Riflettendo su VIE, festival in piedi nonostante il terremoto

Giorni di terremoto, giorni infelici. L’Emilia Romagna è stata messa in ginocchio dal terribile sisma che l’ha colpita e che continua ad angosciarla con scosse continue. Giorni di devastazione, ma anche giorni di VIE Festival di Modena, a cui abbiamo preso parte nel primo finesettimana, quando la città e i paesi attorno stavano tentando di ricominciare dopo il terremoto del 20 maggio, pensando che il peggio fosse passato.

foto di Marc Domage

Mentre il grande regista lituano Nekrosius delude le aspettative con la sua Divina Commedia (rimandiamo alle recensioni di Simone Nebbia per Teatro e Critica e Massimo Marino per Doppiozero), il francese Pascal Rambert dà prova della sua intensità con il bello Clôture de l’amour andato in scena in prima nazionale. Due attori splendidi uno di fronte all’altro monologano e non dialogano, ognuno tira dritto per la propria strada, correndo come un treno senza mai voltarsi, senza confrontarsi. La loro storia d’amore è finita, irrimediabilmente chiusa. Inizia lui, Stanislas Nordey a sputar sentenze, ad addossare odio e rancore a lei, immobile dall’altra parte, tesa e concentrata a reggersi in piedi e a non fiatare davanti alle accuse e alle frasi assurde che l’attore sciorina senza sosta. Come se avesse paura di una replica che potrebbe metterlo in difficoltà, fargli cambiare idea o contrastare le sue folli teorie come il fatto che «la vita non è un cestino di fragole». Nelle sue parole più volte si sente pronunciare che «non c’è soluzione e tutto diventerà orrore e sarà pieno di orrore», proprio come diceva Conrad nel suo Heart of darkness; in fondo, il nocciolo di ogni cosa è sempre quello, l’orrore. Geniale l’idea di interrompere il monologo con dei bambini che entrano in scena, con vestiti colorati iniziando a cantare: straniante e allucinante, una soluzione che fa sorridere e prendere una boccata d’aria, donando gioia in un ambiente freddo e dilaniante, come quello creato dalle parole pronunciate da Nordey. I cinque minuti del coro finiscono presto per lasciar spazio al dolore di lei, una gracile ma tenace Audrey Bonnet, che non svuota la storia come ha fatto lui, guidato dal rancore, ma ne tesse le fila più significative e intense. La forza della Bonnet è toccante e coinvolgente, il suo monologo regala dolore e bellezza, scendendo nei dettagli di una passione perduta. Piegato in due lui l’ascolta, ma non riesce neanche più a guardarla. Non si ha un’altra possibilità, l’amore sarà ancora nel ricordo; vivrà in un passato che non può tornare ma che non può essere rinnegato.

Ma torniamo a oggi per aprire una riflessione. Rambert si è visto a Modena quando c’era un disperato bisogno di ricostruire, prima che quel 29 maggio, fatale per molte vite, riaprisse una ferita ancora dolorosa, rendendola più profonda e difficile da rimarginare. Mentre il nord Italia piange i suoi troppi morti, il numero degli sfollati aumenta e le polemiche contro la Parata del 2 giugno impazzano, VIE Scena Contemporanea Festival, solitamente posto a epilogo delle stagioni teatrali e anticipato quest’anno a maggio, continua imperterrito il suo corso. Ovviamente modificandolo. È del 30 maggio infatti la decisione di Pietro Valenti, direttore di ERT di non fermare completamente la rassegna iniziata il 24 maggio e che si concluderà il 2 giugno: «Il sisma ha colpito Modena molto duramente ma fermare il festival sarebbe come levare alla città un pezzo della sua vita. Il teatro delle Passioni vuole proporsi come luogo di ritrovo dove trovarsi per uscire di casa, incontrarsi, parlare, per ricreare quella comunità che solo il teatro permette».

Tanti spettacoli sono stati annullati – come le performance/pièce di Lisbeth Gruwez, Orthographe / Presto!?, i debutti di Barokthegreat, Danio Manfredini e Antonio Latella – e altri spostati di orario data l’inagibilità di alcuni luoghi. E nonostante tutto nessuna sospensione del Festival, ma la volontà di restituire al teatro la sua natura comunitaria, proprio come successe a Sarajevo negli anni ’90, mentre la guerra impazzava. E atterrava palazzi, ponti, strade, persone. Il teatro era protesta, riscatto e resistenza. Diversamente da quei posti, qui non c’è l’uomo a manovrare l’orrore, ma la natura: di fronte all’impotenza ci si domanda dunque come gli artisti riescano a continuare il proprio lavoro – perché in fondo di lavoro si tratta – o dividere l’ospitalità e le stanze di albergo con chi ha perso la propria casa e si è ritrovato in pochi secondi senza nulla più. Ed è difficile immaginare e pensare con una ferita appena aperta e così dolorosa che il teatro possa ora come ora creare una comunità quando si cercano di ricostruire pezzi del singolo, frammentato e ridotto anche esso a macerie. Il Festival VIE abbraccia infatti un territorio più ampio che, oltre la città di Modena, comprende luoghi come Carpi e Castelfranco Emilia, fortemente colpiti dal sisma. Lì VIE si ferma per trasferirsi completamente a Modena, ma può esserci “festa” nel Festival? Opinioni differenti si scontrano tra il coraggio di andare avanti e la necessità di rivedere delle priorità, forse sollevando ancora più polvere in un luogo già devastato dove la calce ha coperto tutto, ma senza lasciare ancora un grande silenzio.

Da VIE Scena Contemporanea Festival, Modena

Carlotta Tringali

7 thoughts on “Riflettendo su VIE, festival in piedi nonostante il terremoto

  1. Lorenzo Donati scrive:

    Non si tratta di fare finta che non sia successo nulla. Le affermazioni contenute nella parte finale del pezzo denotano una concezione della cultura come intrattenimento, come “festività” da sballo e divertimento rivierasco. Non si tratta di festeggiare ma di fare in modo che si possa intravedere un futuro. Il teatro non è in grado di fare questo? Ma allora di cosa ci stiamo occupando, tutti, da anni? Al festival non c’è nessuna calce, nessuna polvere (e non solo in senso metaforico: Il Comunale, Lo Storchi, il Planetario e il Teatro Herberìa di Rubiera sono stati dichiarati agibili, restano chiusi perché i vigili del fuoco non possono permettere che tante persone si radunino in edifici storici in tali condizioni ambientali). C’è invece gente, alle Passioni, che ha voglia di stare fuori di casa, di vedere uno spettacolo e di bere una birra. Ci sono degli artisti, dei tecnici, degli organizzatori che continuano a lavorare nonostante la tragedia, perché fare teatro è fare cultura e la cultura è la nostra identità, è quello che siamo. E’ salvaguardare ciò che ci sta a cuore, è prendersi cura della nostra casa. Questa è casa nostra, e se la casa va in pezzi si fa di tutto per tenerla in piedi, cercando di fare quello che ognuno sa. Il Festival, inoltre, ha soppresso le sue attività martedì 29 maggio, il giorno della seconda grande scossa, per rispetto alle vittime di quel giorno. E lasciamo perdere, per favore, i paragoni con le guerre. Qui ci sono molte battaglie da combattere, e il modo per farlo non è certo un’informazione senza fondamento. Certe cose vanno dette stando dove le cose accadono, che sia un teatro o una città.

  2. Giacomo scrive:

    […]

    Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

    I danni altrui commiserando, al cielo

    Di dolcissimo odor mandi un profumo,

    Che il deserto consola. A queste piagge

    Venga colui che d’esaltar con lode

    Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

    È il gener nostro in cura

    All’amante natura. E la possanza

    Qui con giusta misura

    Anco estimar potrà dell’uman seme,

    Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

    Con lieve moto in un momento annulla

    In parte, e può con moti

    Poco men lievi ancor subitamente

    Annichilare in tutto.

    Dipinte in queste rive

    Son dell’umana gente

    Le magnifiche sorti e progressive .

    […]

  3. Andrea Pocosgnich scrive:

    Perdona Lorenzo, ma non capisco questo livore. Carlotta si pone semplicemente delle domande. La sua mi pare tutto meno che un’informazione senza fondamento. Quello che arriva dal tuo commento invece sembra dirci: questo è territorio nostro e possiamo occuparcene solo noi.
    E mica sono così convinto.

    Abbracci.

    A.

  4. Carlo Innamorati scrive:

    C’è il tempo del lutto; e una volta, quando i valori economici erano meno pressanti, era un tempo più lungo. Per capire. Per aiutare. Per ricominciare. C’è poca voglia di vedere raccontare storie quando la realtà irrompe così orribile. Poca voglia di ritrovare il proprio gruppetto, la propria identità (!), di bersi una birretta, quando interi paesi, comunità più o meno aggregate o disgregate, sono spazzati via. Ricominceremo, domani. Ma lasciaci, Donati, il tempo del silenzio. Per giocare bisogna avere speranza, libertà, e in questi giorni sembrano morte. Rinasceranno. Presto,subito, ma con calma.(E poi non mi sembra che l’articolo dica niente di quello che gli attribuisci: riporta, senza dare risposta, due opzioni, entrambe plausibili e contraddittorie:
    “Opinioni differenti si scontrano tra il coraggio di andare avanti e la necessità di rivedere delle priorità, forse sollevando ancora più polvere in un luogo già devastato dove la calce ha coperto tutto, ma senza lasciare ancora un grande silenzio”. E il finale mi sembra, decisamente, metaforico e propositivo. E poi, la cultura del divertimento rivierasco: ma dai, dove la vedi?).

  5. Simone Nebbia scrive:

    Colleghi, amici,
    davvero di tante questioni vitali e appassionate è su questo che vogliamo fare polemica?
    Nel merito, io trovo che le parole di Valenti si portino invece una scelta intelligente e coraggiosa, e di profondo rispetto: gli spettacoli sono stati annullati, non c’è da fare spettacolo, ma c’è da dare un segno lasciando il teatro come luogo d’incontro. Ha ragione Lorenzo nel dire che è forse una delle cose che più ci unisce, è quello che diciamo a dispetto di qualsiasi cosa e malgrado tutto, malgrado anche le nostre differenze. A che serve chiuderci? Lasciate aperto le Passioni come un luogo che dimostri di essere ancora vivo, chiudere tutto è dichiararci morti e sconfitti dalle macerie. Ma che senso ha? Rispetto? E per chi? Il festival è fatto di persone colpite quanto gli altri, terremotati anche loro. E non crediamo sia proprio il teatro, non come luogo fisico ma dell’anima, il posto da dove potersi ritrovare e ricominciare? Io credo di sì, è quello che mi ci porta ogni sera, quello che mi permette di considerare quel dovuto silenzio come uno spazio di nuova parola, sintomo vitale, germinazione. Uno dei commenti qui sopra rimanda alla Ginestra leopardiana: “Non ha natura al seme / dell’uom più stima o cura / che alla formica”, dice il poeta, ma le formiche hanno davvero come unico obiettivo quello di una comunità, è questo che le salva, il mondo di relazione con cui riescono a contrastare la solitudine cui le spinge la forza centrifuga della natura. Vogliamo davvero chiuderci ognuno nella propria tana? No, cari miei, io rilancio: è proprio in questi casi che un pezzetto per ciascuno, un fuscello caricato su ogni dorso, può darci la misura della bellezza che abbiamo in questi anni affiancato, ascoltato, a nostro modo generato, in virtù di una passione con cui siamo tutti generosi: vi prego occupiamoci del cristallo, fin troppo vetro intorno risuona sordo.

    Abbracci a tutti
    SN

  6. Redazione scrive:

    Cari tutti
    vi vorrei ringraziare per questo dialogo epistolare, grazie per la partecipazione, le poesie e le prese di posizione: la mia non voleva essere una polemica, quanto una riflessione su ciò che sta avvenendo e i vostri pensieri non fanno altro che arricchirla. Diamo spesso per scontato il ruolo del teatro – mai considerato, permettimi Lorenzo, come un intrattenimento o un divertimento rivierasco – e in questo caso, di fronte alla morte, credo sia messo a dura prova: c’è il tempo per il silenzio e il tempo per la ricostruzione (germinazione come la chiama Nebbia), c’è il tempo per il passato e c’è quello per il futuro. Il presente sembra schiacciato da questi due pilastri, velocemente deve divenire passato e ancora più in fretta futuro. Non è un volersi chiudere dentro le proprie tane, ma neanche chiudersi dentro un teatro – non voglio sminuire la bellezza di questo gesto che tutti conosciamo bene. E’ vero Lorenzo, non sono lì. E per questo il tuo pensiero è ancora più necessario.
    E allora mi chiedo se non sia forse in un momento come questo che bisogna scendere in piazza e amplificare il ruolo del teatro, far rimbombare quel silenzio, farlo deflagare e lì sostare, dentro quel rimbombo che non si sposta nell’unico teatro che può restare aperto perché agibile e dove per i vigili del fuoco ci si può radunare; ma rimane all’aperto, nei posti dove c’era VIE – che non comprende solo Modena, ma anche i paesi direttamente colpiti della provincia – e lì far sentire la propria voce, riflettendo però sul presente, su quel silenzio, su un lutto ancora aperto. E ditemi anche che sono utopista, ma forse è proprio il teatro che mi spinge a esserlo.

    Carlotta

  7. Lorenzo Donati scrive:

    Carissimi,

    non voglio prolungare eccessivamente una “polemica” che a poco serve, concordando con l’ultimo commento. Probabilmente mi sono lasciato prendere un po’ la mano nei toni, siamo tutti un po’ più accesi del normale. Detto questo, i miei sono rilievi di dissenso rispetto a certi passaggi dell’articolo, che mi sono permesso di esprimere pubblicamente. Dissento dall’adombrare, anche solo in forma di domande, che la “festa” del teatro sia inutile in questi casi. E’ vero che ci sono molte, forse troppe “feste-festivaliere” senza contenuti, che invitano a spegnere il cervello. Se è il caso di Vie, si dovrebbe allora tentare di circostanziare una simile affermazione, per discuterne. Se invece è una domanda generale, non posso che diventare ideologico, perché quello che stiamo cercando di condividere tutti è proprio l’esatto opposto di una festa da sballo. Come si può anche solo dubitare che il teatro, che la cultura (comprese le sue accezioni festive), non possano essere occasione per una comunità di guardarsi, di capire cosa è accaduto? Forse potevo evitare di evocare le riviere (e mi scuso) perché in fondo so bene che chi ha scritto l’articolo ha ben altri orizzonti in mente. Mi accendo, ed esagero, perché avverto che se non proteggiamo con tutte le forze queste nostre persuasioni il rischio di prestare il fianco a chi ci considera inutili e superflui è dietro l’angolo.

    Io non posso fare i conti con il dolore degli altri, non mi posso permettere di esprimere opinioni sulle scelte di chi vive tutti i giorni in quella provincia. Mi sento solo di rispettare una scelta, ben sapendo che ci sono persone che hanno molta più voce in capitolo della mia per esprimersi. Ma se anche volessi proprio esprimere una opinione, almeno mi premurerei di fornire un quadro completo, di tracciare un contesto, e così evitare un opinionismo che non ci porta da nessuna parte, almeno secondo me. Dovrei dire che il festival si è fermato un giorno. Dovrei dire che tutte le compagnie sono state chiamate, e messe nelle condizioni di scegliere se fare o meno spettacolo, qualora i teatri fossero agibili. E che tutte le compagnie avevano deciso di esserci. Dovrei dire che il personale organizzativo del festival, stagisti compresi, ha avuto la possibilità di tornare a casa, ma nessuno l’ha fatto. Dovrei dire che i tecnici hanno autorganizzato una serata di musica, invitando i gruppi della zona. Dovrei provare a descrivere la temperatura del bar delle Passioni di notte, comunque sempre pieno, ben sapendo che nei parchi limitrofi c’erano persone che dormivano in tenda. Io, francamente, anche dopo aver detto tutte queste cose, non me la sentirei di mettere in discussione (nemmeno fra le righe) le scelte delle persone che hanno fatto questo festival. Da qui il mio infervoramento, che non vuole essere un attacco personale (nè tantomeno al lavoro di questo sito, che rispetto) ma solo un dissenso di contenuti, però netto.

    Detto questo, sono grato a chi ha formulato commenti che mi hanno imposto di chiarirmi.
    Un saluto a tutti,
    Lorenzo

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