Camilla Toso

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d'adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l'organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

Intervista a Daniele Timpano

Indagini, ricerche, ricostruzioni che portano in superficie tutte le contraddizioni e le avversità di alcuni personaggi storici – nel bene e nel male – fondamentali per il nostro Paese… Questo è il teatro di Daniele Timpano che, dopo l’ultimo lavoro Aldo Morto, pubblicherà a settembre la raccolta di testi, a cura di Graziano Graziani, Storia cadaverica d’Italia (Titivillus) e che abbiamo intervistato per il Tamburo: una spinta verso un teatro politico che politico non sembra, un narratore che non narra ma anzi prende le parti  di tutti i protagonisti di queste vicende… Insieme abbiamo cercato di indagare su questo fare teatro che viaggia sul filo del rasoio tra critica e ironia…

Con Aldo Morto, Dux in scatola, Risorgimento Pop, vai a scavare nella storia d’Italia, nei suoi fantasmi più popolari, metti il dito nelle piaghe. Ma il tuo non è un teatro civile, non ricostruisce, non racconta e non denuncia… Come definiresti questo tuo viaggio teatrale? Da cosa è nata la spinta verso questo passato?

Non è teatro civile? Cosa ne sappiamo? Magari sì. Intanto – e senz’altro – ricostruisce, racconta e denuncia moltissime cose. Non è civile nel senso di Paolini o di Baliani, certo, ma è politico. Non è né didattico, né ideologico, né militante ma è politico. Non assomiglia per niente a una controinchiesta, a un libro di Kaos edizioni, agli spettacoli ideologicamente impastoiati di Dario Fo o ai bei programmi della Gabanelli, ma nemmeno alle salottate radical-chic o fricchettone della Dandini o della Guzzanti – per fortuna – o ai discorsi che si fanno dal palco al Concertone del Primo maggio, che sono quasi sempre demagogici, retorici, idioti. In quel senso là, nel senso “loro”, a esser “civile”, non ci provo nemmeno. Non ne sarei capace, né artigianalmente, né soprattutto intellettualmente. Mi sentirei disonesto a propormi come alfiere della parte buona, progressista, “di sinistra” del Paese, a trasformarmi in quello che a me sembrerebbe un prodotto buono per la prima o seconda serata di una rete televisiva nazionale.
Parlo di questo perché, in qualche modo, insomma, quel che fanno – come quello che fan tanti altri che non condividono una situazione tanto marginale e insignificante come è in fondo la mia – mi par che si presti a esser rotellina, sia pure progressista, dell’ingranaggio del sistema culturale consolatorio italiano, a sfruttarne i meccanismi. Se non fossi critico verso una serie di cose e se quello che facessi non avvenisse ancora con una certa dose di “purezza” – che è un privilegio che tento da anni di permettermi – che differenza ci sarebbe tra me e un Beppe Grillo?

Uno dei sensi del far le cose dal vivo, fosse anche per quattro gatti, è che quei quattro gatti li incontri, e soprattutto se non sei famoso, o non abbastanza famoso, qualunque cosa gli fai davanti è un rischio di esser travisati o respinti, non il riconoscimento di un brand che già conosciamo. A me interessa mettere gli spettatori dei miei spettacoli davanti a delle contraddizioni non consolatorie, a traumi, fratture, disagi, rimossi. Cosa c’è di più rimosso o – peggio ancora – falsificato, della storia del nostro Paese e – nel caso di Aldo Morto – della nostra stessa memoria personale? Io no, chi è ancora più giovane nemmeno, ma molti degli spettatori di Aldo Morto erano presenti all’epoca dei fatti e io, in scena, gli racconto, in una maniera che per loro non può che essere irritante, quello che per me non è niente (non emotivamente) ma per loro è un’esperienza personale, con tutto il peso di un trentennio di ricordi, riflessioni, aggiustamenti, rimozioni. Una cosa viva, a volte dolorosa.

Il mio interesse per il passato… per la storia… È cominciato tutto da quando, qualche anno fa, mi sono messo in testa di fare uno spettacolo sul cadavere di Mussolini (Dux in scatola, nel 2006). È stato allora che ho cominciato a sviluppare in maniera più organica, potenzialmente sistematica, un certo interesse per la storia (o meglio per l’immaginario legato alla storia) del nostro Paese. Non sono uno storico, nemmeno dilettante, e per fortuna non sono un giornalista. Non ho il dono della leggerezza superficiale di questi ultimi (che so, di un Montanelli o di un Petacco) e non ho la competenza vera e la dimestichezza coi materiali documentari che hanno gli storici seri (che so, un Isnenghi, un Gotor o un Luzzatto). Cerco però di lavorare il più seriamente che posso sulle fonti, di mettere insieme – nel tentativo di far nascere pensieri o associazioni di idee non scontati – cose anche molto diverse tra loro… spesso a quanto mi dicono “urticanti”. Questa modalità un po’ irritante mi è costata a volte: per esempio proprio per Dux in scatola, insulti, minacce, accuse di filo-fascismo o qualunquismo ma anche, contraddittoriamente, di filo-comunismo… Ciascuno ha le sue macerie identitarie da difendere.

In Aldo Morto, l’io narrante (chissà se tu o il tuo personaggio) ne ha da dire su tutto e su tutti, critica e deride, rivelando il positivo e il negativo di ogni figura o organizzazione, ma non sembra mai schierarsi… una scelta volontaria?

Non sembra, ma lo faccio. La faccio moltissimo. Certo, in maniera contraddittoria. Non si capisce bene – immagino (e senz’altro è una scelta volontaria) – se le cose di cui parlo appartengano alla figura che animo in quel momento o se le stia dicendo io stesso. Il rischio più grande di questa strategia di sabotaggio e spiazzamento continuo è, nel peggiore dei casi, che allo spettatore sembri che non mi stia mai schierando o che non stia esprimendo chiaramente il mio pensiero. Eppure, tra un depistaggio e l’altro, il mio pensiero c’è sempre. Si dicono delle cose piuttosto chiare, ad esempio, sul non diritto di chiunque – me compreso – di affrontare un tema simile. Si critica la stampa, i giornalisti, il loro cinismo, la loro retorica, il loro semplicismo, la loro buona volontà da quattro soldi. Si criticano gli ex c.d. “terroristi”, specie quelli che in qualche modo hanno revisionato o svenduto, in parte o del tutto, il loro passato; ma si critica pure lo Stato che li avrebbe sconfitti, questo Stato “democratico”, quello di allora e quello di oggi, l’attuale governo, gli attuali partiti. Si condanna la violenza politica di allora ma si dice pure che – se non fosse perché qualunque tentativo rivoluzionario sembra destinato, oggi come allora, ad essere represso, riassorbito, tradito, inutile, insensato – di un bel po’ di violenza politica ci sarebbe bisogno pure oggi. Nello spettacolo si dice abbastanza chiaramente che, se non fosse che viviamo in tempi non di speranza ma di caduta di ogni prospettiva, io per primo prenderei il fucile e preferirei un’Italia, un’Europa, un mondo in fiamme, cadaveri su cadaveri; a questa merda, al non futuro, allo spread, alla finanza, al mercato, ai salotti in Tv e al PD o a SEL che fingono di rappresentarmi (parlando da persona più o meno, mediamente, con sentimenti di sinistra).

Il corpo dell’attore, il corpo del personaggio e il tuo corpo ognuno con le proprie particolarità, come si incontrano in scena? Farli conciliare è un’arte che stai apprendendo spettacolo dopo spettacolo?

Assolutamente sì. Prima di tutto, a livello di scrittura, visto che mi ostino a non creare delle drammaturgie che prevedano la sparizione del mio corpo in favore di un corpo altro, dietro la finzione di un vero e proprio personaggio. Si tratta senz’altro di figure, dietro le quali mi dissimulo e attraverso le quali esprimo delle idee mentre contemporaneamente espongo le loro. In Dux in scatola la figura era una sola, quella di Benito Mussolini, che entrava in rapporto dialettico con me (dicevo “io” e intendevo entrambi, per cui la voce narrante era contemporaneamente, ambiguamente, tanto quella di Daniele Timpano vivo che quella del corpo morto del Duce che raccontava dall’oltretomba la sua storia). In questo spettacolo, a differenza che in quelli successivi, ho lavorato con una certa ossessività su un’idea molto forte di partitura fisica. Immobile in proscenio con i piedi piantati sempre nello stesso posto, la mano sinistra sempre in tasca, alcuni gesti ricorrenti e una partitura di piccoli, continui movimenti, a volte molto concreti e quotidiani, a volte astratti, a volte descrittivi, a volte volutamente ridondanti, che percorrevano praticamente ogni battuta e ogni passaggio del testo. Una specie di robusta drammaturgia parallela, anche piuttosto coercitiva. Una razionalizzazione estrema della mia energia, che avevo provato poco in precedenza (in Caccia ‘l drago) e che non tenterò più dopo. Probabile che all’epoca di Dux in scatola fossi influenzato, in questa scelta di (relativo) rigore e di (relativa) linearità, dall’esperienza di lavoro con Massimiliano Civica, ancora all’epoca freschissima. Lo spettacolo Grand Guignol di Civica, di cui ero uno degli interpreti, era infatti appena dell’anno precedente, del 2004. È stato per me un’esperienza fondamentale e, a suo modo, molto dura. Forse un po’ frustrante. Si trattava di parlare con lo stesso tono di voce pacato, calmo, lineare, quasi inespressivo, senza movimenti di scena, quasi immobili. Un’esperienza di estremo rigore che all’epoca, me ne rendo conto ora, è stata per me molto, molto importante. Negli spettacoli successivi ho lavorato su altre cose, abbandonando le partiture fisiche. Con la parziale eccezione di alcune scene di Ecce robot (quelle dove incarno tridimensionalmente gli eroi bidimensionali della mia infanzia, Mazinga Z etc.), da allora in poi il corpo è stato più libero. Partecipa ancora ritmicamente della parola, certo, con uno spreco assoluto di energia che per me è una cosa molto importante, un esubero che ha qualcosa di fragile e patetico che penso nel mio lavoro sia fondamentale.

Si è da poco conclusa la rassegna che organizzi insieme al consorzio Ubusettete: quali sono state le linee guida di quest’anno?

UBU REX è un rito identitario che ha, per me, per noi (il Consorzio, di cui faccio parte) e anche un po’ per la città, un’importanza fondamentale. Noi siamo quelli che per anni hanno organizzato una rassegna-festival totalmente indipendente, Ubusettete. Fiera di Alterità teatrali (sei edizioni dal 2003 al 2007), in collaborazione col fu Rialto Santambrogio. Questa rassegna, che era allargata a tutta la scena indipendente, romana e nazionale, e che veniva realizzata a bando, abbiamo deciso di non farla più: non c’erano soldi e abbiam deciso che di più, in quelle condizioni non era possibile, né giusto (nei nostri confronti e verso quelli delle compagnie che ospitavamo), continuare a fare. La rassegna attuale è una vetrina del lavoro delle compagnie del Consorzio, gruppi che condividono un dialogo e una collaborazione da diversi anni: oltre a me, Olivieri_Ravelli Teatro, Elvira Frosini / Kataklisma, Teatro Forsennato (che comprende sia il lavoro di Dario Aggioli che quello di Andrea Cosentino).
Ogni anno cambiamo spazio teatrale, sempre a Roma. Attivando collaborazioni e spalleggiamenti ciascuna volta con quegli spazi che ci sembrano star tentando, in una situazione così devastata e disperante come quella romana, di fare qualcosa di nuovo, fertile, onesto. Siamo alla terza edizione, al Teatro dell’Orologio, gloriosa e storica cantina romana attualmente, grazie soprattutto al lavoro del giovanissimo Fabio Morgan, uno degli spazi che sta cercando appunto di attuare in città una politica nuova, fertile, onesta. L’unico debutto, in questa edizione, è stato quello di Elvira Frosini con Digerseltz, oltre alla presentazione dello studio per XXX Pasolini Petrolio (già finalista al Premio Dante Cappelletti) di Olivieri_Ravelli Teatro. Io ci ho riproposto un mio cavalluccio da battaglia assente da un po’ nella capitale, Ecce robot, e così han fatto gli altri, in primis Andrea Cosentino col suo bellissimo L’asino albino.

Quali sono i prossimi passi, nuovi spettacoli in cantiere? Continuerai questo viaggio nella storia o cambierai direzione?

Penso che questa direzione di lavoro potrà, sia pur con qualche scarto, farmi compagnia ancora a lungo. Gli argomenti potenzialmente spettacolabili che rientrano nel mio raggio di interesse (molti di questi legati alla storia o meglio all’identità nazionale del mio Paese) sono tantissimi. Si tratta non solo di sceglierne uno tra tanti (o di collegarne più d’uno) ma di capire cosa sia interessante, vitale, urgente (almeno per me) rispetto al presente. Uno spettacolo, anzi, qualunque cosa – a maggior ragione se affronta argomenti storici o ha ambientazioni “storiche” – parla sempre del presente di chi guarda, è sempre all’interno della relazione tra scena e platea. Questa relazione – se si crea – si crea o si può creare solo attorno a quel che di vivo c’è nel mondo in cui sia l’attore in scena che gli spettatori vivono in quel momento. Riesco a parlare del passato, quando mi pare che si riescano a toccare dei nervi vivi nel presente. Ad ogni modo, nuovi spettacoli in cantiere al momento non ce ne sono, solo spunti, idee, progetti.

Senz’altro, dopo Sì l’ammore no del 2009, vorrei realizzare un altro spettacolo in collaborazione con Elvira Frosini / Kataklisma. Il titolo eventuale ce l’abbiamo già: Zombi 2. Idee ne abbiamo tante, ma non avendo ancora nemmeno pensato di iniziare sul serio, c’è ovviamente ancora moltissimo lavoro di focalizzazione e selezione di spunti e materiali. Certo, qualche residenza, qualche sostegno produttivo, ci aiuterebbero a metterci al lavoro più prima che poi. L’immaginario sugli Zombi comunque ci affascina moltissimo. Lo Zombi è un paradosso. Il morto che cammina. Che cammina e divora. Il consumatore definitivo. È l’impossibilità di una resurrezione vera, è il gioco cannibalico del consumo, passando per gli stereotipi e i depositi dell’immaginario collettivo, dai campi di sterminio al supermercato. È la nostra condizione di cittadini nell’Italia di oggi. Naturalmente sono tutti temi che in qualche modo hanno attraversato già sinora il lavoro, sia mio, che di Elvira.

In generale, forse mi interessa avvicinarmi al presente. Esplicitamente. O al contrario allontanarmi nel passato. Un lavoro su Dante, per esempio. Banalmente Dante. Un terreno di scontro/incontro con tutta la tradizione trombona e borghese della lettura danctis che sarebbe rischiosissima e a forte rischio di sconfitta. Per questo stimolante. Sarebbe interessante, non leggere dei canti del poema ma attraversare il periodo storico, così lontano e morto ma anche così familiare a molti, pur se sempre orecchiato e non approfondito. Tentare addirittura una (presuntuosa, fallimentare, impossibile e dunque stimolante) riscrittura del poema. Una voce recitante, quella dell’autore-attore (Dante stesso), protagonista della sua stessa opera. Una riscrittura non potrebbe che partire da questo. Dall’identità di chi sta parlando dalla scena. La mia dunque. Un secondo Dante, sulla scia di Dante. Bello. Più ne parlo più me ne entusiasmo. C’è di tutto dentro. L’identità italiana. La perdita di identità italiana. L’orgoglio nazionale. La lingua italiana, il ricordo di com’era. La funzione dell’intellettuale in relazione al presente. E ovviamente la morte. Poi di progetti vagheggiati ne ho perlomeno altri 15. Ma non lo so ancora. Non son le idee il problema. O non ancora. Francamente, il problema vero è ora perpetuare in vita gli spettacoli in repertorio e portare in giro quello nuovo. Da questo dipende, capisci bene, la mia sopravvivenza: il pane, la pasta, qualche fetta di prosciutto, l’affitto, le bollette eccetera…

Intervista a cura di Camilla Toso

Teatri Di Vetro 2012: assalto a una città

“Assalto ai limiti”. Mai come quest’anno un titolo più azzeccato per la nuova edizione del festival organizzato da Triangolo Scaleno Teatro. Nove giorni di spettacoli, performance, mostre e installazioni tra il quartiere della Garbatella, l’Angelo Mai e il Teatro Palladium.

Torna per il sesto anno consecutivo Teatri di Vetro: a Roma negli spazi urbani della Garbatella si “consuma” l’arte scenica contemporanea, abbracciando il proprio territorio, ascoltando e indagando un quartiere e una città che mai come ora hanno bisogno di essere presi, investiti, conquistati. Nove giorni di spettacoli a pieno ritmo (dal 17 al 25 maggio) con due giornate dedicate alla danza, un laboratorio di organizzazione, per un festival fittissimo che si dichiara fin da subito “ai limiti”.
A partire dalla programmazione che pone il suo punto focale sull’inatteso, sul giovane e imperfetto: «se volessimo l’eccellenza, allora ragioneremmo per categorie e vedremmo in scena grandi maestri», dichiara la direttrice artistica Roberta Nicolai. Se invece volessimo guardare il teatro e nella moltitudine trovare la possibilità, allora potremmo indire un bando. È così che si è aperta, qualche mese fa, parte della programmazione di TDV e più di quattrocento artisti hanno risposto alla chiamata. È così che in scena abbiamo compagnie più o meno conosciute, emergenti; meno prosa e più danza, ma anche video-teatro, progetti sperimentali e installazioni.

Assalto ai limiti è il sottotitolo di questa edizione, mai come quest’anno prendere d’assalto è l’unica arma che sembra avere la cultura italiana, per rispondere e non essere – a sua volta – “presa d’assalto”. La precaria condizione economica ha imperversato anche sulla capitale, non risparmiando la rassegna che si è vista costretta a rinunciare a parte della programmazione e a chiedere la collaborazione delle compagnie presenti. Basti citare il ringraziamento pubblico del festival: «…vogliamo ringraziare tutte quelle compagnie e quegli artisti che in tempi di crisi, malgrado la crisi e soprattutto dando l’assalto alla crisi, sono convinti che i processi di produzione artistica non abbiano limiti, di spazio, di tempo di luogo, politici, economici, sociali, culturali, poetici, filosofici, antropologici, architettonici…».

L’occasione che offre questa iniziativa, così decisa e determinata a resistere, è uno spunto per riflettere sulla situazione attuale.
Quante volte, abbiamo sentito parlare di rassegne e teatri chiusi, morti e sepolti; e solo ultimamente iniziano ad arrivare notizie anche sulla stampa nazionale. Per anni hanno chiuso spazi e festival, uno dopo l’altro, morti nel silenzio, nessuno ne ha fatto parola; solo ora, che la vera crisi si fa sentire, iniziamo ad ascoltare e – allo stesso tempo – a parlare: ammettere che le risorse non sono sufficienti, che i tagli sono obbligati e che ridimensionare significa resistere, quando a volte sarebbe più facile mollare.
Cosa vuol dire fare teatro ai limiti del possibile? Quanto coraggio ci vuole e quanta volontà, per non lasciare tutto e rinunciare?

La crisi economica per prima pone queste domande e spinge su un crinale, dove la linea tra fare e non fare è sottilissima, dove la questione ha radici ben più profonde della sola economia, dove rinunciare è il primo passo verso l’estinzione. Ecco che resistere diventa la nuova forma mentis: resisto, dunque sono. Ma a che prezzo? Sembra che un festival oggi sia in qualche modo costretto a “essere” nell’unica forma dei grandi numeri: molti spettacoli per serata, innumerevoli giorni e altrettante attività collaterali. La nitida immagine del “tanto” proietta un’ombra sempre più nera, che costa condizioni lavorative impensabili per la moltitudine di artisti, tecnici e organizzatori che dignitosamente incassano il colpo. E “resistono”, appunto.

Si arriva dunque a chiedersi se non sarebbe meglio abbassare i numeri e alzare la qualità dei rapporti lavorativi. Perché, in fondo, dei limiti esistono, se non politici e culturali, sicuramente economici. Negare l’esistenza di un minim, oltre il quale fare cultura diventa impossibile, significa negare la possibilità futura di ottenere le giuste risorse, che siano esse pubbliche o private. Lasciar passare l’informazione che tutto sia fattibile anche con meno, che la cultura sia un bene a ribasso, è un rischio troppo grande, soprattutto in questo momento storico.

Abbiamo divagato fin troppo allontanandoci da Roma e dimenticando il punto di partenza: Teatri di Vetro, il festival che ha preso d’assalto la crisi, deciso a non mollare, che ha rinunciato a qualcosa per dare spazio alla possibilità.

Camilla Toso

Compagnia dei Demoni: curiosando fra i Sampietrini

Tra le piccole vie del Pigneto – quartiere a due passi da via Prenestina ormai di moda nella movida romana – si trova Forte Fanfulla, un nuovo spazio culturale che dedica le sue sale ad attività teatrali, workshop ma anche alla lettura e ai servizi al cittadino. Lo spazio gestito dall’ARCI Fanfulla insieme all’Associazione OFFROME quest’anno ha ospitato la prima edizione di Parabole fra i Sampietrini, un festival pensato per far incontrare a giovani compagnie il pubblico della capitale.
È qui che ha avuto luogo la prima replica romana della Compagnia dei Demoni. Nata a Genova nel 2007 da un gruppo di giovani attori della scuola di recitazione dello Stabile, la compagnia è diretta dal regista torinese Mauro Parrinello, che ci ha concesso un’intervista.

Hate mail con Mauro Parrinello e Elisabetta Fischer

Dopo un primo inizio con la messa in scena di classici (Molière e Dostoevskij) la compagnia si dedica alla drammaturgia contemporanea cercando testi mai messi in scena in Italia: a partire da L’esame scritto nel 2002 da Andy Hamilton, a cui è seguito La guerra di mio padre dell’americano Robert Ford, al Diario di Stranalandia di Stefano Benni e Hate Mail di Bill Corbett e Kira Obolensky, fino al prossimo spettacolo: Motore ad acqua di David Mamet. La ricerca di testi di autori coevi indica una forte attenzione al presente e una volontà di superare la dimensione della rilettura dei classici e di rischiare, inoltrandosi in quel labirinto che sono letteratura e drammaturgia oggigiorno. Proprio nella ricerca dell’attualità e dell’alterità (testuale e culturale) sta la definizione di “teatro concreto” con cui Parrinello definisce il proprio lavoro: «cerchiamo di portare in scena degli esseri umani, indegnamente forse, ma è la cosa che più ci attrae». Nella concetto di concretezza sta anche quell’essenzialità che si ricerca in scena, un minimalismo scenografico ma anche attoriale, che denota tutti gli spettacoli della compagnia. Estetica ed etica si fondono così in una poetica che segue in prima istanza una volontà stilistica di essenzialità e pulizia, ma che bene si confà alle necessità del mercato del contemporaneo, che esige sempre più spettacoli “à emporter”.

Hate mail

Hate mail

“Fare di necessità virtù” è una delle grandi imprese dell’arte in tempo di crisi, come lo è ricercare qualcosa di inedito e di mai visto che, per quanto sconosciuto, tocchi lo spettatore e lo attragga. Questo è sicuramente quello che fanno i testi scelti da Parrinello: per quanto lontani e  ignoti al pubblico italiano, toccano tematiche attuali e vicine alla quotidianità, come l’educazione, un’isola nata dai rifiuti, una storia d’amore e odio via e-mail. Relazioni e rapporti umani, sono questi gli argomenti che accompagnano il pubblico in un luogo familiare: è così che il regista definisce la comicità presente in tutte le sue messinscena, «un’arma – molto efficace – perché aiuta il pubblico ad abbassare le sue difese. Una volta in scena ci piace inserire nelle nostre commedie dei germi di autenticità. Domande alle quali nemmeno noi sappiamo dare delle risposte, ma proprio per questo ci sentiamo di porle al pubblico. Il teatro non può fornire nessun tipo di risposta, il teatro deve porre delle domande».

Proprio con questo intento la compagnia ha deciso di mettere in scena Motore ad acqua (in programma allo Stabile di Genova dal 15 al 20 di maggio) testo di David Mamet, autore americano di pellicole indimenticabili come Gli intoccabili; la trama è ambientata nella grande crisi economica del ‘29 a Chicago e vede protagonista un ragazzo inventore di un motore energetico che usa acqua distillata come unico carburante. Una storia avvincente che paragona la situazione attuale a quella vissuta quasi settanta anni fa in America e che rivela come le violente dinamiche capitalistiche distruggano i sogni di un ragazzo e l’intero sistema economico e ambientale del pianeta. «Mai come oggi – dice Parrinello – è esistito un momento storico più adatto per mettere in scena questo dramma».

Camilla Toso

Luoghi Comuni 2012: connecting people

Bergamo, città chiave e scalo internazionale per i voli low-cost del nord Italia, è stata scelta come roccaforte per la quarta edizione di Luoghi Comuni: il Festival promosso dall’Associazione Etre (quest’anno diretta da Laura Valli) ha animato tutta la città la prima settimana di marzo. La scelta – decisamente strategica – rivela uno degli obiettivi principali degli organizzatori: riunire intorno all’evento operatori da tutta Europa. Prima del pubblico, infatti, questa edizione è stata dedicata agli addetti del settore, proponendosi come piattaforma di lavoro, di scambio e incontro per esperienze diverse e lontane che difficilmente avrebbero avuto modo di incontrarsi in altre occasioni. A partire dalla stessa Associazione Etre, riunione delle 22 residenze lombarde “figlie” di Fondazione Cariplo che durante l’anno svolgono attività nelle proprie sedi interagendo solo in rari casi e che hanno invece lavorato a stretto contatto per mettere in piedi questa “macchina da spettacolo”. La rassegna nata sull’impronta del fringe di Edimburgo ha visto un gran numero di rappresentazioni in un arco di tempo serratissimo: ben 50 repliche in meno di 100 ore! Un programma davvero inaffrontabile per qualunque tipo di pubblico; fortunatamente tutti gli spettacoli sono stati replicati due volte in orari diversi, così da dare a tutti la possibilità di vederli. I primi due giorni le rappresentazioni in orari d’ufficio hanno avuto qualche difficoltà, ma nel week end la situazione si è ribaltata e molte compagnie hanno registrato il tutto esaurito. Parte della movida bergamasca del sabato pomeriggio ha intercettato le sale teatrali insieme ai numerosissimi programmatori da tutta Italia ed Europa che hanno partecipato alla maratona teatrale.

Ma torniamo a Let’s keep in touch!. Questo è il motto che ha caratterizzato le quattro giornate bergamasche, non a caso il risvolto europeo della manifestazione era mirato soprattutto a dare opportunità di incontro e scambio; in quest’ottica l’ospitalità offerta dal festival è stata finalizzata allo svolgimento di tavoli di lavoro – modalità di interfaccia sempre più di moda, molto stimolante e più operativa rispetto a convegni e conferenze. Ogni mattina, il centinaio di operatori presenti al festival si è riunito dividendosi in cinque tavoli specifici: Clock-Works e I Progetti Europei di Etre; Short latitudes: il British Council e la nuova drammaturgia contemporanea in Gran Bretagna; Tavolo internazionale; Il sistema regionale italiano di Residenza teatrale; Teatro a Bergamo. Ognuna di queste esperienze ha dato vita a nuove relazioni sia in ambito nazionale che internazionale, in fondo nel lavoro teatrale i rapporti interpersonali sono alla base di una buona conoscenza dell’ambiente che li circonda; e avere a che fare con realtà al di fuori dei confini italiani – come la rete Balkan Express, British Council (Inghilterra), CUMA (Turchia), IETM (Belgio), AltArt (Romania) e Bunker (Slovenia)– dà una nuova spinta anche al nostro intorpidito sistema teatrale.

Vorrei aprire una parentesi a proposito di questa manifestazione così insolita. A prima vista non sembra esserci nulla di diverso rispetto a tante altre rassegne, se non forse un particolare sbilanciamento nei confronti degli operatori piuttosto che del pubblico (ormai di norma in moltissime realtà della scena contemporanea); quello che c’è di differente è che il festival è stato completamente autofinanziato dalle compagnie aderenti a Etre. Ogni gruppo ha versato un cachet per sostenere la produzione della rassegna, l’ospitalità, l’organizzazione, gli spazi, la pubblicità; un grande reinvestimento di fondi – quelli legati al bando triennale Cariplo – volto alla valorizzazione e alla ricerca di nuove fonti di sostentamento per il futuro. L’auspicio è quello che una volta chiuso il triennio, queste compagnie non tornino semplicemente a circuitare, ma trovino una loro stabilità che lo “status” di residenza aveva garantito negli ultimi tre anni.

Luoghi Comuni Festival, Bergamo

Camilla Toso

Spettacolo dal vivo: uno sguardo interno sull’indagine

Lavoratori dello spettacolo: ormai quando si sente parlare di questa categoria si pensa inevitabilmente agli occupanti del Teatro Valle, agli scioperi in sala; si pensa all’Enpals ormai SuperInps, si ricordano i commenti di alcuni politici riguardo una “casta di fannulloni” legati all’aumento della benzina di qualche mese fa per “salvare” il FUS (Fondo Unico per lo spettacolo). Molti sono i pregiudizi riguardo un settore il cui impatto economico viene a malapena considerato – almeno dalla maggioranza. In questo bailamme di voci contrastanti e chiacchiere a volte dispersive è proprio un atto di concretezza basilare a fare piazza pulita e a dire le cose come stanno. Ed è davvero insolito che questo atto arrivi proprio da una “casta” o considerata tale, che con un’iniziativa del genere dimostra di saper osservare se stessa, auto-analizzando problematiche economiche come pochi settori in Italia hanno fatto.
Stiamo parlando della ricerca sul settore dello spettacolo dal vivo lanciata da C.Re.S.Co. – con il supporto di Zeropuntotre – e realizzata dalla Fondazione Fitzcarraldo Onlus nel maggio scorso, attraverso la diffusione di un questionario per la raccolta di dati sul profilo dei lavoratori e sulle imprese di spettacolo presenti su territorio nazionale (leggi l’articolo). I risultati sono stati presentati a Roma il 25 novembre scorso all’Opificio Telecom Italia presso la Fondazione Romaeuropa.

Foto di Rossella Viti

Fare un’analisi approfondita ed incrociata dei risultati può essere molto complesso, un punto di vista interno – qual è quello della sottoscritta aderente al C.Re.S.Co. – può essere d’aiuto all’orientamento tra le maglie dei dati raccolti, chiarendo alcuni punti, a partire dalla motivazione stessa della ricerca. Tra le ragioni che hanno spinto più di settanta operatori nazionali a finanziare l’indagine vi sono: la totale mancanza di un sistema di leggi aggiornate sul finanziamento pubblico, l’assenza di modalità contrattuali coerenti alle specifiche esigenze del settore e che tutelino i lavoratori; l’inaccessibilità agli ammortizzatori sociali (se pensiamo al sussidio di disoccupazione annullato/cancellato ad avvallo di una legge del 1935!). A sommarsi vi è la necessità di fotografare una realtà quale quella del settore che è tutt’ora molto sfuggevole e di difficile comprensione sia a livello strutturale che economico.

Innanzitutto vi è la consapevolezza della parzialità del campione preso in esame, legato anche alla tipologia di operatori che hanno promosso la ricerca, ai mezzi di comunicazione usati per promuoverla, e alla distribuzione geografica dei promotori che si sono impegnati a diffonderla. Fondamentale è il taglio che si è voluto dare, non a caso infatti la ricerca è stata concentrata prettamente sull’ambito delle arti performative che hanno a che fare con il contemporaneo, con la volontà di “contare” gli operatori impegnati in una sfera che non rientra, se non per vie traverse, nella suddivisione del FUS (la cui distribuzione è tutt’ora ancorata a modelli desueti).

La grande partecipazione (ben 1200 domande compilate) a un questionario del tutto volontario e anonimo a detta dei tecnici della Fitzcarraldo è un dato rilevante e decisamente da non sottovalutare, che dimostra anche una forte autocoscienza del settore.

Da grande farò lo stagista!
Tra i dati più rilevanti della ricerca vi è la giovane età dei lavoratori (tutti tra i 27 e i 35 anni) con una esperienza medio-lunga alle spalle, indicando un’età di introduzione al lavoro molto bassa (tra i 23-24 anni). Questo dato potrebbe avere sia un aspetto molto positivo – rilevando l’immagine di un settore che permette l’inserimento già in età scolare (più del 43% degli intervistati è laureata!); sia un aspetto negativo, in quanto non è detto che l’introduzione nel mondo del lavoro equivalga direttamente a un posto fisso con relativa paga al seguito. A dimostrazione di questa ipotesi vi è la bassissima percentuale di contratti a tempo indeterminato, l’alta percentuale di lavoro volontario e a rimborso spese (rispettivamente abituale per il 31% e il 38%). Non dimentichiamoci che l’università italiana ormai “obbliga” gli studenti a effettuare un tirocinio formativo presso strutture professionali prima del conseguimento della laurea. Lo stagista è diventato quasi uno status quo dei precari italiani, e un asso nella manica di moltissime aziende (non solo nel mondo dello spettacolo!) che con la scusa dell’inserimento professionale si risparmiano mesi e mesi di personale retribuito, assumendo raramente i tirocinanti e alimentando, invece, un continuo ricambio. Il confronto con i dati Enpals registra inoltre in rapporto una differenza di circa 10 punti percentuali riguardo al numero di lavoratori tra i 25 e i 35 anni. Questo indica che una buona parte dei soggetti in questione non sono registrati all’Enpals: usufruiscono di altri sistemi contributivi o addirittura non ne usufruiscono affatto. (approfondiremo in seguito)

“Benedetta” sia la ritenuta! Tempo indeterminato un sogno per pochi.
Ora che l’Enpals è stato fuso con l’Inps, non vi saranno più molti dubbi sulla scelta del sistema contributivo… O tutto o niente! Il 78% degli intervistati ha dichiarato di essere iscritto all’Enpals, l’11% ha dichiarato di non essere iscritto ad alcun ente previdenziale. Ma anche coloro che sono iscritti non sempre sono assunti con forme contrattuali che garantiscono il versamento dei contributi. Se andiamo ad analizzare le più utilizzate: il contratto a progetto e la prestazione occasionale la fanno da padroni! Ben il 41% e il 50% dei lavoratori li utilizza abitualmente. Queste sono infatti le tipologie contrattuali che più si confanno all’intermittenza lavorativa che caratterizza questo settore. Possiamo supporre, infatti, che il tempo indeterminato sia utilizzato quasi esclusivamente dagli amministrativi alle dipendenze di grandi strutture, mentre che la ritenuta d’acconto sia il metodo abituale per pagare lunghi periodi di lavoro – come le giornate di prove – evitando al datore di incorrere in tassazioni pesanti (ricordiamo il 33% per l’assunzione contro il 20% della ritenuta).
Incrociando questi dati con quelli sull’utilizzazione degli ammortizzatori sociali (disoccupazione, infortuni, malattia, maternità) il quadro sembra ancora più inquietante. Se infatti lo stipendio più basso è quello degli under 26 e si aggira intorno ai 5500 euro annui (circa il 38 % del campione) e la retribuzione media totale è tra i 10.000 e i 20.000, stupisce che l’82% dei lavoratori dichiari di non aver usufruito del sussidio di disoccupazione nel 2010. Del restante 18% quasi la totalità ha usufruito della disoccupazione a requisiti ridotti (pari al 22% della paga delle giornate lavorate effettivamente l’anno precedente).
Possiamo dedurre quindi che una parte di questi lavoratori, non abbia raggiunto/dichiarato il numero minimo di giornate lavorative che garantiscono la disoccupazione (78 effettive), o che le abbia effettivamente lavorate ma che siano state retribuite con forme contrattuali quali la ritenuta (di cui sopra), il rimborso spese o – in casi estremi – senza alcun tipo di contratto.

foto Rossella Viti

Bianco o nero? Quando l’Italia è una Repubblica fondata sul volontariato!
Alla fine quel che conta non è la qualità del lavoro e neanche la quantità: “l’importante è lavorare!” In tempi di crisi questo è il ritornello. Accade dunque che per farlo si accetti qualunque condizione dando adito a un circolo vizioso che mette in difficoltà a lungo termine sia i dipendenti che i datori di lavoro. Parliamo del lavoro nero: un termine che non può essere certo utilizzato senza incorrere in gravi problematiche – per questo motivo non è stato adoperato dai rilevatori della Fitzcarraldo, che hanno preferito definirlo “lavoro volontario coatto”. Per lo stesso problema non è stato possibile porre agli intervistati una domanda esplicita su questa modalità retributiva. Incrociando alcuni dati è però possibile risalire a una percentuale che indica che almeno il 23% delle giornate lavorate sono al di fuori di quelle dichiarate all’Enpals, e rientrano dunque nella “sfera nera”. Un altro dato disarmante direttamente collegato riguarda le imprese di spettacolo e tutto il lavoro svolto e del tutto non retribuito. Analizzando il format: su 171 imprese per un totale di 3000 lavoratori dichiarati ve ne sono altri 800 volontari. Un numero impressionante che equivale quasi a un terzo del totale. Questo indica come il settore sia estremamente fecondo ma manchino le risorse per alimentarlo al pieno della sua attività.

Inutile sottolineare come una ricerca del genere smuova profondamente gli assi socio-politici del settore, soprattutto perché l’evidenza del dato sarà strumento utile a tutti coloro che intendano perseguire delle azioni volte al rinnovamento dei sistemi di finanziamento e alle pratiche di welfare per tutte le categorie di lavoratori coinvolte. Lo stesso C.Re.S.Co. ha messo in atto un dialogo con il MIBAC – Settore Teatro e con singoli deputati della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati e della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Auspicabile sarebbe che ricerche del genere venissero condotte anche in altri ambiti lavorativi, e più che da privati venissero promosse da enti pubblici, osservatori nazionali che monitorassero davvero lo stato dell’economia e “la salute” dei lavoratori italiani.

In questa analisi ho cercato di riassumere i punti fondamentali della ricerca riguardanti i lavoratori, per l’intero resoconto potete scaricare il pdf oppure andare sul sito www.progettocresco.it o www.fitzcarraldo.it.

Camilla Toso

La Ruina torna in scena con Italianesi

A due anni dall’ultimo spettacolo, quando ci si aspettava ormai un ritorno alla coralità della compagnia Scena Verticale, ecco debuttare Italianesi. In scena Saverio La Ruina, dopo l’acclamatissimo Dissonorata e il toccante La Borto, un nuovo testo, una nuova sedia, un nuovo personaggio: questa volta un uomo. Negli ultimi sei anni lo abbiamo visto vestire panni di donna, per racconti strazianti – delitti d’onore, stupri, violenze e gravidanze interrotte – che hanno lasciato le platee italiane e straniere con il cuore sospeso e le lacrime agli occhi.
Le storie alla base dei testi di La Ruina sono sempre vere, di persone incontrate realmente, sentite raccontare direttamente dalla bocca di chi le ha vissute. Così è stato anche per Italianesi, una vicenda incrociata per caso guardando la televisione su cui il drammaturgo ha voluto indagare, conoscere, scoprire ogni particolare, fino ad arrivare a portarne in scena una versione personale e in qualche modo universale. Già perché il nostro personaggio non ha un nome. È uno dei tanti figli di italiani – migliaia – rimasti bloccati in Albania con l’avvento della dittatura: costretti a vivere in campi di concentramento senza poter rientrare nel proprio paese per più di quarant’anni e condannati in seguito a essere stranieri in patria. Un sarto, nato in Albania, negli occhi il sogno dell’Italia come unica vera casa insieme alla figura del padre, eroe lontano che ha trovato fortuna e famiglia dall’altra parte del mare. In scena il protagonista racconta e rivive: memoria e ricordo queste sono, forse, le chiavi (anche tecniche) della narrazione di La Ruina, che sembra appoggiarsi proprio sulla memoria fisica dei caratteri che indaga.

Impossibile per uno spettatore che conosca già i suoi lavori non fare paragoni e non mettere in rapporto diretto i precedenti personaggi femminili con quest’ultimo maschile. Il legame strettissimo che unisce il protagonista, la sua gestualità e la tecnica narrativa dell’attore sono così inscindibili che è difficile dire quale elemento sia frutto del lavoro sul personaggio e quale invece sia un espediente tecnico, un’ancora a cui si appoggia l’attore. O per meglio dire: il carattere permea così tanto la narrazione che sembra pressoché impossibile stabilire quale sia “lo stile” dell’autore e quale invece la maschera del personaggio. Con Italianesi però avviene uno scarto: il genere maschile del protagonista permette di riconoscere tratti caratteristici di quello che ora possiamo identificare come lo stile narrativo di La Ruina e che in precedenza avevamo attribuito alle donne delle sue interpretazioni. Qualche traccia, piccoli indizi: una cadenza nella voce, un gesto ricorrente, un uso particolare delle mani, tratti che sono rimasti ed emergono dal nuovo personaggio.
Ma al di là di ogni congettura, lo spettacolo scorre, coinvolge; le musiche dal vivo di Roberto Cherillo e quelle di Gianfranco Longo, si fondono con il racconto portando poesia e sonorità balcaniche. La stessa accuratezza la traspone La Ruina nel linguaggio, passando da una lingua stentata al calabrese, perché il dialetto era l’unico italiano che gli uomini del campo conoscevano, “ché l’italiano vero lo parlano solo i dottori”. L’interpretazione di La Ruina resta ancora tra le più vivide della scena nazionale, mostrando una narrazione che narrazione non è, un teatro attoriale, che attoriale non è, ma sublimando i due a un livello altissimo.

 Visto al Teatro India di Roma

Camilla Toso

 

Intervista a Margine Operativo: Attraversamenti Multipli 2011

Abbiamo incontrato a metà novembre, Alessandra Ferraro e Pako Graziani due rappresentanti del gruppo Margine Operativo che ha organizzato a Roma il Festival Attraversamenti Multipli, un esempio di come arti performative, pubblico e città possano liberamente interagire creando sinergie più che funzionali. Una manifestazione pura di cultura come bene comune che fa della libera fruizione il primo passo per conquistare un pubblico nuovo.

Margine Operativo: come è nato, come si è formato, come avete lavorato sul territorio in questi anni?

Nasce alla fine degli anni Novanta in uno spazio occupato, il centro sociale Forte Prenestino: una caratteristica del gruppo, fin dall’inizio, è stata la connessione con il mondo dell’attivismo politico e culturale. Un altro elemento presente fin dal principio è stata la propensione a lavorare sui confini tra diversi codici artistici. Siamo nati come gruppo teatrale e video, ma abbiamo sempre intrecciato la creazione di spettacoli con la costruzione di momenti di connessione con altri artisti e la produzione di eventi interdisciplinari. Margine Operativo in questi anni si è configurato come un progetto ibrido che si muove tra produzione e organizzazione, tra teatro, arti performative e video. Questo fermento ha creato Attraversamenti Multipli nel 2001, nato dal desiderio di inserire un organismo artistico in spazi urbani, in luoghi “strani” e inesplorati della metropoli di Roma.

A livello di spazio, Margine Operativo e Attraversamenti Multipli come si muovono?

Dal 2001 Margine Operativo è nomade: non ha più un luogo fisico stabile, siamo senza fissa dimora. È stata una scelta faticosa ma che ci dà grande libertà creativa e nuovi stimoli. Per produrre i nostri spettacoli molto spesso siamo ospitati da centri sociali, che per la scena contemporanea a Roma sono stati fondamentali. La scelta del nomadismo è una scelta artistica anche per il festival Attraversamenti Multipli che in ogni edizione si è sviluppato in location diverse, intrecciando spazi urbani con luoghi “mutanti” della città, simbolo delle trasformazioni – fisiche e di progetto –  che compiono.
Non avere uno spazio costante per Attraversamenti Multipli è una scelta difficile ma appagante: sicuramente  attraverso l’uso del  “luogo convenzionale” è più facile ottenere visibilità tra gli “addetti ai lavori” e con gli spettatori teatrali, ma andando altrove si intercetta un pubblico vastissimo. E ogni evento diventa una sperimentazione per noi e per tutti gli artisti coinvolti. Attraversamenti Multipli è un progetto che crea una relazione con i luoghi che lo accolgono. Nell’edizione di quest’anno abbiamo costruito tre giornate alla Facoltà di Lettere dell’Università Sapienza, spazio che non avevamo mai utilizzato. Non è una scelta casuale, in questo momento gli studenti e i collettivi di Anomalia Sapienza stanno facendo un grosso lavoro per aprire l’università di sera, ad accogliere eventi artistici. Ci sembrava importante legarci a questo progetto di gestione diversa dello spazio accademico – che è una città nella città – inserendo 3 giornate del festival proprio all’Università.
Ogni anno cerchiamo di connetterci con luoghi che sono anche dei progetti attenti alle culture del contemporaneo: come è successo in questa edizione per gli eventi a Centrale Preneste Teatro – nuovo e bellissimo spazio dedicato alle giovani generazioni – e a Forte Fanfulla, vivace spazio polivalente che ha aperto un percorso di residenze teatrali.

Mi è piaciuto moltissimo, nei materiali, leggere la parola “meticcio”: ha un significato particolare per voi…

A noi piace anche dire che il nostro è un “progetto bastardo”, ma nel senso positivo del termine. Crediamo profondamente a questa definizione di meticcio, che ci caratterizza da sempre. “Meticcio” perché lavoriamo spesso con artisti di diverse provenienze: per esempio sul fronte della creazione degli spettacoli stiamo collaborando da tre anni con dei musicisti. Cerchiamo sempre – e non sempre è facile – complicità forti con gli artisti che invitiamo perché molte volte proponiamo dei site-specific. Per le performance urbane scegliamo gli artisti, ma quasi mai cosa propongono e spesso non sappiamo neanche noi “cosa” succederà. E questo spiazzamento, nostro e dello spettatore, ci interessa molto.

A proposito del pubblico, questo è un altro elemento importante per Attraversamenti Multipli, gli spazi urbani hanno ovviamente un pubblico diverso rispetto al Teatro…

Questo è molto importante nel progetto, perché non si tratta di arte negli spazi urbani per un pubblico scelto, ma per la costruzione di un nuovo pubblico, la sfida è questa. Lo spazio urbano diventa lo spazio dello scontro dove si innestano dei meccanismi complicati. È uno scontro-incontro dove c’è anche la possibilità di una relazione. In undici anni abbiamo visto il mutamento, in base a come la città vive e in base al clima che si costruisce automaticamente si ha la percezione di come nel tempo il pubblico possa cambiare. In un decennio c’è stato un cambio esponenziale: nell’attenzione dello sguardo, nella percezione del pubblico, nella disponibilità. Siamo passati da una fase in cui sembrava di stare in una metropoli del mondo con una crescita rapida e grande spazio per le diversità – compreso l’artista, che è un corpo diverso quando si innesta nello spazio urbano – ad oggi che è tornato a essere anomalia, distante dalla vita di tutti i giorni. Dove non sei più considerato come una risorsa… Ma come un problema.

Rispetto al pubblico cambia anche la posizione dell’artista e l’immagine dell’artista nella società…

Funzioniamo anche da termometro rispetto al clima in cui si vive. È una cosa molto complicata perché hai a che fare con dinamiche anche molto difficili da gestire: con la sicurezza, con lo sguardo del pubblico ma anche con la violenza. Negli ultimi anni abbiamo visto pochi sorrisi… Nei nostri eventi abbiamo riscontrato sempre grande disponibilità e attenzione da parte del pubblico. Ma nelle dinamiche generali ci sono dei cambiamenti: una velocizzazione dei corpi, incapacità di relazionarsi, paura.
La situazione si è andata aggravando anche da un punto di vista burocratico: se prima parlavamo con l’ufficio comunicazione per allestire una performance all’interno della metropolitana, l’ultimo anno abbiamo parlato con l’ufficio sicurezza… Adesso non è più possibile usare la metropolitana per qualunque tipo di evento. Lavorare in questo momento negli spazi urbani a Roma è diventata una cosa folle; a maggior ragione vogliamo difendere Attraversamenti Multipli che ci sembra in questo momento una cosa importante, una risorsa per la città.

Mi piacerebbe capire anche come avete vissuto l’ultimo anno: si parla di crisi economica e uno dei settori tra i primi a soffrirne è stata la cultura; so che portate avanti una vera e propria politica della Cultura come bene comune, anche per questo gli spettacoli sono tutti a ingresso libero e in luoghi pubblici, ma nonostante i buoni propositi le economie pro-cultura sono sempre più ridotte…

La crisi economica è una crisi dello spazio pubblico, che determina un innalzamento di paranoia, di burocrazia, e su questo abbiamo scelto di andare in quei luoghi dove cercare di allentare questa morsa. Molti progetti in questa città sono morti soprattutto per questi motivi, non soltanto economici, ma che comprendono il ciclo della produzione culturale: dalle autorizzazioni per gli spazi, alla sicurezza, ai permessi, alla Siae, alle nuove norme per la sicurezza del lavoro. Sono cose sacrosante ma poi che rendono talmente complesso il processo che c’è chi si tira indietro e lascia morire le iniziative.
In questi anni si è sempre cercato di stare all’interno di reti che fanno un ragionamento rispetto alle politiche culturali e cercano di proporre un’alternativa e costruire un sistema altro rispetto a quello attuale. Ci siamo resi conto che c’è una burocratizzazione delle relazioni che sembra quasi un attacco. Nel momento in cui a una realtà come Margine Operativo – un’associazione culturale che produce un festival – vengono chieste delle cose a livello normativo paragonandola a un’azienda farmaceutica… È chiaro che non può rientrare negli standard.
In questo momento non c’è una legislazione che tenga conto delle nuove figure del lavoro come siamo noi, che tuteli dando dei diritti – oltre che dei doveri – un tessuto che esiste a livello nazionale. C’è un problema normativo fatto di leggi obsolete assurde che hanno portato poi a chiudere molti spazi, a causa di un delirio burocratico. Contemporaneamente c’è un problema sull’economia: è chiaro che stiamo pagando un prezzo altissimo come tutte le realtà che lavorano sulla cultura e tanto più secondo me per la scena contemporanea, che è quella più sperimentale e più imprendibile, sia come forme estetiche che come forme di organizzazione del lavoro. Quindi c’è un momento di grossa difficoltà. Noi costruendo per scelta il festival con finanziamenti pubblici ci siamo sempre posti il problema dell’accessibilità per il pubblico agli eventi. Per noi è un fattore molto importante. Attraversamenti Multipli è tutto a ingresso gratuito. Fino ad adesso abbiamo sempre lavorato con enti pubblici ed è chiaro che le difficoltà stanno aumentando, è una sorpresa essere riusciti a produrre il festival quest’anno, ma l’importante è non lasciare che le difficoltà predano il sopravvento e ti spingano ad abbandonare i progetti.

www.attraversamentimultipli.it

Il video dell’evento
Il video della performance urbane

BIO (dal sito): Margine Operativo è un progetto artistico nato a Roma alla fine degli anni novanta, formato da Alessandra Ferraro, Pako Graziani, Diego Zerbini e Riccardo Boldrini. 
I suoi campi d’azione sono: il teatro, le arti performative, il video. Fin dall’inizio del suo percorso ha avuto una natura poliforme che lo ha portato ad agire su più fronti della creazione artistica: dalla produzione di formati performativi in bilico tra diversi codici artistici, alla ricerca sul linguaggio video che spazia dalla realizzazione di documentari, di format televisivi, di remix di film e live set visuali.

www.margineoperativo.net

 Camilla Toso

 

In diretta dall’Argentina: “El Box” di Ricardo Bartís

Recensione a El Box – Ricardo Bartís / Sportivo Teatral

A Biennale ormai finita si fa i conti con i numeri di questa edizione, decisamente straordinari se rapportati agli anni passati: un tutto esaurito che colpisce soprattutto chi tra i più scettici pensava che il costo del biglietto (tra i 25-20 euro) avrebbe disarmato anche i più volenterosi. E invece no, le sale erano piene zeppe di pubblico e di operatori; a richiamarli sono grandi nomi, dal suono esotico, grandi maestri non ancora passati da Venezia o di difficile intercettazione… Ci voleva insomma un direttore artistico internazionale e un ben più giovane delle media italiana (il quarantenne regista catalano Àlex Rigola), per stuzzicare Venezia con grandi aspettative. Le stesse motivazioni spingono il pubblico a riempire la doppia replica di El Box (La Boxe) della compagnia argentina Sportivo Teatral diretta da Ricardo Bartís.

“Sgarrupato”, è il primo termine che viene in mente, una volta seduti in platea nella suggestiva cornice del Teatro alle Tese all’Arsenale di Venezia. La scena ritrae una vecchia palestra, che è anche casa e studio, una struttura importante che riproduce un ambiente logoro, dalle pareti sporche, saturo di cianfrusaglie sparse qua e là, di mobili usati e ormai retrò. Una scena insolita per il pubblico italiano, ma simile a molte altre dei teatri argentini: ovvero strutturata esattamente sull’architettura della sala – trasformata in teatrale – in cui la compagnia svolge la propria attività. È in un ex-deposito di ambulanze che ha sede lo Sportivo Teatral, nel quartiere Palermo, uno dei più antichi della città di Buenos Aires. È in questa città che si svolge gran parte dell’attività teatrale dell’intero Paese: dai grandi musical di Avenida Corrientes, ai teatrini indipendenti di Avenida Humahuaca; un panorama certamente altro, con una storia e una società lontane ma a cui in un certo modo ci si sente affini.
Già da questi piccoli indizi si riesce a intuire come l’impronta sia diversa da quella di gran parte del teatro europeo contemporaneo. Se infatti in Italia, ma anche all’estero, tecnologia e immagine sono all’ordine del giorno, in Argentina è la drammaturgia a caratterizzare la contemporaneità. Ricardo Bartìs insieme al suo collettivo, con cui lavora dal 1986, ha costruito la trilogia sullo sport che, iniziata con La Pesca, terminerà con El Fùtbol (“il calcio”). L’opera presentata a Venezia, seconda parte della trilogia, vede protagonista della vicenda María Amelia (Mirta Bogdasarian), una donna in un mondo di uomini, una “boxeur” che il giorno del suo cinquantesimo compleanno rivive nel ricordo tutta una vita di fatiche, umiliazioni, conquiste, vittorie e sconfitte. Nessun invitato si è presentato alla sua festa, tranne il Dottor Otamendi (Matías Scarvaci), una vecchia conoscenza che ha macchiato in modo irreversibile la vita della protagonista, svelando al mondo il di lei segreto: Amelia gareggiava travestita da uomo quando era solo una ragazzina. Questa scoperta fece di lei una pioniera, ma fu anche portatrice di grandi dolori. Sull’onda dei ricordi tra i partecipanti alla festa si scatena una rissa, l’intento sportivo svanisce, i ricordi amari non sembrano più legati a quelli della protagonista ma piuttosto a quelli dell’Argentina stessa: violenze, soprusi, falsità che hanno rovinato un Paese e il cui dolore ancora permea le vene del suo popolo.
La metafora nel testo non sembra arrivare così diretta al pubblico italiano: vuoi per i sottotitoli, vuoi per uno stile recitativo al quale non si è abituati, l’opera non colpisce e non coinvolge il pubblico. Il foglio di sala con riferimenti storici sull’Argentina non basta a colmare un vuoto dato dall’ignoranza – in senso letterale – di avvenimenti e fatti storici che sono marchiati a fuoco nella memoria di un qualunque spettatore sudamericano. Forse sono proprio queste distanze socioculturali, ma anche estetiche, a lasciare perplessi. Lo stile retrò della scena e della recitazione fa sembrare tutto uscito da un’Italia degli anni Sessanta/Settanta e questo pregiudizio puramente estetico e formale, crea un muro attraverso il quale è difficile passare.
Al di là del muro, però, va l’operazione del direttore artistico Àlex Rigola, il cui intento è esattamente quello di passare i confini geografici, mostrare altro, anche con il rischio che qui possa sembrare esotico o di un’altra epoca.

Visto al 41. Festival Internazionale del Teatro, Venezia

Camilla Toso

 

 

Vie Festival Modena 2011

Come descrivere il programma di VIE Scena Contemporanea? Potremmo provare a farlo con i numeri: 5 città, 26 artisti, 46 repliche, 4 incontri, 2 progetti europei… In soli 9 giorni. Potremmo non finire mai. Forse non è solo questione di numeri ma di qualità, attenzione e continuità. Giunto alla sua settima edizione, questo Festival dimostra di saper guardare a 360° coinvolgendo il proprio territorio sia cittadino che periferico, guardando ai rapporti con gli artisti ma anche con il pubblico. Troviamo infatti accanto ad alcuni grandi nomi, come Danio Manfredini, Antonio Latella, Cesar Brie, Pippo Delbono, Alvis Hermanis, Toshiki Okada anche altri meno noti ma nei quali riporre la giusta curiosità come: Menoventi, Ortographe, quotidiana.com. Quelle giovani compagnie che tanto lavorano, con enormi sforzi e sacrifici, per dare qualcosa di nuovo, un futuro possibile per la scena contemporanea.

Per informazioni:
Ufficio Festival 0592136021
www.viefestivalmodena.com
www.emiliaromagnateatro.com

FESTIVAL VIE 14>22 ottobre 2011 – MODENA

Venerdì 14 ottobre

ORE 20.30 al Teatro Comunale L. Pavarotti, Modena
Dopo la battaglia
regia di Pippo Delbono

ORE 23 al Teatro delle Passioni, Modena
C’est du chinois
regia di Edit Kaldor

ORE 23 al Teatro Storchi, Modena
Una settimana di bontà_Stagione 1
regia di Ortographe

ORE 20.30 al Teatro Ermanno Fabbri, Vignola
Karamazov
regia di César Brie


Sabato 15 ottobre

ORE 16.30 al Teatro Storchi, Modena
Una settimana di bontà_Stagione 1
regia di Ortographe

ORE 18 al Teatro Comunale L. Pavarotti, Modena
Dopo la battaglia
regia di Pippo Delbono

ORE 19 al Teatro delle Passioni, Modena
C’est du chinois
regia di Edit Kaldor

ORE 21 al Teatro Storchi, Modena
Kapusevtki. Graveyard Party
regia di Alvis Hermanis / New Riga Theatre

ORE 21.30 al Teatro delle Passioni, Modena
T.E.L
regia di Fanny & Alexander

ORE 21 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
L’uomo della sabbia
regia di Menoventi

ORE 23 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Amleto – Studio
regia di Danio Manfredini

ORE 23 al Teatro TeTe Teatro Tempio, Modena
Il regno profondo
Sermone drammatico di Claudia Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio

 

Domenica 16 ottobre

ORE 16.30 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
L’uomo della sabbia
regia di Menoventi

ORE 17.30 all’Ex Ospedale S. Agostino, Modena
Azione teorico/performativa 1
ON THE GRADUAL PRODUCTION OF THOUGHTS WHILST SPEAKING
a cura di Eleonora Sedioli-Masque/ Piersandra Di Matteo

ORE 17 al Teatro Storchi, Modena
Kapusevtki. Graveyard Party
regia di Alvis Hermanis / New Riga Theatre

ORE 19.30 al Teatro TeTe Teatro Tempio, Modena
Il regno profondo
Sermone drammatico di Claudia Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio

ORE 20 al Teatro Ermanno Fabbri, Vignola
Karamazov
regia di César Brie

ORE 21.30 al Teatro delle Passioni, Modena
T.E.L
regia di Fanny & Alexander

ORE 21.30 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Amleto – Studio
regia di Danio Manfredini

 

Lunedì 17 ottobre

ORE 20.30 al Teatro Ermanno Fabbri, Vignola
Karamazov
regia di César Brie

ORE 21 al Teatro Comunale, Carpi
Amore e carne
concerto di Pippo Delbono / Alexander Balanescu

 

Martedì 18 ottobre

ORE 21 al Teatro delle Passioni, Modena
The Sonic Life of a Giant Tortoise
regia di Toshiki Okada

 

Mercoledì 19 ottobre

ORE 19 al Teatro delle Passioni, Modena
The Sonic Life of a Giant Tortoise
regia di Toshiki Okada

ORE 19 al Teatro Comunale L. Pavarotti, Modena
Racconti africani da Shakespeare
regia di Krzysztof Warlikowski

ORE 21.30 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Vision Disturbance
regia di Richard Maxwell/New York City Players

 

Giovedì 20 ottobre

ORE 17.30 all’Ex Ospedale S. Agostino, Modena
Azione teorico/performativa 2
Breathing us- Work in progress

a cura di Francesca Proia/ Adele Cacciagrano

ORE 19 al Teatro Comunale L. Pavarotti, Modena
Racconti africani da Shakespeare
regia di Krzysztof Warlikowski

ORE 20.30 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
Francamente me ne infischio – Twins
regia di Antonio Latella

ORE 21 al Teatro TeTe Teatro Tempio, Modena
Grattati e vinci
regia di quotidiana.com

ORE 23 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Vision Disturbance
regia di Richard Maxwell/New York City Players

 

Venerdì 21 ottobre

ORE 18 all’Ex Ospedale S. Agostino, Modena
Azione teorico/performativa 3
¡EXOTICA!

a cura di MK/ Tihana Maravic

ORE 19 al Teatro TeTe Teatro Tempio, Modena
Grattati e vinci
regia di quotidiana.com

ORE 19 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
Francamente me ne infischio – Atlanta
regia di Antonio Latella

ORE 21 al Teatro Comunale, Carpi
Te haré invencible con mi derrota
regia di Angélica Liddell

ORE 21 al Teatro Ermanno Fabbri, Vignola
Before your very eyes
regia di Gob Squad & Campo

ORE 23 al Teatro delle Passioni, Modena
Les Sentinelles
regia di Nacera Belaza

ORE 23 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Vision Disturbance
regia di Richard Maxwell/New York City Players


Sabato 22 ottobre

ORE 16 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Vision Disturbance
regia di Richard Maxwell/New York City Players

ORE 16.30 all’Ex Ospedale S.Agostino, Modena
Azione teorico/performativa 4
Becoming spice
a cura di Cristina Rizzo/Lucia Amara

ORE 16.30 al Teatro delle Passioni, Modena
Les Sentinelles
regia di Nacera Belaza

ORE 18 al Teatro Ermanno Fabbri, Vignola
Before your very eyes
regia di Gob Squad & Campo

ORE 19.30 al Teatro TeTe Teatro Tempio, Modena
Grattati e vinci
regia di quotidiana.com

ORE 21 al Teatro Storchi, Modena
La ragazza indicibile
regia di Virgilio Sieni

ORE 21 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
Francamente me ne infischio – Twins
regia di Antonio Latella

ORE 23 al Teatro Dadà, Castelfranco Emilia
Francamente me ne infischio – Atlanta
regia di Antonio Latella

ORE 23 al Teatro Comunale, Carpi
Te haré invencible con mi derrota
regia di Angélica Liddell

ORE 23 al Teatro Herberia, Rubiera (RE)
Vision Disturbance
regia di Richard Maxwell/New York City Players

 

Ipercorpo 2011

Ai confini della città di Forlì si spinge l’afflato poetico di Claudio Angelini e di Città di Ebla, che da cinque anni organizza il Festival Ipercorpo. Quest’anno i pesanti cambiamenti nelle politiche culturali regionali hanno influito anche sul florido territorio dell’Emilia Romagna toccando non poche manifestazioni; l’onda d’urto si è fatta sentire anche qui ma nonostante tutto il Festival resiste e lo fa con ottimi propositi.

L’originalità che da sempre contraddistingue questa manifestazione si riversa in spazi in disuso e ai confini della città. Il complesso S.I.T.A./ATR, deposito di corriere e autobus, costruito nel 1935 a Forlì è il luogo prescelto per l’edizione 2011. Rivivere gli spazi, rivalorizzandoli dando un senso nuovo e appropriato a strutture ormai inutilizzate dalla società, scarti in un paesaggio urbano che riacquistano un significato sociale è l’obiettivo dell’organizzazione. Claudio Angelini spiega: «Diviene per noi fondamentale far vivere luoghi in disuso non solo mostrandoli, affinché l’occhio del cittadino recuperi ambienti a lui prossimi ma ormai lontani dalla cattura della visione, ma anche e soprattutto animandoli del corpo e dell’azione di artisti capaci di ri-guardarli. Ambienti e visioni che non sono solo decoro, ma qualcosa in cui siamo immersi e attraverso cui ci siamo formati. Qualcosa che chiede un atto proiettato verso il futuro».
A seguire l’intera manifestazione lo staff del Tamburo di Kattrin e di Teatro e Critica che riporteranno un diario giornaliero con recensioni, impressioni e commenti.

Il programma si snoda dal 20 al 25 settembre in diversi appuntamenti: laboratori, incontri, concerti, e spettacoli teatrali. Di seguito il programma completo della rassegna. La maggior parte dei gruppi teatrali indipendenti chiamati a far parte della rassegna sono di origine emiliano-romagnola: gruppo nanou con Sport, Masque Teatro, Fanny & Alexander con West; alcune compagnie romane come Santasangre e Muta Imago, ma anche danzatori e coreografi come la piemontese Paola Bianchi e Alessandro Sciarroni. Per tutta la durata del Festival è possibile visionare numerose installazioni, mentre ogni sera, alle ore 23.00, un concerto chiuderà la giornata.

La prenotazione dei biglietti è consigliata per tutti gli spettacoli al numero 3473169141. Per richiesta informazioni: info@cittadiebla.com

 

Martedì 20 settembre
Fabbrica delle Candele, Piazzetta Corbizzi 30, Forlì
apertura spazio ore 20.00

20.30 – Tutela e recupero del patrimonio storico e architettonico
Un caso esemplare: il deposito autocorriere ATR
Incontro con Gabrio Furani e Erika Mondini, interverranno Paolo Rava e Patrick Leech

22.00 – Brothers In Law :: Concerto

Giovedì 22 settembre
Deposito ATR, Piazzetta Girolamo Savonarola 6, Forlì
apertura spazio ore 19.30 e aperitivo a cura di Diagonal Loft Club

21:00 – gruppo nanou :: Sport :: Spettacolo

22.00 – Masque Teatro :: Just Intonation :: Spettacolo

22.30 – Masque Teatro :: Special Coils :: Spettacolo

23.00 – Unstable Compound :: Concerto

24.00Masque Teatro :: Nikola Tesla.Lectures :: Conferenza esperimento

Venerdì 23 settembre
Deposito ATR, Piazzetta Girolamo Savonarola 6, Forlì
apertura spazio ore 19.30 e aperitivo a cura di Diagonal Loft Club

21.00 – Fanny & Alexander :: West :: Spettacolo

22.00 – gruppo nanou :: Sport :: Spettacolo

23.00 Femina Faber e Bruno Dorella :: Al jorn del judici :: Concerto

Sabato 24 settembre
Deposito ATR, Piazzetta Girolamo Savonarola 6, Forlì
apertura spazio ore 18.00 e aperitivo a cura di Diagonal Loft Club

18.30 – Marcello Balzani :: La malefica materia e il tradimento del paesaggio :: Incontro

21.00 – Muta Imago :: Displace #1 La rabbia rossa :: Spettacolo

22.00 – Paola Bianchi :: Erbarme dich – il primo movimento :: Spettacolo

23.00 – Synusonde – Matteo Ramon Arevalos e Paolo F. Bragaglia :: Yug :: Concerto

Domenica 25 settembre
Deposito ATR, Piazzetta Girolamo Savonarola 6, Forlì
apertura spazio ore 19.30 e aperitivo a cura di Diagonal Loft Club

20.30 – Santasangre :: Sincronie di errori non prevedibili :: Spettacolo

21.15 –  Alessandro Sciarroni :: Your girl :: Spettacolo

22.00 – Valentina Bravetti e Elisa Gandini :: Mein Fenrir [BraunEva] :: Spettacolo

23.00 – Santo Barbaro vs. Elicheinfunzione :: Concerto

– Installazioni –
Ivan Fantini :: Sassi vs Trasmutazione Eucaristica
Ivan Fantini e Valentina Bianchi :: Disordine da veglia
Elisa Gandini :: Oku – Nello spazio più interno
Mandra :: Quanto la sera
Spazi Indecisi :: Proiezioni ortogonali
Gabrio Furani :: Sguardi sul Deposito ATR