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	<title>IL TAMBURO DI KATTRIN &#187; Accademia degli Artefatti</title>
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	<description>Webzine di Critica Teatrale</description>
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		<title>Storia che viene. Storia che va</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 11:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Conti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[La grottesca giostra della Storia continua a porre in luce conflitti di una civiltà  che contrappone buoni a cattivi, libertà a sottomissione, trovando nella guerra l'accentuazione di tale opposizione. Il teatro risponde a questo attacco continuando a parlarne. Parla di guerre l'Accademia degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri, e lo fa partendo da   Shoot/Get Treasure/Repeat [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6426" title="Spara, prendi il tesoro e ripeti" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-3-300x199.jpg" alt="" width="180" height="119" /></a>La grottesca giostra della Storia continua a porre in luce conflitti di una civiltà  che contrappone buoni a cattivi, libertà a sottomissione, trovando nella guerra l'accentuazione di tale opposizione. Il teatro risponde a questo attacco continuando a parlarne. Parla di guerre l'Accademia degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri, e lo fa partendo da  <em> Shoot/Get Treasure/Repeat </em>di Mark Ravenhill.<span id="more-6370"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6426" class="wp-caption alignleft" style="width: 384px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-3.jpg"><img class="size-full wp-image-6426   " title="Spara, prendi il tesoro e scappa" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-3.jpg" alt="" width="374" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Andrea Cravotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">La grottesca  giostra della Storia continua a porre in luce conflitti di una civiltà  che contrappone buoni a cattivi, libertà a sottomissione, trovando  nella guerra l'accentuazione di tale opposizione. Il teatro risponde  a questo attacco continuando a parlarne. Parla di guerre l'Accademia  degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri, e lo fa partendo da  <em> Shoot/Get Treasure/Repeat </em>di Mark Ravenhill. L'origine di quest'opera,  ormai nota e mitizzata, vide, nel 2007, il drammaturgo inglese comporre  17 pièces revisionando in chiave contemporanea alcuni testi classici  sul tema della guerra, da Omero a Euripide, da Dostoevskij a Brecht.  La saga teatrale viene ripresa da Arcuri. Dieci sono i frammenti che  l'Accademia degli Artefatti mette in scena. Appare abbastanza complesso  tutto il meccanismo e per non mandarlo in tilt, il Teatro Metastasio  Stabile della Toscana ha proposto una kermesse di due giorni nella quale  presentare consecutivamente le dieci pièces di <em>Spara, Trova il tesoro  e ripeti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo ciclo si è aperto con la rappresentazione  di <em>Delitto e castigo</em> seguito da <em>Paradiso Perduto</em>, <em>Nascita  di una nazione</em>, <em>Terrore e miseria</em> per chiudersi con l'<em>Odissea</em>.  Gli episodi si sviluppano in un susseguirsi fluido di contrasti umani.  La pazzia della guerra prende le mosse da situazioni specifiche come  nella prima pièce. <em>Delitto e castigo</em> racconta di un interrogatorio  di guerra che nel suo evolversi sprofonda nella psiche umana, nella  crudeltà dell'invasore che, giustificato dalla sua missione di aver  portato libertà e democrazia in un Paese, pretende che gli venga riconosciuto  il diritto di appropriarsi di ciò che ha</p>
<div id="attachment_6427" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-4.jpg"><img class="size-medium wp-image-6427" title="Artefatti_Nazione-4" src="http://www.iltamburodikattrin.com/files/iltamburodikattrin.com/2010/02/Artefatti_Nazione-4-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Andrea Cravotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">liberato. Ma la vittima, sembra  dirci il regista, non è solo colui che si trova in territori occupati.   Come in un processo dai labili confini, vittima diviene anche il soldato  sottoposto a decisioni a lui superiori, decisioni incontestabili che  gli faranno perdere ogni contatto con la vita. L'ipocrita logica dei  portatori di pace, la messa in scena di un'ipotetica giustizia sfumata  di razzismo e repressione, si fa dettaglio per addentrarsi nelle frustrazioni  della vita di una famiglia borghese con <em>Terrore e miseria</em>. Se  un ingannevole spiraglio di salvezza viene dichiarato in <em>Nascita  di una nazione</em> nell'appellarsi dell'uomo all'arte come ultima via  d'uscita,  Arcuri non tarderà, con <em>Odissea</em>, a riportare  in auge domande quali <em>Chi porta la libertà  a chi? Chi ha così tanta democrazia da poterne regalare un po'?</em> Con lo sguardo rivolto sempre verso lo spettatore, gli attori   sembrano voler rendere ogni soggetto consapevole delle proprie colpe  e della propria inerzia. Il regista ci lascia al di qua della scatola  scenica che si fa “specchio” del pubblico, come in <em>Delitto e  castigo</em>, ma allo stesso tempo ne definisce il limite del suo intervento.  Illusorio coinvolgimento è ciò che emerge da ogni pièce. Gli attori  si muovono tra le gradinate del teatro, consegnano carta e penna agli  spettatori (<em>Nascita di una nazione</em>), lasciano che questi si sentano  chiamati in gioco, responsabilizzati, per poi annullarne ogni valenza,  tornare alla messa in scena, alla distanza e passività dello spettatore.  Nella drammaturgia frammentata le parole si fanno portatrici delle più  varie sfaccettature anche se non viene mai meno la consapevolezza di  trovarsi di fronte ad un conflitto tra Occidente e Oriente raccontato  dalla posizione di un occidentale. Come in una battaglia navale, la  kermesse ha visto un dileguarsi di persone nel susseguirsi delle rappresentazioni,  come a volerci ricordare il limite di accettazione delle nostre responsabilità  o sopportazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Teatro  Fabbricone di Prato il 31 gennaio 2010</em></p>
<p style="text-align: right;">Elena Conti</p>
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		<title>Illusioni di salvezza</title>
		<link>http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2009/illusioni-di-salvezza/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 13:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese Bellato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatri delle Mura 09]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione a Nascita di una nazione - Accademia degli Artefatti

Quattro personaggi arrivano in una città devastata dalla guerra  provocata dalla loro stessa fazione. Cercato il contatto con gli abitanti, si presentano, narrando la propria storia e il modo in cui l'arte ha dato senso alle loro vite e guarito i loro traumi. Giunti di fronte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Recensione a <em>Nascita di una nazione</em> - <strong>Accademia degli Artefatti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2633" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2633 " title="Nascita di una nazione" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-1-300x199.jpg" alt="foto di Andrea Cravotta" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Andrea Cravotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quattro personaggi arrivano in una città devastata dalla guerra  provocata dalla loro stessa fazione. Cercato il contatto con gli abitanti, si presentano, narrando la propria storia e il modo in cui l'arte ha dato senso alle loro vite e guarito i loro traumi. Giunti di fronte alla provata cittadinanza tentano, a loro volta, di portare pace e serenità attraverso l'insegnamento dell'arte. Questa è la breve trama di <em>Nascita di una nazione</em> nella versione scritta da <strong>Mark Ravenhill</strong> per il ciclo <em>Spara, trova il tesoro e scappa</em>, composto in occasione dell'Edimburgh International Festival del 2007.<br />
Gli attori, con disinvoltura, entrano in scena trainando ognuno il proprio trolley da viaggio. Lo spazio è estremamente semplice, solo un piano in legno a delimitare lo spazio performativo. La condizione fondamentale è la frontalità con il pubblico, che ricorda l'atmosfera delle assemblee cittadine e al contempo delle esibizioni teatrali in genere - ed in effetti riassume efficacemente l'intento di entrambi i livelli comunicativi dei personaggi: parlare ai cittadini e dimostrare la propria arte.<br />
A caratterizzare fortemente l'<strong>Accademia degli Artefatti</strong> è la naturalezza nella recitazione, non priva di tentennamenti e balbettamenti che in alcuni casi paiono però eccessivi (soprattutto nella parte iniziale dello spettacolo che ne viene rallentata ed appesantita). Molto interessante la scelta di entrare in scena come semplici uomini che osservano l'ambiente e solo successivamente assumono il ruolo di artisti posizionandosi sotto le luci del 'palco'.<br />
La relazione con il pubblico è fatta di vicinanza, di relazione tanto concreta da chiedere esplicitamente risposte, gli attori in un occasione distribuiscono carta e penna, in un crescente approccio al coinvolgimento. Addirittura, quando una donna tra gli spettatori acconsente ad alzarsi, scatta spontaneo l'applauso del pubblico, che ingenuamente ignora, almeno per qualche attimo, che la coraggiosa signora sia in realtà attrice.<br />
Estremamente apprezzabile la doppia valenza data al testo, che mantiene il filo della narrazione originale, ma sdoppia contemporaneamente il significato del linguaggio leggendone ogni parola su un piano semplicemente fattuale - spesso comico nella sua ambivalenza -  condizionando e determinando le dinamiche di relazione tra i personaggi e con gli spettatori.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2634" class="wp-caption alignright" style="width: 209px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-6.jpg"><img class="size-medium wp-image-2634 " title="Nascita di una nazione" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-6-199x300.jpg" alt="foto di Andrea Cravotta" width="199" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">foto di Andrea Cravotta</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Grande forza del testo di Ravenhill, che nel finale assume un ribaltamento amaro: la donna che gli artisti vorrebbero aiutare ha subito traumi e perdite tali che è evidentemente e tragicamente  illusiorio credere di poterla aiutare, mentre la povera donna rotola al suolo, continuando a sputare sangue, i loro occhi di artisti non vedono la realtà, ciechi di fronte una sofferenza che in quel momento dell'arte non se ne fa proprio nulla. Scena finale che quindi riesce a far evaporare in un attimo ogni teoria esposta e calorosamente approvata dagli 'artisti'.<br />
Bravi i quattro attori, tra i quali colpiscono in particolare le interpretazioni di <strong>Gabriele Benedetti</strong> e <strong>Pieraldo Girotto</strong>. Finale che lascia coinvolti e desiderosi che lo spettacolo possa continuare ancora, anche perché risate sentite e riscontro emotivo riescono ad emergere solo a performance ampiamente inoltrata.
</p>
<p style="text-align: right;">Agnese Bellato</p>
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		<title>Il riscatto dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 12:50:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Toso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatri delle Mura 09]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione a Nascita di una Nazione - Accademia degli Artefatti

«La vostra città è in rovina.» Esordisce così lo spettacolo Nascita di una nazione, scritto da  Mark Ravenhill e portato in scena dall'Accademia degli Artefatti. Luci accese in platea, nessuna scenografia, gli attori entrano in scena come appena sbarcati dall'aeroporto. È un gruppo d'artisti occidentali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Recensione a <em>Nascita di una Nazione</em> - <strong>Accademia degli Artefatti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2608" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2608 " title="Nascita di una nazione" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-3-300x199.jpg" alt="foto di Andrea Cravotta" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Andrea Cravotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">«La vostra città è in rovina.» Esordisce così lo spettacolo <em>Nascita di una nazione</em>, scritto da  <strong>Mark Ravenhill</strong> e portato in scena dall'<strong>Accademia degli Artefatti</strong>. Luci accese in platea, nessuna scenografia, gli attori entrano in scena come appena sbarcati dall'aeroporto. È un gruppo d'artisti occidentali appena arrivati in una città distrutta dalla guerra. Il dialogo è aperto con il pubblico, domande che non trovano risposta: si parla di responsabilità, chi ha ridotto così la città, come fare a risollevarla. La risposta è semplice: gli artisti si propongono di ricominciare dalla cultura, dall'arte, far rinascere  un sentimento comune, iniziare ad esprimere per ritrovare la libertà.<br />
Incredibilmente attuale il testo del drammaturgo inglese e intelligente la scelta di metterlo in scena da parte di <strong>Fabrizio Arcuri</strong>, regista di Accademia degli Artefatti. <em>Nascita di una nazione</em> fa parte di una serie di 17 frammenti teatrali basati sulla tematica della seconda Guerra del Golfo, <span style="color: #000000;"> e</span>d ispirati ad altrettanti poemi o film famosi (tra cui <em>La guerra dei mondi</em>, <em>Odissea</em>, <em>Le troiane</em>, <em>Orgoglio e pregiudizio</em>). Nonostante il riferimento all'oriente sia chiaro, non si può non pensare all'Italia ed alla situazione culturale attuale: tagli, censure e limitazioni. Una riflessione sicuramente valida, ed un operazione drammaturgica e registica di valore.<br />
La compagnia, ormai famosa per la ricerca di drammaturgie ipercontemporanee o post moderne che dir si voglia, compie l'ennesima azione spiazzante. La ricerca e lo studio su personaggi non personaggi coinvolge il pubblico, lasciandolo a volte disorientato, provocando reazioni diverse tra riso e perplessità. Il risultato però è garantito: la giusta sensazione di impotenza di fronte a disastri che toccano da lontano, si ripercuote sulla platea, coinvolgendola in un gioco di Voi/Noi, un rapporto attore spettatore che non lascia scampo.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2611" class="wp-caption alignright" style="width: 209px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2611 " title="Nascita di una nazione" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/06/artefatti_nazione-2-199x300.jpg" alt="foto di Andrea Cravotta" width="199" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">foto di Andrea Cravotta</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta il confronto con le nuove drammaturgie provoca un sansazione destabilizzante: testi brevi, battute sintetiche, un grosso lavoro di interpretazione delle stesse parole declinate in mille sfumature diverse. Semplicità ed efficacia, rendono la regia quasi invisibile, lasciando l'opera proprio nel momento in cui sembra prendere il via. La chiusura è infatti un inizio, un'apertura concettuale verso tutto quello che potrebbe succedere se 'la città' iniziasse ad esprimersi attraverso l'arte. Lo spettacolo basato sull'impossibilità d'esprimersi, una stimolazione ed invito all'espressione, si chiude proprio nel momento in cui l'arte inizia a manifestarsi: «Sta succedendo». Sta succedendo?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Bastione Alicorno, Padova</em></p>
<p style="text-align: right;">Camilla Toso</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Videointervista a Matteo Angius e Fabrizio Croci &#8211; Accademia degli artefatti</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 17:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teatri delle Mura 09]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Accademia degli artefatti nata negli anni ’90, propone da subito un approccio al fare teatrale aperto alle contaminazioni con le arti figurative, performance e installazioni. Ha trovato ospitalità nelle più importanti manifestazioni teatrali: Santarcangelo International Festival of the Arts, VolterraTeatri, MittelFest, ecc. Del ’96 è Extra-ordinario presso il Teatro Stabile d’Innovazione Vascello di Roma, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/interviste/video/2009/videointervista-a-matteo-angius-e-fabrizio-croci-accademia-degli-artefatti/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Accademia degli artefatti nata negli anni ’90, propone da subito un approccio al fare teatrale aperto alle contaminazioni con le arti figurative, performance e installazioni. Ha trovato ospitalità nelle più importanti manifestazioni teatrali: Santarcangelo International Festival of the Arts, VolterraTeatri, MittelFest, ecc. Del ’96 è Extra-ordinario presso il Teatro Stabile d’Innovazione Vascello di Roma, a cui seguono negli anni importanti progetti e collaborazioni - si ricorda <em>Io mi raffiguro</em> con Mariangela Gualtieri nel 2002 - oltre che riconoscimenti: primo premio e menzione speciale al Riccione TTV per Dati e Sulle possibilità irrazionali dell’oggetto nel ’96 e ’99; Premio Ubu – migliore proposta testo straniero per Tre pezzi facili nel 2005. Nel 2000 il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica un’ampia retrospettiva dei lavori del gruppo, già ospitata dai cantieri culturali de la Zisa di Palermo.<br />
<a href="http://www.artefatti.org/" target="_blank">www.artefatti.org</a></p>
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		<title>Incontro con Accademia degli Artefatti</title>
		<link>http://www.iltamburodikattrin.com/interviste/2009/incontro-con-accademia-degli-artefatti/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2009 20:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Toso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Fondamenta Nuove]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA["Quello che si cerca è la sensazione di penetrazione fisica che confonde il proprio corpo con quello rappresentato,  al punto da da trasformare la relazione tra spettatore e attore in corpo a corpo. Non è un atto di voyeurismo ma di partecipazione e di collaborazione alla costruzione dell'identità del personaggio, perché penso che l'impossibilità latente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">"<em>Quello che si cerca è la sensazione di penetrazione fisica che confonde il proprio corpo con quello rappresentato<span style="color: #000000;">,  al punto da </span>da trasformare la relazione tra spettatore e attore in corpo a corpo. Non è un atto di voyeurismo ma di partecipazione e di collaborazione alla costruzione dell'identità del personaggio, perché penso che l'impossibilità latente di una interpretazione razionale di ciò che accade è lo spazio che fa nascere il desiderio che permette al personaggio di esistere.</em>"                                                                                                                                                                           <em>Fabrizio Arcuri</em></p>
<div id="attachment_1203" class="wp-caption alignright" style="width: 323px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_9660.jpg"><img class="size-medium wp-image-1203" title="_mg_9660" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_9660-300x200.jpg" alt="Fabrizio Arcuri e Andrea Porcheddu foto di Alvise Nicoletti" width="313" height="208" /></a><p class="wp-caption-text">Fabrizio Arcuri e Andrea Porcheddu foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Porcheddu</strong>, critico e direttore artistico del Festival Teatri delle Mura di Padova, conduce l'incontro<strong> </strong>con <strong>Accademia Degli Artefatti, </strong>dopo lo spettacolo<strong> </strong><em>My Arm</em><strong> </strong>al Teatro Fondamenta Nuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>« L'Accademia Degli Artefatti di Roma, che lavora da circa un ventennio, è una compagnia ancora giovane con una grande forza di rinnovarsi e presentare sempre delle strade nuove in Italia. Porta in scena Tim Crouch, autore che è esploso sulla scena contemporanea proprio con questo testo, <em>My Arm</em>, un monologo dalla forza dirompente, una grande vivacità di scrittura e originalità. Fabrizio Arcuri, regista e fondatore del gruppo, come sei incappato in questi testi? Come sei arrivato a Crouch, a Ravenil, autori in cui la parola e il linguaggio tornano prevalenti sulla scena e dove la presenza scenica dell'attore e l'essenzialità tornarono protagonisti.»</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio Arcuri: «La questione è sempre stata la stessa: il teatro è fatto di elementi fondamentali, l'attore, la scena, il testo. Quest'ultimo nei secoli si è declinato fino a sparire e a ricomparire in altre forme; è stato maltrattato, ridotto all'osso, è diventato scrittura scenica. Di fatto non ci si riesce a staccare da questi elementi fondamentali. Qualche anno fa siamo arrivati ad un punto del nostro percorso in cui siamo entrati in crisi perché  il teatro fatto fino a quel momento dimostrava una certa sterilità. In quel periodo ho visto un documentario su Stanislavskij, dove lui metteva in discussione il suo metodo, dichiarando che non poteva essere un metodo, perché quell'atteggiamento attoriale e quella costruzione introspettiva psicologica che lui applicava ai suoi attori, gli scaturivano dai testi di Cechov; tant'è che se lui applicava quel modello a Cechov gli restituiva una verità, ma se lo applicava ad altri testi, ad esempio l'Otello, non funzionava allo stesso modo. Questo evidentemente accadeva perché Cechov essendo un uomo del tempo di Stanislavskij aveva lo stesso bisogno, la stessa necessità e lo stesso linguaggio. Allora ho pensato  che fosse necessario  cercare quale poteva essere l'atteggiamento corretto di un attore contemporaneo che decide di mettere in scena testi contemporanei. Quindi abbiamo semplicemente iniziato una ricerca, e ci siamo imbattuti in testi come questo, come Martin Crimp, Peter Handke, che sono dei testi non di drammaturgia tradizionale, qualcuno li definisce dei post-drama: perché sono testi cha hanno bisogno d'essere agiti per essere capiti. Ed è nell'azione che si crea, che noi cerchiamo di costruire una rete di relazioni, che nel nostro caso significa anche tentare di rispondere alle domande: che significa oggi essere un attore e interpretare un personaggio, lasciandosi alle spalle la tradizione».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, Matteo Angius, qual'è il rapporto che hai con questo testo, questo personaggio non personaggio</strong>...</p>
<p style="text-align: justify;">Matteo Angius: «Credo che la parola che spiega un po' quello che abbiamo fatto sia <em>legittimità</em>, una questione di leggibilità. Cosa mi legittima a fare uno spettacolo; con quale legittimità assumersi un personaggio, assumersi una credibilità. E lavorando abbiamo trovato una forma che fosse quella di credere a delle piccole relazioni, che possono essere costruite sul palco, ma per essere vere e credibili devono partire prima di tutto dalla persona, prima che dall'attore o dal personaggio. Questi sono i tre livelli su cui lavoriamo, persona, attore personaggio, e uno quando viene a teatro non può vedere solo la persona o solo il personaggio. Ed è da qui che parte il lavoro sull'attualità della replica, che è un paradosso, ma è proprio questa l'idea, far sì che la replica sia sempre attuale e non vada a riprodurre semplicemente una regia, un'interpretazione o un testo,  ma lo metta in crisi ogni sera. La realtà è che quello che abbiamo lavorato, ogni volta lo mettiamo lì in crisi e a nudo di fronte allo spettatore, è a partire da qui che si stabilisce la relazione di partecipazione. E ogni volta lo spettacolo è diverso».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una percezione sempre diversa quindi anche da parte del pubblico. Il teatro ormai lavora sempre più sulla percezione, è una delle frontiere che si sta attraversando... </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio Arcuri: « Il termine che userei non è <em>percezione</em>, nel senso che ci sono due cose fondamentali, una di queste è che gli spettacoli sono per gli spettatori. Quindi, quando noi facciamo teatro, lo facciamo per degli spettatori, è uno scarto che ci è accaduto nel corso degli anni. L'altro punto è l'importanza dell'inversione di rapporto di potere. Questo tipo di lavoro, pretende che lo spettatore parta da zero, e anche l'attore che sta in scena parte da zero, quindi la storia la costruiscono insieme. Normalmente a teatro siamo abituati a vedere delle persone che sanno delle cose e ce le rovesciano addosso, qui non è così.  Questo è il ribaltamento totale, è la decisione di consegnare il potere in mano allo spettatore. Un'apertura, una frantumazione dell'opera fondamentale. Perché se l'attore che sta in scena non fa in modo che il pubblico pensi <em>con lui</em>, ma possa anticiparlo, allora lo spettacolo non sta in piedi. La questione principale è partire da zero e costruire un pensiero comune che sostiene il testo, che è basato quindi, sulle relazioni che si vengono a creare, ogni sera diverse, ogni sera  come la prima.»</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di Camilla Toso</p>
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		<title>Col braccio alzato e lo sguardo al pubblico</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 15:40:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Gatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Fondamenta Nuove]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di My Arm – Accademia degli Artefatti





Quando le frontiere tra persona, attore e personaggio non sono più rigidamente chiuse, il coinvolgimento dello spettatore si fa meno convenzionale, la partecipazione diviene più sincera, magari più attiva, perché l'impressione è che la persona che ci sta di fronte ci stia parlando davvero di sé, senza recitare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Recensione di <em>My Arm</em> – Accademia degli Artefatti</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_982" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/04/myarmangius.jpg"><img class="size-medium wp-image-982" title="myarmangius" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/04/myarmangius-300x201.jpg" alt="nella foto Matteo Angius" width="300" height="201" /></a></dt>
</dl>
</div>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Quando le frontiere tra persona, attore e personaggio non sono più rigidamente chiuse, il coinvolgimento dello spettatore si fa meno convenzionale, la partecipazione diviene più sincera, magari più attiva, perché l'impressione è che la persona che ci sta di fronte ci stia parlando davvero di sé, senza recitare un testo a memoria. Questo avviene, con l'<strong>Accademia degli Artefatti</strong>, anche se mette fedelmente in scena  un testo teatrale, di Tim Crouch, modificato solo in piccoli momenti di improvvisazione.<span id="more-981"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Il personaggio è un trentenne dell'isola di Wight che racconta la sua breve vita, segnata dalla scelta di sollevare un braccio,<span style="color: #ff00ff;"> </span>e le conseguenti cure psichiatriche, la fama artistica, la cancrena e la morte. Nella narrazione una bambola e altri oggetti, ripresi in diretta da una videocamera<span style="color: #000000;">, lo supportano.</span><br />
L'attore è doppio: alle sue spalle un video ne proietta l'immagine muta, con la quale crea un dialogo, ed insieme costruiscono la storia per il pubblico.<br />
La persona è <strong>Matteo Angius</strong>, perfetto in questo ruolo per il suo sguardo profondo, a tratti, infantile, che attira subito l'attenzione e le simpatie del pubblico, ed il modo di fare spigliato, un po' strafottente, completamente a suo agio tra platea e palco.<br />
A fargli da “spalla” <strong>Emiliano Duncan Barbieri</strong>, che accompagna il racconto, ambientato tra gli anni '70 e gli anni '80, con interventi musicali dei maggiori successi rock di quegli anni. Con la chitarra elettrica ed un microfono, crea pause narrative ad alto volume, offrendo, inoltre, la possibilità al suo compagno di disparate gag.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Lo spettacolo diventa così molto divertente, e la storia acquisisce veridicità perché viene costruita di fronte ai nostri occhi, ci viene raccontata con una sincerità così disarmante da non sembrare mai assurda o irreale: viene quasi voglia di alzare il braccio per fare una prova. Questo perché <strong>Fabrizio Arcuri</strong> realizza una regia completamente aperta al pubblico, e dedicata ad esso, all'interno di un panorama teatrale di ricerca che ha spesso, ultimamente, relegato gli spettatori in poche file di sedie, concedendogli il privilegio di assistere al lavoro a patto che non disturbino l'”artista all'opera”.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Assitendo a <em>My Arm</em> ci si sente, invece, necessari: perché la necessità di cui parlava Antonin Artaud ne <em>Il teatro e il suo doppio</em> non appartiene solo a chi fa teatro, ma anche a chi lo guarda. La fame di ascolto, vision<span style="color: #000000;">e,  rende co</span>nsapevoli che senza i nostri occhi e le nostre orecchie lo spettacolo non sarebbe stato lo stesso: la splendida sensazione di assistere ad un evento unico ed irripetibile, che, pur appartenendo per statuto al teatro, in questo caso si fa più evidente e potente.<br />
Con una forma teatrale che predilige il contenuto, il pensiero, la parola all'estetica, l'allestimento dell'Accademia degli Artefatti offre sessanta minuti di teatro puro, essenziale ma innovativo e carico di energia che non può lasciare indifferenti.</p>
<p style="text-align: justify;">E lo stesso Artaud, in<em> Vivere è superare se stessi, </em><em><span style="font-style: normal;">può venirci in aiuto per capire un po' di più l'atto di sfida del trentenne narrato da Crouch:</span><br />
Bisogna fare uno sforzo per risalire il corso delle cose, e capovolgere gli eventi. Con purezza e sincerità di fronte a noi stessi... perché vivere non è seguire come pecore il corso degli eventi, nel solito tran tran di questo insieme di idee, di gusti, di percezioni, di desideri, di disgusti che confondiamo con il nostro io e dei quali siamo appagati senza cercare oltre, più lontano. Vivere è superare se stessi, mentre l'uomo non sa far altro che lasciarsi andare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em>
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia</em></p>
<p style="text-align: right;">Silvia Gatto<em><br />
</em></p>
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		<title>Uno spettacolo fatto ad arte</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 11:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta Tringali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Fondamenta Nuove]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia degli Artefatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di My Arm – Accademia degli Artefatti

In un silenzio che sembra portare con sé qualcosa di sacro, una vecchia pellicola proietta sul fondale del palco del Teatro Fondamenta Nuove le immagini di un bambino cicciottello, felice e senza pensieri, circondato dall'affetto famigliare. Si prova una dolce sensazione malinconica, consapevoli di vedere un frammento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Recensione di <em>My Arm</em> – Accademia degli Artefatti</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_1104" class="wp-caption aligncenter" style="width: 567px"><a href="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_9636.jpg"><img class="size-large wp-image-1104" title="_mg_9636" src="http://www.iltamburodikattrin.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_9636-1024x682.jpg" alt="foto di Alvise Nicoletti" width="557" height="370" /></a><p class="wp-caption-text">foto di Alvise Nicoletti</p></div>
<p style="text-align: justify;">In un silenzio che sembra portare con sé qualcosa di sacro, una vecchia pellicola proietta sul fondale del palco del Teatro Fondamenta Nuove le immagini di un bambino cicciottello, felice e senza pensieri, circondato dall'affetto fami<span style="color: #000000;">g</span>liare. Si prova una dolce sensazione malinconica, consapevoli di vedere un frammento di un passato gioioso, di una piccola storia che non è più e che non tornerà. Ma se lo spettatore si stava già crogiolando nella <em>tristitia</em> è subito costretto a rimescolare le sue sensazioni: le luci si accendono e il protagonista della serata, seduto comodamente in platea, scatta in piedi chiedendo se 'vogliamo iniziare'. Strano modo di partire per uno spettacolo. Ancora più folle se l'attore chiede direttamente agli spettatori di dar libero sfogo ai loro pensieri, creando delle associazioni con ciò che si è appena visto, e per lo più se si fa consegnare degli oggetti personali per farli diventare complementari alla scena. Tutto previsto dal testo <em>My Arm </em>del drammaturgo inglese Tim Crouch che, riproposto dall'impeccabile compagnia<span style="color: #ff00ff;"> </span>dell'<strong>Accademia degli Artefatti</strong>, lascia spiazzati e spiazza continuamente, diverte e fa sorridere rendendo partecipe il pubblico alla storia personale, e assurda, di un ragazzo trentenne morto e vivo allo stesso tempo. È infatti un brillante <strong>Matteo Angius</strong> a dare vita a questo monologo che racconta di come da bambino abbia deciso di tenere il braccio sollevato sopra la testa per poi non tirarlo più giù, incuriosendo e irritando insegnanti dapprima, facendo disperare i genitori e i medici poi, per finire con il divenire un richiesto soggetto artistico e protagonista di opere d'arte. Ma la 'Signora oscura' si insinua dentro quel suo braccio atrofizzato, distruggendo i suoi organi interni e portandolo lentamente alla morte: lo spettacolo così si svolge come un paradosso, dal momento che chi narra dovrebbe trovarsi già nell'aldilà. Sospeso tra verità e finzione, Matteo persona-attore-personaggio esce da se stesso, declinando la sua parte e affidandola a un pupazzetto ripreso da una telecamera <em>live</em> e proiettato in un piccolo schermo alle sue spalle: continuamente veste e getta i panni del protagonista, creando una situazione assurda e cercando la complicità di chi sta in sala, con sguardi e battute <em>ad</em> <em>hoc</em>. Geniale la trovata dello schermo sul fondale del regista <strong>Fabrizio Arcuri</strong>, fondatore storico della compagnia: un video registrato mostra Matteo che con la sua gestualità dialoga con il protagonista in scena, commentando in silenzio ciò che viene raccontato. L'altro da sé, presente già nel pupazzetto col braccio alzato, continua a moltiplicarsi in modo schizofrenico: sulla scena si hanno così ben tre rappresentanti dello stesso personaggio ma sempre un unico attore bravissimo a far combaciare il suo mondo fatto di parole con quello delle immagini dato dal video – curato da <strong>Lorenzo Letizia</strong> – che continua a scorrere, battendo il tempo come un metronomo. Tempo che è anche scandito dalle musiche suonate con la chitarra elettrica da <strong>Emiliano Duncan Barbieri</strong>: dei brani rock inconfondibili come <em>Knockin'on heaven's door,</em> <em>Anarchy in the UK</em>, <em>Smells like teen spirit</em> riportano a degli anni specifici, accompagnando Matteo nella rievocazione di alcuni episodi della sua vita.<br />
Lo spettacolo, che insieme ad <em>An oak tree</em> fa parte del progetto <em>Ab-uso</em>, consegna un gioiellino impeccabile, un orologio svizzero fatto ad arte che si mette in discussione ogni sera, proponendo delle continue ipotesi, creando nello spettatore uno spiazzamento <span style="color: #000000;">in grado di</span><span style="color: #000000;"> mette</span><span style="color: #000000;">re</span> in crisi il suo punto di vista e confond<span style="color: #000000;">e</span><span style="color: #000000;">re</span> il piano della realtà con quello della finzione. Un teatro che sorprende e lascia piacevolmente perdere le coordinate.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia</em></p>
<p style="text-align: right;">Camilla Toso<em><br />
</em></p>
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