VQM

La fine dell’epoché: i VicoQuartoMazzini e il Festival 20 30

Sul Festival

“Ai miei compagni di questa sera auguro, come ogni sera, di andare in scena senza paura”. Così Nicola Borghesi dà voce ai VicoQuartoMazzini (VQM), organizzatori del Festival 20 30 e introduce i colleghi che reciteranno quella sera. Pronuncia la frase a effetto con un senso lontanamente drammatico ma profondamente autoironico. Viene da chiedersi, e lui lo sa: paura di che? Del pubblico? Della critica? Del futuro!
All’origine della rasssegna, che si è svolta a Bologna dal 19 al 30 novembre, ci sono una serie di domande: “Se molti giovani non studiano e non lavorano, cosa fanno? Come è stato trasformato dalla disoccupazione dilagante l’immaginario di una generazione? Che impressione fa studiare nella consapevolezza che è probabile che servirà a poco? Di chi pensiamo che sia la colpa? Come stiamo veramente? Chi saranno i 20 30 nel 2030?”. Il festival si è servito della categoria dei giovani e, invece di allargarla, come succede in questa nostra spesso inospitale Italia, l’ha circoscritta, definita, le ha attribuito dei complementi, le ha fatto fare delle scelte, l’ha fatta lavorare, con entusiasmo, senza quella paura a cui alludeva uno dei curatori ogni sera e senza cedere alla frustrazione della difficoltà che spesso può colpire i giovani, instillando in loro un senso di insoddisfazione improduttivo e castrante.

Festival 20 30

Festival 20 30

Quattro spettacoli, quattro laboratori, quattro esiti, quattro compagnie – Generazione Disagio, Chiara Stoppa, Maniaci D’Amore e gli stessi VQM – e moltissimi ragazzi iscritti. “Tutto scandalosamente GRATIS”, recita il sottotitolo.
La compagnia organizzatrice ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione Del Monte e, con il sostegno dell’Associazione tutte per l’Italia, in un anno è riuscita a mettere in piedi questo piccolo/grande contenitore che, ogni sera, ha visto il tutto esaurito con un pubblico di giovanissimi, meno giovani e operatori.
Quattro compagnie, si diceva, scelte in base ad alcuni criteri semplici: la visione di video integrali, la data di nascita, la tematica vicina a quella del Festival, una sensazione di prossimità, nella differenza, con i colleghi. E la possibilità di pagarle.
In una strana Bologna apparentemente distratta, disattenta e forse disillusa, i VQM raccolgono consensi inattesi e si vedono premiati da una replica ulteriore, richiesta dalla Fondazione, del loro spettacolo – l’ultimo in programma –, che fa sforare di un giorno la rassegna. La coda fuori dall’Oratorio San Filippo Neri di Via Manzoni, ad ogni appuntamento, è forse il premio più grande, certamente il più evidente, per questi giovani professionisti che iniziano già a pensare a futuri possibili, declinazioni ulteriori, allargamenti progettuali. Un po’ organizzatori, un po’ artisti, Michele Altamura, Nicola Borghesi, Riccardo Lanzarone e Gabriele Paolocà hanno incontrato un indubitabile favore del pubblico – in parte costituito dai laboratorandi – grazie alla loro capacità comunicativa e relazionale, ai contatti diretti con alcuni amici preziosi – Quit the doner e Lo Stato Sociale, entrambi protagonisti dell’ultimo appuntamento domenicale che si è fatto sintesi dell’intero festival –, alla gratuità degli eventi, alla voglia di fare.Oratorio San Filippo Neri
Certo, il Festival 20 30 è stato un bel contenitore, i VQM hanno dimostrato capacità e competenze nell’organizzarlo e si sono fatti carico di una discreta dose di rischio, considerando l’istituzione finanziatrice, il contesto bolognese ricco di stagioni diverse e lo spazio teatralmente poco ospitale, anche se molto bello. L’offerta è stata eterogenea, spaccato di una generazione che sceglie di non sospendere il pensiero, ma anche di non rimanerne prigioniera e che non taglia i ponti con il passato, ma riprende il Verbo del Padre – la parola, negli spettacoli, è stata quasi sempre un appoggio, una base forte e presente –, problematizzandolo. Le domande alla base del festival – Come stiamo veramente? Chi saranno i 20 30 nel 2030? – sono ben poste e sintomatiche di una certa consapevolezza. Le risposte sono state, a volte, imprecise, come se, nel tentativo di offrire un caleidoscopio di punti di vista, avessero mancato il bersaglio, perdendosi in perdonabili ingenuità, esponendosi meno di quanto avrebbero potuto. D’alttra parte, è un primo esperimento in cui sono contenute ottime premesse per migliorare.

Su Boheme!

Se i grandi Padri della nostra cultura italiana vivessero oggi, in questa nostra dissestata Italia, incontrerebbero i nostri stessi problemi? Si troverebbero a dover cedere a un sistema che mortifica le coscienze e la creatività?
Boheme! dei VQM – spettacolo coprodotto dal Festival Internazionale Castel Dei Mondi e dal Teatro dell’Orologio di Roma – cerca di dare risposta a queste domande.

Boheme! (Foto di Manuela Giusto)

Boheme! (Foto di Manuela Giusto)

Un redivivo Puccini (Gabriele Paolocà) viene richiamato sulla Terra da un Ministro della Cultura clown (Nicola Borghesi): emiliano (come il nostro Franceschini?), pancia gonfia e piena, vestito in bianco rosso e verde, tacchi a spillo, ossessionato dalla pulizia del suo Ministero desertificato. Ad una nazione esterofoba serve una nuova opera che esalti la sua storia e le sue tradizioni. La Bohème va riscritta. Puccini, lentamente, cede, sedotto dalle lusinghe del potere, dalla possibilità di redenzione che gli viene offerta, dalla promessa di una fama semplice e immediata, mentre il suo personaggio, Rodolfo (Michele Altamura), lo ingiuria, chiede di essere difeso, si prodiga in ridicoli tentativi di suicidio in linea con il suo carattere bohèmien, ma, alla fine, viene divorato dalle logiche che cerca di delegittimare. Sintetizzando, quindi: il compositore viene letteralmente drogato dal potere, mentre la sua creatura, artista puro e incorrotto, prova a non lasciarsi sedurre e accusa l’indolenza molle del “padre”, mentre impazza la metonimia del ridicolo sistema culturale contemporaneo che, alla fine, prevale.
Luci a vista, il quadro del Presidente-Mastro Lindo sullo sfondo, una sedia barocca. Un paio di momenti che, in uno spettacolo tutto di parola, debordano in silenzi performati e simbolici, una buona presenza attorica e un testo (curato da Gabriele Paolocà) che dichiara un certo lavoro sulle fonti – oltre a quelle più strettamente legate alla figura del compositore, Murger e il suo Scène de la vie de bohème e il riadattamento cinematografico di Kaurismäki La vie de Bohème.

Boheme! Foto di Manuela Giusto

Boheme! (Foto di Manuela Giusto)

Ritroviamo il rapporto padri/figli rideclinato in quello creatore/creatura; la dialettica tra arte e potere; la sovrapposizione dei registri drammatico e comico che sconfina nel grottesco. Il tutto in una struttura forse troppo aperta, che lascia troppo al caso i rimandi tra testuale e simbolico. Boheme! è una dichiarazione di poetica rara per dei giovani, esplicita e limpida, inquadrata in un’estetica che può migliorare; è una presa di posizione decisa che, però, non si rispecchia in una altrettanto consapevole cornice rappresentativa.

I rimandi tra il festival e lo spettacolo sono chiaramente moltissimi e sembra quasi che il secondo abbia ispirato alcuni caratteri del primo, cercando e riuscendo ad andare incontro ad una generazione intelligente che si pone le giuste domande e che spesso, però, non trova nei suoi sistemi di riferimento delle risposte convincenti.

Sull’ultima sera

Un coro di ragazzi disposti in quattro file sullo sfondo, tre leggii in proscenio, luci piene, aperte, a dichiarare la voluta sospensione dell’ordine della rappresentazione: un po’ dentro e un po’ fuori dal palcoscenico, dal teatro, a sconfinare nella realtà di tutti i giorni, nelle discussioni famigliari, nelle voci della pubblicità. Il blogger giornalista Quit the doner costruisce uno scambio di battute tra un Padre, un Figlio e un Nipote di tre generazioni diverse con grande acume. Il dialogo si ambienta nel 2030 e fa del Figlio il personaggio-porta-parola della nostra generazione: un quaranta/cinquantenne spiantato che vive ancora in casa con il padre, che, da giovane, ha abbandonato suo figlio in un orfanotrofio perché troppo impegnato a scrivere una webserie mai prodotta, che lentamente tenta di completare il suo romanzo opera prima, ma si perde in aperitivi bio e in un diffuso senso di malinconia che sa di fallimento ma, che, nell’idealismo, non cede alla sconfitta. Il Nipote – nostro figlio – lavora in una non meglio identificata multinazionale che produce droni apparentemente per usi civili: al soldo di Google, i droni monitorano l’Africa, riconoscono e pongono rimedi a problemi agricoli, di tanto in tanto sterminano qualche villaggio. In questo scenario che ha aggirato l’apocalisse prendendovi parte e assecondandola, riconosciamo i germi del nostro presente palesati in una lettura critica esercitata da uno sguardo lucidissimo sull’attualità e sulle direzioni che le economie stanno prendendo. Il blogger, con un’ammirevole durezza, smonta le logiche del nucleo familiare mettendo in scena una lingua pop che decontestualizza il parlato quotidiano nobilitandolo. Ne risulta una coralità superficialmente divertente, profondamente aspra, che altalena tra il paradosso sciocco e la critica alla nostra generazione e a quella dei nostri padri, colpevoli di averci detto: “Fai ciò che più ti piace. Prenditi un tempo per decidere”. Quel tempo sta per finire, ci dice Quit the doner, ce ne hanno dato troppo, noi ne abbiamo fatto la norma e non una fase, non abbiamo saputo farlo fruttare ed ora il nostro romanzo non vedrà mai la luce, siamo diventati individui-numero, creeremo una generazione di mostri senza cuore e non avremo abbastanza armi intellettuali per combatterla.
Un discreto colpo allo stomaco, ottimamente assestato.
Subito dopo, il distensivo concerto de Lo Stato Sociale, tra una canzone e un momento di improvvisazione, prosegue sulla linea tracciata dal festival: i musicisti invitano i loro coetanei a smettere di stare fermi in attesa di un’anacronistica mano dal cielo, di un’occasione, di una rettifica giudiziosa e meritocratica del sistema.
Signori, l’epoché, la stoica sospensione del giudizio, deve finire.

Nicoletta Lupia