Redazione

Tutorial #1: organizzare un festival

TUTORIAL: come si fanno le “cose” del teatro? Ce lo facciamo raccontare dalle persone che il teatro lo costruiscono o lo immaginano. In maniera veloce, come i trucchi del mestiere, come i consigli degli esperti.

Questa prima uscita, come il tema del trimestre, è dedicata ai “Festival”. Abbiamo chiesto proprio ai direttori artistici e ai curatori, quali siano le 3 cose assolutamente da fare e le 3 da evitare per creare un festival, per cercare di restituire la varietà di approccio che anima il paesaggio teatrale italiano.

 

BARBARA BONINSEGNA
Drodesera / Centrale Fies
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DA FARE DA NON FARE
Aprire gli occhi sul presente, non solo artistico, non solo politico, non solo iconografico. Adagiarsi sul consolidato
Mettersi in relazione col luogo in cui vivi mantenendo alta la proposta artistica senza mai cedere a compromessi rispetto alla facilità di comprensione, ma piuttosto lavorando col e sul pubblico locale. Spendere soldi che non hai
Mantenere l’indipendenza. Intesa come capacità di muoversi liberamente dal punto di vista filosofico, teorico, pratico e politico senza essere mai preda di qualcuno. Non copiare i festival degli altri (:D)
LUCA RICCI
Kilowatt Festival
kilowatt ok
DA FARE DA NON FARE
Costruire un rapporto corretto con gli artisti – Qualunque siano le condizioni economiche dalle quali si parte, gli accordi con gli artisti devono essere chiari, rispettosi del loro sforzo creativo e della loro condizione di lavoratori. Si può anche partire con pochissimo (a noi è capitato così, avevamo 2.500 euro per l’edizione 2003, il primo anno) e chiedere agli artisti di investire in un progetto, ma poi è fondamentale ricordarsi di quegli stessi artisti, una volta che il festival è cresciuto. Meno sono le economie a disposizione e più gli artisti devono conoscere i dettagli del budget, di modo da essere in condizione di poter scegliere se partecipare o meno. Scambiare la propria gratificazione con un bisogno diffuso – Se un festival non è costruito intorno a una precisa analisi delle caratteristiche e ai bisogni della comunità di riferimento, non diventa realmente necessario, ma soltanto autorefenziale. Quando parlo di comunità di riferimento lo dico in senso largo: la comunità di riferimento è al tempo stesso quella locale (coi politici, i cittadini), così come quella delle aree limitrofe o degli appassionati del settore, ma anche quella dei colleghi, a livello nazionale.
Costruire un progetto e non una lista di spettacoli – È fondamentale vedere tanti spettacoli dal vivo e tanto materiale video, perché la conoscenza del panorama è un pre-requisito imprescindibile, ma bisogna anche coltivare una visione in base alla quale la sequenza degli spettacoli scelti non corrisponda a un semplice elenco di titoli, ma sia orientata a un obiettivo ultimo, definisca un progetto, disegni una visione. Copiare gli altri – Se una cosa c’è già, non ha senso rifarla; quel che conta è costruire un progetto creativo intorno a una propria idea originale. Abbiamo bisogno di esplorare ciò che è ignoto piuttosto che di piccoli cabotaggi verso mete già conosciute.
Saper dire no – Come in molte cose della vita dire sì a tutti è facile, ma sono i no che fanno la differenza. Anche nei confronti degli artisti che si stimano non serve essere compiacenti: non aiuta il loro processo creativo e men che meno aiuta il rafforzamento del progetto di festival. Farlo per forza – Se non ci sono le condizioni minime, meglio desistere.
SALVATORE TRAMACERE
Il Teatro dei Luoghi Fest
KOREJA
DA FARE DA NON FARE
È importante la chiarezza del progetto artistico proposto e della coerenza del piano di comunicazione: programmare per tempo e utilizzare tutti gli strumenti utili ad un’adeguata promozione. Non disorientare il pubblico, le compagnie e gli ospiti; non trascurare l’accoglienza: precisione, puntualità e disponibilità.
Far convivere una realtà che valorizzi il territorio (non solo tramite la programmazione ma anche attraverso il coinvolgimento attivo di pubblico e realtà locali, associazioni, collaboratori, ristorazione ecc.) per far sì che si crei un senso forte di aggregazione e comunità. Non chiudersi nel provincialismo.
È importante la coesione del gruppo e della comunicazione interna: riunioni interne e di micro-area; divisione dei compiti ma prontezza di spirito e adattabilità a qualsiasi situazione attraverso un’adeguata capacità di problem solving. Evitare malumori nel gruppo e situazioni d’emergenza.
DARIO DE LUCA
Primavera dei Teatri / Progetto MORE
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DA FARE DA NON FARE
Dare una specificità al proprio festival e perseguirla in maniera rigorosa, aliena da concessioni o compromessi. Un festival con una peculiarità ha carattere, personalità e lo rende riconoscibile. Poi, nel tempo, può, e deve, cambiare, evolversi, invecchiare bene insomma, ma facendo un cambio-pelle naturale e fisiologico. Non dare una personalità al proprio festival.
Accogliere tutti (spettatori, compagnie, operatori e critici) con affabilità. Nessuno deve sentirsi a disagio. È come invitare al proprio matrimonio: dove devono convivere ospiti che non si conoscono tra loro o peggio che non possono vedersi. Non abbandonare nessuno. Non far sentire solo o poco considerato l’ospite. Li hai invitati a una festa a casa tua? Ebbene quella festa devono ricordarsela. Un buon gioco di squadra è essenziale per questo punto. Essere disattento o addirittura assente con l’ospite, sia esso spettatore, artista, operatore o critico.
Gli spettacoli e i gruppi o gli artisti singoli devono realmente convincere la direzione artistica. Costruire l’edizione artistica del festival seguendo le reali convinzioni estetiche e il proprio gusto personale tenendo conto della koinè culturale nel quale si inserisce il progetto prescelto. Non trasformare la programmazione in un contenitore di proposte inserite perché: “bisogna tener conto degli artisti del territorio”, “a quelli dobbiamo un piacere”, “quell’artista va per la maggiore”, “tal dei tali ci ha chiesto di prenderli” etc. etc.  Solo così non sarai mai ricattabile e potrai difendere sempre e a spada tratta le scelte fatte. Costruire un progetto nel quale non ci si riconosce ma che tiene conto di “altre dinamiche”.
Avere una squadra tecnica in grado di risolvere tutti i problemi che possono verificarsi durante il festival. Un festival di teatro è fatto per presentare dei lavori teatrali (spesso in prima visione per cui con la fragilità e delicatezza delle piantine appena spuntate) e questi hanno la massima priorità. Una squadra tecnica accogliente, che sappia mettere a proprio agio gli artisti, sia a disposizione e all’occorrenza sappia consigliare per rendere più efficace quello spettacolo in quel determinato spazio teatrale. Che la cortesia, la disponibilità, la professionalità e il comune intento di resa massima della performance non si tramuti o venga presa per genuflessione acritica nei confronti dell’artista demiurgo dell’opera. Lasciare gli artisti soli senza alcun aiuto e/o supporto emotivo.

 

Progetti in festival: Vita Nova

La nostra Rassegna stampa si specializza, focalizzandosi su un evento specifico, un premio, un tema legato a quello del trimestrale. Progetti in festival è un cammino nella storia di un fatto teatrale che, esistendo, ha creato una continuità in spazi e tempi diversi anche attraverso il racconto di coloro che hanno vissuto e raccontato l’esperienza. Disegni nitidi, a volte indipendenti, questi “zoom” determinano una successione di visioni e la costruzione di nuove narrazioni.
Senza alcun intento di esaustività sui singoli spettacoli, apriamo a dei rilanci verso quella mappa di incontri e collaborazioni delineata dall’esperienza, di volta in volta, oggetto di approfondimento.
Progetti in Festival è interstizio, tempo di scelte singolari che divengono, ben presto, condivise; è uno sguardo altro, un viaggio possibile grazie agli scritti di teorici e critici, pubblicati sul web.

Il primo speciale ripercorre il triennio di Vita Nova, un progetto ideato nel 2013 da Virgilio Sieni per la Biennale Danza di Venezia. Gli estratti di rassegna stampa online, selezionati e presentati di seguito, sono intesi come finestre di approfondimento sul tema, che lasciano tuttavia al lettore la possibilità di completarne l’incursione.

Vita Nova
un progetto di Virgilio Sieni alla Biennale Danza di Venezia (2013 – 2015)

[…] si tratta di bambini con una voglia matta di muoversi, di trasgredire lo spazio, attraverso un linguaggio che può essere definito danza o balletto, che a quell’età è vissuto ancora come un gioco estremo. Eppure, senza saperlo, lì dentro si individua una crescita, perché la danza in giovanissima età è un importante spazio di maturazione e di incontro con altri compagni. (Virgilio Sieni)

Trasfigurare il gesto quotidiano. Conversazione con Virgilio Sieni
a cura di Lorenzo Donati, Matteo Vallorani e Alessandra Cava (Altre Velocità, giugno 2013)

Gli anni 2013 – 2015 corrispondono al triennio in cui la direzione artistica del settore Danza della Biennale di Venezia è stata affidata al coreografo Virgilio Sieni. Le tre edizioni che si sono succedute, hanno visto svilupparsi altri modi di concepire il festival lagunare; hanno aperto a nuove visioni e approcci alla danza contemporanea; hanno consentito di tracciare, a distanza, una linea curatoriale che è rimasta, innanzitutto, fedele a se stessa e al suo intimo processo. Capisaldi di questo articolato percorso, le diverse pratiche hanno scandito le attività del Festival e del College. Tra queste, la sezione Vita Nova si è presentata fin dall’inizio quale esperienza volta a comporre un “inedito repertorio contemporaneo di danza per adolescenti su tutto il territorio nazionale”. Un simile obiettivo ha lasciato affiorare immediatamente le specificità del progetto, tanto per i soggetti interessati quanto per i territori coinvolti: nel triennio infatti, Vita Nova ha presentato – nei giorni di festival – nuove creazioni commissionate dalla Biennale di Venezia a coreografi riconosciuti, in collaborazione con altre realtà teatrali nazionali. Questo incontro ha consentito agli artisti di operare direttamente nei territori interessati, instaurando un dialogo diretto con scuole di danza e istituzioni del luogo volto alla selezione di giovani danzatori. Solo per l’ultima edizione di Biennale Danza – College (25 – 28 giugno 2015), si ricorda la residenza di Michele Di Stefano – mk al Teatro Annibal Caro di Civitanova Marche per la creazione di Occhio di bue, grazie a Civitanova Casa della Danza e AMAT; o il progetto di Marina Giovannini nato in collaborazione con la Fondazione I Teatri Reggio Emilia e CAB008; così come Vastagos di Sharon Fridman sostenuto dal CSC Centro per Scena Contemporanea/Casa della Danza di Bassano del Grappa. Ma ogni creazione presentata nel triennio di Vita Nova si è caratterizzata per tale vivacità di dialogo tra la manifestazione veneziana e i partner del progetto, negando la sporadicità e rinnovando invece collaborazioni per rendere continuativo il lavoro rivolto alla formazione delle giovani generazioni.

Biennale Danza 2013
biennale_2013
Il progetto pilota Vita Nova è stato avviato nel 2013 con i coreografi Itamar Serussi e Virgilio Sieni; questi hanno lavorato con giovanissimi danzatori di età compresa tra i dieci e i quindici anni in collaborazione con le Regioni Veneto, Toscana e Puglia.
Vita Nova_Puglia
di Virgilio Sieni
Duetto, Racconto

Vita Nova_Toscana
di Virgilio Sieni
In ascolto, Baudelaire

Vita Nova_Veneto
di Itamar Serussi
#4

È den­tro Le Tese però che sco­priamo il vero gio­iello dell’inaugurazione. Vita Nova_Puglia. Dan­zano Serena Carella e Gior­dano Signo­rile. Hanno entrambi 9 anni e mezzo. Il pezzo, com­po­sto da un duo e da un solo maschile, si inti­tola “Duetto, Rac­conto”, coreo­gra­fia di Sieni, musica dal vivo al vio­lon­cello con Peter Krause. I due bam­bini sono spet­ta­co­lari per orga­ni­cità del movi­mento, verità dell’essere in scena, capa­cità di dare luce al segno con­tem­po­ra­neo della danza. Che potenza ema­nano con i loro pic­coli corpi, che pro­ie­zione verso il futuro regala la loro danza così auten­tica den­tro il pre­sente. Un pezzo che ribalta l’idea del rap­porto tra for­ma­zione nella danza e gio­vane età […].

La danza si reinventa dall’infanzia di Francesca Pedroni (il Manifesto, 6 luglio 2013)

In “Racconto”, Giordano Signorile (nomen omen), bimbetto tutto riccioli e occhiali neri, sa governare se stesso e il cerchio con cui dialoga con consumata intensità e Serena Carella, la partner in “Duetto”, diffonde la sua presenza scenica in eleganti arabesque […].

Il college per futuri ballerini di Marinella Guatterini (ilSole24Ore, 7 luglio 2013)

[…] alla Fenice si sono viste le due sezioni di “Vita Nova”: bambine di scuole di ballo che abbandonano gli stereotipi ballettistici per misurarsi con leggerezza e ironia algidamente infantile con il movimento della danza contemporanea.

La polis in danza di Virgilio Sieni di Massimo Marino (Doppiozero, 3 luglio 2013)

Il tratto che, tuttavia, emana con maggiore potenza da questi lavori consiste in un senso di frenetico rigore, di concentrazione straordinariamente serena ed emotivamente densa: vi si percepisce, cioè, tutta la serietà e la tensione del bambino che, nonostante conosca, com’è evidente, il codice della danza accademica (nel quale probabilmente si muove già con una certa facilità), si confronta coraggiosamente con un’“altra” danza, assumendo con entusiasmo la responsabilità dell’incontro, per uscirne immancabilmente più maturo e, soprattutto, sempre più capace di accogliere stimoli e sollecitazioni […].

Biennale College – Danza: chi ha paura del futuro? di Giulia Taddeo (Krapp’s Last Post, 4 luglio 2013)

Altro…
L’infanzia di Virgilio Sieni: entusiasmo a Vie di Massimo Marino (Controscene, 27 maggio 2013)
Cerbiatti in fuga verso il futuro di Marinella Guatterini (ilSole24Ore, 21 aprile 2013)

Biennale Danza 2014
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Con il 9. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, i coreografi chiamati a lavorare con giovani interpreti tra i 10 e i 14 anni per una nuova creazione inserita nella sezione Vita Nova sono: Adriana Borriello, Stian Danielsen, Cristina Rizzo, Simona Bertozzi, Helen Cerina e Virgilio Sieni. Si sviluppano collaborazioni con 6 regioni italiane ed enti e istituzioni operanti nella danza: Veneto/CSC – Centro per la scena contemporanea di Bassano del Grappa, Toscana/Regione Toscana e Accademia sull’arte del Gesto, Marche/AMAT e Civitanova Danza, Umbria/Teatro Stabile dell’Umbria e Associazione culturale Nexus, Lazio/Fondazione Romaeuropa, Puglia/Teatro Pubblico Pugliese.
Bolerò
di Cristina Rizzo
Tacita Muta…
di Adriana Borriello
Post grammatica
di Helen Cerina
La stanza del fauno
e Indigene (prima parte)
di Virgilio Sieni
Guardare ad altezza d’erba
di Simona Bertozzi
Let’s play
di Stian Danielsen

Occupano lo spazio con levità nella grande sala delle colonne di Ca’ Giustinian. Sulle note del Bolero di Ravel si slanciano a due a due, a tre, soli a scoprire lo spazio, a giravoltare, a creare immagini con leggerezza e farle svanire, proiettati e risucchiati dalla forza magnetica di una porta. Sei bambine e un bambino. Compunti, qualcuno con un indecifrabile sorriso (compiacimento? scherzo? gioco? impegno?) […].

Biennale Danza: la città risvegliata di Massimo Marino (Doppiozero, 26 giugno 2014)

[…] L’idea che tutto il mondo possa danzare e che la danza possa leggere il mondo intero attraversa anche le altre sezioni del Festival. Così nel progetto di creazione e formazione Vita Nova, i giovanissimi danzatori, tra i 10 e i 15 anni, si sono misurati – con esiti di altissimo livello – con creazioni inedite composte appositamente per loro. Tacita muta di Adriana Borriello cerca di cogliere, in uno spazio-tempo che è ancora ludico, un rito di passaggio attraverso i suoni e i silenzi del corpo. Ma soprattutto i due interpreti della Stanza del fauno di Sieni (Serena Carella e Giordano Signorile) hanno stupito per precisione, sincronia, affiatamento dentro una partitura felice quanto impegnativa, fatta di duetti millimetrici, di passaggi delicati dalle allusioni mitologiche al confronto giocoso.

Mondo danzante e moralità coreutica di Ferdinando Marchiori (Ateatro, 23 luglio 2014)

Giovanissimi interpreti laziali sul palco, impegnati nella restituzione del lavoro portato avanti per alcuni mesi con Adriana Borriello per la sezione Vita Nova, una danza fatta di ascolto fra i corpi in scena, nella scansione di geometrie precise; coreografia indubbiamente impegnativa per allievi così giovani, ma per questo più apprezzata e apprezzabile nel tentativo di non scendere nell’indulgenza che appiattisce e omologa […].
I piedi ci conducono nuovamente all’Arsenale, per il secondo episodio di Vita Nova, dove i giovani interpreti provenienti dalla Marche e affidati alle cure di Helen Cerina ci mostrano un lavoro più leggero e ludico rispetto allo spettacolo della stessa sezione visto il giorno prima, più accattivante ma meno profondo.

Biennale Danza 14. Il corpo dentro Venezia di Stefania Zepponi (Krapp’s Last Post, 2 luglio 2014)

Ma il Mondo Novo voluto da Sieni non può che avere origine dalla VITA NOVA, copioso ciclo coreografico sul tema dei giochi popolari danzato da giovani tra i 10 e i 14 anni. Dalla fresca Post grammatica di Helen Cerina, una dimensione ludica che vuole uscire dalle stesse regole di cui necessita facendo coesistere i giochi nel turbine circolare di una corsa che crea e dissolve infinite possibilità. Al Bolerò di Cristina Rizzo sulle ritmate note evolutive di Ravel, dove giovanissimi e a tratti spaesati danzatori ripercorrono brevi schemi coreografici ridirezionandoli e reiterandoli nello spazio.
[…] In Indigene la dimensione del gioco si è ormai evoluta nella scoperta di sé e dell’altro in un percorso di fiducia e reciproco sostegno. Le quattro giovani non hanno nulla da invidiare ad alcuni artisti ospiti, crescono di anno in anno evolvendo un loro movimento personale pulito, preciso, fluido, a tratti sorprendente nella sua naturale semplicità. È un gesto profondo, sentito e digerito che si integra nella totale sincronia dell’incontro con l’altro creando nuove e delicate dinamiche di confronto. Emergono giovani creature boschive, esseri in bilico tra una recente spensieratezza e una prossima femminilità, pronte ad esplorare e fecondare la scoperta di nuovi mondi.

Biennale Danza i suoi infiniti mondi di Laura Crippa (Corriere del Veneto, 1 luglio 2014)

Biennale Danza 2015
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Per il terzo anno di Vita Nova, sono stati chiamati a lavorare con giovanissimi interpreti, i coreografi Sharon Fridman, Marina Giovannini e Michele Di Stefano. Le creazioni presentate sono state realizzate attraverso laboratori e residenze in collaborazione con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia (Emilia Romagna), l’Amat (Marche), CSC Centro per Scena Contemporanea/Casa della Danza di Bassano del Grappa (Veneto).
Vastagos
di Sharon Fridman
Verve – quartetto colore
di Marina Giovannini
Occhio di bue
di Michele Di Stefano
[…] brillano i sette deliziosi danzatori under 13 già ben impostati al contemporaneo (provengono da scuole marchigiane) e guidati da Michele Di Stefano che fanno deflagrare la loro pulita, smagliante energia in linee, giri, disarticolazioni, saette di movimento dopo una prima misteriosa parte in cui avvolti da strani velari sono solo sagome di fantasmi o stalattiti, chissà.

Biennale danza in una Venezia da vertigine di Silvia Poletti (DelTeatro.it, 29 giugno 2015)

Alla Tese dei Soppalchi è di scena Vastagos: interpreti i giovanissimi danzatori della sezione Vita Nova di Biennale College guidati da Sharon Fridman […]. Fridman raccoglie con una delicatezza di una giovane madre l’innocenza di fanciulli e il canto ancestrale di un popolo immerso nelle tragedie del secolo trascorso. Fridman é un israelita: si porta inzuppata nella sua pelle la sofferenza del suo popolo. Le onde allegoriche gestuali dei giovanissimi corpi costretti a trascinarsi raso terra cantano il travaglio di secoli assecondati da un cantico sofferente non esente da salmodie bibliche.

Biennale Danza 2015: sorprese e impressioni di Farida Monduzzi e Giacomo Botteri (NonSoloCinema, 29 giugno 2015)

Ciò che ho creato per Occhio di bue ha dei grossi margini di rischio ma anche di inventività: se da un lato è sempre garantito un certo risultato perché la combinazione caotica produce una strana bellezza, dall’altro è molto importante trovare l’equilibrio giusto e per farlo l’unica possibilità è affidarsi completamente agli altri. Questo è ciò che ho voluto portare ai ragazzi e che ho detto loro sin dall’inizio: non ci sono assoli, è una danza di gruppo; se lei non danza tu non puoi danzare e tu danzi per permettere a lei di danzare […] .

Michele Di Stefano racconta “Occhio di bue” intervista a cura di Carlotta Tringali (Abracadamat, 3 luglio 2015)

[…] alle Tese dei Soppalchi all’Arsenale, Occhio di bue di Michele Di Stefano inquadra una gioventù occultata di sette ragazzini dai dieci ai quindici anni, costretti sotto un telo ondeggiante che li ricopre completamente, nascondendo la scena e tutto quello che lì nel sottosuolo avviene. Disordinati, scomposti come bestioline in fuga, imparano pian piano ad organizzarsi e a costruirsi un riparo, una loro casa, intuibile dalla sagoma sotto la tenda. È in questo mettersi insieme la chiave della loro liberazione, del loro venir fuori, uno alla volta, esplodendo di musica e di giovialità.

Biennale College Danza di Valentina De Simone (Che Teatro fa – Repubblica.it, 3 luglio 2015)

[…] È parso subito evidente il “progetto Fridman”, ma meno il lavoro che una sezione come “Vita Nova” avrebbe forse richiesto su quei corpi acerbi e inattesi, da modulare e lasciar agire. Abbiamo visto invece delle bellissime interpreti impegnate a ripetere, in modo molto gioioso, un disegno ben preciso.

Biennale College Danza 15: archivio di tracce, sguardi e gesti di Rita Borga (Krapp’s Last Post, 8 luglio 2015)

Gio­van­nini ha por­tato quat­tro gio­vani ragaz­zine a rega­lare al pub­blico dell’Arsenale (Tese dei Sop­pal­chi) la con­di­vi­sione di un per­corso gio­coso, quanto pre­ciso e vir­tuoso. […] una danza a quat­tro sem­pre più com­plessa, con varia­zioni di cui le bimbe hanno com­preso la matrice, bal­lando tra il silen­zio e una rivi­si­ta­zione elet­triz­zante de “Il volo del cala­brone”.Sette sono i ragaz­zini di Occhio di bue di Michele Di Ste­fano: anche loro hanno capito, spe­ri­men­tato, cosa vuol dire pren­dersi il tempo per esplo­rare una pos­si­bi­lità del corpo, lavo­rare nel gesto, in un rap­porto fecondo con lo spa­zio. Si muo­vono sotto un grande telo bianco, teste che si levano, sug­ge­rendo pae­saggi lon­tani, deser­tici eppure abi­tati, in movi­mento. Una natura che piano piano si tra­sforma: il pae­sag­gio bianco lascia posto a una tenda da cam­ping, scossa all’interno, dai gio­vani pro­ta­go­ni­sti. Poi, a un tratto, escono tutti, uno dopo l’altro, final­mente fuori, e la danza che esplode insieme alla musica è magni­fica, di segno con­tem­po­ra­neo per­ché dina­mica, tat­tile, nel dise­gno brioso, ener­ge­tico delle arti­co­la­zioni. È la gio­ventù che ci parla, con tutto il suo poten­ziale per il futuro.

La costruzione della giovinezza di Francesca Pedroni (il Manifesto, 4 luglio 2015)

[…] Vàstagos disegna la bellezza intrapresa per mezzo della spiritualità e del concepimento, un inizio e una fine che lasciano con il fiato sospeso.

L’essenza di un germoglio. Recensione di “Vàstagos” di Sharon Fridman di Valentina Fiori (La danza nella città, 26 giugno 2015)

Per approfondire…
Michele di Stefano: lo spettacolo sei tu! Intervista di Stefania Zepponi (Krapp’s Last Post, 2 luglio 2015)
“Quartetto colore” alle Tese per la Biennale Danza di Alessandra Comoretto (NonSoloCinema, 30 giugno 2015)
Super Trouper Vita Nova MK: recensione di Occhio di Bue di Michele di Stefano di Camilla Guarino (La danza nella città, 29 giugno 2015)
Verve, quartetto colore. Intervista a Marina Giovannini a cura di Alessandra Corsini (La danza nella città, 28 giugno 2015)
Virgilio Sieni racconta Biennale College Danza 2015. #3 Trasmissione (La danza nella città, 18 giugno 2015)
Fessurazioni, archeologie, pieghe, trasmissioni. Conversazione con Virgilio Sieni a cura di Lucia Oliva e Alice Murtas (Altre Velocità, 2015)

 

Playlist

Una colonna sonora che si costruisce settimana per settimana. La canzone di uno spettacolo, un lampo da un dj-set, un pezzo suggerito da un amico…
Ogni festival lascia una traccia, il suo ricordo musicale. 

 

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Clapping music di Steve Reich [dalla Biennale Danza di Venezia]

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Bo mambo di Yma Sumac [dal Festival Inequilibrio – Armunia]

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Sarabande di Friedrich Händel
[da Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza]

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Sguerguenze Musicali Itineranti di CiacciaBanda StreetBand
[dal Kilowatt Festival]

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Lascia ch’io pianga di Friedrich Händel [da Orizzonti Festival di Chiusi]

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Back for good di Take that [dalla Biennale Teatro di Venezia]

BiblioTK

Pensare ai festival ci fa venire in mente dei libri, pensieri che abbiamo letto, pagine che abbiamo solo sfiorato, viaggi di cui abbiamo sentito parlare o che ci hanno raccontato.
Un modo diverso per parlare dei festival, del loro modo di essere, di venire creati, visti e vissuti, di quello spazio-tempo d’eccezione che offrono ad artisti e spettatori. 

Altri mondi, altre storie.


1. Fiesta (Il sole sorgerà ancora), di Ernest Hemingway (1926)

Hemingwaysun1
“Magari andando avanti s’impara qualcosa. A me non importava sapere cosa fosse tutta la faccenda. Forse però se scoprivate come viverci, potevate anche capire che cosa l’intera faccenda fosse […]”.
PERCHÉ: È un esordio; il Festival di Pamplona è pur sempre un festival; è un capolavoro per la costruzione dei dialoghi
APPROFONDIMENTI: La recensione sul “New York Times” (31 ottobre ’26) →


2. Città in festival. Nuove esperienze di marketing territoriale,
a cura di Marco Paiola e Roberto Grandinetti (2009)

libro “[…] è sempre più forte il richiamo esercitato da occasioni di incontro nelle quali la moltitudine, la folla, il caos sono una delle componenti dell’evento, a sottolineare il senso dell’appartenenza a un rito collettivo di fruizione da parte di una massa che si auto-seleziona condividendo un comune interesse”.

PERCHÉ: Alla fine del primo decennio 2000 si faceva il punto su cosa fosse un festival e cosa potesse diventare. Cosa è cambiato?
APPROFONDIMENTI: L’introduzione del libro sul sito di FrancoAngeli →


3. Teatro nel Rinascimento. Roma 1450-1550, di Fabrizio Cruciani (1983)

pagina“Teatro è un luogo metaforico concretizzato in un tempo e in uno spazio trasformato, non quotidiano, reso più che reale, all’interno del quale ci si pone o si viene posti; teatro non è una forma specifica di espressione ma una situazione in cui si celebra una cultura (anche nel senso antropologico del termine) nelle sue forme ideali, dove il possibile assume realtà e il pensabile diventa espressione”.

PERCHÉ: L’idea di festa come filtro per capire il teatro, in un capolavoro di Cruciani dedicato al Rinascimento che però sa parlare (e tanto) anche del nostro tempo
APPROFONDIMENTI: La bibliografia di Cruciani sul sito di “Teatro e storia”  →


4. Laboratorio ’75, a cura di Franco Quadri (1979)

lab75 “La data dell’estate ’75 diventa un crocevia […]. Mentre il laboratorio uscito dagli anni sessanta cerca la via della comunicazione più diretta, il nuovo laboratorio risale questa comunicazione a analizzarla. Nell’uno e nell’altro caso è il concetto di rappresentazione che salta”.

PERCHÉ: La Biennale di Ronconi: uno spartiacque nel Nuovo Teatro italiano e per il concetto, il modo, il senso dei festival
APPROFONDIMENTI: Lo spettacolo Utopia sul sito di Luca Ronconi →

 

TIME-MACHINE

Festival del proletariato giovanile (1971-1976)

“Facciamo che il tempo libero diventi tempo liberato”, recita lo slogan del Festival del proletariato giovanile che si svolge nel 1971 a Ballabio e nel 1972 a Zerbo. Nel triennio 1974-1976 la “festa dei giovani” arriva a Milano, presso il Parco Lambro, nel terrore diffuso della città, e vede la partecipazione di migliaia di persone. Raduno pop organizzato dalla rivista “Re nudo” (che nasce nel 1970, fondata da Andrea Valcarenghi e da un gruppo di giovani intellettuali e artisti milanesi, prosegue la sua attività fino al 1980, per venire poi rifondata nel 1996). Sul palco del festival – concepito sul modello dei grandi raduni giovanili americani ed inglesi di quegli anni – si esibiscono dalla PFM agli Area a Demetrio Stratos, da Battiato (che oggi fa parte del comitato redazionale della rivista rinnovata nel 1996) a Branduardi a Alan Sorrenti a Eugenio Finardi.

“- Ma se non ha niente addosso! – disse un bambino. – Signore Iddio! La voce dell’innocenza! – disse il padre, e ognuno sussurrava all’altro quello che aveva detto il bambino.” (Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore)

“Il re è nudo” è un modo di dire di uso corrente che vuole sottolineare un fatto evidente del quale nessuno ha il coraggio di parlare. Uno dei fatti evidenti di cui, all’inizio degli anni Settanta, la rivista promotrice del festival parla è l’emersione della controcultura italiana che nasce in antitesi con la cultura di massa e si caratterizza da subito come giovanile, una “cultura adolescenziale” (dirà Edgar Morin), un certo “infantilismo sociale” (rileveranno Luc Ferry e Alain Renaut). La cultura di massa poggiava le sue basi sul sincretismo tra reale e immaginario (l’immaginario mima il reale e il reale assume i colori dell’immaginario) per favorire, aiutata dai nuovi media, la ricerca di una massimizzazione dei consumi. La controcultura si schiera contro questa cultura dominante, percepisce i rapporti come conflittuali, ricerca riti di passaggio non imposti dall’esterno, si vanta dell’indeterminatezza della propria personalità sociale, riscopre il corpo, problematizza e critica i valori diffusi al grido: “L’immaginazione al potere”, cerca e crea comunità.
Contro la sinistra extraparlamentare e la sua mancata considerazione della musica pop e rock emergente, la rivista “Re nudo” organizza il Festival del proletariato giovanile per diffondere il progressive, il punk, in sintesi, quella “musica ribelle che ti vibra nelle ossa che ti entra nella pelle” (Eugenio Finardi, Musica ribelle). Al fianco dei concerti, fulcro dell’evento, anche proiezioni di film e performance teatrali o para-teatrali, perlopiù, sintomo di una volontà di espressione nuova.
La jam-session che chiude l’evento, nel giugno 1976, prosegue, nella smobilitazione generale, fino all’alba. Il Festival aveva subito diversi attacchi – dalla polizia e da forze più o meno estremiste interne al variegatissimo “proletariato giovanile” che di sinistre ne aveva tante. Il Festival non venne più replicato e, come spesso accade e accadeva soprattutto in quegli anni, il sogno della super-comunità allargata e libera andò alla ricerca di altri luoghi, tempi e circostanze di espressione.
Forse, l’Immaginazione al potere, in un periodo storico in cui si contestano tutti i poteri dominanti, è un ossimoro che afferma ciò che vuole negare. In ogni caso, l’evento ha avuto luogo, è successo, qualcosa è avvenuto “stando insieme”, nell’esaltazione e nell’euforia dell’uguaglianza e della libertà di espressione.

N° 0 * 2015: editoriale

Disegno di Stefano Collini

immagine di Stefano Collini

Cambia tutto!
Il sito del Tamburo di Kattrin non sarà più come l’avete conosciuto. In questi anni siamo cambiate noi, è cambiato internet, è cambiato il mondo del teatro, dell’arte, della cultura, e beh, è cambiato anche e soprattutto tutto ciò che è intorno a noi.
Tutto cambia, e quindi anche Kattrin sta cambiando.
Ora. Sotto i nostri occhi e i vostri.
Ci siamo occupate di fare informazione teatrale sul web dal 2009: abbiamo cercato di essere il più presenti possibili, di seguire tutto e raccontarlo su queste pagine. Un po’ ci siamo riuscite, un po’ no. Adesso ci siamo guardate intorno, dentro e fuori, abbiamo guardato voi e tutto quello che ci circonda. E abbiamo capito di voler fare qualcosa di completamente diverso.

Trimestrale. Tematico. Aperto. In progress
Ogni 3 mesi scegliamo un argomento diverso su cui lavorare per un po’. Un tema che viene da dentro il teatro, ma che si apra verso il fuori, verso altri orizzonti, visioni, pensieri, insomma che tratti il teatro stesso in tutt’altra maniera: resistono alcune recensioni, sicuramente interviste e approfondimenti, ma saranno accompagnati da una serie di prospettive, rubriche e formati altri.
Non è un trimestrale “vero”, quanto piuttosto il suo processo di costruzione: un trimestrale in progress. Il sito verrà di volta in volta aggiornato e andrà a comporre, giorno dopo giorno, un mosaico di contenuti – tutti di formati diversi, da quelli leggeri, quasi dei giochi, ad altri più corposi di riflessione – che gireranno sempre intorno allo stesso tema.
Per dare al racconto del (teatro del) presente un ritmo diverso, un altro tono, linguaggi che non gli appartengono eppure potrebbero.

Festival-perché: un tema e un modo di lavorare
Non è un caso che per il primo passo di questo nuovo percorso, il primo tema che abbiamo scelto sia: “festival”.
I festival sono stati molto importanti per noi in questi anni. Non solo perché abbiamo visto spettacoli, più o meno belli, che hanno arricchito le nostre vite e il nostro lavoro. Ma, prima di tutto, perché i festival ci hanno accolte, scommettendo insieme a noi su un tipo di lavoro intensivo, di prossimità e di profondità che oggi è raro poter svolgere: OperaEstate di Bassano, Primavera dei Teatri a Castrovillari, Drodesera, e tutti gli altri presso cui siamo state ospiti per tempi più brevi, ci hanno insegnato molto, moltissimo. Qui abbiamo incontrato le persone che il teatro lo fanno tutti i giorni, a ritmi belli e forti; che hanno il coraggio e la responsabilità di dischiudere visioni sull’arte e sul mondo che le circonda; che creano soprattutto il tempo e lo spazio per condividerle, per confrontarcisi.
Uno spazio-tempo altro, quello dei festival. Separato e immerso nel mondo. Vicinissimo alle persone, eppure anche distaccato. Intenso e rarefatto. Condivisione e concentrazione. Uno e molteplice. Un’eccezione e una regola. Che è quello che – scegliendo questo tema per la nuova vita del Tamburo – vogliamo provare a fare insieme nei prossimi mesi.

Torinodanza Festival 2015

Comunicato stampa

TORINODANZA FESTIVAL 2015
9 settembre – 4 novembre 2015

Torinodanza Festival 2015 – diretto da Gigi Cristoforetti e realizzato dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale – propone dal 9 settembre al 4 novembre 2015 un programma innovativo e di particolare interesse, capace di coinvolgere i pubblici più diversi: dai fedelissimi della danza contemporanea ai semplici spettatori affascinati dalle possibilità evocative del corpo in movimento. Corpo, ma non solo: infatti, accanto agli spettacoli più tradizionalmente coreografici, il festival offre performance che ibridano la danza con suggestioni teatrali, cinematografiche, poetiche o circensi, accogliendo perfino influenze hip-hop e sperimentazioni in 3D.

Un programma che, come sempre, garantisce un alto livello qualitativo nella scelta artistica senza trascurare l’ampiezza della propria offerta. I numeri di questa edizione 2015: 19 spettacoli, 26 rappresentazioni, 5 prime nazionali, 7 coproduzioni, 15 compagnie ospitate provenienti da 7 diverse nazioni (Argentina, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Stati Uniti).

«Torinodanza – afferma Gigi Cristoforetti, Direttore Artistico del festival – è rivolto verso chi ama scoprire universi curiosi e originali, anche al di là dei confini disciplinari della danza. Attraversare le barriere è una delle dimensioni caratteristiche del nostro tempo, di volta in volta accompagnata dal senso della scoperta e dell’opportunità, oppure della fuga e del dramma. Siamo impegnati in un continuo superamento dei limiti, uno sbilanciamento che ci porta alternativamente in alto o in basso, ci condanna al disequilibrio o ci regala un nuovo orizzonte. Di questa condizione della contemporaneità troviamo oggi tracce evidenti nel lavoro degli artisti più sensibili, che ci narrano il loro percorso salvifico o il precipitare verso un buio che pare privo di speranze. E se quest’ultima è la faccia della realtà che più ci investe nel quotidiano, all’arte compete fortunatamente il simulare, se non realizzare, anche la ricostruzione di un senso di umanità e speranza, di bellezza».

«La Compagnia – dichiara Luca Remmert, Presidente della Compagnia di San Paolo – condivide le linee progettuali di Torinodanza, come testimonia il nostro sostegno stabile dal 2006, che nel 2014 ha permesso la realizzazione del Défilé. L’intento è quello di svolgere un’azione strategica di sistema che mira a una fruizione aperta dell’arte, contro il diffuso impoverimento economico, sociale e culturale in atto. Il Festival 2015 è, in questo, grande affermazione progettuale, ma è anche parte del processo che è stato avviato proprio con il Défilé e che ci auspichiamo porti nel 2016 a una nuova Biennale di Torinodanza».

Un’edizione attenta, come le precedenti, ai differenti ambiti della creazione contemporanea, che guarda sia alla ricerca coreografica internazionale che alla multiforme scena della danza italiana.
Un festival articolato e suggestivo che si apre con Kiss & Cry di Michèle Anne De Mey e Jaco Van Dormael, una favola moderna a metà tra cinema e danza, e che vede protagonista Alain Platel con una nuova e ancor più straordinaria tappa della sua avventura umana e artistica, stavolta sostenuta da una quarantina di musicisti. Sasha Waltz, regina della coreografia contemporanea, presenta Impromptus uno dei sui capolavori. Per chi invece non ama rinchiudersi nei confini di una disciplina ecco Kamp di Hotel Modern, un racconto che illumina il lato oscuro dell’uomo, con invenzioni visive altrettanto stupefacenti.
Troviamo poi una danza “danzata”, come potremmo dire per rimarcare la forza dinamica e pura delle linee interpretative di Andonis Foniadakis e Michele Di Stefano con Aterballetto; o una danza ibridata con l’acrobazia, nella virtuosistica e misteriosa apparizione dei 22 interpreti della Compagnia XY. E non mancano quest’anno sorprese e giochi visivi, come nello straordinario incontro di hip-hop e proiezioni in 3D dei Käfig, uno dei momenti più spettacolari del festival; o nel piccolo e prezioso Chut di Fanny de Chaillé. Maestra nel mescolare impianto visivo, musica e gesto è anche la giovane Louise Vanneste, a Torino per la prima volta. L’edizione 2015 prevede inoltre una qualificata e curiosa presenza nazionale con l’indagine della coreografia italiana in prospettiva storica, grazie al progetto RIC.CI ideato e diretto da Marinella Guatterini, che presenta Valeria Magli e riscopre danze futuriste grazie a Silvana Barbarini, oltre che con una nuova produzione del giovane Daniele Ninarello. Alessandro Sciarroni, con una partita di pallamano giocata nel buio del deficit visivo, analizza una disciplina sportiva rivolta a non vedenti e ipovedenti e Leonardo Cuello, con la sua compagnia, ci fa immergere in un genere popolare e amato come il tango.
E, per finire, Torinodanza propone una serata speciale che accomuna Benjamin Millepied – celebre per la sua innovativa direzione del ballo all’Opéra di Parigi e per le coreografie cinematografiche de Il cigno nero – e il grandissimo William Forsythe, con uno dei suoi capolavori.

TORINODANZA | I PARTNER
Torinodanza 2015 è un progetto realizzato da Torinodanza festival/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, maggior sostenitore Compagnia di San Paolo, con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione per la Cultura Torino, Fondazione Live Piemonte dal Vivo – Circuito Regionale dello Spettacolo, in partenariato con Intesa Sanpaolo e SNCF.

TORINODANZA 2015 | GLI SPETTACOLI
L’inaugurazione del Festival è affidata a Michèle Anne De Mey e Jaco Van Dormael con Kiss & Cry, una delle più originali creazioni della scena europea degli ultimi anni, che fonde senza compromessi cinema e danza, emozione e “finzione”, sollecitando gli spettatori stessi a una scelta continua tra azione dal vivo e filmata. Kiss & Cry, già ospite di Torinodanza nel 2012, sarà in scena alle Fonderie Limone di Moncalieri dal 9 al 13 settembre.
L’11 e il 12 settembre, la belga Louise Vanneste propone una nuova declinazione della sua indagine sulla relazione tra il corpo e le dimensioni di spazio e tempo con una ipnotica coreografia per quattro interpreti femminili: Gone in a heartbeat, in prima nazionale alle Fonderie Limone. Lo spettacolo, coprodotto dal Festival, è programmato nell’ambito della convenzione biennale siglata da Wallonie-Bruxelles International (WBI) – Wallonie Bruxelles Théâtre Danse (WBTD), Halles de Schaerbeek, Città di Torino e Torinodanza festival/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.
Torna in Italia uno dei capolavori di Sasha Waltz: da molti considerata l’erede di Pina Bausch, la coreografa tedesca fonde la sua esperienza europea e americana per dare vita a Impromptus, un magistrale intreccio di danza, teatro e musica classica, che debutterà al Teatro Regio sabato 19 settembre. Lo spettacolo è presentato in collaborazione con RAI – Prix Italia, nell’ambito di “Torino incontra Berlino” con il sostegno del Goethe-Institut Turin e del Ministero degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca.
Quella di martedì 22 settembre alle Fonderie Limone è una serata all’insegna di ritmo e dinamismo, grazie alle tre performance di Aterballetto, sotto la direzione di due coreografi di fama internazionale come Michele Di Stefano e Andonis Foniadakis. S’inizia con e-ink, una fulminea riflessione di Di Stefano sui temi del linguaggio e della scrittura. Al suo debutto nel 1999 lo spettacolo ottenne un enorme successo sia di pubblico che di critica e viene riproposto quest’anno grazie al progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni Ottanta-Novanta) ideato e diretto da Marinella Guatterini. Seguono Upper-East-Side, lavoro corale che s’interroga sul tema del luogo e della sua definizione relazionale, sempre dal genio di Michele Di Stefano. La serata si chiude con Antitesi, in cui il greco Andonis Foniadakis usa la rapidità del linguaggio fisico per cesellare sempre nuovi e diversi passaggi musicali. Torinodanza prosegue la sua collaborazione con MITO SettembreMusica nel cui ambito anche quest’anno vengono presentati gli spettacoli di apertura del Festival.
Il 25 e il 26 settembre torna alle Fonderie Limone un affezionato compagno di strada di Torinodanza: Alain Platel che porta a Torino uno dei suoi spettacoli più ambiziosi En avant, marche! che lo vede collaborare – per la seconda volta dopo Gardenia (presente a Torinodanza nel 2012) – con Frank Van Laecke. Dopo la fusion tra musica africana e classica di Coup Fatal, troviamo una vera fanfara in scena che, nel nostro caso, è piemontese: si tratta dell’Unione Musicale Condovese. Ancora una volta la musica è l’occasione per un incontro tra personaggi visionari, apparizioni clownesche e storie sorprendenti; lo spettacolo, coprodotto dal Festival, debutterà in prima italiana. In occasione della replica del 26 settembre, Torinodanza e Torino Spiritualità programmano un incontro con Alain Platel e Gigi Cristoforetti al Circolo dei Lettori.
Il 29 settembre, alle Fonderie Limone debutterà in prima nazionale Chut di Fanny de Chaillé, uno spettacolo visionario in cui la danza si muove dentro la scenografia in una sorta di gioco fiabesco e ambiguo in cui si cade, si annaspa, ci si aggrappa a tutto. La performance si iscrive nell’ambito della collaborazione con Espace Malraux – Scène nationale de Chambéry et de la Savoie e con La Francia in Scena.
Doppio appuntamento per uno degli spettacoli più acclamati alla recente Biennale de la Danse di Lyon, al confine con il circo contemporaneo, Il n’est pas encore minuit…: il 2 e il 3 ottobre sempre alle Fonderie e sempre in collaborazione con La Francia in Scena. I ventidue interpreti della Compagnie XY riescono a parlare di amicizia e solidarietà attraverso l’emozionante registro dei virtuosismi circensi.
In collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Regionale dello Spettacolo e all’interno del progetto RIC.CI, il 7 ottobre, alla Lavanderia a Vapore la performer della “poesia ballerina” degli anni Ottanta, Valeria Magli, fa rivivere Pupilla, spettacolo del 1983 in bilico tra teatro e danza. La Magli lavora con DanceHaus Company in questa evocazione allegra e torbida del mondo dell’infanzia, con le sue bambole e i suoi pupazzi che imitano la vita senza mai raggiungerla.
Sempre il 7 ottobre alle Limone va in scena la prima italiana del lavoro del giovane danzatore e coreografo Daniele Ninarello: L.A.N.D. Where is my love, un’indagine sul corpo e i suoi confini (non solo fisici). Lo spettacolo è coprodotto da Torinodanza, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con il sostegno di MosaicoDanza – Festival Interplay, Le Pacifique/CDC – Grenoble e programmato in collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Regionale dello Spettacolo e Interplay/15.
Sempre in collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Regionale dello Spettacolo va in scena, alla Lavanderia a Vapore il 13 ottobre, Uccidiamo il chiaro di luna. Gli allievi del II corso di Teatrodanza della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, fanno rivivere le atmosfere futuriste dello spettacolo che andò in scena nel 1997, per la coreografia, ieri come oggi, di Silvana Barbarini.
Dal 16 al 18 ottobre, alle Fonderie Limone, debutta Kamp, presentato in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, lo spettacolo è ideato e diretto dal collettivo olandese Hotel Modern. Hermen Helle, Pauline Kalker e Arlène Hoornweg si muovono tra migliaia di burattini su un palco che è il modello in scala di Auschwitz per rievocare l’orrore di quell’epica catastrofe.
Martedì 20 ottobre alle Fonderie di Moncalieri, il coreografo e docente universitario Leonardo Cuello e la sua compagnia portano in scena Colección Tango, uno spettacolo dove il tango dialoga con la danza contemporanea per creare quella sintesi che prende il nome di tango fusión. A seguire, subito dopo lo spettacolo, una serata di ballo Milonga con la partecipazione dei ballerini della Compañía de Leonardo Cuello, con selezione musicale a cura di Carlo Margiocchi e Patrizia Pollarolo (Laboratorio Baires).
Altra prima nazionale per le Fonderie Limone: il 24 e il 25 ottobre, nell’ambito del programma di Torino Capitale Europea dello Sport 2015, va in scena Aurora. Ultimo capitolo della trilogia di Alessandro Sciarroni (Will you still love me tomorrow?), la performance è una riflessione sulla pratica sportiva – sul gioco del Goalball in particolare – e sulla relatività del tempo. Sabato 24 ottobre, al termine dello spettacolo, la Compagnia incontrerà il pubblico di Torinodanza e, a seguire, verrà proiettato il film Aurora, un percorso di creazione – che documenta e traduce il lungo percorso di creazione dello spettacolo – regia e montaggio Cosimo Terlizzi (anno 2015; durata prevista 60’).
Ritmi hip-hop ed effetti scenici 3D per Pixel, in scena alle Limone il 28 e il 29 ottobre. Il coreografo Mourad Merzouki collabora con l’artista Adrien Mondot e Claire Bardainne della Compagnia BCMA per creare mondi grafici astratti che interrogano lo spettatore sul rapporto tra reale e virtuale. Lo spettacolo è programmato in collaborazione con La Francia in Scena.
Torinodanza 2015 si chiude il 3 e il 4 novembre alle Fonderie Limone con tre spettacoli di L.A. Dance Project, compagnia del direttore del Balletto dell’Opéra di Parigi, Benjamin Millepied che, sulla musica per pianoforte di David Lang e sulla rigorosa installazione di Barbara Kruger, crea Reflections e sulle musiche di Philip Glass usa i corpi e le luci per creare illusioni di riflessi di pietre preziose in Hearts & Arrows. Chiude la serata Quintett, capolavoro del 1993 di William Forsythe: “il più europeo degli americani” compose questa coreografia come omaggio alla compagna scomparsa; i temi dell’amore e del distacco innervano un quadro intimistico e sinceramente umano, sulle note del famoso pezzo Jesus’ Blood Never Failed Me Yet di Gavin Bryars.

Torinodanza e il Circolo dei Lettori organizzano, anche quest’anno, una serie di incontri di approfondimento sulla danza con critici ed esperti del settore, che si svolgeranno tutti presso la Sala Gioco del Circolo, alle ore 18.00.
Martedì 6 ottobre 2015, Elisa Guzzo Vaccarino, critico e studiosa di danza, presenta il suo libro La danza d’arte. Balanchine, Cunningham, Forsythe. Tre maestri della danza formale (Dino Audino editore, 2015).
Mercoledì 14 ottobre 2015, Sergio Trombetta, giornalista e critico di danza, propone Le parole della danza. Aspettando il nuovo Nureyev: raccontare la danza sui giornali, alla radio o in tv. Come districarsi fra luoghi comuni e la morte della critica.
Mercoledì 21 ottobre 2015, Claudia Allasia, giornalista e critico di danza, introdurrà Le gran Madri della Danza torinese: Bella Hutter e le sue esperienze centro-europee nel milieu Gualino. Sara Acquarone e l’ICAR di Tapié. Anna Sagna tra il Tanztheater e la “Linea teatrale” di Gian Renzo Morteo. Susanna Egri ovvero il Gran Torino e la nascente Rai. Loredana Furno, l’ideatrice della Scuola del Teatro Nuovo e del Festival di Vignale.
Martedì 27 ottobre 2015, Francesca Rosso, giornalista, ricercatrice, danzatrice e blogger, presenta La danza in una società multietnica: gioco, rito, festa, espressione. Giro del mondo in danza fra tradizione e globalizzazione.

www.torinodanzafestival.it

Santarcangelo dei Teatri 2015

Santarcangelo dei Teatri, il più longevo festival della ricerca teatrale in Italia, compie 45 anni e sceglie di affidare la direzione artistica a Silvia Bottiroli.
Si conferma la scelta di un festival articolato in tre annualità, e lo si fa affidandone l’ideazione a una giovane curatrice italiana, gesto raro e coraggioso nel panorama delle arti e dello spettacolo in Italia.
Lo si fa intraprendendo un cammino che ne fa un’esperienza lunga un anno, un evento che coinvolge il territorio prima di ‘esplodere’ dal 10 al 19 Luglio. Un festival che, in linea con quanto accade nelle grandi vetrine europee, si connota sempre più come un centro di ricerca e di creazione, disegnando traiettorie e relazioni tra artisti italiani e stranieri.
Ecco che alcuni artisti lavorano negli spazi pubblici della città, la biblioteca e il mercato settimanale, alla ricerca di una relazione possibile con il luogo, e altri risiedono a Santarcangelo di Romagna per lunghi periodi e coinvolgono i cittadini, reinventando la relazione con la località. L’invito è a radicarsi per guardare altrove, per farsi contaminare dal nuovo e dal presente, dai linguaggi di altri Paesi. Interrogarsi e assecondare il processo di creazione attraverso le residenze d’artista, o indagare lo spazio pubblico attraverso pratiche di intervento artistico, ecco le ragioni di un festival sensibile all’oggi, sismografo del presente, di cui traccia diagrammi ed evidenze. Un festival insomma, dalla forte vocazione “politica”, come dimostrano gli spettacoli che lo aprono e lo chiudono.

Come dire quello che non possiamo dire
L’apertura, il 10 luglio, è affidata al lavoro di Milo Rau (CH) Breivik’s Statement (prima nazionale, venerdì 10 ore 21.30, Piazza Ganganelli). Per la prima volta in Italia, Rau, artista che ama indagare temi tra cronaca e politica, qui lavora sul lucido e controverso discorso che il norvegese Breivik, fondamentalista cristiano e nazionalista, ha pronunciato in Tribunale per difendersi dall’accusa di aver ucciso, nel 2011, donne e uomini riuniti in un seminario politico di ispirazione socialista a Utoya. Un testo dove la banalità apparente del male si mostra nella sua terribile ferocia.
Go DEEP è il progetto che il Festival ha affidato ai Motus (IT) e che si rivolge ai giovani del territorio invitandoli a lavorare insieme per dieci giorni all’ex Cinema Astoria di Rimini, sala della città abbandonata ormai da anni. Un laboratorio dalla forte valenza politica che porterà alla realizzazione, anche grazie al lavoro dell’artista visivo Andreco (IT) che lavorerà su materiali di scarto di Arte Fiera Bologna, di una grande parata notturna che accompagnerà la chiusura del Festival (prima assoluta, sabato 18 ore 01.00, Piazza Ganganelli).
Due prime nazionali disegnano il confronto tra teatro e contemporaneità, tra urgenza artistica e necessità politica del teatro. Ecco dunque il lavoro dell’ungherese Béla Pinter (HU) che in Our Secrets (venerdì 10 ore 20.30, sabato 11 ore 22.30, domenica 12 ore 21.30, Supercinema) mette in scena, in forma di teatro musicale, la storia di un’amicizia ambientandola negli anni Settanta del secolo scorso: un’indagine acuta che prende spunto dal privato per guardare all’Ungheria di oggi guidata da un governo di ispirazione totalitarista come anche Timeloss (venerdì 10 ore 22.30, sabato 11 ore 21.30, Hangar Nero) di Amir Reza Kooesthani (IR) che mette in scena l’Iran di oggi.
Santarcangelo si apre a inedite collaborazioni tra discipline e propone lavori che vedono il festival farsi ente produttore insieme a centri d’arte contemporanea. E’ questo il caso di Christophe Meierhans (CH) artista svizzero/belga che in Some use for your broken clay pots lavoro coprodotto da Santarcangelo e On Bologna (venerdì 10 ore 20.00, sabato ore 11 ore 22.30, Hangar Bianco; domenica 12 ore 21.30, Piazza Ganganelli) invita gli spettatori a immaginare insieme una possibile nuova Costituzione e una nuova forma di voto e di governo. Si muove tra il gesto politico e quello artistico anche il lavoro del collettivo tedesco Ligna (DE) che ne Il grande rifiuto (prima nazionale, venerdì 10 ore 19.00, sabato 11 ore 17.00, domenica 12 ore 18.00, lunedì 13 ore 19.00, venerdì 17 ore 19.00, sabato 18 ore 17.30, domenica 19 ore 17.00, arco Piazza Ganganelli) si interroga su cosa sarebbe successo se l’Internazionale socialista prevista per l’agosto 1914 avesse avuto luogo e si fosse opposta al possibile e imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il lavoro di Ligna è il frutto di una serie di residenze di ricerca sviluppatesi a Bolzano, Bologna, Genova come risultato della collaborazione tra Ar/Ge Kunst e On Bologna con Santarcangelo, Festival Transart, Goethe-Institut, Teatro della Tosse.
Esempi di teatro politico, di un teatro dove il presente emerge con forza, e di cui il teatro si fa interprete capace di ri-narrare le storie recenti e farle pubbliche, Teatro delle Albe (IT) proporrà Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (giovedì 16 e venerdì 17 ore 21.30, sabato 18 ore 19.30, Hangar Nero), lavoro sulla straordinaria vita del Premio Nobel birmano mentre Daria Deflorian e Antonio Tagliarini (IT), con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (venerdì 17 ore 20.00, sabato 18 ore 22.30, Supercinema) ci raccontano la storia di quattro pensionate suicide nel pieno della crisi economica greca, in un lavoro che muove da ‘l’Esattore’, romanzo del grande scrittore ellenico Petros Markaris.

Festival e città
Nel disegno di un festival sempre più orientato alla creazione, le residenze d’artista diventano vere e proprie residenze di produzione. Ecco quindi che un artista come lo svedese Markus Ohrn (SE) ha pensato e creato per il festival un progetto dal sapore antropologico come Azdora (da venerdì 10 a giovedì 16 e domenica 19, ore 19.00-22.00, performance ore 19.30, sabato 18 ore 16.00-22.00, Spazio Saigi), in cui coinvolge donne mature della città romagnola in un approfondito percorso di lavoro comune sulla figura della padrona di casa. L’artista visuale Christian Chironi (IT) presenta Audio Guide (da venerdì 10 a domenica 19, ore 10.30-12.30; 17.00-21.00, Piazza Ganganelli), una serie di tracce audio che realizzerà grazie al contributo dei venditori ambulanti. Anche i Muta Imago (IT) lavorano sul sonoro e in Antologia di S. (prima assoluta, da giovedì 9 a sabato 18, ore 10.00-02.00, domenica 19 ore 10.00-00.00, Piazza Ganganelli n.10), interrogano i passanti sulla ricerca di un amore giovanile. Il risultato di questo lavoro, in forma di radiodramma, si ascolterà nei giorni del festival.
Alcune pratiche di intervento sullo spazio pubblico saranno esperite grazie all’inizio di una collaborazione con il centro artistico belga Vooruit che proseguirà in un percorso pluriennale. Saranno a Santarcangelo i lavori di giovani artisti come Simon Allermeersch (BE) che in Rabot 4-358 (sabato 11 ore 21,30, Piazza Ganganelli; sabato 18 ore 21.30. domenica 19, ore 22.30, Lavatoio) affronta il tema del diritto alla casa, Veridiana Zurita (BR), che in Host me and I’ll cook fo you (prima nazionale, giovedì 16 e venerdì 17 ore 20.00-23.00, sabato 18 e domenica 19 ore 18.00-23.00, Sala Porta Cervese) sarà ospite di alcuni Santarcangiolesi e cucinerà insieme a loro in un gesto che da quotidiano si fa politico e Maria Lucia Cruz Correia (PT) che in 1 place and 144000 seconds (domenica 12, ore 07.00, sabato 18, ore 09.00, domenica 19, ore 15.00) invita gli spettatori a scoprire insieme alcuni luoghi in cui la città si fa organo vitale .

Corpo come archivio
Forte del consenso suscitato dal numero zero dello scorso anno, prosegue la sperimentazione della Piattaforma della danza balinese (IT) (da venerdì 10 a domenica 12 e da venerdì 17 a domenica 19 ore 17.00-19.00, Sala del Consiglio Comunale), progetto speciale del Festival curato da Michele di Stefano, Fabrizio Favale e Cristina Rizzo, che lungo le dieci giornate del festival creeranno un contesto di ricerca e scambio artistico negli spazi del Municipio di Santarcangelo.
Il tema del gender – è recente l’intervento del Presidente della Repubblica Mattarella contro l’omofobia – trova spazio a Santarcangelo grazie a Motus (IT), che presenta MDLSX (prima assoluta, sabato 11 e domenica 12 ore 20.00, lunedì 13 ore 21.30, martedì 14 ore 21.00, giovedì 16 ore 20.00, venerdì 17 ore 23.00, sabato 18 ore 20.00, Teatrino della Collegiata), un assolo in cui Silvia Calderoni indaga il confine tra maschile, femminile, la mutabilità di genere e la sua valenza soggettiva e politica.
A Santarcangelo alcuni protagonisti assoluti della danza contemporanea come Tino Sehgal (GB.DE), attualmente artista visuale a tempo pieno, il cui lavoro è stato premiato con il Leone D’Oro alla Biennale di Venezia, ma danzatore e coreografo di formazione: untitled (2000) (sabato 18 ore 18.30 e ore 19.30, domenica 19 ore 19.00 e ore 20.00, Lavatoio) è un lavoro che nasce quindici anni fa e che per Santarcangelo trova un interprete di eccezione in Boris Charmatz, direttore del Musée de la Danse di Rennes e Frank Willens.
Mette Edvardsen (NO) proporrà Time has fallen asleep in the afternoon sunshine (da giovedì 9 a domenica 12 e da martedì 14 a domenica 19, ore 10.30-12.30; 15.00-18.00, Biblioteca Comunale A. Baldini) che trae ispirazione da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, da cui Truffaut girò il film omonimo.
La danese Mette Ingvartsen (DK) in 69 Positions (prima nazionale, sabato 18 ore 22.30, domenica 19 ore 21.30, Hangar Bianco) indaga, avvalendosi di materiali d’archivio, il rapporto tra politica, sessualità e performance.
Il confronto con materiali d’archivio ispira anche Archive dell’israeliano Arkadi Zaides (IL) (sabato 11 ore 20.00, domenica 12 ore 23.00, Lavatoio) che lavora sulle immagini delle videocamere di sicurezza del centro di informazione per i diritti umani nei territori occupati.
Collettivo Cinetico (IT), uno dei migliori giovani gruppi di danza espressi dal panorama coreografico italiano degli ultimi anni sarà al Festival con due lavori: Ball Roaming (sabato 11 ore 20.30, Spazio Saigi) che invaderà le piazze di Santarcangelo con un gruppo di giovani interpreti che danzeranno guidati dall’ascolto delle loro cuffie audio e Cinetico 4.4 (venerdì 10 ore 17.00, sabato 11 ore 16.30, domenica 12 ore 17.00, Piazza Ganganelli), originale lavoro in forma di gioco di ruolo.
How to Build a Manifesto è un progetto speciale di Santarcangelo. Cinque pubblicazioni in versione bilingue, italiano/inglese sviluppate in una raccolta di materiali da leggere come un saggio. Si vuole costruire un manifesto aperto, la narrazione di un lavoro che spesso resta invisibile al pubblico ma che è il vero valore di un’esperienza come quella di un festival, un lavoro che coinvolgerà più di 30 autori. L’ultimo numero, dedicato a How to Build the Future, sarà affidato alla cura di The School of Exceptions, scuola realizzata insieme al progetto di ricerca Aleppo e alla tedesca Università di Giessen che coinvolgerà dodici giovani autori selezionati grazie ad un bando pubblico.
Infine, ma non da ultimo, domenica 19 lungo il corso di tutta la giornata, Piazza Ganganelli ospiterà Burning Books (domenica 19 ore 10.00-13.00; 17.00-21.00, Piazza Ganganelli) un’iniziativa di Associazione Ubu per Franco Quadri e Santarcangelo. La casa editrice Ubulibri distribuirà gratuitamente centinaia di volumi del proprio catalogo.

www.santarcangelofestival.com