A Parma, tra arte e neuroscienze

| 05/11/2011 | 0 Comments

Teatro Due di Parma, 7 novembre. Due uomini a un tavolo, fra arte e scienza. Uno, italiano, è tra le massime celebrità in campo scientifico e lavora sul cervello; l’altro, fiammingo, è un artista inafferrabile, la cui opera si muove fra arti visive e performative, scrittura e installazione. Sembrano due personaggi assolutamente incommensurabili, e invece qualcosa in comune ce l’hanno: lavorano su “materiale umano” – questa è la chiave che segna il recente avvicinamento fra arte e scienza.

A sinistra Jan Fabre, a destra Giacomo Rizzolatti

Il primo, Giacomo Rizzolatti, era a capo dell’equipe che negli anni Novanta scoprì l’esistenza dei neuroni specchio, recettori di tipo motorio che si attivano nel momento in cui si osserva un’azione. Se un individuo davanti a noi mangia un gelato – tanto per riprendere il celebre quanto discusso aneddoto che accompagna questa scoperta – nel nostro cervello si attivano dei neuroni che non solo comprendono l’azione, ma la compiono: per capire, non interpreto attraverso un’astrazione mentale il gesto di mangiare, ma sto portando il cibo alla bocca anch’io, quindi lo capisco. Le aree cerebrali che si attivano quando osservo una certa azione sono le stesse coinvolte nel compimento reale di quell’azione. La comprensione di un gesto avviene a livello precognitivo, preculturale e in un ambito di simulazione. La portata rivoluzionaria del lavoro dell’equipe di Rizzolatti non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: dopo la scoperta, il mondo delle neuroscienze non è più stato lo stesso e parole come “immaginazione”, “esperienza”, “memoria”, “apprendimento” hanno visto mutare profondamente il proprio significato. E se per qualcuno non si può dire ugualmente per il mondo del teatro – Peter Brook disse che era stata scoperta una cosa che il teatro sapeva da sempre – non è così per le avanguardie performative più recenti, che stanno muovendo passi decisi in questa direzione. Basti pensare al peso che quelle stesse parole-chiave hanno per la scena. O all’impatto che una simile prospettiva può avere nell’analisi dei comportamenti del pubblico, così come nei rapporti fra gli attori e nella costruzione stessa della struttura drammaturgica. Testimone esemplare della ricchezza del dialogo che può nascere fra teatro e neuroscienze è la presenza, al tavolo con Rizzolatti, di Jan Fabre, artista che fin dagli esordi si è interessato alla dimensione corporale del fare attoriale e, in tempi recenti, ha lavorato consistentemente su tematiche legate al funzionamento del cervello.

Lunedì 7 novembre, alle ore 17 al Teatro Due di Parma, l’appuntamento è con questo dialogo, che vede coinvolti insieme lo scienziato parmigiano e l’artista fiammingo a discutere di cervello, empatia, arte e neuroscienze.

 

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About the Author (Author Profile)

Roberta Ferraresi si occupa di teatro dal 2004. Svolge attività didattica presso il Dams di Bologna, dove sta concludendo un dottorato; ha lavorato nelle redazioni di festival e teatri nazionali e curato laboratori di critica teatrale presso diverse rassegne di arti performative. Collabora dal 2009 con “Il Tamburo di Kattrin” e scrive su “Doppiozero”.

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