Di una “malnata” poesia

Recensione di Poetry Event – Carolyn Carlson

Foto di Alvise Nicoletti

Foto di Alvise Nicoletti

La forza e la magia del gesto di Carolyn Carlson sono inconfondibili. Quando mette piede sulla scena tutti gli sguardi degli spettatori si focalizzano su quel corpo alto e ossuto, di una bellezza unica. Agile e intenso, nonostante oggi non appartenga più alla giovane ragazza che ha cambiato la storia della danza, è stato fulcro di Poetry Event, uno spettacolo unico che la coreografa e danzatrice americana, qui inoltre in veste di poetessa e calligrafa, ha creato appositamente per e nel luogo destinato ad ospitarlo. Venezia e nello specifico il Teatro Fondamenta Nuove fanno parte di quei luoghi che hanno avuto l’onore di essere stati scelti dalla Carlson come fonte di ispirazione poetica, essendo portatori di una malinconia assimilabile a quella di un poeta romantico, perché testimonianza architettonica del passato rigoglioso di una città ora “decadente”.

Martedì scorso sul palcoscenico del Teatro Fondamenta Nuove, grazie anche alla presenza del musicista e compositore Paki Zennaro e ai danzatori Simona Bucci e Luca Zampar, da anni collaboratori della Carlson, hanno preso vita i pensieri tradotti in poesia dell’artista americana, in un continuo gioco tra movimento, musica e voce.

La volontà di trasporre in gesto ciò che era stato prima di tutto pensato per essere scritto sulla carta e poi declamato, ha reso la coreografia eccessivamente didascalica, troppo legata al significato del significante, malamente espressione ridondante di corpo che solitamente agisce in modo asciutto e netto. La poesia letta e la poesia dei gesti non sono riuscitepienamente ad amalgamarsi, anzi, per la maggior parte del tempo si sono perse, sono sfuggite dalle mani dei tre danzatori che cercavano continuamente, imperterriti, di afferrarle. Di certo però non si è persa la magistrale bravura di Carolyn Carlson, capace ancora, dopo anni di esperienza, di scivolare in sviste ed errori espressivi: sintomo di una personalità che non si sente ancora arrivata, quindi umile, e continuamente alla ricerca dell’irraggiungibile forma perfetta.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia

Rossella Placuzzi