In punta di piedi a Santarcangelo 39
In un contesto – artistico, sociale, economico – in cui quelle che furono le maggiori rassegne teatrali nazionali sono alla ricerca di un’identità ormai talmente soffusa da apparire, in molti casi, del tutto irriconoscibile, Santarcangelo si pone, con forza, ancora al centro dell’Italia dei festival, presentandosi come territorio a sé, liminare nel trovarsi sospeso fra ricerca artistica e deriva dell’interpretazione, assolutamente autonomo rispetto agli interrogativi che scuotono la scena nazionale e alle micro-variazioni che da un paio d’anni stanno trasformando la pratica performativa, i suoi circuiti e gli sguardi.
La 39° edizione diretta da Chiara Guidi si è articolata in eventi performativi minuti di ascendenza sonora, appena lievemente sbozzati, che il pubblico ha potuto incontrare per pochissimi momenti, quasi in punta di piedi. Come se gli artisti, per qualche giorno, avessero aperto timidamente le porte dei loro studi, per mostrare al pubblico – un pubblico sempre ristretto, quasi ‘famigliare’ per la dimensione e forse anche la provenienza – lo stato della propria ricerca. Una scelta di forma e di vita, quella di Santarcangelo 39, capace di dimostrare il ruolo culturale e l’identità di un’istituzione che ha contribuito per decenni allo sviluppo delle arti performative nazionali e non: nelle grotte e nelle piccole piazze, lungo gli scalini che ascendono la rocca, il festival di Santarcangelo ha fatto della città un territorio altro, un luogo in cui – eccezionalmente per un paese come l’Italia – dare continuità a una ricerca estetica è possibile, lasciar germinare suggestioni è la norma, sperimentare metodologie d’approccio è lo scopo e non un mezzo per realizzare un prodotto da mostrare ed eventualmente vendere nella vetrina festivaliera. Con una nitidezza rara, semplicità formale e grande determinazione, pubblico e artisti di Santarcangelo sembrano ritrovarsi al cuore stesso delle opere che affrontano ogni sera. Questa corrispondenza, davvero preoccupante quanto interessante, fra arte e vita, fra artista e pubblico, fra scena e realtà, è il segno che si può scorgere oltre le diverse idee, tendenze, discussioni che hanno animato quasi quarant’anni di festival: una comunità reale, una zona – culturale e di vita – del tutto autonoma, che ha creato un linguaggio, un modo di guardare, uno stile di confronto comuni per chi la frequenta e che, con difficoltà, può essere compresa, appresa e trasmessa fuori dai suoi confini.
Ma “in punta dei piedi” – questa volta per vedere meglio, non nel rispetto di un silenzio rituale – è anche un’immagine che si ripete nelle piazze e nelle strade di Santarcangelo e si ripercuote sui tantissimi e affollatissimi spettacoli che l’hanno abitata all’interno di IMMENSA, il programma off del festival: un’iniziativa che ha restituito alla rassegna il suo sottotitolo originario (“festival del teatro in piazza”) e, al teatro, una forma di rappresentazione aperta. Con IMMENSA lo sguardo dello spettatore è liberato nella scelta delle sue traiettorie: può andare alla deriva (e anche, in qualche caso, rinunciare allo spettacolo a cui si stava avvicinando) e lasciarsi sconvolgere dall’esplosione performativa e dalla vivacità estetica che ha trasformato le strade della città per dieci giorni. Un pubblico finalmente vario, a volte singolarmente casuale, si è lasciato trasportare in uno spazio – pericolosamente, estremamente – aperto, da piccoli attraversamenti di danza, esibizioni circensi, lotte fra marionette, spettacoli tradizionali e non. Una formula poco consueta per la scena nazionale, ma capace di concretizzare con forza il senso del teatro come incontro effettivo, non preparabile e (tantomeno) orchestrabile: la presenza – volatile, casuale – di una comunità che si crea e si rinnova appositamente intorno ad uno spettacolo, con le sue forme di disponibilità sorprendenti che realizzano quell’energia vitale, quella commistione imprevista, quella forza rigenerante che porta l’individuo, ancora una volta, a fare (realmente e immediatamente, che sia vedere o costruire) il momento teatrale.
Roberta Ferraresi
Category: News
About the Author (Author Profile)
Roberta Ferraresi si occupa di teatro dal 2004. Svolge attività didattica presso l’Università Iuav di Venezia e il Dams di Bologna; ha lavorato nelle redazioni di festival e teatri nazionali e curato laboratori di critica teatrale presso diverse rassegne di arti performative. Attualmente è dottoranda in Teatro presso l’Università di Bologna e collabora dal 2009 con “Il Tamburo di Kattrin”.






