Gli occupanti del Valle a Venezia
Lido di Venezia, 2 settembre 2011. Gli occupanti arrivano di mattina armati di scope, acqua, computer e impianti audio. In mezza giornata rendono calpestabile il pavimento e agibili i bagni, montano le luci, le postazioni per l’accesso a internet, le tende per dormire sul retro del teatro, a pochi passi di erbacce dalla spiaggia. La conferenza stampa del primo pomeriggio avvia il tam tam che percorre la 68° Mostra del Cinema: i ragazzi del Valle hanno occupato un teatro abbandonato al Lido. Le cartelle stampa sono del cartoncino celeste dell’Unità locale socio sanitaria 16 di Venezia e si vedono circolare tra le sale della Mostra, tra i giornali patinati distribuiti ovunque con George Clooney e Madonna in copertina.
A venti minuti a piedi dal Palazzo del Cinema e dalla sua passerella rossa, si trova il complesso dell’Ospedale a Mare, gigante di vetri rotti e macerie, dove sono rimaste attive solo l’area del pronto soccorso e la nuova piscina di acqua salata calda, ambitissima fonte di cure per malattie reumatiche.
Lungo il rettilineo che attraversa l’ospedale, si incontrano gli occupanti che scaricano damigiane di acqua: è già una fortuna che ci sia la corrente elettrica, ancora attaccata da chissà quando. La polizia municipale è piazzata all’ingresso dell’ospedale con un apparecchio autovelox: una delle loro vetture arriva davanti al Teatro Marinoni: “Con chi devo parlare?”.
C’è sempre un referente, un interlocutore diverso a seconda di chi pone la domanda: “I lavoratori e lavoratrici dello spettacolo” sono organizzatissimi, ognuno col proprio ruolo. Gli si raccomanda di lasciare libero il passaggio per le autoambulanze, per il resto, nessun problema. Anche se l’occupazione è illegale, lo spazio inagibile. Ma da venerdì 2 a martedì 6 – quando sarà presentato alle 21.30 presso la Casa degli Autori, di fronte all’Hotel des Bains, il documentario sull’occupazione del Valle di Roma – il Teatro Marinoni sarà rianimato da attori e artisti che vorranno portare il loro contributo.
Ci spiega Tania, attrice di teatro: “hanno dato già la loro disponibilità Filippo Timi, presente al Festival per Ruggine, e Pippo Delbono, qui per Amore carne. Oggi doveva essere con noi Ottavia Piccolo, ma poi non ce l’ha fatta per motivi di salute. Moltissimi altri verranno, lo comunicheremo via via. L’importante, intanto, è riaprire questo luogo, che è uno spazio pubblico, e denunciare tutte le speculazioni a cui è esposto, a partire dalla vendita in blocco di tutto l’ex Ospedale per costruire villette e alberghi, e finanziare così il nuovo Palazzo del Cinema”.
La favola del nuovo Palazzo del Cinema, come tutti vedono alla Mostra, si è risolta in una voragine colossale piena di amianto (o reperti archeologici, a seconda delle versioni) davanti al Casinò, 15 posti aggiunti ai 1017 della rinnovata Sala Grande, nuova boiserie e poltrone di lino marrone, impianti acustici all’ultimo grido.
In un Paese in cui si taglia per risparmiare, e si investe in grandi opere, i lavoratori del Valle stanno sperimentando dal 14 giugno un modello di gestione della cultura, in uno spazio simbolo del sistema teatrale italiano, dopo lo smantellamento dell’ETI: sono qui a Venezia per approfondire il discorso del welfare, della produzione culturale e della gestione degli spazi anche nel cinema, settore altrettanto sofferente di precariato professionale e finanziario.
L’obiettivo è coinvolgere nella protesta tutti i lavoratori della conoscenza, accomunati dalle medesime rivendicazioni: scrittori, cineasti, operatori museali, artisti, tecnici, musicisti sono tutti convocati al primo incontro nazionale a Roma, al Valle, il 30 settembre.
L’esperienza veneziana è organizzata col supporto e la collaborazione dei Lavoratori dell’Arte di S.a.L.E-Docks, (www.saledocks.org), uno spazio indipendente nato a Venezia nel 2007, quando tutta l’area dei Magazzini del Sale fu ristrutturata in occasione dell’apertura del Museo di Punta della Dogana e della Fondazione Vedova. Sotto la sigla di “Uniti Contro La Crisi” i lavoratori dell’arte e del teatro accolgono quelli del cinema, appena fuori dal cono dei riflettori di un Festival che finora ha mostrato grandi star, paesaggi antipodici, disillusioni politiche o familiari, donne abbandonate da uomini cinici o mediocri. Ancora nessuna rivoluzione, a nord del Mediterraneo.
Fabiana Campanella
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