Amarti m’affatica

Recensione a Tragedia tutta esteriorequotidiana.com

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foto di Claudia Fabris

Ho sentito qualcuno del pubblico dire che questo era lo spettacolo più assurdo visto negli ultimi dieci anni; dove assurdo sta per astratto, ironico e senza senso.
Due persone si guardano negli occhi per un’ora: potremmo descrivere così questo spettacolo. Questa affermazione potrebbe trasmettere un forte dubbio sulla riuscita teatrale dell’opera; ma è così, e funziona. Un uomo, una donna, vestiti di bianco, racchette da ping pong alla mano. Uno spazio – impossibile dire vuoto – bianco e asettico, un cubo di luce. Silenzio. Il primo impatto visivo è forte. È blu, è bianco, è nero: non si sa. Totale incapacità di definire l’immagine: è straniamento. Qualcosa di simile a quello che si prova davanti a Quadrato bianco su fondo bianco di Malevich, ma che assorbe e attira dentro, come il blu monocromo di Klein. Un dialogo, serrato e impersonale, racconta il triste consumarsi di due vite, legate, forse, ma certamente esauste, l’una dell’altra. Un ossimoro, che allontana e al contempo coinvolge; il pubblico ride al cinismo di alcune battute, e ne viene toccato proprio dall’apatia ricercata con cui si esprime questo lento sgretolarsi. La sensazione è quella d’uno stillicidio, violenza compressa, veleno, tacita esasperazione, un amore nato morto, un amore che affatica, che svuota dentro.
Prosegue questo gioco di ruoli, i due personaggi, racchette alla mano si passano “la palla” in attesa della prossima mossa, pronti al massacro: “colpiscimi ed io ti colpirò”. Tutto nella completa assenza, un bianco non bianco, non un inizio né una fine; forse senza senso. Tragedia tutta esteriore, invece, nasce dalla necessità di trovare un senso, di creare una forma che colpisca ancor prima del significato delle parole. Roberto Scappin e Paola Vannoni si dichiarano completamente senza radici «I nostri spettacoli erano politici e pieni di significato, risultavano pesanti. Abbiamo voluto togliere tutto, è stato un atto di rabbia, anche nei confronti del Teatro. Abbiamo pensato di fare una cosa totalmente inutile, priva di riferimenti. Il testo è nato cosi, da solo, stavamo anche venti minuti seduti in silenzio con davanti una telecamera». Inevitabile non pensare a Beckett, in particolare a Finale di partita, nella versione offerta da Franco Branciaroli: stessa luce, stesso bianco asettico. Certo, due esperienze diverse, forse assolutamente sconnesse. L’immaginario beckettiano è forte, nonostante gli artisti neghino ogni influenza esterna. “Senza radici”, ormai, è un concetto troppo astratto, per il teatro contemporaneo ormai lontano da qualunque tipo di derivazione, ma pur sempre ancorato ad un substrato dell’immaginario passato. Quotidiana.com ha dimostrato di saper stupire, di entusiasmare e trasmettere, proponendo il contrario, giocando perversamente sull’attrazione per il vuoto, che muove ogni essere umano, l’assenza, la crisi, l’apatia.

Camilla Toso

 

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