Maestri oggi al Teatro San Martino
Maestri, quest’anno alla sua seconda edizione, è un appuntamento nodale della stagione del Teatro San Martino di Bologna, gestito da Libero Fortebraccio Teatro (compagnia nata dall’unione di Fortebraccio Teatro e Il Gruppo Libero) e diretto dal 2007 da Roberto Latini. Nel 2010 costituito da incontri con artisti del calibro di Peter Stein, Chiara Guidi, Romeo Castellucci e Luca Ronconi, il ciclo di incontri quest’anno propone lezioni di Marco Martinelli, Giorgio Barberio Corsetti, Armando Punzo e Mario Martone. Ma non si tratta di una sostanzialità legata solo all’evidente levatura culturale e artistica dell’iniziativa, né esclusivamente all’ambiziosità del progetto: Maestri – fatta eccezione per le repliche del nuovo sforzo produttivo della compagnia, Noosfera Lucignolo, posto ad apertura e chiusura della programmazione 2011-2012 – infatti rivela la sua importanza nell’essere l’unico appuntamento di quella che Latini stesso, in una lettera aperta dell’ottobre 2010, ha definito “non-stagione”. Dopo 3 anni di lavoro che ha intrecciato produzioni e ospitalità di tutto rilievo, attività laboratoriali e incontri, intorno al desiderio di mantenere questo piccolo gioiello del centro storico il più aperto possibile, Libero Fortebraccio Teatro ha dovuto in parte venir meno alla sua linea di resistenza, sospendendo la programmazione di quest’anno. Ecco che, allora, la conferenza stampa indetta per la presentazione del ciclo di lezioni con alcuni dei più interessanti registi italiani contemporanei si trasforma in occasione per fare il punto, con Latini e Massimo Mezzetti (Assessore regionale alla Cultura), e rilanciare la discussione sullo stato di salute della politica culturale nell’ambito dello spettacolo dal vivo, a Bologna e non solo. Il dibattito si fa sentito e acceso, fuori dai cliché formali tipici delle conferenze stampa, fra il racconto dell’artista e direttore che ritorna sull’impraticabilità di una programmazione al ribasso e la linea regionale che intende investire sulle realtà attive in concertazione con gli enti locali; con le considerazioni e gli interrogativi della stampa e la rinnovata assenza dell’amministrazione cittadina che sta concludendo in queste settimane la sua esperienza di commissariamento, in coincidenza della quale non poche strutture culturali sono entrate in enorme difficoltà. Il Teatro, sullo sfondo, tace – come a benedire nuovamente un’ennesima speranza di ascolto, di incontro, di riscatto.
Certo, non è che il San Martino sia rimasto immobile in questa non-stagione, essendo utilizzato dalla compagnia per i propri lavori; ma in un contesto simile il pubblico ha dovuto allontanarsi da quello che si era imposto, in breve tempo e con un’intensità rara, a riferimento della teatralità bolognese. «Mi scuso per non essere stato capace a tener fede all’impegno preso, di non essere stato bravo a spiegare a chi ha avuto il potere di valutarlo, il valore anche potenziale della nostra proposta. Ho creduto che fosse sufficiente il lavoro. Ho creduto che fosse possibile rispondere con i fatti al chiacchiericcio improduttivo di un paese che non ha coscienza né meritocrazia», diceva la lettera di Latini, dichiarando l’impossibilità della compagnia di sostenere la gestione del teatro al di fuori delle iniziative specificamente finanziate (come appunto Maestri). Fa eco, oggi, a distanza di sei mesi, la presentazione del ciclo di lezioni, che punta sulla necessità di sottrarsi a una possibile complicità delle strutture teatrali con lo stato di precarietà che è loro imposto da anni dall’assenza cronica di una politica culturale degna di questo nome; Libero Fortebraccio Teatro rivendica, con la sospensione della programmazione al San Martino, il dovere morale di «non rendere sistema l’emergenza» in un contesto, appunto, «che sostiene l’extra-ordinario, invece dell’ordinario, alimentando la provvisorietà dei progetti e la precarietà del lavoro».
Il leitmotiv che accompagna il ciclo di lezioni intitolato Maestri conserva e rilancia il tratto distintivo che aveva accomunato le diverse attività del Teatro San Martino: quello della libertà. A ogni artista invitato – per uno spettacolo, un laboratorio, un incontro – veniva riconosciuta la libertà (e la responsabilità) di proporre e curare l’oggetto che è poi presentato al pubblico, così ognuno dei Maestri, all’interno della propria specificità, offrirà una lezione differente, autonoma. Si tratta infatti di registi molto diversi fra loro, uniti esclusivamente dal dato generazionale, che – come sottolinea Latini stesso – «si sono dati appuntamento in quest’epoca», diventando riferimento e ricchezza per la scena performativa nazionale.
Potrebbe non essere un caso che l’opportunità rilanciare una riflessione sulla (mancata) politica culturale coincida con la presentazione di un’iniziativa legata alla trasmissione del sapere teatrale, che vede come protagonisti dei veri e propri Maestri che si sono distinti non solo per una pratica scenica che ha davvero fatto scuola, ma anche e soprattutto nell’intenso e affannoso dibattito con l’amministrazione pubblica, per sviluppare i propri progetti in un clima di sostenibilità che non possiede soltanto una dimensione artistica di tutto rilievo, ma che si pone anche e innanzitutto nei termini di un attivismo che fa del teatro una possibilità di resistenza reale: pre-testo per diffondere e promuovere la cultura, tentando di formare e riformare le comunità in cui ognuno di questi artisti ha agito e agisce.
Primo su tutti Marco Martinelli, che aprirà il ciclo di lezioni il 9 maggio con un’esplorazione del ruolo che ha avuto Jarry per il suo percorso: il regista, con il Teatro delle Albe, si è posto negli ultimi vent’anni come riferimento per un rinnovato modo di intendere la pedagogia teatrale, trasformando il fare scenico in un’occasione unica di confronto sociale e culturale, dalla gestione di quello “stabile corsaro” che è Ravenna Teatro ai tanti episodi della non-scuola in Romagna così come in tante periferie d’Italia e non solo. Dell’attività pedagogica e politica di Armando Punzo – presente l’11 maggio con una lezione dal titolo Il teatro impossibile – parla il suo stesso percorso: formatosi in ambito para-teatrale, ha dato vita a Volterra alla prima compagnia italiana di detenuti-attori, i cui spettacoli annuali sono appuntamento immancabile per la scena contemporanea, non solo in termini socio-politici ma anche e soprattutto estetici e poetici. Gli altri artisti, pur non avendo dichiaratamente avviato progettualità teatrali dalle ricadute socio-culturali così evidenti, sono persone che hanno fatto profondamente scuola nel teatro italiano, andando a trasformarne radicalmente i limiti e le potenzialità. Sperimentatore instancabile, Giorgio Barberio Corsetti (10 maggio) si distingue per una ricerca che nei suoi trent’anni di attività ha saputo intuire, indicare e diffondere nuovi modi e dimensioni del fare teatro, dagli utilizzi inediti del video alla scoperta del noveau cirque; di più, i numerosi momenti di workshop e laboratorio, hanno fatto dell’attività del regista una vera e propria bottega del nuovo teatro italiano. Chiude il ciclo di incontri il 12 maggio Mario Martone, altro artista che ha aperto la strada alle nuove generazioni portando il teatro fuori dai propri confini tradizionali: oltre al contributo nella creazione di quel vivacissimo humus culturale che ruota intorno ai Teatri Uniti di Napoli e alla direzione innovativa (prematuramente stroncata) al Teatro di Roma, che ha portato all’ingresso delle altre arti e della scena emergente nello Stabile capitolino attraverso la creazione dell’India, la poetica di Martone si è distinta per uno sviluppo in parallelo delle regie cinematografiche e teatrali, che sono state oggetto di numerosi punti di contatto e contaminazione, andando anche a tracciare modalità originali di racconto che fanno delle sue opere dei taglienti quanto materialissimi ritratti dell’Italia di ieri e di oggi.
Si fa un gran parlare da qualche tempo, in ambito critico e accademico, di quelle condizioni di formazione teatrale che vanno sotto i nomi della tradizione del nuovo o dell’azzeramento, dell’autopedagogia o della fine dei maestri – molte volte proprio a proposito della nascita e dello sviluppo di quelle esperienze performative che fanno capo ai Maestri invitati nelle due edizioni dal Teatro San Martino (dalla Socìetas Raffaello Sanzio al Teatro delle Albe, da Giorgio Barberio Corsetti a Luca Ronconi). É un bel paradosso che proprio quegli artisti additati negli anni Ottanta a capostipiti di una nuova generazione senza padri, si rivelino ora – in questa e altre occasioni – i riferimenti sostanziali per la giovane ricerca teatrale; e non (o non solo) attraverso appuntamenti veri e propri con questioni legate alla formazione, ma in rapporti di filiazione che sono ben visibili nella loro pregnanza con l’emergere delle estetiche e poetiche dell’ultima generazione performativa italiana. Ed è ancora più significativo, se consideriamo che si tratta dell’unica uscita pubblica del Teatro San Martino per questa stagione, constatare come la scena (e la cultura) italiana abbiano oggi quantomai bisogno dei propri maestri. D’arte, certo; ma anche di etica, di politica, di vita.
Roberta Ferraresi
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About the Author (Author Profile)
Roberta Ferraresi si occupa di teatro dal 2004. Svolge attività didattica presso l’Università Iuav di Venezia e il Dams di Bologna; ha lavorato nelle redazioni di festival e teatri nazionali e curato laboratori di critica teatrale presso diverse rassegne di arti performative. Attualmente è dottoranda in Teatro presso l’Università di Bologna e collabora dal 2009 con “Il Tamburo di Kattrin”.








