teatri delle mura padova

Implorante e fradicio desiderio

Recensione a La notte poco prima della foresta – Claudio Longhi / Mimesis

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Fatti accedere negli umidi ambienti sotterranei del Bastione Alicorno, gli spettatori giunti a vedere La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, prendono autonomamente una sedia e si dispongono a piacere all’interno dell’ambiente proposto. L’impronta registica di Claudio Longhi – che con questo spettacolo dà inizio al ‘Progetto Koltés’-  è fin da subito d’impatto: il pubblico seduto e in attesa, senza un palco cui convogliare gli sguardi, viene scosso da un incipit di rissa finito in una secchiata d’acqua lanciata addosso a colui che, ben presto, si capirà essere il protagonista. Il giovane ( interpretato da Lino Guanciale)  prova a spiegare, raccontarsi, abbordare un pubblico incuriosito e stupito soprattutto di trovarsi immerso nelle sue elucubrazioni vaneggianti; lo strano ragazzo si rivolge loro faccia a faccia, in una vicinanza fisica inusuale rispetto agli spazi di fruizione teatrale tradizionali. Durante il racconto, alcuni spettatori diventano interlocutori privilegiati, occhi negli occhi con il protagonista, che , al contempo, si rivolge all’intero pubblico, che si sente , quindi, interamente coinvolto dietro al “tu” che gli rivolge il giovane.

Il luogo non è l’ambientazione prevista, infatti all’originario bar all’aperto del Bastione Santa Croce è stato preferito un ambiente chiuso – immune quindi dai pericoli del maltempo sempre in agguato. Probabilmente nell’atmosfera mondana di un luogo di ritrovo in cui il pubblico è riunito in situazione di convivialità comune, ma seduto a dei tavolini a creare unità indipendenti, la relazione con quest’individuo, così istintivamente invadente, avrebbe forse avuto maggiore impatto.

Il giovane è un individuo che appare instabile, a tratti infervorato e soprattutto rapito dalla necessità di esprimere ciò che ha dentro, ma che non riesce a dire fluidamente e completamente fino alla fine. Emerge il tema del “diverso”, – ancora una volta uno straniero non voluto –  il tema dell’individualità incompresa, con un’attenzione politica al rapporto tra società e solitudini marginali che è insito nel testo scritto nel ’76 dal drammaturgo francese. Il brano, tanto divagante, vario, ma legato aripreseda stessi temi e fili conduttori, è in realtà un’unica lunga frase priva di punteggiatura,  un flusso di pensieri che riesce a contenere al suo interno racconti, mondi, relazioni, ricordi, speranze.
Dell’intenso spettacolo rimane nella memoria lo sguardo di un ragazzo che ha sete di comunicare, che ha sete di incontro: i suoi occhi sono calamite imploranti, alla ricerca di agganciare attenzione, ascolto, amore. Indimenticabili la frenesia e il costante corpo fradicio dell’attore che – a puntuali riprese – subisce cariche d’acqua che gli impediscono di asciugarsi, riportandolo ad un costante stato di inzuppamento fresco da pioggia.

Agnese Bellato

Omaggio al profumo di arrosto

Recensione a Orson Welles’  roast – Giuseppe Battiston

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Dal fondo del tunnel centrale del Bastione Alicorno, con un sigaro in mano, in accappatoio e stivali neri, è apparso, ieri sera, con passo lento, Orson Welles. L’interpretazione di Giuseppe Battiston nel ruolo del genio del cinema, è stata così impeccabile ed esilarante che quasi si credeva in un ritorno del regista americano, tutto questo grazie al suo physique du rolé e all’impressionante somiglianza, ma soprattutto alla bravura nella costruzione di un personaggio efficace, irriverente e coerente. Ma, d’altronde, la “gente crede a tutto”, come Welles capì già negli anni ’30 e dimostrò con pericoloso sarcasmo con La guerra dei mondi: il finto notiziario radiofonico che, annunciando l’invasione da parte dei marziani, scatenò il panico negli Stati Uniti. Basta solo una melanzana con dei bastoncini a sostenerla, con la giusta illuminazione, per creare un Ufo.
Con Orson Welles’ Roast Giuseppe Battiston e Michele De Vita Conti, firmatario anche della regia, compongono un omaggio in forma di roast – arrosto: una sorta di ironico elogio per iperboli inflitto, nella tradizione anglosassone, alle persone importanti in occasione di celebrazioni che li vedono protagonisti. Lo spettacolo diventa, così, decisamente divertente, ironizzando sul buon appetito di Welles, sulla sua genialità, sulla sua carriera segnata da grandi successi e infiniti ostacoli. Ma lo sfottò lascia spesso il posto, in una drammaturgia perfettamente calibrata, alle parole stesse  del poliedrico artista. E così, in una sorta di postuma rivincita, il regista di “Quarto Potere” può tornare sul suo percorso artistico per ricordare i grandi lavori, in teatro, alla radio e al cinema, che “solo pochi si ricordano”. Può raccontare i progetti autofinanziati partecipando, come attore, a produzioni commerciali – “Io facevo ruoli di merda per finanziare i miei progetti. Oggi gli attori fanno ruoli di merda e basta”. Fino ad urlare la sua poetica, l’idea che lo ha accompagnato per una vita intera, il suo statuto di avanguardista – nel senso profondo, vero, originale del termine: “la responsabilità dell’artista di essere consapevole di coltivare terreni mai coltivati”.

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Senza mai perdere la carica ironica a l’attenzione del pubblico – Battiston catalizza gli spettatori con una prestazione attoriale di altissimo livello -, lo spettacolo diviene uno dei migliori omaggi che si potesse fare a Orson Welles. Coerente con il personaggio, dall’acuto sarcasmo e la grande lungimiranza, viene evocato un ricordo senza nostalgia, tessuto un elogio senza lodi, sincero come se i due autori fossero amici di lunga data di questo “genio infinito e grandissimo cialtrone”.
Una meritatissima ovazione del pubblico chiude uno spettacolo che Welles stesso avrebbe sicuramente applaudito.

Silvia Gatto

Neorealismo distante

Recensione de Il sogno – Roberto Citran

Un testo appartenente a una realtà lontana, ambientato nella campagna friulana del secondo dopoguerra, viene attraversato nei suoi punti salienti da un solo attore in scena: Il sogno di una cosa di Pier Paolo Pasolini torna con sfumature neorealiste nel libero adattamento teatrale di Roberto Citran.

La disposizione degli oggetti sul palco riporta alla povertà tipica di quegli anni successivi alla fine del conflitto mondiale: un tavolo con due sedie, una bottiglia di vino, due bicchieri e una bicicletta buttata in terra; tutti elementi che si ricollegano alla storia narrata da Citran, ma che sembrano troppo didascalici e scontati, non aggiungendo nessuna connotazione originale. L’attore-regista, seduto a quel tavolo, racconta la vicenda di tre amici che scelgono di emigrare verso la Jugoslavia durante la giovinezza per trovare lavoro. Aderendo alla ideologia comunista e sperando di trovare in quest’ultima ciò che nella propria patria non riuscivano ad avere, Nini, Eligio e Milio si ritrovano costretti a tornare a casa, perché consapevoli di essersi illusi e di aver trovato, oltre il confine, una realtà non lontana a quella friulana in termini di qualità della vita.

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Citran non riesce a fare inserire lo spettatore nella trama del discorso, non coinvolge: racconta mantenendo sempre una certa distanza dalle vicende, non dona una propria vita alla storia, ma piuttosto sembra studiare un racconto strada facendo, con matita alla mano e appunti da consultare appoggiati sopra il tavolo. La stessa scelta di Cecilia – altro personaggio de Il sogno – giovane incapace di donarsi totalmente all’amore, decisa a farsi suora, e la prematura morte di Eligio sono snocciolate dal suo sguardo esterno come se fossero semplici parti di un racconto e niente più. È un teatro di narrazione troppo povero, non riesce a creare un ponte tra la parola detta e quella scritta; non rimanda a nessun collegamento tra la nostra quotidianità e il mondo contadino ormai scomparso, descritto in questo primo testo scritto da Pasolini.

Proiettato sullo sfondo, il video di Armando Panzuto accompagna Citran nel suo viaggio all’interno de Il sogno di una cosa: immagini di verdi paesaggi, spighe di grano e strade ghiaiose sono riprese con un effetto rallentato, da una bicicletta di cui si intravede solamente il manubrio.

Racconto, video e la insicura prova attoriale di Citran non riescono a far decollare l’entusiasmo dello spettatore, non lo lasciano ‘sognare’: il mondo arcaico del testo pasoliniano non viene rievocato e il pubblico si ritrova escluso da questo universo che non gli appartiene.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Il castello di suoni e visioni

Recensione a IL CASTELLO DI HOLSTEBRO II – Julia Varley / Odin Teatret

“Non puoi tornare indietro, perché la vita ti incalza, come un grido senza fine” dice Julia Varley ne  Il castello di Holstebro II, con la regia di Eugenio Barba – spettacolo originariamente del 1990, scritto e interpretato dall’attrice inglese. Ma forse il passato può restare accanto, come nel caso di Mister Peanut: la creatura con la testa di teschio con la quale l’attrice condivide da sempre la scena in questo spettacolo, e che ha caratterizzato il suo percorso con L’Odin.

Mr Peanut, in questo lavoro, è una presenza da lei inscindibile: ad inizio spettacolo l’attrice gli dà vita nascosta sotto le spoglie di un alto uomo – Morte in frac nero. Solo emergendone gradualmente se ne separa: srotola una gonna da sotto il panciotto, toglie i pantaloni lasciando apparire scarpe col tacco ed eleganti caviglie di donna. Da una graziosa danza dell’ibrido spettrale, ecco, spogliata anche della parte superiore del costume, nascere la protagonista. La relazione tra marionetta ed interprete è fondamentale, a tratti simbiotica, d’amore e tenerezza. I due protagonisti a volte dialogano, ma sono uniti: costume e corpo si fondono in un costante gioco di trasformazione tra i due personaggi che da stessa persona diventano amanti, poi madre e figlio, infine complici amici.
In un flusso di storie e brevi racconti che scorrono seguendo una sequenza apparentemente illogica, si sviluppa una narrazione composta di sogni, pensieri di una donna – bambina che racconta, balla e canta: dando vita a visioni, a spettri. Corpo e voce danno concretezza a queste immagini, ma al contempo nutrono le molte atmosfere oniriche di vibrazioni irreali e suggestive.

Con dolcezza e ironia, a tratti macabra, ma rimanendo candidamente ingenua, l’attrice riporta nuovamente in scena la forza delle immagini e dei suoni che vivono ne Il castello di Holstebro, mostrando a chi non la conosceva, la sua eleganza, pacatezza e la sua forte energia.

Agnese Bellato

Tutto in una notte

Recensione a Una notte in Tunisia – Vitaliano Trevisan

foto di Claudia Fabris

Tiziano Scarpa, foto di Claudia Fabris

La malattia, il rancore, la rabbia verso la società, il rifiuto. La fine di un uomo, la caduta, la perdita del potere. Vitaliano Trevisan racconta gli ultimi giorni di vita di un uomo politico, rifugiatosi in Tunisia, per sfuggire alla legge italiana. Difficile non pensare a Bettino Craxi, ma il riferimento resta celato, mai dichiarato dall’autore. Il protagonista, il signor X, è interpretato dallo stesso Trevisan, affiancato da Tiziano Scarpa, Cec­chin, Carla Chiarelli, la moglie e Fabrizio Parenti, il fra­tello del signor X.

Una semplice mise en espace, che vede un testo complesso, un mélange tra storia e fantasia, scagliare frecciate alla politica italiana di oggi e d’allora. Di fronte a noi la caduta di un uomo, il rapporto con la malattia e con un potere ormai perso, esercitato sull’unico amico rimasto, il fedele Cecchin. L’analisi cinica e sarcastica della vita politica, una visione dissacrante e cruda espresse in battute dette tra i denti, portano il pubblico a sorridere di un riso amaro: una riflessione che scuote e allo stesso tempo diverte. La fantasia di Trevisan arricchisce la storia di un elemento spiazzante, un fattore di disturbo, che porta a rompere l’equilibrio: la presenza del fratello del Signor X trasforma le carte in tavola, e si manifesta come ultimo esercizio di potere, ultima manipolazione e strategia volta a riscattare la libertà del Signor X. Se, infatti, fino a quel momento, sembrava che la moglie volesse, tramite il fratello, convincere il Signor X a tornare in Italia e consegnarsi alla giustizia, il piano assume dei risvolti molto più tragici e macabri del previsto. Uno strano scambio di battute e sottintesi, tra moglie e marito, porta all’omicidio/incidente  del fratello. Una parrucca ed uno scambio di nomi e il Signor X si dà per  morto: ora può riprendersi la sua vita, la sua libertà.
Una drammaturgia, quella di Trevisan, ricca di riferimenti al passato e al presente; la nota vicenda viene rivista sotto un altro punto di vista: la latitanza diviene esilio, la malattia contamina il corpo dello Stato, di allora e di oggi. Un’accusa ed un giudizio, una ripresa e rivalutazione del concetto di responsabilità personale rispetto a quella politica: non viene messo in scena il personaggio in quanto politico ma in quanto uomo, malato ed alla fine della sua vita.

foto di Claudia Fabris
foto di Claudia Fabris

Una lettura critica dunque, portata in scena da due bravi attori e due spiazzanti scrittori. Divertente il rapporto tra Trevisan e Scarpa, che ricorda quello tra Hamm e Clov, padrone menomato uno e servo fedele l’altro, creati da Beckett per Finale di partita. I pezzi sulla scacchiera sono ormai pochi, restano poche mosse per vincere o perdere; i giochi di potere sembrano sempre aperti fino all’ultimo, inaspettato colpo di scena.

Camilla Toso

Ballando con uno scheletro

Recensione de Il castello di Holstebro II– Julia Varley, Odin Teatret

Un flusso di coscienza, un labirinto di pensieri che si intrecciano casualmente portando riflessioni amare, sulla triste temporalità della vita: questo il tesoro nascosto del Castello di Holstebro II, spettacolo portato in scena da una storica attrice dell’Odin Teatret, compagnia danese fondata da Eugenio Barba. Julia Varley interpreta questa particolare messinscena, dove frammenti di un sogno prendono vita attraverso la sua voce. Holstebro è la città danese dove l’Odin opera, e il suo castello è tutto il bagaglio acquisito in più di quarant’anni di esperienza che ha portato questa compagnia a compiere viaggi specialmente in Sud America e in terre lontane dall’Europa.

Da questo percorso errante derivano tradizioni teatrali differenti, modi di usare il corpo in scena che si discostano da quelli che si è abituati a vedere tra le compagnie degli stabili italiani. La Varley, sola sul palco, balla in mondo infantile, reggendosi la gonna, o si nasconde il capo con una stoffa; le espressioni del suo viso sono tenere, rilassate mentre la sua voce pronuncia aspre verità. Il corpo non risponde alle sensazioni veicolate attraverso le parole: afferma sorridente che tutti i giovani moriranno presto o mentre racconta di una ragazza annegata, il suo volto trova la serenità.

Centrale in questo lavoro è il tema della morte: un teschio la accompagna per tutta la durata dello spettacolo, assistendo silenziosamente al suo flusso di riflessioni e costituendo una sorta di alter ego della donna. Inizialmente è lei stessa a muovere questa testa ossuta, posizionata sopra il suo capo a sua volta nascosto sotto l’abito: il frac indossato fa sembrare la strana figura un fantasma enorme, elegante e sproporzionato; tolti i pantaloni e indossata una gonna, essa acquista improvvisamente una caratteristica femminile: è un gioco di velamento e disvelamento. Ma il teschio non appartiene né all’universo femminile né a quello maschile: perché la morte non ha volto, colpisce chiunque. E l’attrice narra così di un bambino annegato, di una giovane che fece la stessa fine mentre raccoglieva dei fiori. Gioia e sofferenza proseguono a braccetto, proprio come vita e morte non possono esistere separatamente, perché “qualsiasi posto illuminato avrà sempre la sua ombra” e qualsiasi essere la sua fine.

Lo spettacolo scorre tra la bravura dell’attrice – che usa la sua voce passando da una tonalità bassa e roca a urla che si avvicinano a ultrasuoni – e pensieri confusi, labirintici: ma è un giardino silenzioso quello in cui ci si aggira, popolato da strane figure tutte prossime alla morte.

Visto al Teatro delle Maddalene, Padova

Carlotta Tringali

Un silenzio che (in)canta

Recensione a L’eco del Silenzio – dimostrazione di lavoro di e con Julia Varley

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

“Ho scelto il silenzio come tema di una dimostrazione sulla voce  perché vorrei che fosse il silenzio a cantare” spiega alla fine del suo Eco del Silenzio Julia Varley. In un compendio di tutta la sua esperienza e sapienza vocale, la celebre attrice dell’Odin Teatret ripercorre la sua carriera: dalle prime difficoltà incontrate per la sua voce tremolante e come bloccata in gola, agli escamotage trovati per poter cantare in scena, ai numerosi esercizi studiati per superare i propri limiti. O come poterli trasformare in punti di forza: per esempio,  il suo tremolio vocale è perfetto per i canti indiani, ed è proprio cantando uno di questo componimenti che, per la prima volta, dice di aver riconosciuto la sua voce.
In poco più di un ora, attraverso poesie, canzoni, sequenze fisiche ed estratti di suoi spettacoli, la Varley regala al pubblico una dimostrazione di virtuosismo vocale e padronanza assoluta del mezzo, mostrando diversi modi di recitare un testo in scena trovando il sotto-testo nelle azioni fisiche, o in una melodia, o, altre volte, nel testo stesso.

Difficile rendere giustizia, a parole, a L’eco del Silenzio. Descrivere degli esperimenti vocali, cercare di trasmettere la forza della voce, la poesia della trasformazione di cui questa grande attrice è capace.  Recita un testo seguendo l’intonazione che l’azione, la velocità del passo, il movimento le suggeriscono, ed è come se la sua voce “ballasse” con il corpo. Ruba ai versi degli animali sfumature, grane vocali e  tonalità per dar voce ai suoi personaggi. Inventa lingue rendendole immediatamente credibili e canta canzoni con un filo di voce. È un po’ come assistere ad uno spettacolo di un grande mago che svela, con generoso desiderio di condivisione, tutti i suoi trucchi – e, in effetti, di momenti magici la Varley ne regala molti.

Lo spettatore scopre, stupito, le infinite capacità della voce umana. Uno strumento musicale eccezionale, capace di aprire l’immaginazione, creare creature, personaggi e mondi. La Varley svela con semplicità tutto questo, spiegando che, come con tutti gli alri strumenti, occorra esercitarsi con la voce per farla “suonare” alla perfezione. Ed il risultato di decenni di studio si riassumono, alla fine, in un canto sommesso ma teso, energico ma quasi impercettibile, in cui sembra davvero di sentir cantare il silenzio.

visto al Teatro Studio – Padova

Silvia Gatto

Ricerca Centrifuga

Approfondimento a Electric Party– Mario Biagini

foto di Claudia Fabris

foto di Claudia Fabris

Si conclude ieri il ciclo di performance proposto dal Work Center Grotowski and Thomas Richards. Electric Party, è lo studio condotto  su materiali sonori di canti e poetiche sviluppatosi tra Nord e Sud America, una ricerca in corso da due anni, che porterà allo sviluppo di una drammaturgia e di un opera completa  per l’autunno prossimo. Nell’ambito del progetto di ricerca OPEN PROGRAM, condotto da Mario Biagini,  il gruppo d’attori  lavora  sullo sviluppo di una forte coesione sociale tra i singoli individui e tra essi ed il pubblico. I principi fondanti del Teatro Povero di Grotowski, la relazione tra attore e spettatore, l’idea che il teatro si possa fare semplicemente con il rapporto umano, sono alla base di questo centro di lavoro.
All’apice della sua carriera, Grotowski si ritira dalla scena: non gli basta più il concetto di Teatro dell’incontro, vuole più verità, non accetta più il principio di finzione che sta alla base di qualunque spettacolo. Inizia così un intensa fase di ricerca -diffusa attraverso conferenze e laboratori. Gli attori non si esibiscono più per un pubblico ma piuttosto sviluppano la spiritualità della scena, che diventa un vero e proprio spazio sacro atto ad ospitare più un rituale che uno spettacolo. Le rare rappresentazioni pubbliche degli ultimi anni sono isolate ed “aperte” ad un pubblico selezionato, che si trova ad essere testimone di una cerimonia e non più spettatore. Da questa forza centripeta, volta ad una ricerca richiusa su se stessa, al contempo esclusiva ed escludente, si sviluppa l’opera del Work Center Grotowski. Dopo anni di chiusura e studio il moto della ricerca si inverte, la forza diventa centrifuga, con l’OPEN PROGRAM i materiali iniziano ad essere mostrati pubblicamente. Si apre il dialogo a lavori ancora in corso, si cerca un confronto con il pubblico, un incontro.

foto di Claudia Fabris
foto di Claudia Fabris

Da qui nasce la festa/spettacolo Electric Party: gli attori sono carichi di un’energia mai vista, e diventa immediatamente lampante tutto il lavoro sulla vocalità, l’intonazione, l’uso del corpo in funzione della voce; tutto è presente e perfetto in questi giovani attori. Testi poetici e canti risuonano per più di due ore in uno spazio circolare, lo sguardo è rivolto al pubblico, che forse per problemi di lingua e comprensioni, non si sente pienamente coinvolto. Eppure la festa è lì, a portata di mano.

Camilla Toso

Videointervista a Vitaliano Trevisan &co.

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Vitaliano Trevisan, classe 1960, scrittore e drammaturgo. Noto al pubblico dal 2002 con I quindicimila passi, ha da poco pubblicato la raccolta Grotteschi e arabeschi. I suoi testi teatrali sono stati messi in scena da Valter Malosti e Toni Servillo; di recente pubblicazione per Einaudi I due monologhi, ossia Oscillazioni e Solo RH portato in scena nell’edizione del Festival delle Mura 2007 da Roberto Herlitzka. È il protagonista del film Primo Amore di Matteo Garrone di cui è anche co-sceneggiatore, e attore nel film Il riparo di Marco Simon Puccioni, miglior film al festival di Annecy nel 2007, oltre che nel film Dall’altra parte del mare di Veronica Perugini. Nel 2008 ha ricevuto a Parigi il Premio Campiello Europa.

Tiziano Scarpa, classe 1963, scrittore e drammaturgo. Autore di numerosi romanzi, tra cui Occhi sulla graticola del 1996, Kamikaze d’Occidente, del 2003 e il più recente Stabat Mater del 2008; ha scritto anche racconti, interventi critici, poesie, radiodrammi. Per il teatro ha pubblicato numerosi testi, da ultimo L’inseguitore nel 2008. Nel 2007 ha vinto il premio speciale Chi è di scena per il migliore adattamento contemporaneo di Goldoni per la drammaturgia de L’ultima casa, presentato in occasione del 39. Festival Internazionale del Teatro della Biennale, con la messa in scena di Pantakin. Intensa è anche la sua attività performativa, fra le sue principali letture sceniche: Pop corn; Groppi d’amore nella scuraglia; e i più recenti I versi delle bestie e Stabat Mater.
Carla Chiarelli, diplomata attrice alla Civica Scuola D’Arte Drammatica di Milano, ha lavorato nei maggiori teatri stabili italiani diretta da registi quali Martone, Castri, Lievi, Mezzadri, Solari, Shammah e al cinema con Soldini, Verdone, D’Ambrosi. Nel 1998 entra nella compagnia Quellicherestano. Da tempo rivolge la sua attenzione al mondo della scrittura contemporanea, diventando preziosa interprete e collaboratrice di autori quali, tra gli altri, Pagliarani, Matteucci, Scarpa, Jelinek, Parise, Ginzburg, Moresco.
Fabrizio Parenti, attore, regista,drammaturgo. Fondatore nel 1992 della compagnia Quellicherestano, arriva al teatro dopo esperienze nella scrittura e nella performance. Interprete protagonista di tutte le produzioni della compagnia, da alcuni anni si dedica prevalentemente alla regia e alla drammaturgia, sia nel campo teatrale che in quello degli eventi culturali.

(Dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)