Redazione

N° 0 * 2015: editoriale

Disegno di Stefano Collini

immagine di Stefano Collini

Cambia tutto!
Il sito del Tamburo di Kattrin non sarà più come l’avete conosciuto. In questi anni siamo cambiate noi, è cambiato internet, è cambiato il mondo del teatro, dell’arte, della cultura, e beh, è cambiato anche e soprattutto tutto ciò che è intorno a noi.
Tutto cambia, e quindi anche Kattrin sta cambiando.
Ora. Sotto i nostri occhi e i vostri.
Ci siamo occupate di fare informazione teatrale sul web dal 2009: abbiamo cercato di essere il più presenti possibili, di seguire tutto e raccontarlo su queste pagine. Un po’ ci siamo riuscite, un po’ no. Adesso ci siamo guardate intorno, dentro e fuori, abbiamo guardato voi e tutto quello che ci circonda. E abbiamo capito di voler fare qualcosa di completamente diverso.

Trimestrale. Tematico. Aperto. In progress
Ogni 3 mesi scegliamo un argomento diverso su cui lavorare per un po’. Un tema che viene da dentro il teatro, ma che si apra verso il fuori, verso altri orizzonti, visioni, pensieri, insomma che tratti il teatro stesso in tutt’altra maniera: resistono alcune recensioni, sicuramente interviste e approfondimenti, ma saranno accompagnati da una serie di prospettive, rubriche e formati altri.
Non è un trimestrale “vero”, quanto piuttosto il suo processo di costruzione: un trimestrale in progress. Il sito verrà di volta in volta aggiornato e andrà a comporre, giorno dopo giorno, un mosaico di contenuti – tutti di formati diversi, da quelli leggeri, quasi dei giochi, ad altri più corposi di riflessione – che gireranno sempre intorno allo stesso tema.
Per dare al racconto del (teatro del) presente un ritmo diverso, un altro tono, linguaggi che non gli appartengono eppure potrebbero.

Festival-perché: un tema e un modo di lavorare
Non è un caso che per il primo passo di questo nuovo percorso, il primo tema che abbiamo scelto sia: “festival”.
I festival sono stati molto importanti per noi in questi anni. Non solo perché abbiamo visto spettacoli, più o meno belli, che hanno arricchito le nostre vite e il nostro lavoro. Ma, prima di tutto, perché i festival ci hanno accolte, scommettendo insieme a noi su un tipo di lavoro intensivo, di prossimità e di profondità che oggi è raro poter svolgere: OperaEstate di Bassano, Primavera dei Teatri a Castrovillari, Drodesera, e tutti gli altri presso cui siamo state ospiti per tempi più brevi, ci hanno insegnato molto, moltissimo. Qui abbiamo incontrato le persone che il teatro lo fanno tutti i giorni, a ritmi belli e forti; che hanno il coraggio e la responsabilità di dischiudere visioni sull’arte e sul mondo che le circonda; che creano soprattutto il tempo e lo spazio per condividerle, per confrontarcisi.
Uno spazio-tempo altro, quello dei festival. Separato e immerso nel mondo. Vicinissimo alle persone, eppure anche distaccato. Intenso e rarefatto. Condivisione e concentrazione. Uno e molteplice. Un’eccezione e una regola. Che è quello che – scegliendo questo tema per la nuova vita del Tamburo – vogliamo provare a fare insieme nei prossimi mesi.

Rassegna stampa festival 2015

Il primo numero del Tamburo di Kattrin dedicato ai festival sta per chiudersi!
Questa ultima rassegna stampa del web ha per oggetto i festival che hanno animato i nostri “viaggi” nell’estate appena trascorsa, il racconto di questi itinerari sulle nostre webzine, con il fine di condividere visioni ed esperienze. Abbiamo chiesto a colleghi e amici di indicarci quegli scritti (approfondimenti, recensioni, interviste, ecc.) capaci di restituire, come tanti frammenti, una panoramica del contesto festivaliero italiano nell’estate 2015. Abbiamo, quindi, fatto insieme a loro delle scelte e riportiamo qui, di seguito, i risultati di questa nostra indagine condivisa.

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trasparenzeTrasparenze Festival
7 – 10 maggio
Drammaturgie del Trasparenze festival (parte 1) di Damiano Pignedoli Dramma
Restare a casa. “La famiglia Campione” de Gli Omini di Serena Terranova Altre Velocità
fabbricaeuropaokFabbrica Europa
7 maggio – 3 luglio
Teatr Zar. Canti per la memoria di Rossella Porcheddu Teatro e Critica
La voce di Armine, sister contro un silenzio durato cento anni di Anna Solinas Lo sguardo di Arlecchino
apuliaApulia Fringe Festival
18 – 24 maggio
Apulia Fringe Festival di Emanuela Ferrauto Dramma
Apulia Fringe Festival. A teatro con gusto di Nicola Delnero Paper Street
primavera_teatriPrimavera dei Teatri
29 maggio – 2 giugno
Il Sud di Primavera dei Teatri, tra scoperte e conferme di Elisabetta Reale Krapp’s Last Post
Primavera dei Teatri 2015 di Emanuela Ferrauto Dramma
La beatitudine di Fibre Parallele. Cartolina da Castrovillari di Rodolfo Sacchettini Altre Velocità
Una discesa nel ventre oscuro di Napoli con Scannasurice di Enzo Moscato di Valentina De Simone Paneacquaculture
Fibre Parallele alla ricerca di una effimera Beatitudine di Mario Bianchi Krapp’s Last Post
La Calabria e il suo festival meridiano di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
romafringeRoma Fringe Festival
30 maggio – 5 luglio
I diari del Roma Fringe Festival: Castel Sant’Angelo, i topi, la luna… di Iris Basilicata Paneacquaculturejjjj
Fringe to Fringe: da Roma la ricerca d’un teatro barbarico di Carlo Lei & Luca Lotano Krapp’s Last Post
Arrivederci Roma Fringe, ciao di Iris Basilicata Paneacquaculture
Roma Fringe, la finale 2015 tra urgenza, storia, dolore e bellezza di Carlo Lei & Luca Lotano Krapp’s Last Post
collineFestival delle Colline Torinesi
1 – 20 giugno
L’irresistibile fascino del male: il Macbeth di Societas Raffaello Sanzio di Giulia Muroni Paneacquaculture
Chi dice donna dice… sacrificio: Frühlingsopfer di She She Pop di Giulia Randone Paneacquaculture
“MA” di Latella: PPP tra le sue madri di Giulia Muroni Paneacquaculture
sacroI Teatri del Sacro
8 – 14 giugno
L’infantile delicatezza dell’asino di Gesù di Sara Casini Lo sguardo di Arlecchino
La voce e il corpo del santo volante di Igor Vazzaz Lo sguardo di Arlecchino
Ci vorrebbe un miracolo! di Carlo Titomanlio Lo sguardo di Arlecchino
Intrallazzi del Sacro: tre domande arlecchine agli artisti artisti di Giacomo Verde Lo sguardo di Arlecchino
La gallina è un animale intelligente di Andrea Balestri Lo sguardo di Arlecchino
Le operette immorali di Carullo-Minasi di Igor Vazzaz Lo sguardo di Arlecchino
La follia interna alle forme di Sara Casini Lo sguardo di Arlecchino
I Teatri del Sacro 2015: la parola a Fabrizio Fiaschini di Giacomo Verde Lo sguardo di Arlecchino
olindaDa vicino nessuno è normale
15 giugno – 25 luglio
Caro George: Latella e l’amore maledetto tra Bacon e Dyler di Vincenzo Sardelli Paneacquaculture
Cucita con tre metri di tramonto. Eresia della felicità del Teatro delle Albe a Milano di Alex Giuzio Altre Velocità
inequilibrioInequilibrio
24 giugno – 5 luglio
Inequilibrio: una casa per gli artisti tra leggerezza e maturità di Vincenza Di Vita Ateatro
“A Loan”: l’assolo solitario di Irene Russolillo di Andrea Balestri Lo sguardo di Arlecchino
Ogni mattina ci sentiamo di Carlo Titomanlio Lo sguardo di Arlecchino
Attraversamenti. Beckett e Giacometti guidano il nuovo viaggio di Lupinelli di Marco Menini Krapp’s Last Post
La roulette dei sentimenti nei salotti di Čechov di Anna Solinas Lo sguardo di Arlecchino
Inequilibrio 2015; il bilancio e le “Metamorfosi” nel paesaggio di Roberto Latini di Roberto Rinaldi Rumor(s)cena
La fine dell’impero orientale: la Morte Araba di Maurizio Saiu di Maddalena Peluso Il tamburo di Kattrin
biennale_2015Biennale Danza
25 – 28 giugno
Biennale College Danza 15: archivio di tracce, sguardi e gesti di Rita Borga Krapp’s Last Post
La Biennale Danza a Venezia di Roberta Ferraresi Doppiozero
Biennale Danza in una Venezia da vertigine di Silvia Poletti Delteatro
operaestateOperaestate Festival Veneto
25 giugno – 13 settembre
35 anni di vita dell’Opera Estate Festival: cultura e formazione di Roberto Rinaldi Rumor(s)cena
100 donne e 300 coristi: Sharon Fridman in viaggio nella memoria. Cartolina da Bassano di Alessandra Corsini  Altre Velocità
altofestAlto Fest
8 – 12 luglio
Alto Fest: apri! L’arte è di casa di Alessandra Coretti Paneacquaculture
Alto Fest: prime cose e ultime. Intervista a Gesualdi|Trono di Alessandra Coretti Paneacquaculture
santarcangeloSantarcangelo Festival
10 – 19 luglio
Istantanee #sant15: #MDLSX una playlist biografica / Grande Madre Azdora di Laura Gemini L’incertezza creativa
Lettera aperta sulla Piattaforma della Danza Balinese a Santarcangelo di Michele Pascarella Gagarin Magazine
Il taccuino del critico: e fu sera e fu mattina, a Santarcangelo di Michele Pascarella Gagarin Magazine
Un giorno a Santarcangelo di Sarah Curati Paper Street
Santarcangelo 2015. Festival internazionale del teatro in piazza di Francesca Serrazanetti e Corrado Rovida Stratagemmi
Gelo e paura vanno in scena i deliri del terrorista di Anna Bandettini la Repubblica
Santarcangelo: due sguardi di Maddalena Giovannelli e Massimo Marino Doppiozero
Ci vuol coraggio a diventare se stessi di Daniela Sacco Ateatro
Pisciare fuori dal vaso. Piccolo promemoria sugli scandali teatrali di Oliviero Ponte Di Pino Ateatro
“Cosa ci tiene insieme quando diciamo noi?”: nel MDLSX di Motus di Francesca Giuliani Paneacquaculture
Una giornata a Santarcangelo 45 di Nicoletta Lupia Il tamburo di Kattrin
Santarcangelo 2015. Fine della dialettica di Lorenzo Donati Altre Velocità
Civitanova

Civitanova Danza
12 luglio – 8 agosto

Frammenti di paura e di vita a Civitanova Danza di Silvia Poletti Delteatro
Civitanova Danza: la sopravvivenza della ricerca fa polemica di Stefania Zepponi Krapp’s Last Post
corteTeatro a Corte
15 luglio – 2 agosto
Teatro a corte 2015 prima parte di Maria Dolores Pesce Dramma
Teatro a Corte. Le evoluzioni aeree di Delrevés ed Elice Muhonen&Sanja Kosonen di Giulia Randone Paneacquaculture
Il successo in 10 perché: vol. 2 – Il Festival Teatro a Corte di Renzo Francabandera Paneacquaculture
kilowatt okKilowatt Festival
18 – 25 luglio
Quotidiana.com: i nostri tre capitoli per una buona morte. Intervista di Mario Bianchi Krapp’s Last Post
Kilowatt: la Repubblica dello spettatore di Maddalena Giovannelli Stratagemmi
Kilowatt Festival XIII. Il buio nella sala: alla ricerca della visione di Manuela Margagliotta Paper Street
Dispositivi di attivazione. Per una fenomenologia dello spettatore di Oliviero Ponte Di Pino Ateatro
Kilowatt Festival 2015. Col teatro in mezzo di Rossella Porcheddu Teatro e Critica
volterra2VolterraTeatro
20 – 26 luglio
Visioni di “Shakespeare. Know Well” di Valentina Pierucci Lo sguardo di Arlecchino
Shakespeare. Know well di Rossella Porcheddu Che teatro fa – Repubblica.it
“Shakespeare. Know Well”, come la tragedia si frantumò nel gioco delle parti di Gemma Salvadori Lo sguardo di Arlecchino
Teatro in carcere, a Volterra Shakespeare si mostra tra le sbarre di Tommaso Chimenti Il fatto quotidiano
tramedautoreTramedautore
21 – 26 luglio e 11 – 20 settembre
Tramedautore 2015 di Angela Villa Dramma
Tramedautore in Cina di Daniele Stefanoni Dramma
teatro_luoghifestTeatro dei Luoghi Fest
23 – 27 luglio
Teatro dei Luoghi. Il viaggio all’origine di Marianna Masselli Teatro e Critica
Katër i Radës e il Matrimonio. Koreja dal Castello al naufragio di Marianna Masselli Teatro e Critica
motherlode_droFestival Drodesera
26 luglio – 2 agosto
Il successo in 10 perchè: vol.1 – Il Festival Drodesera Fies di Renzo Francabandera Paneacquaculture
Festival Drodesera – Motherlode. Con una riflessione sullo spettacolo “Numax-Fagor-Plus” di Carmen Padullà Stratagemmi
Live Works_Performance Act Award vol. 3 di Roberta Ferraresi Il tamburo di Kattrin
Autobiografia della scena performativa. Appunti da “Motherlode”, Drodesera festival 2015 di Lorenzo Donati Altre Velocità
orizzontiOrizzonti
31 luglio – 9 agosto
Orizzonti # mediterranea 2015 di Maria Dolores Pesce Dramma
Festival Orizzonti 2015. Minoritario o elitario? di Giulio Sonno Paper Street
Se un lago si trasforma in palcoscenico: Silvia Frasson e la sua martire santa di Laura Novelli Paneacquaculture
Gli Orizzonti mediterranei di Chiusi di Matteo Brighenti Doppiozero
La cieca ricerca dello spettatore perduto. E le avanguardie? di Andrea Pocosgnich Teatro e Critica
logo-biennale-teatro-2015Biennale Teatro
30 luglio – 9 agosto
Nostra signora del Capitale. La Maria Braun di Thomas Ostermeier di Angela Bozzaotra Biennale Theatre Community Workshop
Serrano, Leone d’argento: “Il nostro western teatrale a caccia di Osama” di Francesca De Sanctis Colpo di scena
Marthaler guida la Biennale dei ribelli di Anna Bandettini la Repubblica
La caccia a Bin Laden di Agrupación Señor Serrano: western odierno da Leone d’Argento di Rita Borga Krapp’s Last Post
Marthaler se la ride e Venezia applaude di Francesca De Sanctis Colpo di scena
Il poeta come saltimbanco. Lo spauracchio dell’identità culturale secondo Jan Lauwers di Angela Bozzaotra Biennale Theatre Community Workshop
L’urlo di identità mancanti: nel NEVER FOREVER di Falk Richter di Francesca Giuliani Paneacquaculture
Dispositivi cine-teatrali. Tre sguardi dalla Biennale teatro 2015 di Laura Gemini D’Ars
Teatro e identità al centro della Biennale 2015 di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
Biennale Teatro 2015: uno sguardo su Marthaler e Ostermeier di Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
shorttheatre-4Short Theatre
3 – 13 settembre
Vocazione di Danio Manfredini o dell’attore alla prova della vita di Mariella Demichele Paneacquaculture
MDLSX: biscottino allo spettatore? Una visione altra sui Motus di Michele Ortore Krapp’s Last Post
War Now! Noi, vittime di Teatro Sotterraneo e della realtà di Michele Ortore Krapp’s Last Post
Tight Theatre. Trattatello logico sui limiti presunti o reali di Short Theatre di Giulio Sonno Paper Street
Il più solo solissimo George di tutti i tempi a Short Theatre di Valentina De Simone Paneacquaculture
Kore di Sieni: viaggio iniziatico dal pensiero alla visione di Mariella Demichele Paneacquaculture
ROBERTO CASTELLO – In girum imus nocte (et consumimur igni) di Valentina De Simone Paneacquaculture
Short Theatre o della comunità senza futuro di Andrea Porcheddu Gli Stati Generali
Short Theatre 10. “Voi siamo” di Simone Nebbia Teatro e Critica
Impressioni dalla “speculazione performativa” di Short Theatre 10 di Nicoletta Lupia e Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
startupStartUp
24-27 settembre
St-Art Up Teatro: il sacro, lo sguardo di Massimo Marino Doppiozero
Festival StArt-Up Taranto, una buona pratica che rischia di finire di Emilio Nigro Rumor(s)cena
StartUp Teatro 2015: sei tweet e un consiglio (per il futuro) di Simone Pacini Fattiditeatro
‘Start Up’, il festival tarantino che ridà senso al fare teatro. Riuscirà a sopravvivere? di Tommaso Chimenti Il fatto quotidiano
introContemporanea
25 settembre – 4 ottobre
Contemporanea tra arte e performance al Pecci di Prato di Carlotta Tringali Il tamburo di Kattrin
Contemporanea: il divenire del teatro di Matteo Brighenti e Roberta Ferraresi Doppiozero

 

MISCELLANEA
Altre Velocità Kriminal Tango di Fanny & Alexander. Cartolina da Ravenna di Alex Giuzio
Oriente Occidente a Rovereto: percezioni sensoriali e sociali di Alice Murtas e Alessandra Corsini
Una misteriosa foresta di ombre. Il Fauno e la Sagra per Marie Chouinard di Lucia Oliva
Demoni di Alessandro Miele e Alessandra Crocco. Cartolina da Foligno e Faenza di Rodolfo Sacchettini
Franco Maresco per Franco Scaldati di Rodolfo Sacchettini
Ligabue fra storia, biografia e teatro. A proposito di Bassa continua di Mario Perrotta di Serena Terranova
Ateatro Bestemmie Olimpiche per Angelica Liddell di Roberto Cuppone
Claudio Collovà: politica e bellezza per un teatro ai margini del potere di Vincenza Di Vita
Dramma Autori nel cassetto, attori sul comò di Marcello Isidori
Fattiditeatro Invisible Cities festival: arte multimediale urbana in Friuli di Simone Pacini
Il fatto quotidiano ‘Itineraria’ il festival teatrale che esalta il mistero e l’incantesimo di Calcata di Tommaso Chimenti
Krapp’s Last Post L’estate dello scontento. Rapsodia di appunti sul visto e non visto in giro per festival di Mario Bianchi
I bambini di Abbondanza/Bertoni, sequenze per il futuro di Renzo Francabandera
Collinarea 2015. A Lari tra Rito e partecipazione di Elisabetta Reale
Terreni Creativi 2015: tecniche di sopravvivenza nel deserto di Davide Sannia
Esperidi 2015: l’Eden nel cuore della Brianza di Vincenzo Sardelli
Paneacquaculture Elena Guerrini, Mario Perrotta: il mondo reale nuoce gravemente alla rappresentazione? di Matteo Brighenti
Ultimaluna, il ghigno di Paolo Hendel sull’Italietta kitsch di Vincenzo Sardelli
Mediterraneo fuoriLuogo: SabirFest crocevia di idee e linguaggi di Elena Scolari
Paper Street All In Festival. La parola alle donne di Sarah Curati
I Teatri della Cupa. Festival del Teatro e delle Arti nella Valle della Cupa_Novoli di Nicola Delnero
Rumor(s)cena Il teatro e il mito nelle sale dei musei archeologici della Calabria di Claudia Provvedini
Lo sguardo di Arlecchino Storia dell’arte e spettacolo: Sgarbi ci prova con Caravaggio di Francesca Cecconi
Teatro e Critica Divorati dalla Storia. Binasco nel Porcile di Pasolini di Sergio Lo Gatto
Thomas Ostermeier. Nemico di quale popolo? di Simone Nebbia
Gli Omini e Teatro Sotterraneo: il viaggio del teatro contemporaneo a Pistoia di Andrea Pocosgnich

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FUORI DAI CONFINI
Altre Velocità Al centro della periferia, danzare sul ring. Plastforma, Belarus e altri teatri di Minsk di Francesco Brusa
Service Station for Contemporary Dance. Danzare a Belgrado di Francesco Brusa
Ateatro TransAmériques, l’identità di un festival. Con un’intervista al direttore Martin Faucher di Mimma Gallina
Dramma VII Biennale Internazionale di Drammaturgia Femminile di Angela Villa
Krapp’s Last Post Avignon 15. Il debutto del festival di Francia tra afa e paure di Katia Tamburello
Paneacquaculture Festival d’Avignone dalla A alla Z: I parte (A/M) di Valentina Sorte
Il Festival d’Avignone dalla A alla Z: II parte (N/Z) di Valentina Sorte

Il primo speciale Progetti in festival_VITA NOVA
Il secondo speciale Progetti in festival_LIVE WORKS

TIME-MACHINE 70s – La settimana della performance

Il corpo. I sensi. Iperestesia. La musica. La parola. La ricerca dell’identità. La ricerca sul sociale.
Queste le sette sezioni che, dal primo al 6 giugno del 1977, hanno animato la Galleria comunale d’arte moderna di Bologna, durante la Settimana della performance.
In tutto, 58 performer hanno creato appositamente per il luogo ospite 49 performance che procedevano a ciclo continuo dal primo pomeriggio a mezzanotte, andando a disegnare un’esperienza inclusiva e assolutamente nuova per lo spettatore.

Il corpo veniva esposto, da un lato, e sollecitato, dall’altro, in tutte le sue forme e possibilità espressive e ricettive, in quanto centro nevralgico del concetto stesso, allargatissimo – allora, come oggi – di performance. Si ri-tratteggiavano, così, i vettori di un dialogo possibile tra presenze attive.
Il luogo, normalmente sede di rappresentazione di oggetti immobili offerti a una fruizione a senso unico, diventava esso stesso meta-performance, adeguandosi alle esigenze degli artisti, ri-declinando la funzione museale e trasformandosi in un contenitore vivo e vitale di sorprese e scandali, esposizione di corpi nudi e di pensieri in atto.

Piombare di colpo nell’ambiguità del presente, veder minacciata una sacralità che, chissà perché s’affida più all’assenza che all’intervento, può essere perfino conturbante e questo forse spiega perché, almeno da noi, è più frequente il caso di un museo che si chiude di quello di un museo che si apre.

Così, si pronuncia Franco Solmi, nella sua prefazione al volume La settimana della performance che, a pochi mesi dalla conclusione dell’iniziativa, ha restituito una testimonianza di ciò che la Settimana è stata, con un corredo iconografico ricchissimo che, seppur in bianco e nero, ha illustrato il mastodontico movimento complessivo dell’evento.
Ma chi erano i 58 performer ospitati? Ai più, molti nomi appariranno familiari, alcuni di essi erano all’inizio di una carriera che li avrebbe portati a diventare simbolo di un movimento artistico, altri erano alla fine della stessa, altri ancora, oggi, trovano posto in diversi libri e in diverse storie che con l’arte performativa condividono poco o niente.
Li possiamo immaginare che sfilano in corteo e prendono posto nello spazio, lo occupano fin nei suoi angoli più remoti e apparentemente impropri – scale e sotto-scala, stipiti di porte, ma anche sale vere e proprie.

Renato Barilli, nella sua introduzione al volume dal titolo Performance al museo, ricostruisce le dinamiche di quel tempo continuato in uno spazio totalizzante che è stata La Settimana della performance, di cui lasciamo qui una traccia lieve.

Ben D’Armagnac striscia in uno spazio ristretto e si riappropria del suolo, ne diventa parte. Marina Abramovic e Ulay, nudi, si auto-inglobano in un luogo di passaggio, obbligando lo spettatore alla prossimità, allo sfregamento, e annullando, nell’imbarazzo, il meccanismo sterile della contemplazione. Geoffrey Hendricks e Brian Buczak riproducono la relazionalità tra una coppia arcaica, violenta, ingenua. Hermann Nitsch simula squartamenti di animali e uomini, facendo del corpo la sede di un sacrificio. Vito Acconci legge pagine di un diario, mugolando e alterando la parola in un’espressività pre-linguistica. Michele Sambin si concentra sulle funzioni elementari di alcune parti del corpo che producono fonazione.

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari percuote un pianoforte senza sfiorarne i tasti ed esplicitando la sua sfiducia nei confronti della funzione prima dello strumento. Charlemagne Palestine, invece, lo suona, ma non aspirando a produrre melodie, piuttosto a far regredire il suono in ossessivo rumore. Fabrizio Plessi e Christina Kubisch, Giuliano Sturli, Joe Jones, Laurie Anderson, Giovanni Mundula creano macchine che danno voce a inedite sonorità. Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian attizzano l’olfatto in luoghi odorosi. Heinz Cibulka crea un miscuglio di odori riempiendo una sala di ortaggi e vegetali. Lamberto Pignotti declama la poesia della manducazione. Sandra Sandri si fa veggente, stesa tra candele e fumo, costringendo lo spettatore a immaginare e partecipare a un rito di vaticinio.

Sandra Sandri, Identikit/ Extra

Sandra Sandri, Identikit/
Extra

Franco Vaccari posiziona una brandina in un sotto-scala e chiede al fruitore di lasciare testimonianza dei suoi sogni. Giordano Falzoni indaga energie organiche costruendo una macchina atta a catturarle. Arrigo Lora Totiono sperimenta le potenzialità di scomposizione delle parole in una poesia mimica e gestuale. Plinio Mesciulam ingrandisce brevi brani fino a trasformarli in altro da sé. Luca Patella gioca con la letteralità delle parole.

Fernando De Filippi - Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi – Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi e Francesco Matarrese neutralizzano significanti per mostrare il potere di irrigidimento ideologico  posseduto da sintagmi. Vincenzo Agnetti finge l’afasia e semina buste contenenti messaggi per lo spettatore che quest’ultimo è portato ad aprire per pura curiosità. Luigi Ontani proietta sui corpi del pubblico immagini del desiderio, in un gioco di presenze e assenze. Norma Jean Deak e Massimo Mostacchi palesano la quarta parete: lei, dentro una scatola, recita ossessivamente un monologo sulla sua identità, mentre lui, altrettanto ossessivamente, strania la fruizione chiamando la performer a ripetizione. Bonizza e Leopoldo Mastelloni riscrivono in coreografia Cappuccetto rosso. Robert Kushner parodia una sfilata di moda. Luigi Mainolfi crea un angelo di gesso a sua immagine, lo sospende sulle teste degli spettatori per poi farlo schiantare al suolo.

Oltre agli artisti nominati, erano presenti anche: Renate Bertlmann, Gina Pane, Fried Rosenstock, Mattia Mattias, Jacques Charlier, Luigi Viola, Cioni Carpi, Linda Christanell, Stanislao Pacus, Reese Williams, Mario Capponi, Francesco Colonnelli e Massimo Ventura, C.E.A.C., Giorgio E. Colombo, Peter D’Agostino, Giuseppe Desiato, Suzanne Lacy, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Vettor Pisani, Miro Polacci.

Cosa ha avuto luogo, in conclusione, durante quei sei giorni di performance continuate? Un cortocircuito: un passaggio di corrente sotto stress, la trasformazione di un’energia, la rottura di un perimetro. È stato messo in atto un pensiero con il fine di problematizzare il concetto di rappresentazione che tende a delegare a dispositivi esterni il compimento o l’illusione di un’azione.

Tre mesi prima della Settimana avevano avuto luogo i “fatti di Bologna” (11-12 marzo): gli scontri tra la sinistra extra-parlamentare e le forze dell’ordine che portarono all’omicidio dello studente Francesco Lorusso, a una serie di atti repressivi tra cui la chiusura forzata di Radio Alice e l’invio, da parte di Francesco Cossiga, di mezzi blindati a reprimere la rivolta.
Il minimo comun denominatore tra i due eventi, di per sé imparagonabili, è stata l’assunzione sul proprio corpo del rischio e della potenzialità del cambiamento, un’assunzione anche violenta che mirava a destabilizzare sistemi e ad appropriarsi di futuri imprevisti ma possibili.

Leggi la Time-machine 70s sul Festival del proletariato giovanile (1974-1976)

Impressioni dalla “speculazione performativa” di Short Theatre 10

Il Festival

All’inizio di settembre, abbiamo partecipato a Short Theatre che, in occasione del suo decimo anniversario, ha riflettuto sul concetto di futuro. “Il futuro è chance e minaccia. Almeno fin quando la costrizione dell’occhio rivolto al passato, sottrae futuro allo sguardo”, ha scritto il direttore artistico Fabrizio Arcuri che ha scelto come titolo del festival proprio Nostalgia di futuro.
L’offerta è stata variegatissima e aperta a prospettive di internazionalità di grande spessore. Short Theatre 10, infatti, si è inserito in una serie di progetti di scambio italiani, europei e mondiali, stringendo partnership con realtà come IYMA (International Young Makers in Action); Finestate Festival (leggi un approfondimento del 2013); Transarte; Swiss Time; Festival Focus Jelinek (leggi un approfondimento del 2014); Fabulamundi. Playwrighting Europe – Crossing Generations.
Gli spettacoli sono stati molti, altrettanti gli ospiti stranieri e le iniziative collaterali. Di questa grande offerta, abbiamo potuto vedere e assorbire quasi tutto, durante la prima settimana.

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GASP

In questo stesso arco temporale, abbiamo preso parte, ogni giorno, sia come osservatorio critico che come partecipanti, a un laboratorio tenuto da Joris Lacoste e Jeanne Revel del Collettivo W dal titolo G.A.S.P. Gruppo Autorganizzato di Speculazione Performativa. L’obiettivo generale del Collettivo W, ci hanno spiegato le due guide, è analizzare “quale rapporto si instaura tra qualcuno che fa qualcosa e qualcun altro che lo guarda”. L’obiettivo specifico del laboratorio, invece, era quello di portare i partecipanti a discutere, criticare, destrutturare e ricostruire le performance di Short, servendosi di un corollario di giochi e dispositivi inusuali e divertenti, leggeri e intelligenti.
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Il gioco dal titolo Générique, ad esempio, ha trasformato metà dei partecipanti in una compagnia teatrale, l’altra metà in pubblico: i primi – senza poter preventivamente concordare una struttura, o auto-assegnarsi dei ruoli (regista, drammaturgo, attore…) – dovevano difendere uno spettacolo immaginario dalle domande dei secondi e, attraverso esse, creare lo spettacolo stesso. Ne è derivata la storia di un gruppo di pinguini che, su Plutone, tra una tempesta di sabbia e 45 minuti di silenzio, riflettono sul ruolo della donna nella società contemporanea: una serie di cliché, edulcorati nel paradosso.

sedie_3Il Reenactment, invece, consisteva nella riproduzione di una delle performance viste il giorno prima (E-ink di mk). A due dei partecipanti che non avevano potuto vedere il lavoro, veniva raccontato lo spettacolo stesso, o, meglio, il ricordo di esso, con il solo uso delle parole, senza alcun sussidio mimico o gestuale e loro dovevano riprodurlo nella maniera più fedele possibile. Ne è derivata una performance (a cui ha assistito esterrefatto lo stesso Michele Di Stefano di mk) di secondo grado che ha conservato dell’originale solo i caratteri principali, riadattandoli in un contenitore completamente differente: diverse le entrate e le uscite, diverse, in alcuni casi, le relazioni tra i due danzatori, diverso, in sostanza, il racconto. Eppure, simile nelle intenzioni e nelle energie.
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Durante i primi sette giorni di laboratorio non sono mancate anche discussioni semplici su quanto visto, giochi semantici e uno dei giochi che il Collettivo W definisce “critici”. Forse per la nostra formazione, quest’ultimo ci è parso il più stimolante, portandoci a riflettere su alcuni meccanismi che muovono il teatro e la fruizione, sui pregiudizi che ognuno di noi ha nel momento in cui entra in un luogo di rappresentazione e sull’impossibilità dell’oggettività. Il gioco collettivo prevedeva la segmentazione in segni, azioni e dispositivi di uno degli spettacoli visti. Ognuno di questi segni andava poi raggruppato in un insieme ideale di significati, in dopo la definizione di una griglia interpretativa comune. Fino alla più scarna e tendenzialmente oggettiva delle semplificazioni, lo spettacolo veniva spezzato nelle sue parti costitutive e significanti.
L’obiettivo di un laboratorio come questo era, più o meno palesemente, quello di chiedere ai suoi partecipanti: cosa guardiamo? Esiste un grado di oggettività nell’analisi di una performance? Quali cliché vengono attivati durante una rappresentazione? Quali i pregiudizi del pubblico?

Short ha, dunque, rappresentato per noi un momento di visione e, allo stesso tempo, di allenamento dello sguardo critico. La visione di molti spettacoli, sommata alla partecipazione al laboratorio ci ha lasciato una sensazione di sincronia e sovrapposizione. Di questa sensazione, vorremmo trovare il modo di lasciare una traccia che può riassumersi tutta nell’assunto, apparentemente banale, che segue: non esiste una fruizione teatrale oggettiva. Lo affermiamo in tutta tranquillità, sapendo che molti, prima di noi, hanno sostenuto a ragione e con strumenti più approfonditi dei nostri il medesimo assunto, e ammettendo i debiti intellettuali che questo assunto ha rispetto a un laboratorio di analisi che, con diversi dispositivi, ha tentato provocatoriamente di dimostrare il contrario di quanto affermiamo.

Effetto domino

domino-12Ogni spettacolo può incontrare un gusto e una passione, smuovere eventi autobiografici, o non farlo. Ogni spettacolo, quindi, in una sorta di effetto domino, porta con sé una serie di salti di pensiero che sono assolutamente personali, derivano dalla propria esperienza, dalle cose viste e vissute, dalle proprie conoscenze. Esso è costituito da una drammaturgia multi-livellare: attore, testo, luci, musica, scenografia, uso dello spazio vengono organizzati in maniera tale da creare un tutt’uno significativo e coerente. Eppure, nella percezione di ognuno di noi, è spesso uno solo di questi elementi a guidare la ricomposizione del quadro generale, contribuendo a creare l’impronta che quello spettacolo lascerà, facendo da bussola e orientando nella lettura. Vedendo, ad esempio, MDLSX dei Motus si può rimanere colpiti dalla soundtrack che scandisce i capitoli della performance, oppure dai passaggi letti in scena del romanzo di Jeffrey Kent Eugenides che ha ispirato in parte lo spettacolo, oppure dalla grazia dolcissima e violenta di Silvia Calderoni: così, musica, testo o attore guideranno la ricostruzione di una lettura complessiva. Un pensiero è stato messo in moto e ha prodotto un’apertura, una curiosità altra, una domanda: di chi sono le musiche della soundtrack? Chi è Jeffrey Kent Eugenides? Come l’attrice ha lavorato sull’intrecco tra l’autobiografia e il testo dell’autore americano? Ancora una volta, un effetto domino. Dunque, in una ricostruzione interpretativa, ognuno di noi può ricorrere a delle fonti, attingendole dal proprio bagaglio di conoscenze e competenze pregresse o che andrà a ricercare, documentandosi. Vedendo The Rite of Spring as performed by She She Pop and their mothers ogni spettatore passerà in rassegna nella sua mente, prima, durante o dopo la visione, tutte le Sagre della primavera che conosce, creerà paragoni e ponti e riuscirà, così, a individuare, nello spettacolo che ha davanti, elementi di originalità o di citazione più o meno esplicita. Esiste, in conclusione, una divaricazione sostanziale tra un giudizio e una pratica e teoria critiche. Tra l’uno e le altre hanno sede, ancora una volta, gli strumenti di osservazione maturati nel tempo e quelli di cui ci dobbiamo ancora dotare.

Nicoletta Lupia e Carlotta Tringali

Progetti in festival: LIVE WORKS

La nostra Rassegna stampa si specializza, focalizzandosi su un evento specifico, un premio, un tema legato a quello del trimestrale. Progetti in Festival è un cammino nella storia di un fatto teatrale che, esistendo, ha creato una continuità in spazi e tempi diversi anche attraverso il racconto di coloro che hanno vissuto e raccontato l’esperienza. Disegni nitidi, a volte indipendenti, questi “zoom” determinano una successione di visioni e la costruzione di nuove narrazioni.
Senza alcun intento di esaustività sui singoli lavori, apriamo a dei rilanci verso quella mappa di incontri e collaborazioni delineata dall’esperienza, di volta in volta, oggetto di approfondimento.
Progetti in Festival è interstizio, tempo di scelte singolari che divengono, ben presto, condivise; è uno sguardo altro, un viaggio possibile grazie agli scritti di teorici e critici, pubblicati sul web.

Il secondo speciale ripercorre il triennio di Live Works, un progetto ideato nel 2013 da Centrale Fies in collaborazione con Viafarini e curato da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Daniel Blanga-Gubbay, Denis Isaia.
Live Works è un premio dedicato alla performance — il cui esito, nel corso del triennio, è stato presentato in occasione del Festival Drodesera —, ma «è anche un ciclo di residenze (…), che si svolgono fra teoria, pratiche, confronto e condivisione. E poi è un progetto di ricerca ma anche di formazione, con The Free School of Performance. Alla fine, appare nel complesso anche come un carotaggio composito e condiviso nel campo della progettualità intorno al linguaggio performativo diretto insieme da due dei più importanti centri italiani per la creazione artistica.» (Roberta Ferraresi, Live Works_Performance Act Award vol. 3, Il tamburo di Kattrin, 3 settembre 2015)

Gli estratti di rassegna stampa online, selezionati e presentati di seguito, sono intesi come finestre di approfondimento sul tema, che lasciano tuttavia al lettore la possibilità di completarne l’incursione.

LIVE WORKS
Performance Act Award_Vol. 1 | 2 |3

Centrale Fies “edificio” ha un potere indiscutibile su chi lavora qui e sulle pratiche che sperimentiamo. Come se la struttura architettonica sommata alla natura selvatica dei dintorni avessero plasmato un ordine delle cose e degli avvenimenti. Questa natura ibrida è l’essenza di questo luogo, e si declina in ogni cosa.

Virginia Sommadossi: Drodesera_35 Motherlode, il reale come linfa vitale per l’arte
di Andrea Cova (SaltinAria.it, 29 luglio 2015)

2013
LIVE-WORKS_2013

I finalisti: Franco Ariaudo, Emanuele De Donno e Luca Pucci, Francesca Banchelli, Valentina Curandi e Nathaniel Katz, Giovanni Morbin, Serena Osti, Jeanne Moynot e Anne Sophie Turion, Sabina Grasso

Durante i miei due giorni di residenza, ho parlato con i curatori e gli artisti, inseguendoli, fotografandoli e chiedendo loro di raccontarmi i loro lavori. (Valeria Marchi)

[…] Pucci, Ariaudo e De Donno svelano un progetto dai confini artistici incerti in cui si assiste a una ri-edizione dello storico game-show Giochi senza frontiere, con il Comitato Organizzatore dei Giochi d’Estate della Val di Sole. Gli artisti mi spiegano che lavorare al progetto significa accettare che il lavoro “non abbia una quota estetica rilevante” e che possa prendere pieghe inaspettate e non controllabili, a metà tra improvvisazione e mediazione.

Il reportage da Centrale Fies per LiveWorks in Residency part 1 di Valeria Marchi
ATPdiary, 15 luglio 2013

[…] A Dro gli artisti (Valentina Curandi e Nathaniel Katz, ndr) hanno lavato nel fiume Sarca una raccolta di libri “infami”: si tratta di testi scritti da personalità che nel tempo si sono rivelate come ambigue, discutibili o equivoche. Cosa accade alle parole e alle teorie infami, una volta smaciullate e re-impastate? Il 30 luglio, i fogli saranno usati come mezzi per mostrare i meccanismi che sottendono i concetti di lavoro-prestazione-contratto.

Il reportage da Centrale Fies per LiveWorks in Residency part 2 di Valeria Marchi
ATPdiary, 15 luglio 2013

Giovanni Morbin/Blu Oltremare_Superficie marina. Onda morbida. Teste che scivolano a pelo d’acqua. Corpi nascosti, mani che ciondolano, gambe che nuotano. Avanti, indietro, destra, sinistra: movimento lento, voce leggera a scandirlo. Forgia, ambiente chiuso, costrizione. Umanità che scorre, clandestina, fluisce, silenziosa, scivola, anonima. Menzione speciale.

LIVE WORKS – Centrale Fies + Viafarini DOCVA
Dreamcatcher 2013

[…] Il nostro punto di partenza è stato l’edificio di Centrale Fies in se stesso. La centrale ci è apparsa come un luogo dal potenziale cinematografico che abbiamo deciso di esplorare, col rischio di rimodellarlo secondo i nostri fantasmi personali. Abbiamo immaginato molte cose sul luogo e, durante la residenza, abbiamo lavorato su questo confine, tra le nostre passate proiezioni e i nostri stati d’animo in situ.

Paura e delirio a Centrale Fies/Frightenight di Valeria Marchi
Intervista alle vincitrici Anne-Sophie Turion e Jeanne Moynot
ATPdiary, 22 settembre 2013

L’unicità della prima edizione di Live Works consisteva nell’attenzione a ricerche artistiche “dal vivo” afferenti alle arti visive, alle quali è stato proposto di concretizzarsi in un territorio che ha incrociato il desiderio dei linguaggi contemporanei di muoversi verso le pratiche live e le strategie della produzione teatrale di ricerca. L’intento era quello di agire dal basso, confrontando prassi produttive considerate tradizionalmente agli antipodi, ovvero quelle proprie alla performance art e quelle della performing arts […].

LIVE WORKS: Performance art o performing arts?
Intervista a Denis Isaia e Simone Frangi a cura di Elvira Vannini
Alfabeta2, 10 ottobre 2013

per approfondire
Mein Herz beats at Drodesera: Franco Ariaudo, Emanuele De Donno e Luca Pucci, Curandi/KatzFrancesca BanchelliSabina Grasso, Giovanni MorbinSerena Osti
(Franzmagazine, agosto 2013)
Artisti in viaggio. Sabina Grasso in Tailandia di Riccardo Conti
(Artribune, 24 settembre 2013)
Live Works_performance art award. Intervista a Barbara Boninsegna a cura di Francesca Cogoni
(Pizzadigitale.it, 5 marzo 2013)

2014
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I finalisti: Julie Bena (FR), Feiko Beckers (NL), David Benstein (USA/NL), Cian Donnelly (IE), Riccardo Giacconi (IT), Corinne Mazzoli (IT), Jacopo Miliani (IT), Curt Steckel (USA), Dennis Vanderbroeck (NL)

L’anno scorso eravamo interessati alle pratiche live contemporanee e alla loro evoluzione; ma quest’anno la pratica performativa diventa riflessione sulla performance stessa alla luce della relazione che c’è tra di essa e il reale. ‘Live’, quindi, significa, in questo caso, sia ‘dal vivo’, sia in relazione stretta col mondo reale, la vita”. (Simone Frangi)

Viafarini DOCVA + Centrale Fies. Live Works Performance Act Award Vol.2 di Marco Arrigoni
ATPdiary, 2 aprile 2014

Live Works here again. Some questions and answers from the 9 finalists of the award of performance Live Works PERFORMANCE ACT AWARD Vol. 2. The artists will be in residency from 1st to 10th of July at Centrale Fies in Dro (Trento) for producing their works.

Waiting for LIVE WORKS PERFORMANCE ACT AWARD VOL. 2 a cura di Valeria Marchi
APTdiary, 8 luglio 2014

[…] Vanderbroeck considera lo spettatore il punto di partenza e insieme il punto d’arrivo di tutte le sue performance: “credo spesso che il mio lavoro non esista fino al momento in cui non viene osservato”. SKILLBUILDING ci chiama dunque tutti a raccolta per osservare, lasciando che l’arte si riveli e lo spirito si vesta di una nuova sostanza vitale.

Drodesera 2014 – SKILLBUILDING: skill 4 – “fashion design” di Guido Musante
Franzmagazine.com, 28 luglio 2014

L’opera vincitrice del premio, Il Nonnulla di Riccardo Giacconi ruota, invece, attorno a un testo e alla sua carica mnemonica, non solo per il contenuto quanto per la modalità di trasmissione. […] Davanti agli spettatori quelle parole sono nuovamente tradotte due volte, lentamente e dal vivo: ritornano in tedesco tramite la scrittura e riecheggiano in italiano grazie alla successiva lettura. L’eco di quell’esperienza diviene quindi lingua viva, scolpita nel silenzio dei nostri pensieri.

LIVE WORKS Vol.2 – Performance Act Award di Manuela Pacella
Flash Artonline.it

We have never been here before […] solleva delle questioni basilari per chiunque pensi al teatro come uno strumento di resistenza e di lotta civile. John Jordan ripercorre sul palco l’autobiografia del LABOFII e i suoi principali esperimenti politico-performativi, ad esempio il tentativo di ostacolare il G8 scozzese del 2005 allestendo un esercito di clown che avrebbe dovuto bloccare ogni via di accesso al luogo del raduno, per domandare direttamente allo spettatore: quanto è efficace l’arte in termini politici? 

Con Il nonnulla di Giacconi, risultato vincitore durante il festival Skillbuilding del “Premio Live Works”, si entra in un’altra atmosfera. […] L’effetto che ne deriva è la rappresentazione della guerra come un’attività umana anti-eroica e di un mondo ormai vecchio, sterile, grondante di sangue.

Drodesera Festival. Cronache da Centrale Fies. Di guerra di Enrico Piergiacomi
Teatro e Critica, 6 agosto 2014

La scelta di Jordan e Frémeaux di intrecciare la performance e il workshop corrisponde alla filosofia di fondo che orienta tutto il loro agire, in cui la performance act si alimenta reciprocamente con l’attivismo politico. […] We Have Never Been Here Before ci coinvolge in un viaggio di responsabilizzazione in un momento in cui la speranza appare un concetto fortemente scivoloso, inducendoci in ultimo a porci una domanda radicale: abbiamo il coraggio di prendere la vita così tanto seriamente da essere disposti a perdere tutto, pur di proteggerla?

Drodesera 2014 – SKILLBUILDING: skill 3 – “attivismo politico” di Guido Musante
Franzmagazine.com, 25 luglio 2014

2015
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I finalisti: Robert Lisek (Poland), Simon Asencio (France), Vanja Smiljanic (Serbia), Roberto Fassone (Italy), Diego Tonus (Italy), Justin Randolph Thompson (Usa), Styrmir Örn Guðmudsson (Iceland), Jazra Khaleed + Timos Alexandropoulos + Antonis Kalagkatis (Chechnya/Greece), Stefano Faoro + Gregory Dapra (Italy/Belgium)

Il fulcro di questo progetto non è mai stato, quindi, una ricerca di trasversalità e multidisciplinarità di cui riconosciamo l’anacronismo: nessuno di noi curatori crede in una specificità della performance o in una sua appartenenza disciplinare. L’intento era piuttosto di agire dal basso, confrontando prassi produttive e di ricerca considerate tradizionalmente agli antipodi, quelle proprie alla performance art e quelle proprie alle performing arts, e utilizzare questa presa di posizione per muoversi criticamente nella storia e nell’attualità del mezzo-performance […].

Una conversazione con Simone Frangi su Live Works a cura di Sabrina Ciofi
Pizza digitale, 2 aprile 2015

I 3 giorni di Live Works a Centrale Fies […] diventano un’occasione per dare un’occhiata ai territori della performance art emergente. Certo, non per rendere una cartografia esaustiva e completa delle tendenze e tensioni che agitano quegli orizzonti, ma per individuare qualche punto di un certo interesse e per intercettare alcune riflessioni che da qui si possono innescare. Fra questi, un livello particolarmente ricorrente, sviluppato in diverse direzioni e modi, è quello della parola, del testo, del racconto.

Live Works_Performance Act Award vol. 3 di Roberta Ferraresi
Il tamburo di Kattrin, 3 settembre 2015

Nei bellissimi spazi della Centrale abbiamo assistito a due intense giornate di lavori eterogenei che testimoniano di quel respiro volutamente internazionale che contraddistingue la linea del festival […].

Drodesera 2015. Una vena madre per estrarre arte di Marco Menini
Krapp’s Last Post, 31 agosto 2015

per approfondire
Drodesera Live Works. Parte I di Renata Savo
Drodesera Live Works. Parte II di Franco Cappuccio
Drodesera Live Works. Parte III di Renata Savo
Scenecontemporanee.it, 30 luglio-3 agosto 2015
Topi, svastiche, rituali profani. Santiago Sierra presenta alla Centrale Fies un’installazione shock. È lui la guest star del Festival Drodesera, in Trentino  di Mariella Rossi
Artribune, 29 luglio 2015

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Il primo speciale Progetti in Festival_VITA NOVA

Ripensando a Justice di Mara Cassiani

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Un momento idilliaco: la visione della Venere di Botticelli accompagnata da una musica soave, rinascimentale, delicata e armoniosa. Si apre così Justice, ultimo lavoro della coreografa marchigiana Mara Cassiani, presentato a Civitanova Danza. L’ombra del corpo della performer proiettata sopra il celebre dipinto – la stessa Cassiani, in versione Venere post-digitale, decadente – è inizialmente impercettibile, perché lo splendore dell’immagine è tale che riempie gli occhi. Si fatica a smettere di ammirare l’opera di colui che ha fatto dell’imperfezione la sua forza: è noto come il corpo della figura quattrocentesca sia sproporzionato e non tenga conto dei canoni accademici; ma nonostante ciò il dipinto è stato definito un capolavoro e ha influenzato tutta la pittura successiva, spingendo ogni volta alla contemplazione, forse anche per la sua simbologia nascosta, per la sua bellezza irregolare che ha attraversato le epoche. Ma possiamo oggi parlare di contemplazione? È una caratteristica che non ci appartiene perché richiede lentezza e concentrazione; niente di più lontano dal mondo caotico e veloce in cui viviamo, dove migliaia di immagini ci investono e su cui ci soffermiamo solo pochi secondi, il tempo di uno scroll (su instagram, facebook, sui siti web più vari) o di un passaggio in metropolitana (la pubblicità che invade le nostre città). Il tempo dell’ammirazione diventa merce rara, soprattutto sembra trasformarsi in sopportazione: l’inizio di Justice ben gioca su una dilatazione temporale che sembra protrarsi in maniera indefinita; i movimenti della coreografa si ripetono di fronte a un’immagine che piano piano – grazie a un imponente lavoro di editing – va perdendo la sua raffinatezza, la sua qualità. Al quadro della Venere vengono infatti sovrapposti alcuni dettagli ingranditi dello stesso dipinto (la mano della fanciulla, il suo occhio): si perde la visione generale, ci si sofferma sul particolare che però viene privato di nitidezza, di qualità: l’immagine diventa sgranata e lascia poi posto a semplici pixel colorati, a una vera e propria decomposizione della visione.

Carlotta Tringali

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Tutorial: organizzare un festival

TUTORIAL: come si fanno le “cose” del teatro? Ce lo facciamo raccontare dalle persone che il teatro lo costruiscono o lo immaginano. In maniera veloce, come i trucchi del mestiere, come i consigli degli esperti.

Questa prima uscita, come il tema del trimestre, è dedicata ai “Festival”. Abbiamo chiesto proprio ai direttori artistici e ai curatori, quali siano le 3 cose assolutamente da fare e le 3 da evitare per creare un festival, per cercare di restituire la varietà di approccio che anima il paesaggio teatrale italiano.

 

BARBARA BONINSEGNA
Drodesera / Centrale Fies
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DA FARE DA NON FARE
Aprire gli occhi sul presente, non solo artistico, non solo politico, non solo iconografico. Adagiarsi sul consolidato
Mettersi in relazione col luogo in cui vivi mantenendo alta la proposta artistica senza mai cedere a compromessi rispetto alla facilità di comprensione, ma piuttosto lavorando col e sul pubblico locale. Spendere soldi che non hai
Mantenere l’indipendenza. Intesa come capacità di muoversi liberamente dal punto di vista filosofico, teorico, pratico e politico senza essere mai preda di qualcuno. Non copiare i festival degli altri (:D)
LUCA RICCI
Kilowatt Festival
kilowatt ok
DA FARE DA NON FARE
Costruire un rapporto corretto con gli artisti – Qualunque siano le condizioni economiche dalle quali si parte, gli accordi con gli artisti devono essere chiari, rispettosi del loro sforzo creativo e della loro condizione di lavoratori. Si può anche partire con pochissimo (a noi è capitato così, avevamo 2.500 euro per l’edizione 2003, il primo anno) e chiedere agli artisti di investire in un progetto, ma poi è fondamentale ricordarsi di quegli stessi artisti, una volta che il festival è cresciuto. Meno sono le economie a disposizione e più gli artisti devono conoscere i dettagli del budget, di modo da essere in condizione di poter scegliere se partecipare o meno. Scambiare la propria gratificazione con un bisogno diffuso – Se un festival non è costruito intorno a una precisa analisi delle caratteristiche e ai bisogni della comunità di riferimento, non diventa realmente necessario, ma soltanto autorefenziale. Quando parlo di comunità di riferimento lo dico in senso largo: la comunità di riferimento è al tempo stesso quella locale (coi politici, i cittadini), così come quella delle aree limitrofe o degli appassionati del settore, ma anche quella dei colleghi, a livello nazionale.
Costruire un progetto e non una lista di spettacoli – È fondamentale vedere tanti spettacoli dal vivo e tanto materiale video, perché la conoscenza del panorama è un pre-requisito imprescindibile, ma bisogna anche coltivare una visione in base alla quale la sequenza degli spettacoli scelti non corrisponda a un semplice elenco di titoli, ma sia orientata a un obiettivo ultimo, definisca un progetto, disegni una visione. Copiare gli altri – Se una cosa c’è già, non ha senso rifarla; quel che conta è costruire un progetto creativo intorno a una propria idea originale. Abbiamo bisogno di esplorare ciò che è ignoto piuttosto che di piccoli cabotaggi verso mete già conosciute.
Saper dire no – Come in molte cose della vita dire sì a tutti è facile, ma sono i no che fanno la differenza. Anche nei confronti degli artisti che si stimano non serve essere compiacenti: non aiuta il loro processo creativo e men che meno aiuta il rafforzamento del progetto di festival. Farlo per forza – Se non ci sono le condizioni minime, meglio desistere.
SALVATORE TRAMACERE
Il Teatro dei Luoghi Fest
KOREJA
DA FARE DA NON FARE
È importante la chiarezza del progetto artistico proposto e della coerenza del piano di comunicazione: programmare per tempo e utilizzare tutti gli strumenti utili ad un’adeguata promozione. Non disorientare il pubblico, le compagnie e gli ospiti; non trascurare l’accoglienza: precisione, puntualità e disponibilità.
Far convivere una realtà che valorizzi il territorio (non solo tramite la programmazione ma anche attraverso il coinvolgimento attivo di pubblico e realtà locali, associazioni, collaboratori, ristorazione ecc.) per far sì che si crei un senso forte di aggregazione e comunità. Non chiudersi nel provincialismo.
È importante la coesione del gruppo e della comunicazione interna: riunioni interne e di micro-area; divisione dei compiti ma prontezza di spirito e adattabilità a qualsiasi situazione attraverso un’adeguata capacità di problem solving. Evitare malumori nel gruppo e situazioni d’emergenza.
DARIO DE LUCA
Primavera dei Teatri / Progetto MORE
primavera_teatri
DA FARE DA NON FARE
Dare una specificità al proprio festival e perseguirla in maniera rigorosa, aliena da concessioni o compromessi. Un festival con una peculiarità ha carattere, personalità e lo rende riconoscibile. Poi, nel tempo, può, e deve, cambiare, evolversi, invecchiare bene insomma, ma facendo un cambio-pelle naturale e fisiologico. Non dare una personalità al proprio festival.
Accogliere tutti (spettatori, compagnie, operatori e critici) con affabilità. Nessuno deve sentirsi a disagio. È come invitare al proprio matrimonio: dove devono convivere ospiti che non si conoscono tra loro o peggio che non possono vedersi. Non abbandonare nessuno. Non far sentire solo o poco considerato l’ospite. Li hai invitati a una festa a casa tua? Ebbene quella festa devono ricordarsela. Un buon gioco di squadra è essenziale per questo punto. Essere disattento o addirittura assente con l’ospite, sia esso spettatore, artista, operatore o critico.
Gli spettacoli e i gruppi o gli artisti singoli devono realmente convincere la direzione artistica. Costruire l’edizione artistica del festival seguendo le reali convinzioni estetiche e il proprio gusto personale tenendo conto della koinè culturale nel quale si inserisce il progetto prescelto. Non trasformare la programmazione in un contenitore di proposte inserite perché: “bisogna tener conto degli artisti del territorio”, “a quelli dobbiamo un piacere”, “quell’artista va per la maggiore”, “tal dei tali ci ha chiesto di prenderli” etc. etc.  Solo così non sarai mai ricattabile e potrai difendere sempre e a spada tratta le scelte fatte. Costruire un progetto nel quale non ci si riconosce ma che tiene conto di “altre dinamiche”.
Avere una squadra tecnica in grado di risolvere tutti i problemi che possono verificarsi durante il festival. Un festival di teatro è fatto per presentare dei lavori teatrali (spesso in prima visione per cui con la fragilità e delicatezza delle piantine appena spuntate) e questi hanno la massima priorità. Una squadra tecnica accogliente, che sappia mettere a proprio agio gli artisti, sia a disposizione e all’occorrenza sappia consigliare per rendere più efficace quello spettacolo in quel determinato spazio teatrale. Che la cortesia, la disponibilità, la professionalità e il comune intento di resa massima della performance non si tramuti o venga presa per genuflessione acritica nei confronti dell’artista demiurgo dell’opera. Lasciare gli artisti soli senza alcun aiuto e/o supporto emotivo.

 

ANGELA FUMAROLA e FABIO MASI
Armunia / Inequilibrio
armunia
1. ANGELA FUMAROLA
DA FARE DA NON FARE
Dedicare tempo alle scelte artistiche, ponderando bene il bilanciamento delle serata, al fine di rendere ogni giorno un’esperienza unica. Omologarsi.
Puntare al senso di ogni spettacolo e alla sua capacità di interagire con lo spazio emotivo, rigenerandolo. Avere ansia e fretta.
Dare valore all’accoglienza, intesa come ritualità, per il pubblico, per gli artisti e per il gruppo di lavoro. Non riconoscere il contesto di riferimento nel quale si svolge il festival.
2. FABIO MASI
Creare le migliori condizioni per accompagnare la versatilità delle varie proposte artistiche in modo da avere un maggior spettro di proposte, senza l’esigenza di una tematica o filone da seguire. Essere meno vetrina e più processi creativi.
Realizzare un ambiente e un “clima” accogliente e facilitatore di intrecci e confronti. Non creare l’ansia di “correre” a vedere gli spettacoli.
Fare di un festival il luogo e lo spazio dell’ampliamento degli orizzonti artistici e culturali grazie ad altre iniziative non direttamente connesse alla programmazione vera e propria.

 

FABRIZIO ARCURI
Short Theatre
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DA FARE DA NON FARE
Evolversi dai propri gusti. Dare priorità ai propri gusti.
Costruire un contenitore in grado di comunicare con la società. Costruire qualcosa a propria immagine e somiglianza.
Essere curiosi di quello che non si conosce, del nuovo. Essere spaventati dal nuovo.

 

CARLO MANGOLINI
Operaestate Festival Veneto
logo_operaestate15
DA FARE DA NON FARE
LA PAROLA CHIAVE E’ CONDIVISIONE  LA PAROLA CHIAVE E’ CHIUSURA
ARTISTI / Per costruire i contenuti artistici è indispensabile mettersi in ascolto. Intercettare tutto quello che accade attorno a noi. Costruire un percorso riconoscibile. Comunicare con gli artisti, ascoltarli, interpretarli, capire le loro potenzialità. MAI ESSERE AUTOREFERENZIALI / Evitare di ripetere se stessi.
STAFF / Per rendere efficace il risultato è fondamentale poter contare su un gruppo di persone con le quali condividere idee, pensieri ma anche fatica, sudore e tanto tempo da dedicare al progetto. MAI ESSERE PRESUNTUOSI / Non essere sicuri mai di niente.
PUBBLICO / Per intercettare il pubblico è necessario conoscerlo e farsi conoscere. Spiegare percorsi e direzioni di lavoro, trovare modalità di coinvolgimenti, creare momenti di approfondimento. MAI ESSERE ASSENTI / Prendersi cura di tutti: artisti, staff, pubblico, ma anche stampa, operatori e chiunque entra il relazione col festival .
SILVIA BOTTIROLI
Santarcangelo Festival
santarcangelo
DA FARE DA NON FARE
Viaggiare, frequentare ciò che non si conosce. Fare esperienza della scomodità, del senso di straniamento, del non capire, della stanchezza, del voler tornare a casa, e insieme dell’eccitazione, della curiosità, del puro piacere del viaggio. Porsi nella condizione di non sapere e farla durare, condividendola con il gruppo di lavoro e con gli artisti, perché questa vibrazione di incertezza e desiderio si trasmetta poi anche agli spettatori e ai passanti. Non costruire recinti, non tracciare sentieri nel bosco, non trasformare i sentieri in grandi strade asfaltate. Non addomesticare, non addomesticarsi: se si vogliono fare, e condividere con altri, incontri straordinari, bisogna avventurarsi in luoghi sconosciuti e pericolosi, non si troverà mai una balena in una vaschetta per pesci rossi.
Fidarsi. Del caso, della generosità delle persone con cui si lavora, dell’intuito degli artisti, della curiosità esigente del pubblico. Del tempo, degli incontri, del fatto che alla fine tutto è connesso e ogni dettaglio contiene l’intero. Fidarsi, soprattutto, di sé e del proprio istinto. Non accontentarsi. È necessario essere esigenti con gli artisti, perché in un confronto serrato possano far crescere la loro libertà, e con le istituzioni, i partner e gli spettatori, perché possano andare dove da soli non andrebbero, dove non sanno di potere o voler andare. E naturalmente essere esigenti con se stessi, essere scontenti, insicuri, ambiziosi, rigorosissimi.
Darsi delle priorità. Non si riesce a fare tutto, e non si può rispondere a tutte le aspettative che sono poste su di un festival. La vera responsabilità è allora quella di fare delle scelte, di darsi delle priorità e un ordine, da seguire sia nel tempo lungo degli anni in cui si imprime una traiettoria a un’istituzione artistica, sia nel tempo brevissimo delle singole giornate di lavoro. E che le priorità cambino, si sa, è una regola del gioco: rende tutto più difficile ma anche più entusiasmante. Non tentare di compiacere nessuno. Si lavora per l’arte e per niente e nessun altro che l’arte. Non per sé, non per certi artisti, non per le istituzioni o i network professionali, non per il pubblico. E alchemicamente, se si respinge la tentazione del compiacimento e della ricerca di approvazione, grandi cose possono accadere per tutti, anche per chi avrebbe voluto essere rassicurato nella sua visione del mondo e invece ne scopre altre nuove.
EDOARDO DONATINI
Contemporanea Festival
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DA FARE DA NON FARE
È fondamentale che un festival sia aggregatore di un’idea di cultura in continuo movimento, un luogo reagente che raccoglie percorsi artistici provenienti da diverse discipline, un connettore di relazioni in cui la trasversalità dei linguaggi caratterizza in maniera consistente la ricerca compositiva e le metodologie della visione. Non fermarsi all’idea dei grandi eventi che non favorisce la costruzione di una comunità capace di difendere le proprie conquiste, passo dopo passo, acquisizione dopo acquisizione.
Considerare lo spettatore come committente in rappresentanza della sua comunità di riferimento; ed è qui che la creazione ristabilisce il giusto spazio d’incontro tra l’agire della scena e il fruire dello spettatore. In questo senso acquista ancora più valore l’attitudine del festival a costruire ambienti complessi, da cui scaturiscono questioni, elementi attivi che innescano continuamente nuove criticità. Considerare lo spettatore come un soggetto “acritico”, un cliente che non è in grado di giudicare e valutare. Evitare il facile consenso che si ottiene dalla proposta di spettacoli che richiamano solo alla pratica dell’intrattenimento o del semplice accompagnamento.
Assumere la responsabilità delle scelte e delle questioni messe in atto, domande che possono creare disorientamenti, che obbligano il pubblico al confronto con prospettive non sempre immediatamente comprensibili, ma forse, facilmente percepibili. La funzione di un festival non può limitarsi alla sola ricerca del nuovo o al mero elenco degli spettacoli in programma.

Progetti in festival: Vita Nova

La nostra Rassegna stampa si specializza, focalizzandosi su un evento specifico, un premio, un tema legato a quello del trimestrale. Progetti in festival è un cammino nella storia di un fatto teatrale che, esistendo, ha creato una continuità in spazi e tempi diversi anche attraverso il racconto di coloro che hanno vissuto e raccontato l’esperienza. Disegni nitidi, a volte indipendenti, questi “zoom” determinano una successione di visioni e la costruzione di nuove narrazioni.
Senza alcun intento di esaustività sui singoli spettacoli, apriamo a dei rilanci verso quella mappa di incontri e collaborazioni delineata dall’esperienza, di volta in volta, oggetto di approfondimento.
Progetti in Festival è interstizio, tempo di scelte singolari che divengono, ben presto, condivise; è uno sguardo altro, un viaggio possibile grazie agli scritti di teorici e critici, pubblicati sul web.

Il primo speciale ripercorre il triennio di Vita Nova, un progetto ideato nel 2013 da Virgilio Sieni per la Biennale Danza di Venezia. Gli estratti di rassegna stampa online, selezionati e presentati di seguito, sono intesi come finestre di approfondimento sul tema, che lasciano tuttavia al lettore la possibilità di completarne l’incursione.

Vita Nova
un progetto di Virgilio Sieni alla Biennale Danza di Venezia (2013 – 2015)

[…] si tratta di bambini con una voglia matta di muoversi, di trasgredire lo spazio, attraverso un linguaggio che può essere definito danza o balletto, che a quell’età è vissuto ancora come un gioco estremo. Eppure, senza saperlo, lì dentro si individua una crescita, perché la danza in giovanissima età è un importante spazio di maturazione e di incontro con altri compagni. (Virgilio Sieni)

Trasfigurare il gesto quotidiano. Conversazione con Virgilio Sieni
a cura di Lorenzo Donati, Matteo Vallorani e Alessandra Cava (Altre Velocità, giugno 2013)

Gli anni 2013 – 2015 corrispondono al triennio in cui la direzione artistica del settore Danza della Biennale di Venezia è stata affidata al coreografo Virgilio Sieni. Le tre edizioni che si sono succedute, hanno visto svilupparsi altri modi di concepire il festival lagunare; hanno aperto a nuove visioni e approcci alla danza contemporanea; hanno consentito di tracciare, a distanza, una linea curatoriale che è rimasta, innanzitutto, fedele a se stessa e al suo intimo processo. Capisaldi di questo articolato percorso, le diverse pratiche hanno scandito le attività del Festival e del College. Tra queste, la sezione Vita Nova si è presentata fin dall’inizio quale esperienza volta a comporre un “inedito repertorio contemporaneo di danza per adolescenti su tutto il territorio nazionale”. Un simile obiettivo ha lasciato affiorare immediatamente le specificità del progetto, tanto per i soggetti interessati quanto per i territori coinvolti: nel triennio infatti, Vita Nova ha presentato – nei giorni di festival – nuove creazioni commissionate dalla Biennale di Venezia a coreografi riconosciuti, in collaborazione con altre realtà teatrali nazionali. Questo incontro ha consentito agli artisti di operare direttamente nei territori interessati, instaurando un dialogo diretto con scuole di danza e istituzioni del luogo volto alla selezione di giovani danzatori. Solo per l’ultima edizione di Biennale Danza – College (25 – 28 giugno 2015), si ricorda la residenza di Michele Di Stefano – mk al Teatro Annibal Caro di Civitanova Marche per la creazione di Occhio di bue, grazie a Civitanova Casa della Danza e AMAT; o il progetto di Marina Giovannini nato in collaborazione con la Fondazione I Teatri Reggio Emilia e CAB008; così come Vastagos di Sharon Fridman sostenuto dal CSC Centro per Scena Contemporanea/Casa della Danza di Bassano del Grappa. Ma ogni creazione presentata nel triennio di Vita Nova si è caratterizzata per tale vivacità di dialogo tra la manifestazione veneziana e i partner del progetto, negando la sporadicità e rinnovando invece collaborazioni per rendere continuativo il lavoro rivolto alla formazione delle giovani generazioni.

Biennale Danza 2013
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Il progetto pilota Vita Nova è stato avviato nel 2013 con i coreografi Itamar Serussi e Virgilio Sieni; questi hanno lavorato con giovanissimi danzatori di età compresa tra i dieci e i quindici anni in collaborazione con le Regioni Veneto, Toscana e Puglia.
Vita Nova_Puglia
di Virgilio Sieni
Duetto, Racconto

Vita Nova_Toscana
di Virgilio Sieni
In ascolto, Baudelaire

Vita Nova_Veneto
di Itamar Serussi
#4

È den­tro Le Tese però che sco­priamo il vero gio­iello dell’inaugurazione. Vita Nova_Puglia. Dan­zano Serena Carella e Gior­dano Signo­rile. Hanno entrambi 9 anni e mezzo. Il pezzo, com­po­sto da un duo e da un solo maschile, si inti­tola “Duetto, Rac­conto”, coreo­gra­fia di Sieni, musica dal vivo al vio­lon­cello con Peter Krause. I due bam­bini sono spet­ta­co­lari per orga­ni­cità del movi­mento, verità dell’essere in scena, capa­cità di dare luce al segno con­tem­po­ra­neo della danza. Che potenza ema­nano con i loro pic­coli corpi, che pro­ie­zione verso il futuro regala la loro danza così auten­tica den­tro il pre­sente. Un pezzo che ribalta l’idea del rap­porto tra for­ma­zione nella danza e gio­vane età […].

La danza si reinventa dall’infanzia di Francesca Pedroni (il Manifesto, 6 luglio 2013)

In “Racconto”, Giordano Signorile (nomen omen), bimbetto tutto riccioli e occhiali neri, sa governare se stesso e il cerchio con cui dialoga con consumata intensità e Serena Carella, la partner in “Duetto”, diffonde la sua presenza scenica in eleganti arabesque […].

Il college per futuri ballerini di Marinella Guatterini (ilSole24Ore, 7 luglio 2013)

[…] alla Fenice si sono viste le due sezioni di “Vita Nova”: bambine di scuole di ballo che abbandonano gli stereotipi ballettistici per misurarsi con leggerezza e ironia algidamente infantile con il movimento della danza contemporanea.

La polis in danza di Virgilio Sieni di Massimo Marino (Doppiozero, 3 luglio 2013)

Il tratto che, tuttavia, emana con maggiore potenza da questi lavori consiste in un senso di frenetico rigore, di concentrazione straordinariamente serena ed emotivamente densa: vi si percepisce, cioè, tutta la serietà e la tensione del bambino che, nonostante conosca, com’è evidente, il codice della danza accademica (nel quale probabilmente si muove già con una certa facilità), si confronta coraggiosamente con un’“altra” danza, assumendo con entusiasmo la responsabilità dell’incontro, per uscirne immancabilmente più maturo e, soprattutto, sempre più capace di accogliere stimoli e sollecitazioni […].

Biennale College – Danza: chi ha paura del futuro? di Giulia Taddeo (Krapp’s Last Post, 4 luglio 2013)

Altro…
L’infanzia di Virgilio Sieni: entusiasmo a Vie di Massimo Marino (Controscene, 27 maggio 2013)
Cerbiatti in fuga verso il futuro di Marinella Guatterini (ilSole24Ore, 21 aprile 2013)

Biennale Danza 2014
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Con il 9. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, i coreografi chiamati a lavorare con giovani interpreti tra i 10 e i 14 anni per una nuova creazione inserita nella sezione Vita Nova sono: Adriana Borriello, Stian Danielsen, Cristina Rizzo, Simona Bertozzi, Helen Cerina e Virgilio Sieni. Si sviluppano collaborazioni con 6 regioni italiane ed enti e istituzioni operanti nella danza: Veneto/CSC – Centro per la scena contemporanea di Bassano del Grappa, Toscana/Regione Toscana e Accademia sull’arte del Gesto, Marche/AMAT e Civitanova Danza, Umbria/Teatro Stabile dell’Umbria e Associazione culturale Nexus, Lazio/Fondazione Romaeuropa, Puglia/Teatro Pubblico Pugliese.
Bolerò
di Cristina Rizzo
Tacita Muta…
di Adriana Borriello
Post grammatica
di Helen Cerina
La stanza del fauno
e Indigene (prima parte)
di Virgilio Sieni
Guardare ad altezza d’erba
di Simona Bertozzi
Let’s play
di Stian Danielsen

Occupano lo spazio con levità nella grande sala delle colonne di Ca’ Giustinian. Sulle note del Bolero di Ravel si slanciano a due a due, a tre, soli a scoprire lo spazio, a giravoltare, a creare immagini con leggerezza e farle svanire, proiettati e risucchiati dalla forza magnetica di una porta. Sei bambine e un bambino. Compunti, qualcuno con un indecifrabile sorriso (compiacimento? scherzo? gioco? impegno?) […].

Biennale Danza: la città risvegliata di Massimo Marino (Doppiozero, 26 giugno 2014)

[…] L’idea che tutto il mondo possa danzare e che la danza possa leggere il mondo intero attraversa anche le altre sezioni del Festival. Così nel progetto di creazione e formazione Vita Nova, i giovanissimi danzatori, tra i 10 e i 15 anni, si sono misurati – con esiti di altissimo livello – con creazioni inedite composte appositamente per loro. Tacita muta di Adriana Borriello cerca di cogliere, in uno spazio-tempo che è ancora ludico, un rito di passaggio attraverso i suoni e i silenzi del corpo. Ma soprattutto i due interpreti della Stanza del fauno di Sieni (Serena Carella e Giordano Signorile) hanno stupito per precisione, sincronia, affiatamento dentro una partitura felice quanto impegnativa, fatta di duetti millimetrici, di passaggi delicati dalle allusioni mitologiche al confronto giocoso.

Mondo danzante e moralità coreutica di Ferdinando Marchiori (Ateatro, 23 luglio 2014)

Giovanissimi interpreti laziali sul palco, impegnati nella restituzione del lavoro portato avanti per alcuni mesi con Adriana Borriello per la sezione Vita Nova, una danza fatta di ascolto fra i corpi in scena, nella scansione di geometrie precise; coreografia indubbiamente impegnativa per allievi così giovani, ma per questo più apprezzata e apprezzabile nel tentativo di non scendere nell’indulgenza che appiattisce e omologa […].
I piedi ci conducono nuovamente all’Arsenale, per il secondo episodio di Vita Nova, dove i giovani interpreti provenienti dalla Marche e affidati alle cure di Helen Cerina ci mostrano un lavoro più leggero e ludico rispetto allo spettacolo della stessa sezione visto il giorno prima, più accattivante ma meno profondo.

Biennale Danza 14. Il corpo dentro Venezia di Stefania Zepponi (Krapp’s Last Post, 2 luglio 2014)

Ma il Mondo Novo voluto da Sieni non può che avere origine dalla VITA NOVA, copioso ciclo coreografico sul tema dei giochi popolari danzato da giovani tra i 10 e i 14 anni. Dalla fresca Post grammatica di Helen Cerina, una dimensione ludica che vuole uscire dalle stesse regole di cui necessita facendo coesistere i giochi nel turbine circolare di una corsa che crea e dissolve infinite possibilità. Al Bolerò di Cristina Rizzo sulle ritmate note evolutive di Ravel, dove giovanissimi e a tratti spaesati danzatori ripercorrono brevi schemi coreografici ridirezionandoli e reiterandoli nello spazio.
[…] In Indigene la dimensione del gioco si è ormai evoluta nella scoperta di sé e dell’altro in un percorso di fiducia e reciproco sostegno. Le quattro giovani non hanno nulla da invidiare ad alcuni artisti ospiti, crescono di anno in anno evolvendo un loro movimento personale pulito, preciso, fluido, a tratti sorprendente nella sua naturale semplicità. È un gesto profondo, sentito e digerito che si integra nella totale sincronia dell’incontro con l’altro creando nuove e delicate dinamiche di confronto. Emergono giovani creature boschive, esseri in bilico tra una recente spensieratezza e una prossima femminilità, pronte ad esplorare e fecondare la scoperta di nuovi mondi.

Biennale Danza i suoi infiniti mondi di Laura Crippa (Corriere del Veneto, 1 luglio 2014)

Biennale Danza 2015
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Per il terzo anno di Vita Nova, sono stati chiamati a lavorare con giovanissimi interpreti, i coreografi Sharon Fridman, Marina Giovannini e Michele Di Stefano. Le creazioni presentate sono state realizzate attraverso laboratori e residenze in collaborazione con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia (Emilia Romagna), l’Amat (Marche), CSC Centro per Scena Contemporanea/Casa della Danza di Bassano del Grappa (Veneto).
Vastagos
di Sharon Fridman
Verve – quartetto colore
di Marina Giovannini
Occhio di bue
di Michele Di Stefano
[…] brillano i sette deliziosi danzatori under 13 già ben impostati al contemporaneo (provengono da scuole marchigiane) e guidati da Michele Di Stefano che fanno deflagrare la loro pulita, smagliante energia in linee, giri, disarticolazioni, saette di movimento dopo una prima misteriosa parte in cui avvolti da strani velari sono solo sagome di fantasmi o stalattiti, chissà.

Biennale danza in una Venezia da vertigine di Silvia Poletti (DelTeatro.it, 29 giugno 2015)

Alla Tese dei Soppalchi è di scena Vastagos: interpreti i giovanissimi danzatori della sezione Vita Nova di Biennale College guidati da Sharon Fridman […]. Fridman raccoglie con una delicatezza di una giovane madre l’innocenza di fanciulli e il canto ancestrale di un popolo immerso nelle tragedie del secolo trascorso. Fridman é un israelita: si porta inzuppata nella sua pelle la sofferenza del suo popolo. Le onde allegoriche gestuali dei giovanissimi corpi costretti a trascinarsi raso terra cantano il travaglio di secoli assecondati da un cantico sofferente non esente da salmodie bibliche.

Biennale Danza 2015: sorprese e impressioni di Farida Monduzzi e Giacomo Botteri (NonSoloCinema, 29 giugno 2015)

Ciò che ho creato per Occhio di bue ha dei grossi margini di rischio ma anche di inventività: se da un lato è sempre garantito un certo risultato perché la combinazione caotica produce una strana bellezza, dall’altro è molto importante trovare l’equilibrio giusto e per farlo l’unica possibilità è affidarsi completamente agli altri. Questo è ciò che ho voluto portare ai ragazzi e che ho detto loro sin dall’inizio: non ci sono assoli, è una danza di gruppo; se lei non danza tu non puoi danzare e tu danzi per permettere a lei di danzare […] .

Michele Di Stefano racconta “Occhio di bue” intervista a cura di Carlotta Tringali (Abracadamat, 3 luglio 2015)

[…] alle Tese dei Soppalchi all’Arsenale, Occhio di bue di Michele Di Stefano inquadra una gioventù occultata di sette ragazzini dai dieci ai quindici anni, costretti sotto un telo ondeggiante che li ricopre completamente, nascondendo la scena e tutto quello che lì nel sottosuolo avviene. Disordinati, scomposti come bestioline in fuga, imparano pian piano ad organizzarsi e a costruirsi un riparo, una loro casa, intuibile dalla sagoma sotto la tenda. È in questo mettersi insieme la chiave della loro liberazione, del loro venir fuori, uno alla volta, esplodendo di musica e di giovialità.

Biennale College Danza di Valentina De Simone (Che Teatro fa – Repubblica.it, 3 luglio 2015)

[…] È parso subito evidente il “progetto Fridman”, ma meno il lavoro che una sezione come “Vita Nova” avrebbe forse richiesto su quei corpi acerbi e inattesi, da modulare e lasciar agire. Abbiamo visto invece delle bellissime interpreti impegnate a ripetere, in modo molto gioioso, un disegno ben preciso.

Biennale College Danza 15: archivio di tracce, sguardi e gesti di Rita Borga (Krapp’s Last Post, 8 luglio 2015)

Gio­van­nini ha por­tato quat­tro gio­vani ragaz­zine a rega­lare al pub­blico dell’Arsenale (Tese dei Sop­pal­chi) la con­di­vi­sione di un per­corso gio­coso, quanto pre­ciso e vir­tuoso. […] una danza a quat­tro sem­pre più com­plessa, con varia­zioni di cui le bimbe hanno com­preso la matrice, bal­lando tra il silen­zio e una rivi­si­ta­zione elet­triz­zante de “Il volo del cala­brone”.Sette sono i ragaz­zini di Occhio di bue di Michele Di Ste­fano: anche loro hanno capito, spe­ri­men­tato, cosa vuol dire pren­dersi il tempo per esplo­rare una pos­si­bi­lità del corpo, lavo­rare nel gesto, in un rap­porto fecondo con lo spa­zio. Si muo­vono sotto un grande telo bianco, teste che si levano, sug­ge­rendo pae­saggi lon­tani, deser­tici eppure abi­tati, in movi­mento. Una natura che piano piano si tra­sforma: il pae­sag­gio bianco lascia posto a una tenda da cam­ping, scossa all’interno, dai gio­vani pro­ta­go­ni­sti. Poi, a un tratto, escono tutti, uno dopo l’altro, final­mente fuori, e la danza che esplode insieme alla musica è magni­fica, di segno con­tem­po­ra­neo per­ché dina­mica, tat­tile, nel dise­gno brioso, ener­ge­tico delle arti­co­la­zioni. È la gio­ventù che ci parla, con tutto il suo poten­ziale per il futuro.

La costruzione della giovinezza di Francesca Pedroni (il Manifesto, 4 luglio 2015)

[…] Vàstagos disegna la bellezza intrapresa per mezzo della spiritualità e del concepimento, un inizio e una fine che lasciano con il fiato sospeso.

L’essenza di un germoglio. Recensione di “Vàstagos” di Sharon Fridman di Valentina Fiori (La danza nella città, 26 giugno 2015)

Per approfondire…
Michele di Stefano: lo spettacolo sei tu! Intervista di Stefania Zepponi (Krapp’s Last Post, 2 luglio 2015)
“Quartetto colore” alle Tese per la Biennale Danza di Alessandra Comoretto (NonSoloCinema, 30 giugno 2015)
Super Trouper Vita Nova MK: recensione di Occhio di Bue di Michele di Stefano di Camilla Guarino (La danza nella città, 29 giugno 2015)
Verve, quartetto colore. Intervista a Marina Giovannini a cura di Alessandra Corsini (La danza nella città, 28 giugno 2015)
Virgilio Sieni racconta Biennale College Danza 2015. #3 Trasmissione (La danza nella città, 18 giugno 2015)
Fessurazioni, archeologie, pieghe, trasmissioni. Conversazione con Virgilio Sieni a cura di Lucia Oliva e Alice Murtas (Altre Velocità, 2015)

 

Playlist

Una colonna sonora che si costruisce settimana per settimana. La canzone di uno spettacolo, un lampo da un dj-set, un pezzo suggerito da un amico…
Ogni festival lascia una traccia, il suo ricordo musicale. 

 

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Clapping music di Steve Reich [dalla Biennale Danza di Venezia]

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Bo mambo di Yma Sumac [dal Festival Inequilibrio – Armunia]

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Sarabande di Friedrich Händel
[da Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza]

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Sguerguenze Musicali Itineranti di CiacciaBanda StreetBand
[da Kilowatt Festival]

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Lascia ch’io pianga di Friedrich Händel [da Orizzonti Festival di Chiusi]

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Back for good di Take that [dalla Biennale Teatro di Venezia]

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Reality di Richard Sanderson [da Short Theatre 10 – Roma]

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Up Patriots to Arms di Franco Battiato [da Contemporanea Festival – Prato]

BiblioTK

Pensare ai festival ci fa venire in mente dei libri, pensieri che abbiamo letto, pagine che abbiamo solo sfiorato, viaggi di cui abbiamo sentito parlare o che ci hanno raccontato.
Un modo diverso per parlare dei festival, del loro modo di essere, di venire creati, visti e vissuti, di quello spazio-tempo d’eccezione che offrono ad artisti e spettatori. 

Altri mondi, altre storie.


1. Fiesta (Il sole sorgerà ancora), di Ernest Hemingway (1926)

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“Magari andando avanti s’impara qualcosa. A me non importava sapere cosa fosse tutta la faccenda. Forse però se scoprivate come viverci, potevate anche capire che cosa l’intera faccenda fosse […]”.
PERCHÉ: È un esordio; il Festival di Pamplona è pur sempre un festival; è un capolavoro per la costruzione dei dialoghi
APPROFONDIMENTI: La recensione sul “New York Times” (31 ottobre ’26) →


2. Città in festival. Nuove esperienze di marketing territoriale,
a cura di Marco Paiola e Roberto Grandinetti (2009)

libro “[…] è sempre più forte il richiamo esercitato da occasioni di incontro nelle quali la moltitudine, la folla, il caos sono una delle componenti dell’evento, a sottolineare il senso dell’appartenenza a un rito collettivo di fruizione da parte di una massa che si auto-seleziona condividendo un comune interesse”.

PERCHÉ: Alla fine del primo decennio 2000 si faceva il punto su cosa fosse un festival e cosa potesse diventare. Cosa è cambiato?
APPROFONDIMENTI: L’introduzione del libro sul sito di FrancoAngeli →


3. Teatro nel Rinascimento. Roma 1450-1550, di Fabrizio Cruciani (1983)

pagina“Teatro è un luogo metaforico concretizzato in un tempo e in uno spazio trasformato, non quotidiano, reso più che reale, all’interno del quale ci si pone o si viene posti; teatro non è una forma specifica di espressione ma una situazione in cui si celebra una cultura (anche nel senso antropologico del termine) nelle sue forme ideali, dove il possibile assume realtà e il pensabile diventa espressione”.

PERCHÉ: L’idea di festa come filtro per capire il teatro, in un capolavoro di Cruciani dedicato al Rinascimento che però sa parlare (e tanto) anche del nostro tempo
APPROFONDIMENTI: La bibliografia di Cruciani sul sito di “Teatro e storia”  →


4. Laboratorio ’75, a cura di Franco Quadri (1979)

lab75 “La data dell’estate ’75 diventa un crocevia […]. Mentre il laboratorio uscito dagli anni sessanta cerca la via della comunicazione più diretta, il nuovo laboratorio risale questa comunicazione a analizzarla. Nell’uno e nell’altro caso è il concetto di rappresentazione che salta”.

PERCHÉ: La Biennale di Ronconi: uno spartiacque nel Nuovo Teatro italiano e per il concetto, il modo, il senso dei festival
APPROFONDIMENTI: Lo spettacolo Utopia sul sito di Luca Ronconi →

5. Organizzare teatro a livello internazionale. Linguaggi, politiche, pratiche, tecniche, a cura di Mimma Gallina (2008)

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“(…) un festival è una particolare concentrazione nello spazio e nel tempo di spettacoli e manifestazioni connesse, legati a specifici generi, temi, tendenze, o comunque ad un progetto culturale esplicitato”.
PERCHÉ: è il vademecum dell’organizzatore teatrale che imposta azioni culturali.
APPROFONDIMENTI: L’introduzione al libro sul sito di Franco Angeli →

6. Fêtes et civilisations, di Jean Duvignaud (1973)

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“I muri parlano. Si viene investiti dall’assembramento casuale di gruppi che si riuniscono, si incontrano, vanno e vengono ( … ) Nessuno è davvero attore e nessuno è solo spettatore: lentamente, nascono parole e gesti che non si rifanno a forme più o meno stabilite”.
PERCHÉ: il Festival, come la festa, modifica le comunità che vi prendono parte, alterando relazioni, forme, modalità partecipative.
APPROFONDIMENTI: La bibliografia di Jean Duvignaud sul sito della casa editrice Actes Sud →

7. Il valore degli eventi. Valutare ex ante ed ex post gli effetti socio-economici, esperienziali e territoriali, di Sergio Cherubini, Enrico Bonetti, Gennaro Iasevoli, Riccardo Resciniti (2009)

libro “(…) l’evento culturale, per la sua stessa natura, ha come principio ispiratore quello di favorire lo sviluppo della “cultura” a vantaggio della collettività verso cui l’evento si rivolge. In tal senso, la naturale distinzione in effetti positivi (benefici) e negativi (costi) risulterebbe limitata se non si applicasse anche quella in ritorni ‘tangibili’ (…) e ‘intangibili'”.

PERCHÉ: Dallo sport al festival culturale: una ricerca scientifica sulla capacità di creazione di valore degli eventi; un approccio metodologico in grado di coinvolgere il lettore alla scoperta dei diversi livelli legati al processo e alle strategie insite nell’organizzazione di un evento.
APPROFONDIMENTI: La recensione di Lucio Argano sulla rivista Economia della cultura (condivisa da FrancoAngeli) →

8. Considera l’aragosta, di David Foster Wallace (2006)

libro “Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità, essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza”.

PERCHÉ: Fra le altre cose, Wallace ci ha insegnato il reportage: tante volte ha messo su carta esperienze immersive e intensive, cronache da progetti, festival, manifestazioni, tracciando equilibri sorprendenti fra giornalismo ed etnografia, analisi e racconto, coinvolgimento e distacco, particolare e generale (in questo libro: gli Oscar del porno, campagne elettorali itineranti, sagre dell’aragosta).
APPROFONDIMENTI: Audio-intervista sul volume a Wallace →