agli stimoli. In questo contesto si inserisce il lavoro di Shen Wei, ex danzatore dell'Opera di Pechino, transfuga a New York dove fonda la propria compagnia, la Shen Wei Dance Arts, e solo in seguito riabilitato dalla madre Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre Vaccarino e <strong>Ismael Ivo</strong> spiegano il ruolo della danza nei crocevia culturali come uno dei primi spazi occupati dal concetto di identità multiple (vedi Akram Khan, Sidi Larbi, Saburo Teshigawara), i ballerini dell'<strong>Arsenale della Danza</strong> occupano silenziosamente il palco, invitati da Ivo. Si scaldano lentamente, vestiti, come al solito, con i loro abiti di prova. Tutto è a vista. Segue un'improvvisazione, studiata dai danzatori nelle due settimane precedenti con la coreografa turca <strong>Geyvan McMillen</strong>, al cui centro ruota il tema dell'identità: "Chi sono io?", esplorata da ciascuno dei ballerini in cinque diverse forme. Non c'è musica, solo i corpi-mappa dei ragazzi che tracciano le loro linee emotive e caratteriali. Ma la questione dell'interculturalità resta prioritaria e attuale, pulsando nelle orecchie di un pubblico chiamato a mettersi un po' in discussione: se la danza sceglie di saltare qualche siepe nella corsa verso l'integrazione culturale, anche il pubblico deve mettersi in testa l'idea di sgambettare, ogni tanto... per non rimanere indietro.</p>
<p style="text-align: right;">Agnese Cesari</p>
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		<title>… Cenerentola arriva in ritardo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 06:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese Cesari</dc:creator>
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Così come Cenerentola arriva a palazzo a ballo già iniziato, il Tamburo di Kattrin mette il naso nella programmazione della Biennale Danza un po' fuori orario. Analogia calzante, i bene informati sapranno che la danza si porta dietro il nomignolo di "Cenerentola del palcoscenico", spedita in ultima fila dai circuiti teatrali italiani come una bimba [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p>Così come Cenerentola arriva a palazzo a ballo già iniziato, il Tamburo di Kattrin mette il naso nella programmazione della Biennale Danza un po' fuori orario. Analogia calzante, i bene informati sapranno che la danza si porta dietro il nomignolo di "Cenerentola del palcoscenico", spedita in ultima fila dai circuiti teatrali italiani come una bimba miserabile. E speriamo che di questo il nostro principe azzurro non ce ne voglia.</p>
<div id="attachment_1474" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_1398_1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1474 " title="Arsenale della Danza" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_1398_1-300x225.jpg" alt="_mg_1398_1" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p>Perciò sorprende che l'<strong>Arsenale della Danza</strong>, il cantiere di lavoro messo in piedi da <strong>Ismael Ivo</strong>, direttore artistico del Settore Danza della Biennale di Venezia,<strong> </strong>all'interno del progetto <em>Grado Zero</em>, intenda creare un ponte tra giovani allievi danzatori, coreografi di provenienza internazionale e pubblico. Il progetto, partito ufficialmente nel mese di marzo, prevede una formazione intensiva in danza contemporanea per un numero ristretto di allievi, proponendosi sotto forma di work in progress e andando a perlustrare i terreni della composizione e dell'improvvisazione coreografica. Non manca un buon armamentario teorico, dispensato attraverso lezioni e dibattiti a cura di critici e storici della danza.</p>
<p>Come i cantieri con le impalcature a vista, anche questo progetto scopre al pubblico le sue nervature strutturali, tramite appuntamenti fissi: <strong>Open Doors</strong> propone brevi rendez-vous, rigorosamente gratuiti, in cui vengono presentati i risultati delle masterclass oppure vengono spiegate alcune linee di percorrenza della danza contemporanea. Tutto ciò sia per testare la rispondenza del lavoro sviluppato da coreografi e allievi <span style="color: #000000;">(«il pubblico», dice Ivo, «è il nostro termometro»)</span>, sia per consegnare con non chalance una valigetta di istruzioni per l'uso agli spettatori che, tra giugno e luglio, andranno a vedere gli spettacoli programmati per la conclusione di <em>Grado Zero</em>. In questa occasione la performance finale dell'Arsenale della Danza, <em>Waste Land</em>, sarà inserita in una più ampia programmazione che alterna compagnie italiane e internazionali, in un'interessante commistione di opere di repertorio e nuove creazioni coreografiche.</p>
<p style="text-align: right;">Agnese Cesari</p>
<p><strong><br />
</strong><span style="color: #ff00ff;"> </span></p>
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