Ampio spazio all’immaginazione

| 17/07/2009 | 0 Comments

Recensione a Santarcangelo 39 – Kato-Ito, Ortographe e Fanny&Alexander

Foto di Yoshimasa Kato

Sembra di entrare in una città contenuta in una palla di vetro, sospesa da terra attraverso dei palloncini rossi e bianchi, segnali aerei indicatori di atti performativi. Santarcangelo 39, situato nel piccolo borgo romagnolo, è il ritrovo annuale per tutti gli amanti della ricerca teatrale, e si presenta così, con una nuova veste, cucita da Chiara Guidi che ne firma la direzione artistica. Amplificazioni sonore, strumenti non convenzionali e nuove dimensioni musicali si sostituiscono alle percezioni visive e all'uso della parola che dominano solitamente il teatro: il suono diventa protagonista, animando ogni più piccolo angolo della città e costringendo il pubblico a fare maggiore attenzione alla propria percezione uditiva.Foto di Yoshimasa Kato

La proposta della Guidi, concentrarsi sulla musica che vive nel teatro, è stata bene accolta dal giovane duo giapponese Yoshimasa Kato e Yuichi Ito: con White Lives on Speaker la vita prende forma tramite le onde sonore prodotte da un altoparlante sospeso al centro della grotta pubblica di Santarcangelo. L’ambiente ristretto e intimo a cui gli spettatori devono accedere contribuisce ad aumentare la ritualità cercata attraverso una particolare installazione, costringendoli a posizionarsi in cerchio intorno alla cassa, in attesa che una qualche magia si compia. La sostanza vischiosa e bianchissima, composta da amido diluito con acqua e posta sopra l’altoparlante, inizia a condensarsi attraverso le vibrazioni sonore: le onde percepibili sia con l’udito che con la vista, provocano un appannamento iniziale nell’occhio dell’osservatore. Un semplice dito, che si introduce nella sostanza solidificata frantumandola, dà vita all’informe: dalla piatta sostanza piccole bolle di materia iniziano a prendere vita propria, unendosi, scindendosi, dimenandosi. Le sculturevibranti trovano una propria collocazione nell’immaginario dello spettatore, stimolato da questi piccoli corpuscoli danzantia far viaggiare la propria fantasia per ricreare storie di esseri che si incrociano casualmente, grazie a un gesto e un suono creatore, e che lentamente si dissolvono, ritornando alla loro informe matericità iniziale.

Anche gli Orthographe tentano con il loro Gorgone di stimolare l’immaginazione del pubblico, purtroppo non riuscendovi. Escludendo l’uso della vista e lasciando lo spettatore al buio, seduto con le spalle al muro, il giovane gruppo ravennate concentra al massimo l’attenzione sulla percezione uditiva e fisica: si avverte una presenza dotata di pattini che nello spazio circoscritto del Teatrino della Collegiata sempre più velocemente compie dei giri più ristretti, come volesse ricreare un vortice o, come suggerisce il titolo della performance, un gorgo. Lo spostamento d’aria e lo sfregamento delle rotelle che colpiscono il pavimento suggeriscono il passaggio di colei che al pubblico non è dato vedere: Gorgone è infatti il nome dell’essere mitologico che trasformava in pietra chiunque si soffermasse a guardarla. L’elaborazione suoni di Lorenzo Senni si affianca al rumore riprodotto dai pattini indossati dalla giovanissima Eva Castellucci ma senza apportare alcun beneficio: risulta troppo ripetitiva e sterile, non integrandosi con i movimenti eseguiti dalla performer. Anche la regia di Alessandro Panzavolta appare debole: non basta eliminare la vista per aumentare le percezioni che possono derivare dagli altri sensi.

Immagine di Louise Bourgeois
Immagine di Louise Bourgeois

Buio e luce si alternano in +/- lo spettacolo presentato da Fanny&Alexander per Santarcangelo 39. Due stanze sovrapposte, vuote, si riempiono con cigolii, stridori, sussurri e passi: nello spazio sottostante essi sono invisibili all’occhio ma percepibili all’udito, mentre diventano accessibili anche alla vista in quello superiore. Nel buio e nel vuoto del basso sembrano manifestarsi degli spiriti, presenze informi che tornano da un passato lontano: la fantasia dello spettatore, stimolata attraverso il sound design di Luigi Ceccarelli, diventa ancora una volta fondamentale per completare e arricchire la percezione, coinvolgendo maggiormente il pubblico in un viaggio dentro uno spazio interiore. Contrapposta al ‘sotto’, la luce della stanza superiore che mostra un pavimento formato da assi di legno rialzate: calpestate da Chiara Lagani – storica fondatrice del gruppo ravennate insieme a Luigi de Angelis – producono vari effetti sonori tramite l’aiuto del sound elettronico curato qui da Mirto Baliani. Solo una volta acceduto al piano superiore lo spettatore comprende di essere dentro una sorta di cassa armonica, all’interno di uno strumento vuoto ma inframezzato da questo soffitto/pavimento in legno che produce sonorità. Un risultato concettualmente ad effetto che però perde di coinvolgimento nel momento in cui si interrompe il viaggio iniziato al piano inferiore per spostarsi a quello superiore e incontrare una Lagani che con uno sguardo indifferente e troppo maldestramente abita uno spazio che potrebbe invece acquistare una maggiore ritualità.


Carlotta Tringali

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