teatro sotterraneo be normal

DIECISOTTOZERO / Festa per i 10 anni di Teatro Sotterraneo

Il Tamburo di Kattrin ha seguito negli anni il percorso artistico di Teatro Sotterraneo scrivendo recensioni, approfondimenti e intervistando il collettivo che incontrava durante i festival e nei diversi teatri di Italia. In occasione di questo importante traguardo ripercorriamo qui alcuni nostri scritti su Teatro Sotterraneo… auguri!

>>> Be Normal! O forse no? di Roberta Ferraresi (2014)
>>> Daimon Project: intervista a Teatro Sotterraneo a cura di Elena Conti e Carlotta Tringali (2013)
>>> Daimon Project 2013_ BE NORMAL! di redazione Dreamcatcher (2013)
>>> Intervista a Daniele Villa / Teatro Sotterraneo a cura di Camilla Toso (2010)
>>> Videointervista a Teatro Sotterraneo di Redazione (2010)
>>> La corsa di Teatro Sotterraneo di Carlotta Tringali (2010)
>>> Darwin e la visionarietà di Teatro Sotterraneo di Elena Conti (2010)
>>> Collegamenti “sotterranei” tra calcio e teatro di Carlotta Tringali (2010)

Segnaliamo inoltre 

DIECISOTTOZERO / Festa per i 10 anni di Teatro Sotterraneo

Una due giorni di appuntamenti per festeggiare i primi 10 anni di lavoro di Teatro Sotterraneo. Una festa che parte dall’immaginario della compagnia per parlare di cultura e fine del mondo, rappresentazione del proprio tempo e punto di vista del superstite. Ne parliamo in un “Corso di sopravvivenza” attraverso un incontro con tre pensatori. Rappresentiamo la Catastrofe con due produzioni della compagnia distanti nel tempo. E infine balliamo sulle macerie con un dj-set conclusivo.

teatro_sotterraneo27 marzo 2015
h 18 “Corso di sopravvivenza” con Enzo Ferrara, Goffredo Fofi e Stefano Laffi
h 21 Post-it (2007): primo spettacolo con cui Teatro Sotterraneo si avvicina al tema della Fine

28 marzo 2015
h 21 BE NORMAL! _ Daimon Project (2013): ultima produzione del gruppo, esito delle recenti ricerche sul tema della vocazione personale fra realizzazione e fallimento
h 23 Dj-set Marco Santambrogio / Leonardo Mazzi

Teatro Sotterraneo è un collettivo di ricerca teatrale che circuita nei più importanti teatri e festival nazionali e internazionali. Negli anni riceve diversi riconoscimenti tra cui il Premio Lo Straniero, Premio Ubu Speciale, Premio Hystrio-Castel dei Mondi. Fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies ed è compagnia residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese.

Si consiglia la prenotazione.
PROMOZIONE DUEGIORNI: chi verrà ad entrambi gli spettacoli, avrà il biglietto scontato del 50% sullo spettacolo della seconda sera (basterà presentare in biglietteria il biglietto di Post-it il secondo giorno per avere lo sconto su BE NORMAL!)

info:
Teatro Studio, via G. Donizetti, 58 – Scandicci (FI)
tel > 0557356443
email > biglietteria@teatrostudiokrypton.it
web > www.compagniakrypton.it/diecisottozero.html
www.teatrosotterraneo.it
evento FB >www.facebook.com/events/1422829944676591/

 

 

Be Normal! O forse no?

Recensione a Be Normal! – di Teatro Sotterraneo

foto B-Fies (Alessandro Sala)

foto B-Fies (Alessandro Sala)

“Nella società c’è posto solo per uno dei due: voi o il vostro demone. A voi la scelta”. E la scelta pare che Teatro Sotterraneo l’abbia fatta con una certa chiarezza, in questo Be Normal!, spettacolo – parte del più ampio Daimon Project – tutto orientato alla devastazione del proprio daimon, cioè le proprie ambizioni, sogni, destini.
Però, come in quasi tutti i lavori di questo gruppo, le cose non sono così semplici come sembrano. Perché, da un lato, tutti i micro-episodi di cui è composto Be Normal! si fondano sulla messa in discussione, in ridicolo e alla porta dei daimon (voglio fare l’artista, sogno di fare l’astronauta…), che non possono sopravvivere in tempi di crisi come questi, in cui appunto si fa già fatica a sopravvivere in senso stretto; dall’altro, è proprio attraverso l’arte che Teatro Sotterraneo sceglie di raccontarlo. Come se il punto di equilibrio fra l’influenza del proprio daimon e le condizioni reali, fra le proprie ambizioni e la sopravvivenza fosse invece un punto di disequilibrio che vibra della tensione che si innesca fra i due poli.

È qualcosa di fortemente identitario, radicato, determinante. L’esito è quello di un autoritratto generazionale spietatissimo. Dove i giovani sono costretti ai lavori più umili, mentre i potenti li rapinano del loro presente e del loro futuro; dove la gerontocrazia impera a scapito delle nuove generazioni; dove queste ultime si trovano spiazzate, bloccate in un eterno presente che non consente possibilità di crescita; e dove l’aspirazione alla realizzazione dei propri sogni e ambizioni viene esclusa a priori (c’è addirittura il corso, supportato da vignette videoproiettate, su come uccidere il proprio daimon fin da bambini).

L’esagerazione è la norma in questo spettacolo. Ma se sembra grottesca la scena del colloquio di lavoro gestita da una voce computerizzata che, alla fine, per la “prova pratica” ordina al candidato di uccidere un ostaggio, la cosa non risulta poi così surreale, se si pensa che ai colloqui vengono richieste le competenze e disponibilità più impensabili, anche oltre ogni ragionevolezza, buon senso e magari anche limite di legalità. E se può parere eccessivo che i rappresentanti della gerontocrazia imperante vengano scelti fra Paperon de’ Paperoni e la regina Elisabetta (pannelli presto abbattuti dalle palline scagliate dal pubblico), sarà forse utile fermarsi un attimo a riflettere che si tratta di un potere che domina in concreto, ma anche e soprattutto nell’immaginario (da Sophia Loren a Babbo Natale).

Ad ogni replica, lo spettacolo coinvolge un artista come “ospite speciale”. Gli vengono poste alcune domande-chiave: che lavoro fai? quanto guadagni? riesci a mantenerti col teatro? È un’indagine sociologica di un certo interesse. Ma, dopo, la situazione si ribalta: siamo in troppi – constata Sara Bonaventura – possiamo risolvere il problema facendo qualcosa insieme; ma non nel senso comune del termine: l’ospite di turno deve sfidare uno degli attori alla roulette russa, ne rimarrà uno soltanto e forse così, nel piccolo e incrinato mondo dell’arte e del teatro, ci sarà più spazio per gli altri.
E sembrerà atroce il passaggio in cui una giovane figlia stressata ingozza di fretta la povera madre, ormai scheletro in carrozzina, o troppo caricata la storia dello stuntman licenziato che sfascia una sedia; ma a pensarci bene non sono situazioni poi così distanti dalla realtà, e nemmeno troppo “deformate” o rimesse in forma ai fini del teatro.

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foto B-Fies (Alessandro Sala)

Be Normal! intreccia immagini e azioni surreali, così spietatamente eccessive fino a sfumare amaramente nel grottesco (e dunque nel reale, più che nella finzione), sorta di ready-made atroci che si rivoltano contro la realtà che li ha creati; riflessioni di un certo respiro socio-culturale, frammenti di indagini statistiche con tanto di grafici e proiezioni e anche qualche momento di rara poeticità. C’è altrettanta disarmante potenza nella mappa che descrive con un’animazione video l’invecchiamento della popolazione mondiale, prima del corso che istruisce su come affrontarla, quanto nel dialogo fra due casse che si chiedono come sarebbe lavorare al concerto dei Rolling Stones invece che al Teatro TaTà, e si preoccupano del futuro, del rischio perenne di non essere all’altezza e di venire sostituite (ma “non servono pezzi di ultima generazione – constata una delle due – perché siamo noi l’ultima generazione”).

Be Normal! è soltanto una giornata come le altre, con un orologio che ogni tanto ricorda il passare del tempo, il sunto di  un’Apocalisse quotidiana che bene o male ci si trova ad affrontare tutti i giorni per davvero. Comincia con un messaggio in segreteria lasciato da Shakespeare, che con forte accento inglese consiglia ai Sotterraneo di smettere di fare teatro; finisce con una coppia che sclera (apparentemente) perché non ha i soldi per ordinare la pizza a casa e con Perfect day di Lou Reed.

foto B-Fies (Alessandro Sala)

foto B-Fies (Alessandro Sala)

Quello di Teatro Sotterraneo sembra quasi prendere le forme di un teatro-inchiesta costruito per con il pubblico. Però è un teatro che non rinuncia allo spettacolo, ma che piuttosto ne usa gli strumenti per indagare la realtà e allo stesso tempo usa la realtà per fare spettacolo. Insieme alla scelta di un tema caldo a livello politico e socio-culturale, è presente con evidenza una ricerca linguistica di tutto rilievo, visibile ad esempio al livello drammaturgico.
Il testo esplode in ogni direzione oltre quelle consuete e si appropria di qualsiasi supporto espressivo. Non ci sono solo le parole da dire, espresse dagli attori; ci sono quelle delle canzoni, cantate o meno; i sopratitoli e le didascalie, quindi su un piano visivo; ci sono le voci registrate, computerizzate, automatizzate; e poi, quella potente del pubblico, su cui ultimamente sembra concentrarsi molto il lavoro Sotterraneo (non tanto nella direzione ormai trita e vana della libertà co-autoriale, ma ragionandoci proprio – sembrerebbe – come elemento drammaturgico in senso stretto). È una parola totale quella con cui sono scritti e rappresentati i testi di questo gruppo, che invade ogni livello della scena, attinge stimoli dal mezzo con cui viene veicolata e assume nuova forza dalla sua declinazione in luoghi e supporti altri rispetto alla parola detta (su cui comunque viene fatto un lavoro di spessore).

E se pure – per la scelta di un tema così caldo, così noto, oppure per i linguaggi di un certo disincanto post-pop con cui lo si affronta – qua e là si possa cogliere qualche rischio, c’è da rilevare il coraggio con cui questi artisti scelgono di parlare apertamente di questioni del genere, in maniera profondamente irriducibile, senza scampo e senza scrupoli (anche per se stessi). Alcuni diranno che è un discorso triste e amaro, magari già sentito; oppure, al contrario, si può pensare che è uno sguardo cinico e spietato; forse la ricchezza di questo approccio al teatro sta nel mezzo, fra l’irriducibilità con cui si guarda al mondo in cui si vive (quindi anche a se stessi, a noi stessi) e la necessità di raccontarla in scena (anche correndo il rischio di toccare nervi scoperti, temi caldi, questioni all’ordine del giorno su cui tanto è stato detto). In ogni caso, quello di Teatro Sotterraneo è un teatro che si assume la responsabilità di affrontare il proprio tempo, dentro e fuori dal teatro e dai suoi linguaggi. E di parlarne in pubblico senza mezze misure, in tutta la sua complessità. Il che, in questi anni, è già qualcosa di importante, che fa di molto la differenza.

Visto e rivisto a Meinherz – Drodesera 2013 e StartUp 2014, Taranto

Roberta Ferraresi

 

 

 

 

Per approfondimenti:

Daimon Project: intervista a Teatro Sotterraneo a cura di Elena Conti e Carlotta Tringali

#survival la pagina dedicata a Be Normal! su Dreamcatcher (progetto realizzato dal Tamburo con WorkOfOthers per Meinherz – Drodesera 2013, festival di Centrale Fies)

Visioni di teatro del nostro tempo. Da Taranto

L’idea di relazione per avvicinare StartUp
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Cresce bene e forte il festival StartUp di Taranto: al suo debutto due anni fa con l’organizzazione del Crest (leggi l’articolo), giunge ora alla terza edizione, con il coordinamento della rete Una.net, formata da sei gruppi dei Teatri Abitati pugliesi (oltre al Crest, Bottega degli Apocrifi, Armamaxa, La luna nel letto, ResExtensa, Teatro delle Forche).

Dal 24 al 27 settembre, si è sviluppata una rassegna dai livelli e dai volti molteplici: un’attività intensissima che si inaugurava ogni giorno in mattinata, con incontri di ampio respiro che hanno di volta in volta affrontato temi legati alle politiche culturali e alle questioni dello spettacolo in senso lato (il network IETM in vista di Luoghi Comuni 2015, le residenze e il nuovo Decreto, punti di vista sui linguaggi del contemporaneo affrontati dall’ANTC); per proseguire nel pomeriggio, con visite organizzate nel centro storico della città e più tardi incontri di carattere più “frontale” (presentazioni di libri, approfondimenti); e terminare ogni sera con diversi spettacoli, momento in cui si è colta l’occasione da un lato di presentare diverse produzioni pugliesi, dall’altro di portare a Taranto importanti lavori di altra provenienza (come le ultime opere di Teatro Sotterraneo o Roberto Latini).

Sono molti i livelli di approccio e approfondimento dello spettacolo che esprime questa piccola ma intensa rassegna, capace di combinare discorsi sulla critica alle questioni più calde della politica culturale, diversi modi, geografie, linguaggi teatrali, momenti di discussione pubblica e altri più informali. Comunità del teatro che si incontrano, è questo il pensiero più forte che rimane dopo StartUp: artisti, critici, operatori, spettatori di differente provenienza, età, approccio; sotto-territori che, pure facendo parte della stessa macro-area delle arti performative, spesso rimangono chiusi nei loro confini (di ruolo, geografici, ecc.) e invece a Taranto si vedono discutere insieme, incontrarsi, confrontarsi, in pubblico e in privato.
Una forte linea di lavoro di questa edizione, fra l’altro, è quella del tentativo di approccio alla città, con una serie di incontri e performance realizzati nel centro storico e pensati per un coinvolgimento più concreto e continuativo di cittadini e spettatori: piccole chiesette restaurate, musei, palazzi aprono le proprie porte al festival e, così, anche alla città che lo ospita.
Forse è l’idea di relazione lo strumento più adeguato per descrivere il senso di questo StartUp, che non a caso è ora organizzato da una rete di artisti e compagnie e altrettanto non casualmente è forse uno dei fondamenti più solidi dell’esperienza teatrale e della sua differenza rispetto alle altre arti o produzioni culturali.

Il teatro della crisi e dell’eterno presente

Salvatore Marci "Sette opere di misericordia e mezzo" - foto di Salvatore Magrone

Salvatore Marci “Sette opere di misericordia e mezzo” – foto di Salvatore Magrone

Molti degli spettacoli creati in questi ultimi mesi sembra vogliano essere un ritratto – certo vibrante e mosso – dei nostri tempi: riflettono (anche in senso letterale) un disagio inquieto a 360 gradi, quel gusto amaro che resta in bocca e nelle ossa quando ci si trova spiazzati, disarmati di fronte a un tempo bloccato; un eterno presente di cui è impossibile indovinare con sicurezza il passato e anche immaginare il futuro. È quello che capita ogni giorno, nell’arte ma anche nella più materiale quotidianità.
Si potrebbe dire che tante volte questo prenda (anche) le forme di un autoritratto generazionale; sulle scene di questi ultimi tempi lo si è visto spesso, e così anche a StartUp.

Sette opere di misericordia e mezzo di Salvatore Marci (25 settembre) è una storia esplosa nei diversi punti di vista dei protagonisti che la vivono. Ma non c’è trama, personaggio che tenga: in scena questi si presentano allo stato residuale, brandelli il cui senso si rivela man mano che lo spettacolo procede. Sono lei, lui, l’altro: Giovanna, moglie che diventa una strana puttana vestita di bianco davanti alla discoteca Paradiso; il marito coi suoi integratori; l’altro, giovane solo che la incontra una notte ed è destinato a risolvere (tragicamente? dipende dai punti di vista) il triangolo.

Roberto Corradino|Reggimento Carri "L'osso duro" - foto di Vito Mastrolonardo

Roberto Corradino|Reggimento Carri “L’osso duro” – foto di Vito Mastrolonardo

È un’umanità senza scampo, come quella che porta in scena la stessa sera Teatro Sotterraneo. Che si chiede: “cosa fai per vivere?”. Di questo parla Be Normal!, nuovo episodio di un teatro estremamente intelligente che si fa quasi inchiesta senza però rinunciare a darsi come spettacolo: dell’aver visto “le migliori menti della mia generazione perdersi e lasciar perdere”, come recita la presentazione, uccidere il proprio daimon e rinunciare ai propri sogni per sopravvivere.
Così, in qualche modo, anche i personaggi allucinati e allucinatori di Roberto Corradino, che presenta L’osso duro, tratto dalla narrativa kafkiana: Mario e Franco, facce diverse della stessa medaglia, si alternano in scena provando a dialogare con l’assente Nino (il pubblico?), dando vita a una vibrante riflessione sul ruolo dell’artista nel nostro tempo. Sono forse due possibili modi per affrontare il problema della sopravvivenza dell’arte: il primo che accetta di vendersi, l’altro che invece preferisce digiunare e morire.
Poi è così per gli allenamenti di corpo e di voce di Raskolnikov di Leonardo Capuano e, in diverso modo, lo Psychokiller di Ippolito Chiarello. 

Da Taranto. Altri modi di fare teatro e politica
Un discorso a parte va fatto per Capatosta di Gaetano Colella (anche in scena con Andrea Simonetti, per la regia di Enrico Messina). Anche in questo spettacolo si ritrovano quegli elementi di inquietudine e irrequietezza, quel senso di crisi e di frantumazione che abbiamo incrociato velocemente negli altri lavori in rassegna. Ma questo è qualcosa di stampo diverso. Prima di tutto perché è un lavoro sull’Ilva, gigantesco centro industriale tristemente noto alle cronache che sorge a pochi passi dal Teatro TaTà gestito dal Crest (e dalla messinscena dello spettacolo).
I temi che tocca questo spettacolo sono innumerevoli e non solo legati ai problemi dell’inquinamento, dello sfruttamento, delle malattie dell’industria tarantina: questioni come la (presunta) assenza di una classe operaia (che qui invece viene trasversalmente rideclinata rispetto a tutti i lavoratori precari di ogni settore e livello), dell’impossibilità della lotta di classe, della sostenibilità delle proprie scelte di vita e delle reazioni rispetto a quelle altrui travalicano di frequente il caso Ilva – seppure profondamente radicato e radicante nella messinscena – per parlare molto più ampiamente del presente. E delle possibilità di scampo.

Crest "Capatosta" - foto di Lorenzo Palazzo

Crest “Capatosta” – foto di Lorenzo Palazzo

In scena, due operai, un veterano e un neo-assunto. Due generazioni a confronto? Non solo, perché – scopriremo man mano – questi due hanno in comune molto più di quello che sembra. Il primo ormai abituato a chinare la testa, nella speranza di fuggire al più presto; il secondo, neolaureato a pieni voti e figlio di un ex-operaio, invece che l’Ilva l’ha scelta, per dare vita alla sua rivoluzione.

Per chi viene da fuori, il punto, come recita la voce di Enrico Castellani (Babilonia Teatri) nella potente audio-installazione dedicata all’Ilva che era possibile ascoltare nella splendida chiesetta di S. Andrea degli Armeni, è che “se non mi avessero chiesto di parlare dell’Ilva non ne saprei nulla. Se non ci fosse un teatro, dei Tamburi non saprei nulla” (e aggiunge: “dovrei vergognarmi a dirlo, dovrei vergognarmi”). Con la sua voce e con quella delle varie persone intervistate, possiamo riconoscere “tutta l’Ilva che c’è intorno a noi”, dai barattoli di pomodoro ai mobili ai mezzi di trasporto; e assaporare il ruolo che può ancora avere un privato cittadino nelle decisioni che vengono prese a suo discapito (con la storia di quel pastore che, scoprendo la diossina nei suoi formaggi, diventò l’innesco dello scandalo Ilva).
E qui si apre uno spiraglio, rispetto ai temi dell’impotenza, della crisi, del disastro di una generazione e non solo: quello della potenzialità del teatro, che può fare informazione, riflessione, politica. E forse cambiare qualcosa.

Nei termini del discorso che stiamo svolgendo e del filo che stiamo provando a seguire, Capatosta permette di fare un passo ulteriore: svincolandosi dalla dimensione puramente interiore e personale di senso del tragico che rischia spesso di convertirsi in crisi permanente o addirittura in dato contigente o peggio ancora generazionale, sceglie di affrontare di petto un problema concreto (e a dir poco spinoso, prossimo, vicinissimo). La dimensione dialogica su cui si fonda la struttura dello spettacolo, consente poi di approcciare la materia in termini dialettici, di comprendere come l’unicità e l’esclusività di un punto di vista (magari il proprio io, personale e biografico) vada sempre a giustapporsi a quelli altrui; cioè, prende in carico il problema del rapporto con l’altro, della comunità, della legittimità delle scelte, delle idee, delle posizioni; della complessità dei loro intrecci, dell’avvicendarsi delle motivazioni che spingono all’una o all’altra azione. E, infine e soprattutto, questo spettacolo non si ferma a fotografare l’esistente, non si lascia rapire dall’eterno presente e non resta disarmato di fronte all’impotenza e alla crisi, alla tragedia, ma, appunto, propone di immaginare una possibile via di scampo.

Drammaturgie esplose, estese, diffuse

Ippolito Chiarello "Psychokiller"

Ippolito Chiarello “Psychokiller”

Ma, questa dell’eterno presente di un’umanità senza scampo, non è una questione attiva solo sul piano tematico. Nel lavoro di Marci il testo esplode in diversi punti di vista che si avvicendano e poi si completano reciprocamente; in quello di Corradino si innesca un riverbero dialettico; nel monologo di Chiarello si concretizza vistosamente il ruolo del pubblico; Teatro Sotterraneo attinge a differenti livelli scenici, creando un dispositivo drammaturgico che acquisisce come emittenti (interpreti?) ben altri supporti oltre il testo detto. Ad esempio, come accade anche in altri esiti performativi degli ultimi tempi, alcuni degli spettacoli condividono la centralità della musica sia come fonte drammaturgica (quando l’attore dice i versi di grandi successi pop), che come possibilità espressiva (su tutte le possibilità, il canto). Nel lavoro di Sotterraneo, poi, sono testo drammatico anche i sopratitoli e le didascalie che accompagnano le scene.

È come se i temi della frammentazione del soggetto, della relatività disarmante dei punti di vista, del caos che ribolle in quest’era post-globale si riversassero anche sul piano del lavoro drammaturgico. Però non trasmettendo quel senso di impotenza, non riecheggiando la rassegnazione alla crisi permanente, non scivolando in istinti auto-consolatori; ma sfruttando lo spirito dei tempi per creare nuove ipotesi di approccio.

Di qui, si può tirare un piccolo filo (seppure parziale) per attraversare queste (e forse anche altre) creazioni performative degli ultimi anni. Le macerie in cui ci troviamo a scavare ogni giorno, le difficoltà di rapportarsi a inquadrare il reale, la resistenza e la sopravvivenza sono sì assunte sul piano tematico come inaffrontabile orizzonte definitivo; ma esse forse producono anche un riverbero di non poco interesse sul piano dei dispositivi drammaturgici utilizzabili. Storie esplose e gente senza scampo. Ma raccontate da un teatro che non ha ancora finito di inventarsi nuove risorse, modi, idee per sopravvivere; e forse addirittura provare ad andare avanti.

Roberta Ferraresi

Altre voci, visioni, riflessioni intorno a StartUp
una selezione degli articoli scritti in occasione del festival da alcuni colleghi che hanno voluto condividere i link su questa pagina

Daimon Project: intervista a Teatro Sotterraneo

Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa: questa la nuova formazione di Teatro Sotterraneo, il collettivo formatosi nel 2004 a Firenze. Li abbiamo incontrati a MEIN HERZ, in scena al festival di Centrale Fies con i due nuovi lavori che costituiscono, per il momento, il Daimon Project: BE LEGEND! e BE NORMAL! (quest’ultimo presentato a Santarcangelo 13 e Drodesera XXXIII in forma di studio). La conversazione con Villa e Cirri ci ha consentito di approfondire il progetto e ha tracciato possibili orizzonti in dialogo sia con la riflessione su nuovi linguaggi artistici, che con le necessità determinate dalla ridefinizione del gruppo teatrale. Le cifre poetiche di Teatro Sotterraneo entrano in relazione con l’immediatezza dei bambini, dando vita ad affascinanti meccanismi scenici. Dopo aver presentato il terzo episodio di BE LEGEND! a ottobre a Contemporanea Festival (oltre Hamlet e Jeanne D’Arc è stato portato in scena anche Hitler), giovedì 21 novembre debutta lo spettacolo BE NORMAL! al Teatro Bolognini di Pistoia.

Be Normal! foto di Andrea Pizzalis

BE NORMAL! foto di Andrea Pizzalis

Come sono nati BE NORMAL e BE LEGEND?
Claudio Cirri: I due spettacoli fanno parte di Daimon Project, un progetto che vorremmo fosse almeno biennale; il discorso sul daimon si sviluppa di anno in anno e con esso le tensioni e le voglie. Quando abbiamo iniziato a parlare di cosa avevamo voglia di tornare a dire dopo un anno di non produzione teatrale (inclusa la pausa per la creazione dell’opera Il Signor Bruschino), abbiamo ristretto il campo al discorso del daimon. Ci premeva capire cosa si intendesse per vocazione: è stato come mettere un punto di riflessione per domandarsi “come sei finito a fare questo lavoro?”, “perché lo stai facendo?”. Dall’interrogativo specifico su noi stessi, la questione si è aperta al daimon in generale e si è declinata nella forma di BE LEGEND! – ovvero l’infanzia di personaggi famosi che hanno incarnato il proprio daimon –, e di BE NORMAL! – la vita quotidiana di persone che famose non lo diventeranno mai, alle prese con il proprio daimon che pulsa.
Vorremmo continuare a lavorare sia sullo schema della giornata costituita dalle 24 ore di BE NORMAL!, sia sugli episodi di BE LEGEND!, a cui si aggiunge ora l’infanzia di Hitler e successivamente (forse) altre figure. Trattandosi di episodi che si susseguono, dovremmo capire come può funzionare il progetto nella ripetizione del tema, cercando di conservare tanto la completezza nell’insieme quanto l’autonomia del lavoro singolo.
Uno dei possibili sviluppi del Daimon Project è legato all’incontro con gli adolescenti per capire come pulsa il demone in loro. L’idea è quella di creare una performance, alla fine di un percorso laboratoriale – ipoteticamente replicabile in altri luoghi – con un gruppo di adolescenti trovati in loco, che ripresentano il lavoro adattandolo sulla loro pelle: una sorta di format che possa essere replicato, con variazioni, nei luoghi che accoglieranno il progetto.

Come siete entrati in contatto con i bambini di BE LEGEND?
C.C.: Non c’è nessun tipo di selezione dei bambini per partecipare al progetto, se non la loro disponibilità e l’età. L’idea è quella di lavorare insieme al bambino che abbia caratteristiche del “bambino”: con le sue fragilità, la sua incertezza e l’evanescenza del suo stare in scena.

Com’è lavorare con i bambini?
Daniele Villa: Molto divertente! Hanno una qualità rispetto a tutti i soggetti che ci è capitato di dirigere (da attori e cantanti lirici): molto del nostro lavoro è fatto di passaggi alogici, perché è il meccanismo scenico che ci interessa e il bambino questo lo coglie, non ha bisogno di filtri e domande interiori; il bambino coglie l’immediatezza dell’azione e la fa sua, la pratica. Se all’inizio ci preoccupavamo che potesse incamerare solo alcuni degli appuntamenti mnemonici che ci sono nel lavoro, in realtà lui li ferma subito e ha anche la prontezza nell’eseguirli. Capisce che è un gioco e che non vige la regola causa-effetto, ma ne coglie l’efficacia e gioca. I bambini ci trasmettono molta energia e molti stimoli: sarebbe potuto risultare faticoso ogni volta rimettere in prova uno spettacolo in una sola giornata di lavoro con il bambino; invece questa fatica viene ogni volta totalmente superata dal divertimento nel trovare in lui il dispositivo che noi abbiamo pensato e la specificità con cui lo fa. Questo è impressionante perché il tuo stesso spettacolo, ogni volta che viene ripresentato, si riforma, si reinventa.

Come è avvenuta la scelta dei personaggi degli episodi di BE LEGEND?
D.V.: Abbiamo fatto una lista di tutti i personaggi fictionali e reali che ritenevamo più potenti dell’immaginario e valutato i più interessanti. Ne è uscita una graduatoria che ha visto vincitori Giovanna D’Arco e Hitler, poi Amleto, il quale è scalato di posizione in virtù di un rapporto di sana committenza: il Teatro Franco Parenti ha presentato un progetto titolato 13 variazioni su Amleto dalla scena under40 e il primo episodio è diventato di conseguenza Amleto. Per noi è stato tuttavia molto utile dal punto di vista dell’approccio al progetto perché stiamo reinventando le infanzie e avere come soggetto un personaggio che l’infanzia non l’ha avuta, ci ha mostrato un contrasto molto chiaro.

Altri personaggi dopo Giovanna D’Arco, Hitler e Amleto?
D.V.: Abbiamo una hit parade attiva, con un Che Guevara in ottima posizione e altri personaggi, da Andy Warhol a Mahatma Gandhi! Probabilmente quando guarderemo a posteriori ai primi tre episodi sviluppati, capiremo – negli equilibri – qual è il personaggio che ci chiama. Finora abbiamo affrontato tre figure sanguinarie, questo potrebbe essere un elemento su cui riflettere prima di scegliere il prossimo personaggio.

Nel vostro percorso, non avete mai lavorato con gli adolescenti?
D.V.: Sì, abbiamo fatto spesso dei laboratori con gli adolescenti ma ci piacerebbe riavvicinarci a loro per il Daimon Project perché tutte le volte che ci abbiamo lavorato – da Firenze, a Scampia e Trento – abbiamo recepito una potenza talmente informe che cerca dei canali per esprimersi e rappresentarsi – che è proprio una cosa di cui i bambini hanno bisogno – con la quale vorremmo confrontarci. Ma per il momento rimane solo un’idea progettuale, non c’è ancora nulla di programmato a livello produttivo.

Nel progetto laboratoriale si creerebbe lo slittamento da un solo bambino a una molteplicità di ragazzi in scena?
D.V.: Per quanto riguarda gli adolescenti, sicuramente ci piacerebbe lavorare sulla massa; mentre per BE LEGEND! continuerà a esistere il rapporto tra un bambino e un episodio, perché si tratta di conoscere un mito cristallizzato, riapplicarne delle tracce al bambino che rendano riconoscibile il suo destino futuro e in tutto questo vi è un principio di solitudine che non è perdibile… Anche se ogni tanto scherziamo sul fare un episodio sui Beatles e avere quattro bambini in scena! Abbiamo riflettuto sulle entità costituite da più personaggi, ma vi ritorneremo perché è questo un progetto che cresce nel tempo e le prossime tappe emergeranno anche in relazione alla vita.

foto di Andrea Pizzalis

foto di Andrea Pizzalis

Come si riversa tutto questo lavoro con i bambini, con dei corpi che non hanno filtri, su BE NORMAL?
C.C.: Non so se si riversi il lavoro specifico con il bambino, forse la cosa che incide di più su BE NORMAL! è capire come far fronte alla biunivocità di due persone sole in scena, mantenendo il ritmo e la frenesia che creiamo in tre: io, Sara e il bambino.
D.V.: Con il bambino riesci ad arrivare fino a un certo grado di equilibrio fra menzogna e credibilità, e anche di poesia, perché cogli in lui una fragilità estrema nell’incarnare questa contraddizione. La domanda diventa come riuscire a portare questo tipo di intreccio – tra vero e falso, e allo stesso tempo poetico – su corpi adulti. Quando sono sul palcoscenico, i bambini sembrano immersi in un qualcosa di più grande di loro e mi piacerebbe riuscire a fare questo anche con degli adulti, ritrovando la stessa generosità.
Claudio e Sara riescono a portare in scena – quella che è poi cifra di Teatro Sotterraneo – il discorso della sospensione dell’incredulità e al tempo stesso della presentazione e quando il bambino è in mezzo a questo meccanismo, sento strizzarmi i polmoni. Questa è la cosa che mi affascina e che mette in relazione i due spettacoli.

… Quindi state cercando il vostro daimon?
D.V.: Il nostro daimon ci ha già trovati e ci ha inguaiati per molti anni a venire, temo! Al di là della specificità del teatro, quando parli del daimon parli di ciò per cui pensi di essere nato e, molto spesso, del fatto che “non è che fai ciò che vuoi”, ma “fai ciò che non puoi non fare”. Se quello che non puoi non fare è l’artista – in senso lato – e sei chiamato a farlo in un settore che, oltre a non dare garanzie, guarda al futuro come a una landa post-atomica, non solo il daimon ti ha trovato ma ti ha instradato in questo deserto. Quindi non è che lo stiamo cercando, ma stiamo tentando di non morire insieme a lui. Noi ci sentiamo molto sacrificabili in questo senso: non pensiamo affatto che se il nostro daimon era creare opere e diffonderle allora vuol dire che continueremo a farlo. Non è affatto impossibile sparire, anche domani. Il rapporto con il daimon è a questo grado di complessità: non si tratta di seguirlo ciecamente, ma di capire dove ti sta portando.

In BE NORMAL! vi è la scena della rapina che segna un passaggio drammaturgico molto forte per il lavoro e, allo stesso tempo, chiamando in causa la figura di Berlusconi, rappresenta un frammento incisivo della società…
D.V.: Nel montaggio ci siamo posti delle domande riguardo la rapina perché è l’unica scena in cui non abbiamo a che fare con nessuno dei due performer (Claudio e Sara, ndr), ma con altre figure. Tutto il meccanismo viene calato su loro due e poi immediatamente aperto, c’è un orizzonte personale ed epico che continua a oscillare tra questi due piani fino a divenire un “personale fatto di archetipi”. Essendo un meccanismo narrativo costruito su di loro, ci interessava che in questa parte di giornata – il mattino (pomeriggio e sera verranno sviluppate in seguito, ndr), incrociassero altre narrazioni, per andare a comporne una più ampia, anche se per narrazione intendiamo sempre qualcosa di esploso.
Nella “pseudo” narrazione della giornata i fatti che riguardano i due soggetti si intrecciano ad altri eventi. Incrociano una rapina, che è una tecnica di sopravvivenza estrema, è una maniera di procurarsela con l’azione diretta, violenta e armata. Nel nostro caso tra l’altro il furto non si svolge in banca ma in un museo; si torna alla questione teatrale: i rapinatori rubano “merda d’artista” e i teatranti si confrontano con il mercato dell’arte. Fanno questo indossando la maschera di Berlusconi che ride, un’immagine che ormai è di per sé al tempo stesso quotidiana e archetipica.
C.C.: Aggiungo un ulteriore passaggio che può essere un precipitare nel quotidiano, nell’attualità nel senso più stretto, rappresentato nello spettacolo da Berlusconi che con un barattolo di merda minaccia con la pistola un licenziato…

foto di Andrea Pizzalis

foto di Andrea Pizzalis

D.V.: Ci ha sempre affascinato il rapporto che abbiamo con quella figura ma ne siamo talmente esausti che qualsiasi cosa venga fatta, rischia la banalizzazione. È possibile che nessuno si inventi qualcosa per parlarne senza essere una prima pagina del quotidiano? Qualcuno doveva usare quel segno e noi abbiamo cercato di trovare i modi più indiretti. Già in un primissimo studio di Homo Ridens venivano utilizzate delle registrazioni di sue barzellette, vie indirette per tornare a quello che ha oramai segnato un’identità, che rischia di non essere più soltanto un’anomalia italiana…

È un segno che è entrato nella “normalità”…
D.V.: C’è una nuova normalità che parte da quell’input, che segue uno schema il cui imprinting è quello del berlusconismo. Quindi si può stare qui dentro a non parlarne, oppure puoi interrogarti su come usare quel segno senza fare della retorica politicoide. Noi ci abbiamo provato.

Intervista a cura di Elena Conti e Carlotta Tringali

Prossime date di BE NORMAL!
21 novembre > Prima nazionale _ Teatro Bolognini di Pistoia
26 novembre > Monsummano Terme
8 dicembre > Teatro Mattarello di Arzignano
16 aprile 2014 > Teatro Comunale di Bolzano

di BE LEGEND!
6 dicembre > Cinema Teatro Italia di Soliera
1 febbraio 2014 > Teatro Magro di Mantova
7 febbraio 2014 > Teatro al Parco di Parma
22 febbraio 2014 > Teatro Yves Montand di Monsummano Terme