Teatri Di Vetro 2012: assalto a una città

| 18/05/2012 | 0 Comments

“Assalto ai limiti”. Mai come quest’anno un titolo più azzeccato per la nuova edizione del festival organizzato da Triangolo Scaleno Teatro. Nove giorni di spettacoli, performance, mostre e installazioni tra il quartiere della Garbatella, l’Angelo Mai e il Teatro Palladium.

Torna per il sesto anno consecutivo Teatri di Vetro: a Roma negli spazi urbani della Garbatella si “consuma” l’arte scenica contemporanea, abbracciando il proprio territorio, ascoltando e indagando un quartiere e una città che mai come ora hanno bisogno di essere presi, investiti, conquistati. Nove giorni di spettacoli a pieno ritmo (dal 17 al 25 maggio) con due giornate dedicate alla danza, un laboratorio di organizzazione, per un festival fittissimo che si dichiara fin da subito “ai limiti”.
A partire dalla programmazione che pone il suo punto focale sull’inatteso, sul giovane e imperfetto: «se volessimo l’eccellenza, allora ragioneremmo per categorie e vedremmo in scena grandi maestri», dichiara la direttrice artistica Roberta Nicolai. Se invece volessimo guardare il teatro e nella moltitudine trovare la possibilità, allora potremmo indire un bando. È così che si è aperta, qualche mese fa, parte della programmazione di TDV e più di quattrocento artisti hanno risposto alla chiamata. È così che in scena abbiamo compagnie più o meno conosciute, emergenti; meno prosa e più danza, ma anche video-teatro, progetti sperimentali e installazioni.

Assalto ai limiti è il sottotitolo di questa edizione, mai come quest’anno prendere d’assalto è l’unica arma che sembra avere la cultura italiana, per rispondere e non essere – a sua volta – “presa d’assalto”. La precaria condizione economica ha imperversato anche sulla capitale, non risparmiando la rassegna che si è vista costretta a rinunciare a parte della programmazione e a chiedere la collaborazione delle compagnie presenti. Basti citare il ringraziamento pubblico del festival: «…vogliamo ringraziare tutte quelle compagnie e quegli artisti che in tempi di crisi, malgrado la crisi e soprattutto dando l’assalto alla crisi, sono convinti che i processi di produzione artistica non abbiano limiti, di spazio, di tempo di luogo, politici, economici, sociali, culturali, poetici, filosofici, antropologici, architettonici…».

L’occasione che offre questa iniziativa, così decisa e determinata a resistere, è uno spunto per riflettere sulla situazione attuale.
Quante volte, abbiamo sentito parlare di rassegne e teatri chiusi, morti e sepolti; e solo ultimamente iniziano ad arrivare notizie anche sulla stampa nazionale. Per anni hanno chiuso spazi e festival, uno dopo l’altro, morti nel silenzio, nessuno ne ha fatto parola; solo ora, che la vera crisi si fa sentire, iniziamo ad ascoltare e – allo stesso tempo – a parlare: ammettere che le risorse non sono sufficienti, che i tagli sono obbligati e che ridimensionare significa resistere, quando a volte sarebbe più facile mollare.
Cosa vuol dire fare teatro ai limiti del possibile? Quanto coraggio ci vuole e quanta volontà, per non lasciare tutto e rinunciare?

La crisi economica per prima pone queste domande e spinge su un crinale, dove la linea tra fare e non fare è sottilissima, dove la questione ha radici ben più profonde della sola economia, dove rinunciare è il primo passo verso l’estinzione. Ecco che resistere diventa la nuova forma mentis: resisto, dunque sono. Ma a che prezzo? Sembra che un festival oggi sia in qualche modo costretto a “essere” nell’unica forma dei grandi numeri: molti spettacoli per serata, innumerevoli giorni e altrettante attività collaterali. La nitida immagine del “tanto” proietta un’ombra sempre più nera, che costa condizioni lavorative impensabili per la moltitudine di artisti, tecnici e organizzatori che dignitosamente incassano il colpo. E “resistono”, appunto.

Si arriva dunque a chiedersi se non sarebbe meglio abbassare i numeri e alzare la qualità dei rapporti lavorativi. Perché, in fondo, dei limiti esistono, se non politici e culturali, sicuramente economici. Negare l’esistenza di un minim, oltre il quale fare cultura diventa impossibile, significa negare la possibilità futura di ottenere le giuste risorse, che siano esse pubbliche o private. Lasciar passare l’informazione che tutto sia fattibile anche con meno, che la cultura sia un bene a ribasso, è un rischio troppo grande, soprattutto in questo momento storico.

Abbiamo divagato fin troppo allontanandoci da Roma e dimenticando il punto di partenza: Teatri di Vetro, il festival che ha preso d’assalto la crisi, deciso a non mollare, che ha rinunciato a qualcosa per dare spazio alla possibilità.

Camilla Toso

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Category: Approfondimenti

About the Author (Author Profile)

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d’adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l’organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

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