Festival Inequilibrio Castiglioncello

Inequilibrio 2013: tra silenzi scenici e quieti visive

Castello Pasquini

Castello Pasquini

Il sole filtra debole, tra gli alberi, nel parco giochi di Castello Pasquini, insolitamente inerte nelle prime ore del mattino, quando gli artisti riposano e le strutture sonnecchiano, in attesa di altre repliche e nuovi spettacoli. Creazioni coreografiche, viaggi nella memoria, piccole allegorie si alternano in momenti diversi della giornata, dal tardo pomeriggio alla sera inoltrata, tra luce naturale e illuminazione artificiale. Nuove produzioni, iniziazioni, esposizioni, abitano spazi differenti per tipologia e struttura, suoni e rumori, visione e fruizione, adattandosi alle sonorità e alle luminosità degli habitat, chiusi o aperti, intimi o estesi. La sedicesima edizione di Inequilibrio si sposta dalle stanze della fortezza alla Pineta Marradi, dalla stazione di Castiglioncello alla Torre Medicea, dalle tensostrutture al lungomare, mutando forma al mutare dei linguaggi, al variare delle atmosfere, al cambiare delle cornici. Se un itinerario, tra passato noto e futuro possibile, è già stato tracciato (leggi l’articolo), questo racconto vuole essere una passeggiata tra albori mattutini e brezze notturne, silenzi scenici e quieti visive.

Tre studi sulla vacuità - Fosca

Tre studi sulla vacuità – Fosca

Bagliori pomeridiani accompagnano gli spettatori verso la Sala 1, lunga, stretta e buia. È Stefano Rimoldi, pantaloni e camicia nera, piedi scalzi, a rischiarare, e riscaldare, l’ambiente, aprendo la finestra su una sedia vuota. Nessuno spartito, poche note: non è la musica la protagonista del solo di appena 15 minuti, parte dei Tre studi sulla vacuità di Fosca. L’attenzione si concentra tutta sul corpo del musicista, diritto davanti al pubblico, volto serio, archetto in una mano, violino nell’altra. A essere fotografato è l’attimo prima del concerto, la postura, lo strumento che si adagia sul collo, le dita che sfiorano il legno cercando le corde, la testa che si piega trascinandosi dietro l’orecchio, le narici che inalano l’aria. Frammenti di Schumann, gesti, vibrazioni, respiri, per una musica da percepire e un silenzio da ascoltare. È più ampia, e accoglie un maggior numero di spettatori la Sala 3 del castello, muta ospite dell’ensemble che chiude il festival nella tarda serata del 7 luglio, primo studio per quintetto di Fosca, realizzato in coproduzione con Armunia. Tepore di un interno, fari sulla scena, un pianoforte a coda, quattro sedie, cinque spartiti per l’Op. 44 di Robert Schumann, che squarcia i momenti silenti, si interrompe e riprende, fiorisce e sfiorisce, cresce e decresce. Movimento corale, tiepidamente ironico, morbidamente plastico, tra corpi che cascano, tensioni che scemano, melodie da sussurrare, e un concerto che deve ancora cominciare.

 CollettivO CineticO

age – CollettivO CineticO

Inizia con calma distaccata ‹age› di ColletivO CineticO. Un computer, parole che scorrono sul fondale, la scena che si compone pezzo per pezzo: un tavolo, una sedia, due panche, 4 litri di acqua in bottigliette di plastica, e 9 adolescenti, tra i 16 e i 19 anni, labbra serrate e sguardo rivolto al pubblico. Un elenco di caratteristiche fisiche, caratteriali, comportamentali, una serie di movimenti collettivi per un’azione performativa scandita dal suono di un gong. Si alzano dalle panche, gli ‘esemplari’, quasi giocatori in attesa di entrare in campo, si spostano con passo deciso verso il centro del palco, seguendo le didascalie, che prima descrivono le specificità, poi associano una peculiarità a un gesto, infine coordinano formazioni corali per arrivare alla decostruzione dello spazio ludico. Descrizione e ordine. Esposizione e imposizione. Parata di adolescenti che non si raccontano, ma rispondono a un comando, freddamente, lucidamente. Performance schematica, matematica, analitica. Gioco rigidamente disciplinato, rigorosamente pulito, non privo di energia e ironia, ma al quale ci sembra che manchino partecipazione, reale condivisione, e umano calore.

Balene, asini e pialle - opere di Roberto Abbiati

Balene, asini e pialle – opere di Roberto Abbiati

È debole e torrido il chiarore che entra nella Cappella situata alle spalle di Castello Pasquini, che ospita, in orario tardopomeridiano, la mostra di Roberto Abbiati Balene, asini e pialle. Casupola abitata da cavalli di legno e mestoli, popolata da capre con muso di spazzola. Spazio da sogno, pullulante di oggetti riciclati, eredità di vecchi spettacoli. Ventre gravido di ingranaggi magici, dove le seggiole diventano asini e i bauli uomini. Ed è quasi soffocante l’aria nella piccola sala, delimitata da teli bianchi, che accoglie Carezze, di e con Roberto Abbiati e Maurizio Lupinelli. Viaggio a disegni di due adulti che ritornano bambini, tra bolle di sapone e onde marine, scaramucce infantili e malinconici ricordi. Non ci sono voci in Joseph_kids, solo musiche che accompagnano immagini, e nuvolette che comunicano stati d’animo. Linguaggio multimediale e lessico fumettistico s’incrociano, performer in abiti da supereroi s’incontrano nella versione per bambini del primo solo di Alessandro Sciarroni, che ha voluto Michele Di Stefano davanti all’occhio digitale. Il volto si deforma, il corpo si sdoppia, creando figure buffe e ironiche, tra musiche di Bjork e Morricone, atmosfere western e tenere chat per piccoli nerd.

Foresta bianca, la mostra

Foresta bianca, la mostra

Bianche e nere, ingiallite e rovinate, lievemente sfocate o decentrate, strappate o ben conservate, le fotografie di Foresta Bianca – esito di un progetto biennale ideato da Matteo Balduzzi e Stefano Laffi per Armunia  ritraggono diverse stagioni e differenti momenti della giornata, dal mattino alla notte, dall’estate all’autunno, dalla spiaggia alla pineta, dagli anni Sessanta al Duemila. Scatti muti, che raccontano chiacchierate fra amici e gite di famiglia, momenti di solitudine e di condivisione, lunghi sguardi al mare e abbracci colmi d’amore. A descrivere le istantanee, protette da cornici bianche, brevi frasi: nomi, luoghi, date, parole che dormono su fogli sostenuti da spilli, precari sostegni per tempi che mutano e anni che passano.

 Rossella Porcheddu

 

 

 

 

 

 

Itinerari da Inequilibrio 2013

La geografia – non solo da questi anni di iPhone, Google Maps eccetera – è qualcosa che si guarda dall’altro, che esclude l’osservatore e lo rende uno sguardo esterno, oggettivo, pacificamente onnisciente. “Un occhio extra-terrestre”, diceva Il viandante nella mappa di Calvino. Diversi dagli estremi di queste astrazioni sono la vita reale, l’esperienza, il viaggio: includendo il punto di vista, il vissuto, convertono la cartografia in “geografia interiore”, tengono a mente sussulti, stati d’animo e relazioni. Non si tratta solo di tracciare un percorso, da un punto a un altro, ma di sceglierlo, viverlo. Spazio e tempo si intrecciano nell’itinerario, qualcosa di dinamico e instabile che sa far incontrare passato e futuro, in cui gli orizzonti, non statici, si spostano sempre un poco più in là – a ogni passo compiuto o incompiuto, a ogni incontro vissuto.

Il Castello Pasquini di Castiglioncello, sede di Armunia

Il Castello Pasquini di Castiglioncello, sede di Armunia

L’occasione di raccontare l’edizione 2013 di Inequilibrio, festival della nuova scena che si svolge a Castiglioncello a inizio luglio, al terzo anno di direzione di Andrea Nanni, rappresenta la possibilità di calarsi negli itinerari e percorsi che sono stati tracciati, insieme, da organizzatori e spettatori in questi ultimi anni di lavoro. Guardando indietro e dunque avanti, per inseguire i fili di una storia che lega il passato di Inequilibrio ai suoi possibili futuri.
Ci sono punti, si diceva l’anno scorso (leggi l’articolo), che sembrano assumere sempre maggior consistenza col passare del tempo, fino a tracciare una mappa progettuale capace di legare un lavoro che, fra nuova scena e territorio, si sviluppa tutto l’anno, fino alla sua densa manifestazione estiva. Si tratta della costruzione di un ambiente, un ecosistema culturale modellato sugli orientamenti della direzione del Festival, ma anche sui profili e le esigenze di tutte le altre persone che vi partecipano, spettatori e artisti insieme.

Maurizio Lupinelli/Roberto Abbiati "Carezze" (foto di Lucia Baldini)

Maurizio Lupinelli/Roberto Abbiati “Carezze” (foto di Lucia Baldini)

Prima di tutto, una cura particolare per il rapporto con le geografie circostanti, con la sperimentazione di spazi altri (le pinete, le spiagge, i paesi limitrofi), spesso en plein air, come a segnare una volontà di conoscenza porosa, disponibile ad aprirsi al caso e all’incontro, di farsi esperienza unica e di cogliere l’attraversamento effimero – tipico tanto dei festival che delle località di villeggiatura, com’è Castiglioncello – per convertirlo in spazio abitabile, quando non addirittura abitato. Così, in una lunga tradizione che definisce il Castello Pasquini – strana struttura ottocentesca, un castello appunto, che domina il paese di Castiglioncello, i suoi boschi e il suo mare –, le residenze creative si sono moltiplicate e presentano i loro frutti durante la rassegna, i cui appuntamenti sono quasi tutti legati a questo tipo di contatto preparatorio. Alcuni di questi rapporti, poi, si sono consolidati col passare del tempo: molte sono le presenze che, di estate in estate, tornano a Inequilibrio, ma, complice la vocazione decisamente relazionale del Festival, qui addirittura si incontrano anche nuove forme di collaborazione, come quello che quest’anno ha legato Maurizio Lupinelli e Roberto Abbiati in Carezze o quello che ha permesso di vedere in scena Michele Di Stefano di MK, protagonista della versione “kids” di Joseph di Alessandro Sciarroni. Infine, appunto, il disegno di una programmazione molteplice, in grado di garantire l’accesso a pubblici vari e diversi, con appuntamenti per i più piccini, nuova danza e maestri consolidati, spettacoli di prosa e narrazioni inedite, mostre, incontri, performance urbane.

Folk's di Alessandro Sciarroni sul Prato del Cardellino

Folk’s di Alessandro Sciarroni sul Prato del Cardellino

Nell’edizione 2013, la scelta di spazi all’aperto, poi, proprio sul limitare della vita reale della cittadina di vacanza, delle sue serate di svago, sembra incrinare ancora di più l’idea di teatro come spazio chiuso, separato. Diverse le performance accolte dalla Pineta Marradi: l’Enciclopedia di InQuanto Teatro, costruita quotidianamente con gli abitanti del luogo, una edizione di Folk-s di Sciarroni sul Prato del Cardellino, incorniciata da un tramonto a picco sul Tirreno, le proiezioni cinematografiche all’Arena… Codice Ivan, ad esempio, ha rielaborato per Inequilibrio Tank Talk, progetto di arte pubblica disegnato sui fatti di Piazza Tienanmen del 1989: un giovane, solo, camicia bianca e pantaloni neri, si para davanti a un carro armato e lo ferma. “La rivolta è ormai un atto individuale”, recita la presentazione; ma che succede quando tante, differenti azioni individuali si sommano, si incontrano? Codice Ivan ha riprodotto per diversi giorni i movimenti del giovane cinese, provando a fermare persone e automobili; ne ha fatto una video-installazione in stazione; ha condotto, infine, un laboratorio, che come esito ha rilasciato lungo la Notte Bianca – che qui, naturalmente, è “Blu” – di Castiglioncello, le diverse versioni delle azioni di quel giovane cinese.

Ma gli itinerari possibili per attraversare Inequilibrio, quest’anno, non si fermano qui, all’ecosistema culturale che investe sul rapporto uomo-natura e apre lo spazio separato del teatro alla possibilità di incontri imprevisti; che porta il teatro nelle strade e nelle piazze, sui prati e sulle spiagge, insistendo sulla quotidianità come risorsa drammaturgica inesauribile, sull’incontro fra la grande Storia e le piccole storie di ognuno, sull’arte come opportunità di rielaborazione socio-culturale; ricombinando, insomma, i termini della sempre crescente divaricazione fra estetica e politica nell’unicità dell’itinerario individuale e collettivo di artisti e spettatori.

Codice Ivan "Tank Talk" a Gent (Belgio)

Codice Ivan “Tank Talk” a Gent (Belgio)

L’orizzonte si sposta, ancora una volta, se si vanno a tentare di inseguire le numerose relazioni, quest’anno ancora più forti e ancora di più, che il Festival ha intessuto con altre realtà. Si diceva, prima, del rapporto con alcuni artisti, che tornano ogni estate e permettono così al pubblico di seguire, volendo, gli sviluppi del proprio percorso. Caso emblematico, in questo senso, è il rapporto che lega Inequilibrio all’anomalo lavoro pedagogico di Virgilio Sieni, con la sua Accademia sull’arte del gesto: negli anni, il coreografo, ha fatto di Castiglioncello “un laboratorio attivo e unico”, entrando nelle vite (e nelle case) degli abitanti del paese – di straziante bellezza, nel 2011, Cinque nonne (leggi l’articolo), nelle abitazioni di cinque signore del luogo –, o accompagnando gli spettatori nei segreti più profondi del bosco che incornicia il Castello, con I giardinieri e le fatine; di più, qui ha inaugurato inediti percorsi formativi per giovani danzatori il cui lavoro, quest’anno, ha debuttato alla Biennale di Venezia – di cui Sieni è direttore –, per arrivare poi a Livorno, unendo il lavoro delle bambine del Gruppo Cerbiatti a quello delle giovani di Officina Caproni.

Un'immagine dal progetto "Foresta bianca"

Un’immagine dal progetto “Foresta bianca”

Fuori dall’arte performativa in senso stretto, un’altra occasione di incontro con il lavoro pluriennale svolto da Inequilibrio è rappresentanto da Foresta bianca, progetto di Matteo Balduzzi e Stefano Laffi attivo da due anni, “album di famiglia di un territorio” che racconta la storia della zona – ma anche d’Italia – attraverso foto e racconti individuali e va a concludersi quest’anno con un’esposizione a Castello Pasquini e una pubblicazione edita da Quodlibet. Negli anni passati, un gruppo di giovani è andato a incontrare gli abitanti di Rosignano e delle sue sette frazioni, raccogliendo immagini e sguardi, narrazioni e visioni fra vita privata e collettiva, esperienza individuale e dimensione sociale.

Oltre alla dimensione di relazione con artisti e progettualità, l’orizzonte si sposta di nuovo se si osservano i rapporti che Inequilibrio sta costruendo con altre realtà simili: è il caso della scena emiliano-romagnola, con la condivisione di percorsi – già presenti lo scorso anno e oggi formalizzati – con il festival di Santarcangelo e i lavori dei quattro gruppi del progetto Coda (Barokthegreat, Gli Incauti, Menoventi, Orthographe) introdotti dalla redazione di Altre velocità. Emblematico King, lavoro di Strasse: la compagnia ha abitato per diversi mesi le spiagge di Rosignano e arriverà a Santarcangelo dopo aver percorso, a piedi, la strada che separa il Mar Tirreno dall’Adriatico. Se negli anni precedenti la direzione di Andrea Nanni sembrava aver investito con decisione sui rapporti fra festival e territorio, andando a costruire ambienti dagli accessi multipli, capaci di accogliere tanto le diverse forme assunte dall’arte performativa contemporanea che la varietà dei pubblici presenti a Castiglioncello, quello che si può intuire, in questo festival 2013, più che l’ampliamento di una mappa (geografica, socio-politica, artistica), è l’esperienza della messa in opera di un itinerario. Un viaggio, più che una cartografia; un sistema di dinamiche in movimento, più che un’istantanea o un affondo: orizzonti mobili su diversi fronti, che si spostano, assieme al lavoro del festival, a ogni passo compiuto e non.

Roberta Ferraresi

Questo contenuto è stato originariamente pubblicato su Doppiozero

Altri modi di fare (e pensare) teatro. A Inequilibrio 2012

Virgilio Sieni – I giardinieri e le fatine

Lo scorso anno, il primo della nuova direzione artistica di Andrea Nanni, Inequilibrio aveva dimostrato alcune linee che sembravano segnarne il lavoro: una curiosità capace di attraversare i generi e i linguaggi, la scelta di seguire una proposta per gli spettatori più piccini, una precisa vocazione di apertura e incontro con il territorio di Castiglioncello e dintorni.

Per il 2012, il taglio non cambia, e anzi vede accentuarsi alcuni degli elementi che si potevano riconoscere come caratterizzanti fin dalla passata edizione. Ancor più ricca la proposta per bambini e ragazzi, all’interno di un festival che, pur non nascondendo – com’è naturale – una spiccata concentrazione per la danza (in programma alcuni pezzi davvero notevoli), si distingue per una particolare trasversalità che intercetta vari aspetti e opzioni di target; basti pensare che nell’unica serata di sabato 7 luglio, contemporaneamente, si trovavano il teatro-canzone di Scena Verticale, le punte della drammaturgia contemporanea (con il nuovo lavoro di Stefano Massini, Balkan Burger) e della giovane danza (*Plek- di CollettivO CineticO, un pezzo di grande precisione, asciutto e concentrato, che lavora in profondità sul tema della piega); avanguardie ormai consolidate come Kinkaleri e compagnie decisamente emergenti come inQuanto Teatro o i neovincitori del Premio Scenario per Ustica Carullo-Minasi. E ancora più spiccata la volontà di interazione con il territorio, che ha condotto la direzione a proporre alcune nuove suggestive location (come le spiagge bianche di Vada) e a procedere con diversi progetti che mirano a coinvolgere le comunità locali: ormai di casa è l’Accademia sull’arte del gesto di Virgilio Sieni (che, dopo Cinque nonne, per questa edizione lavora con piccole danzatrici e giardinieri del posto).

Allora, viste le direzioni e le ulteriori aperture, più che di linee che si consolidano – di tradizioni e di conferme, di un passato che si sta costruendo – possiamo parlare dell’emersione di alcune spinte progettuali per il futuro. La prima da rinvenire forse proprio nella dimensione dei rapporti fra interno e esterno, fra il cuore del festival che è il Castello Pasquini e i territori che gli si snodano intorno: dal parco immediatamente circostante al paese di Castiglioncello, via via, fino alle spiagge, alle pinete e addirittura alla vicina città di Livorno. Inequilibrio sembra essere un festival che più che mostrare spettacoli o concentrarsi sulla comunità strettamente teatrale (come spesso accade nelle nostre tante vetrine estive), intende sperimentare la creazione di ambienti capaci di accogliere dimensioni innanzitutto umane.

Fosca – RATTINGAN GLUMPHOBOO (foto di Silvia Gelli)

Basti pensare a un’altra linea che ricorre decisiva all’interno della programmazione 2012, sempre nel contesto delle relazioni fra festival e territorio: quella del rapporto uomo/natura, così spesso rimandato o inafferrabile in località che tanto devono a quel regime turistico che a volte le trasforma in centri caotici e chiassosi, sembra venire rivendicata qui con forza dall’arte e dalla cultura. E se già a Castiglioncello si stava bene di per sé – fra i tanti che vantano fascino e amenità, è uno dei festival più suggestivi, con i suoi boschetti mediterranei che digradano verso le spiagge del Tirreno, le cene all’aria aperta, le location di spettacolo qualche volta sorprendenti – quest’anno il clima è ancora più accogliente e la pista più segnata. Dalla straordinaria collocazione di uno dei lavori presentati da inQuanto Teatro, la cui piccola performance Volare via dal mondo è allestita sul limitare della Pineta Marradi, di fronte a Villa Celestina al tramonto. O al vibrante esito del nuovo progetto di Kinkaleri, altra esperienza che sceglie di lavorare site-specific e, sempre sul limitare del crepuscolo, ne trae momenti performativi di grande efficacia, capaci di giocare con la luce naturale che muta e di interagire con l’ambiente circostante. Perché interno e esterno sono destinati a reincontrarsi nelle varie proposte del secondo e ultimo week-end di Inequilibrio 2012, dove i confini fra gli spazi sono trapuntati di aperture e i limiti sono orizzonti porosi, che tendono a mettere in comunicazione più che separare e distinguere.
È chiaro, nei giorni trascorsi a Castiglioncello, che i momenti più preziosi si colgono forse al crepuscolo, quando l’intensità della giornata di mare, piena e abbacinante, cede spazio alle serate tiepide. Un ultimo richiamo, sempre al calar del sole, che si innesta esplicitamente sulla dimensione del rapporto uomo/natura, rivendicandone la sostanzialità, e lavora sul crinale fra spazi pubblici e interiori, si trova nei boschi e i sottoboschi scelti da Virgilio Sieni per l’ultima espressione della sua Accademia sull’arte del gesto, percorso di approfondimento sulla trasmissione del movimento fondato nel 2007 che coinvolge bambini e anziani, persone diversamente abili, giovani danzatori e professionisti. I giardinieri e le fatine è un piccolo pezzo che accompagna gli spettatori nel più folto del parco di Castello Pasquini. Qui li aspettano fruscii e micro-movimenti: figure prima strane, poi riconoscibili in sapienti giardinieri che, col piglio di un Penteo botanico, aprono una strada fra le frasche e mostrano qualche segreto del bosco; i rami nascondono una vita popolata di piccole creature al limite fra infanzia e magia, che intonano piccoli passi di danza e carezzano i limiti del teromorfismo. A un’introduzione di carattere innanzitutto auditivo, che suggella le corrispondenze fra gesto e suono, segue l’immersione in una dimensione soave, dove pavoni e tutù, maschere e bacchette magiche si scolorano in bagliori con il calar della sera. Lo scarto di questi percorsi − qui come altrove nell’ormai consolidata anomala pedagogia del Sieni, che valorizza la quotidianità del gesto e trae dalla fisiologia consueta spunti coreografici di rara bellezza − riprende, appunto, diversi fili che scorrono e si intrecciano nell’esperienza di Inequilibrio 2012. L’affondo irrimediabile nella natura, che è rivendicata anche come habitat primario; il rapporto fra dentro e fuori, fra interiorità e collettività; la discrezione, la sobrietà, l’organicità; il desiderio trasversale di esplorare le innumerevoli funzioni dello strumento teatrale come opportunità culturale e sociale… Il potere, alla fine, di creare uno spazio-tempo altro. Da cui man mano gli spettatori vengono sedotti e addomesticati a una modalità alternativa di vivere − i giorni, le serate, uno spettacolo o un festival… Altri modi di fare (ma soprattutto pensare) teatro.

Roberta Ferraresi

A Castel dei Mondi si pensa al futuro dei Festival

da sinistra: R.Carbutti, A.Nanni, C.Cannella, N.Giorgino, S.Godelli e B.Navello

Mentre le borse mondiali subiscono variazioni febbrili, il nostro governo vacilla e la manovra finanziaria viene continuamente ritoccata, impossibile non chiedersi quale futuro avranno la cultura e quei tanti Festival pullulanti nell’estate italiana. Sicuramente sempre più precario e stressante: ci si augura soprattutto che ci sia quel domani.

The future of a promise, così recitava il titolo del primo Padiglione Panarabo presente quest’anno alla Biennale di Arti Visive di Venezia interrogandosi non tanto su un futuro promesso ormai inesistente – vivendo in un presente da reinventare giorno per giorno –, ma su dove va una promessa. La stessa domanda che si pone la cultura italiana e i tanti operatori del settore rimasti in attesa di fondi predisposti e allo stesso tempo bloccati, che non permettono di avere liquidità e realizzare produzioni, progettazioni o semplicemente pagare le compagnie invitate ai festival.

Si è parlato proprio di questo al secondo incontro, intitolato Nell’estate del nostro scontento, quale futuro dei Festival? curato dalla rivista Hystrio e dalla sua direttrice Claudia Cannella per il Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi. Un titolo già indicativo di una situazione scomoda che ha visto protagonisti il sindaco di Andria Nicola Giorgino, l’Assessore alla Cultura Regione Puglia Silvia Godelli, Andrea Nanni, Beppe Navello e Riccardo Carbutti, questi ultimi tre rispettivamente direttori dei Festival Inequilibrio di Castiglioncello, Teatro a Corte di Torino e Castel dei Mondi di Andria. Segnato da una concretezza molto apprezzabile rispetto alla sommarietà frequente in questi appuntamenti, l’incontro ha visto confrontarsi tre realtà diverse e scendere nei dettagli su scelte e situazioni pratiche.

A cominciare da Beppe Navello arrivato quest’anno a dirigere l’undicesima edizione del suo Teatro a Corte tenutosi in luglio a Torino: un Festival che guarda all’Europa, soprattutto alla Francia, e allo stesso tempo in stretta relazione con il Ministero dei Beni Culturali. La particolarità di Teatro a Corte – che ha visto quest’anno nomi che vanno dagli italiani Fanny&Alexander alle francesi Victoria Thierree Chaplin e Aurelie Thierree – è quella di chiedere agli artisti di confrontarsi con architetture storiche, realizzando spettacoli site-specific e valorizzando ancor di più luoghi artistici di gran rilievo nazionale.

Nonostante abbia questa importante eco, il Festival ha visto ridotti anno dopo anno i finanziamenti pubblici e riesce faticosamente a realizzare una progettazione di ampio respiro: non si è mai sicuri della cifra che si avrà a disposizione; l’unica certezza è che sarà ridotta rispetto all’anno precedente ma non si sa di quanto e di conseguenza è complesso avviare coproduzioni con altri paesi pensando al da qui a un paio di anni. Anche la strada di finanziamenti privati è stata tentata ma con risultati negativi, o quella dei progetti europei che comunque non vanno ad aiutare un bilancio interno precario ma a costituire un fondo per la creazione di un’ulteriore attività di programmazione. La riflessione di Navello si sofferma soprattutto sulla differenza tra Italia e altri stati europei come la Francia o la Germania, dove non sono stati effettuati tagli ai finanziamenti culturali e mentre il nostro Paese investe lo 0,21% del Bilancio, la Francia ne prevede intorno all’1%: una differenza sostanziale.

A spalleggiare Beppe Navello ci pensa l’Assessore pugliese Silvia Godelli, una donna che non si perde in chiacchiere, diretta, chiara e determinata: lei stessa afferma come il contributo pubblico non si possa sostituire con i finanziamenti privati o europei, perché in fondo i pochi milioni diretti alla cultura sono iniqui rispetto a un bilancio fatto di miliardi. Riflessione su cui soffermarsi poiché difficilmente si analizza il quadro generale della situazione, riportando esempi e confronti con le altre spese, mentre invece servono pochi e chiari accorgimenti per mostrare, anche a coloro che non masticano il linguaggio finanziario, come in realtà tagliando molto alla cultura non si risolve il grosso buco di debito pubblico italiano. Cifre che se non vengono contestualizzate appaiono sempre esagerate per dei cittadini abituati a combattere con la quotidianità e le proprie tasche. Soprattutto sembrano alte se vengono strumentalizzate da una politica che non ha come prerogativa quella di sostenere la cultura. La Godelli continua sottolineando come abbia a disposizione circa 15 milioni all’anno e «i cittadini sono contenti per l’investimento culturale, a lamentarsi sono solamente i cugini politici. Se tolgo questi soldi non perdo nulla dal punto di vista finanziario, perdo tutto dal punto di vista del territorio e della civiltà. Crescere in cultura significa crescere in turismo». Se la situazione attuale è felice a livello di crescita culturale e turistica, è però drammatica dal punto di vista finanziario: il vero problema si concentra nel Patto di Stabilità tra Stato-Regioni il quale non permette di erogare soldi che ci sono, facendo tornare così il problema della liquidità di cui si parlava in precedenza.

Per quanto riguarda Castel dei Mondi di Andria non è questo l’unico problema: Riccardo Carbutti, ormai giunto quest’anno alla fine del secondo triennio del suo mandato di direttore artistico, esprime apertamente le sue perplessità circa la difficile gestione organizzativa e contrattuale tra uffici amministrativi comunali e macchina del Festival. Come ci ha poi rivelato poi al termine dell’incontro, un lavoro che continuamente viene rimandato e che rallenta pagamenti, contratti e permessi. Per questo il suo suggerimento è quello di creare un ufficio ad hoc che segua durante tutto l’arco dell’anno la rassegna. Operazione possibile solo grazie a un’ipotetica continuità lavorativa, con la creazione di un teatro, spazio che questa città ancora non ha, e attività alternative come per esempio laboratori scolastici da proporre durante tutto l’anno.

E come insegna Andrea Nanni, neo-direttore del Festival Inequilibrio di Castiglioncello giunto alla sua XIV edizione, fare una programmazione teatrale con attività formative, produzione di spettacoli e residenze per artisti che proseguirebbero per tutto l’arco dell’anno è possibile. Certo non è semplice, soprattutto si deve cercare ancor di più di entrare in rapporto con il territorio e di coinvolgere i privati; privati a cui Nanni ha simbolicamente chiesto di offrire una merenda durante la programmazione degli spettacoli per bambini e un aperitivo per quelli degli adulti. Un contributo semplice e allo stesso tempo un tentativo per far entrare in un’ottica culturale anche coloro che non si occupano del settore.

Se come sottolinea l’Assessore Godelli è improbabile, o quantomeno difficile, riuscire a coinvolgere i privati in Puglia, Carbutti crede invece che con la presenza di un ufficio ad hoc che curi personalmente i rapporti, si possa trovare una nuova strada. Giunto alla sua XV edizione e nato in seguito al riconoscimento di Castel del Monte come Patrimonio dell’Unesco, il Festival è infatti ormai un «marchio di qualità» come sottolinea il Primo Cittadino di Andria Nicola Giorgino che promette presto un teatro alla sua città, confidando molto sul territorio e su sinergie facendo rete piuttosto che affidarsi a finanziamenti europei. Ecco la risposta del sindaco alla pungente domanda della moderatrice Claudia Cannella circa l’utilizzo di alternative al contributo pubblico per non declassare un Festival come quello di Castel dei Mondi che ha visto l’anno scorso 19000 presenze e che quest’anno si aggira intorno alle 15000 (causa l’inutilizzo di uno degli spazi più capienti), dimostrando un sempre maggiore apprezzamento della manifestazione.

Alla fine dell’incontro a rimanere in testa sono comunque le parole dell’Assessore Godelli: ossia quella di sbloccare i soldi della cultura dal Patto di Stabilità, di vedere nei finanziamenti pubblici la vera soluzione e di «guardare alla cultura come una scelta di futuro».

Carlotta Tringali

La festa teatrale di Castiglioncello

Recensione a Homo Ridens Teatro Sotterraneo
Attraverso il furore – regia di Massimiliano Civica

Le bolle di Gipi – manifesto del Festival Inequilibrio 2011 – non potrebbero meglio rappresentare le giornate di festa che si stanno succedendo a Castiglioncello. Al primo anno della direzione artistica di questo appuntamento, Andrea Nanni ha dato vita a una rassegna vivace, ampia, che guarda in alto e cerca di risollevare o di staccarsi dal grigiore teatrale in cui si sta piombando anno dopo anno a causa di vicende che hanno spostato l’attenzione dal campo artistico a quello politico, dimenticando la bellezza di un’arte che può addolcire e rasserenare l’esistenza.
Ricco di appuntamenti, per 10 giorni il programma di Inequilibrio vede la danza incontrare il teatro. Inoltre l’attenzione non è rivolta solamente a un pubblico adulto ma anche a quello di domani: tutti i giorni sono previsti nel calendario diversi spettacoli per bambini.

Homo Ridens - locandina di Rojna Bagheri

A debuttare a questo Festival, dislocato per tutta la cittadina toscana e anche in altri paesini limitrofi, è Teatro Sotterraneo che, dopo il dittico sulla specie, con il geniale e brillante Homo Ridens continua l’indagine – ovviamente performativa – intorno all’essere umano e ai suoi comportamenti. Ad essere analizzato è qui il fenomeno del ridere: come dicono gli stessi attori in scena (Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri) l’uomo è l’unico animale che ride e che secondo Nietzsche si è inventato il riso per la sua troppa sofferenza. Teatro Sotterraneo parte proprio da qui, da quel confine sottile che separa l’ilarità dalla tragedia, da quello stimolo che forse proprio per sopravvivenza porta a sorridere davanti a una foto di morte e di dolore. Mettendo sempre alla prova e sotto analisi il pubblico, i cinque componenti di Teatro Sotterraneo – il quinto, Daniele Villa, è impeccabilmente alla regia – coinvolgono attivamente lo spettatore e lo sottopongono continuamente a risate intelligenti disorientandolo e facendolo interrogare sulla propria integrità morale, sul grado di cinismo di cui si è dotati o sull’eticità collettiva. Come si può ridere di fronte alla morte? Lo si può fare se la morte è una finzione: ed ecco che nella loro iperattività sul palco i quattro performer entrano ed escono continuamente da rappresentazione e realtà; ma la finzione rimanda pur sempre a qualcosa che esiste nel reale: per quale motivo qui si potrebbe essere scusati nel ridere di fronte all’orrore? Dove è lo scarto, che meccanismo scatta dentro l’uomo? Per sopravvivere e per continuare a vivere in questa società, il cinismo diventa uno scudo per proteggersi di fronte alle atrocità che ogni giorno ci circondano. Forse intorno a tutti gli studi sul ridere a spuntarla con la sua teoria poco scientifica ma necessariamente umana è stato proprio Nietzsche.

Un altro debutto a Inequilibrio è Attraverso il furore, il nuovo spettacolo di Massimiliano Civica, in coproduzione con Armunia. Come ormai il regista ci ha abituati, questo breve viaggio attraverso i tre sermoni tedeschi di Meister Eckhart e le tre storie di Armando Pirozzi è caratterizzato dal minimalismo, dalla recitazione scarnificata ed essenziale, da una regia priva di sbavature. A fuoriuscirne in maniera molto potente è il testo con le sue parole e la bravura degli attori Valentina Curatoli e Daniele Sepe, che interpretano le tre storie, e Marcello Sambati che presta la sua calda e profonda voce alla lettura liturgica che inframezza i dialoghi scritti da Pirrozzi. Chiusi in una stanza stretta del Castello Pasquini – gli attori seduti ad un tavolo di fronte agli spettatori – la sensazione di freddezza e di distacco veicolata dai protagonisti di Attraverso il furore si mescola a quella calda e claustrofobica di disagio creata dal luogo e dalla voce profetica di Sambati. Il sermone richiama a un Dio che comprende tutti noi, tutti quegli uomini che aspirano alla quiete delle anime; come Eckart, contemporaneo a Dante, insegna, “nessuna creatura è così somigliante a Dio come la quiete”. Uno strano cortocircuito avviene tra la lettura solenne e i dialoghi di Curatoli e Sepe: nelle tre storie – che sembrano tre stadi di un’unica relazione amorosa che va dal corteggiamento alla maturità di un rapporto ben consolidato, ma in cui in ogni caso non si cerca il confronto con l’altro – c’è la quotidianità non rappresentativa delle parole di Eckart; ma l’atmosfera di vuote emozioni e di distacco tra i due attori rende più predisposti all’ascolto delle Verità risalenti al teologo tedesco del XIII secolo e le parole di Pirrozzi si caricano di un aleatorio misticismo.

Visto al Festival Inequilibrio, Castiglioncello

Carlotta Tringali