Verba manent
Recensione a Made in Italy – Babilonia Teatri

foto di Marco Caselli Nirmal
Sineddoche di tutta Italia, il natio Nord Est viene usato da Babilonia Teatri come luogo privilegiato di raccolta d’espressioni vernacolari e pregiudizi – ormai divenuti intercalari – per costruire una panoramica che riflette l’intero stivale. L’ipocrisia ed i luoghi comuni captati nella loro città, Verona, divengono punto di partenza per una tragicommedia punk tutta made in italy – che è valsa alla compagnia il Premio Scenario 2007.
Frasi razziste, bestemmie, modi di dire, testi di canzonette ed espressioni giuridiche si aggrovigliano come i neon della scena svelando, illuminandosi a intermittenza, significati altri e spiazzanti accostamenti. Attraverso una non-recitazione urlata e ritmata, Valeria Raimondi ed Enrico Castellani vomitano un testo che, procedendo per collegamenti stupidamente e genialmente logici, restituisce una fotografia del nostro Paese nauseante. Un’Italia fatta di tifo calcistico sfegatato, strisciante xenofobia mascherata da “sacrosanta difesa dell’identità nazionale” e funerali in diretta televisiva nella disperata ricerca di un eroe e di un’audience di cui andare orgogliosi.
Le scene si susseguono con lo stesso criterio apparentemente illogico della struttura drammaturgica, alternate a momenti in cui i due bravissimi attori si abbandonano a manifestazioni di incontrollabile energia, ballando con incredibile autoironia canzonette (come Acida dei Prozac+, un vero cult demenziale da “pogo” di un’intera generazione). Una sorta di Blob teatrale non volto alla costruzione di un racconto, ma di un senso. Un Blob, però, non fatto di immagini, ma soprattutto di parole.
Anche la vittoria degli azzurri ai mondiali di calcio e il funerale di Pavarotti vengono ricordati in scena solo attraverso la registrazione audio della diretta: immagini presenti in qualche antro della nostra mente, ormai assuefatta dalla quotidiana overdose a potenziare la memoria visiva. Ma chi ricorda le parole che sono state dette in quelle occasioni?
Nell’”era della riproducibilità tecnica”, l’antico motto “verba volant” non è più così effettivo: con un’operazione di elevazione al quadrato, Babilonia Teatri conclude lo spettacolo con la voce degli attori stessi registrata e prestata a un coretto kitsch di nani e biancanevi da giardino, simbolo per eccellenza del benpensante qualunquista. Ciononostante nessuno sembra dare più peso alle parole: riascoltarle senza avere nulla da guardare – i due attori restano pressoché immobili, in tableau vivant, durante la riproduzione audio – restituisce alle parole la loro capacità di significare, smascherando il populismo, la finta enfasi e la vacuità della comunicazione televisiva imperante.
Quello dei Babilonia è un teatro innovativo, irriverente, tagliente, grottesco, divertente e di parola: se, negli anni, quest’ultima espressione è divenuta sinonimo di “tradizionale”, in contrapposizione al teatro “di ricerca” che ha sviluppato maggiormente l’aspetto immaginifico e visuale della scena, alla giovane compagnia si deve riconoscere anche il merito di aver contribuito a sgretolare, con irruente semplicità, questa sterile categorizzazione.
La parola non è mai invecchiata: è il modo di portarla in scena che può soffrire di accademismi ormai superati nella sensibilità comune. Babilonia Teatri ha inventato un modo tutto suo di farlo, in un’Italia in cui la televisione è al potere la loro operazione è quanto mai necessaria e profondamente intelligente, perché non si chiude in una nicchia di filosofici concettualismi e alte espressioni, ma sfrutta proprio il linguaggio televisivo per porgere agli spettatori uno specchio limpido nel quale riflettersi, riconoscersi e scoprire cosa si è diventati.
Visto al Teatro Universitario Giovanni Poli, Venezia
Silvia Gatto
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