Camilla Toso

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d'adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l'organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

Don Giovanni a Radicondoli

Recensione a Don Giovanni di W.A. MozartI Sacchi di Sabbia

Anche quest’anno il festival di Radicondoli si fa. Come per molte altre realtà del territorio italiano l’inverno è stato duro, i tagli imposti ai comuni hanno reso difficile la sopravvivenza di piccole e grandi manifestazioni che nascevano proprio in seno alle municipalità e alle regioni e che si sono viste dimezzare il budget da un’edizione all’altra.Si fa, si!, questo il titolo per l’anno 2011 – esemplificativo quanto Aspetta e spera... di Kilowatt – perché il programma c’è, nonostante tutto. La direzione artistica – presa in mano dal collettivo dell’associazione Radicondoli Arte – non è stata assegnata quest’anno; certamente non sono mancate polemiche, ma, considerando la situazione di precarietà in cui versa l’intero settore, non c’è da stupirsi che le energie si raccolgano il più possibile. Centrale anche quest’anno la figura di Anna Giannelli, che da dietro la sua scrivania regge le fila del festival, sempre impeccabile e sempre presente; ancora una volta riesce a mettere in piedi un programma interessante, certo non percorso da grandi nomi ma piuttosto da qualche scintilla giovane e intraprendente. Questo piccolo borgo toscano torna a essere punto d’incontro e di scambio, ospitando anche il premio intitolato a colui che per ventitré anni portò a Radicondoli il nuovo del teatro: Nico Garrone. Premiati in questa seconda edizione: i tre giornalisti Renzo Francabandera, Emilio Nigro, Pietro Corvi, e Cesar Brie, segnalato da molte compagnie come Maestro.

Nella serata dedicata al premio, va in scena Don Giovanni di W. A. Mozart, rivisitato dalla compagnia I Sacchi di Sabbia. Sei impeccabili esecutori per un divertimento più unico che raro. Si tratta infatti di una messa in scena assai particolare: l’austera opera dell’autore austriaco perde tutta la sua pesantezza e si alleggerisce incredibilmente grazie a uno slittamento sul piano sonoro e semantico. Se difatti ci si aspetterebbe di ascoltare l’opera lirica dalle soavi voci di cantanti – accompagnati da una nutrita orchestra sinfonica – e di seguire le vicende dal libretto scritto per mano di Da Ponte, si rimane spiazzati quando sul palco appare Giovanni Guerrieri regista del lavoro che, guidato da una meccanica voce off, mima stile hostess aeroportuale le gesta dell’indomito libertino. Condensando in meno di cinque minuti l’intera vicenda e mettendo a disposizione di qualunque pubblico egli si trovi davanti un vero e proprio libretto-d’istruzioni-per-l’uso al quale ricorrere durante l’esecuzione canora. Dopo la breve introduzione di Guerrieri entrano in scena sei attori vestiti in divisa scolaresca si dispongono due a due sulla gradinata sopra la quale troneggia lo schermo su cui compariranno i testi dell’opera. Si tratta di canto, in quanto gli interpreti non posseggono dei veri strumenti musicali ma eseguono l’opera basandosi solo sulle loro capacità mimiche e vocali. Ma non si può definire canto in senso stretto, perché non vi è l’uso della parola: l’intera orchestra con tutti i suoi strumenti (corde, percussioni e fiati) viene riprodotta dai sei attori – perché di attori stiamo parlando – con suoni, rumori, boccacce, pernacchie, ghigni e fischi. Un fiorire di suoni inconsueti, ironici e scherzosi che ben rispecchiano, colorano e alleggeriscono la complessa partitura mozartiana. In poche parole un approccio ironico, divertente e originale a un colosso dell’opera lirica. Questa rilettura teatrale porta in sé una teoria della leggerezza che svela un lavoro davvero duro e approfondito: i sei attori mettono in piedi «un capriccio per “boccacce e rumorini”» interpretando le arie più celebri di una versione dell’opera di Karajan del 1986. Imitare i suoni degli strumenti con il solo apparato vocale non è certo cosa semplice, ma la compagnia mostra una tale precisione, pulizia e maestria che il lavoro risulta efficacissimo e spiazzante. Un successo per il pubblico, formato da adulti e bambini, che risponde e interagisce con piacere e allegria.

Visto a Estate a Radicondoli, Radicondoli

Camilla Toso

Quel che resta dei Grimm secondo RicciForte

Foto di Angelo Maggio

C’era una volta… BANG! Ora non c’è più.
Ricci/Forte
sbarcano a Primavera dei Teatri con Grimmless, uno straordinario tentativo di rileggere i fratelli Grimm e applicarli alla vita reale. Non esistono più principi e principesse. La disperata ricerca del mondo delle favole si trasforma in un blob vitale che ingloba nel suo crudo scorrere un piccolo frammento di storia, a volte anche solo un c’era una volta.
Ci siamo dimenticati che la maggior parte delle novelle scritte dai fratelli Grimm sono delle vere e proprie storie dell’orrore. È solo rileggendole da adulti che da quelle fiabe emergono i risvolti più inquietanti e scabrosi; quasi che la violenza, celata da morbide parole e lieti fini, non sia mai esistita. Eppure sono lì, sotto i nostri occhi: abbandoni, omicidi e cannibalismo mascherati da storielle, perché tanto “tutto finisce bene…”. E se a quelle storie, che conosciamo a menadito, togliessimo il finale? Un lupo ha assalito un’anziana ed è stato freddato sul colpo appena prima che sbranasse la nipotina, una giovane donna è rimasta in coma dopo aver morso una mela, due fratellini sono stati rinchiusi e seviziati da una donna… Sono storie di tutti i giorni. L’energia vitale del lavoro, risiede tutta nelle parole: se la violenza degli spettacoli precedenti si esprimeva in azioni e immagini, quella presente in Grimmless è fredda e tagliente del verbo espresso con la lucidità di un omicidio a sangue freddo.
Quella che raccontano ricci/forte non è una vita da favola, piuttosto è la vita coniugata come se fosse una favola. L’impianto drammaturgico mescola estratti delle fiabe più conosciute con leggende e miti d’oggi. Ecco che Facebook diventa il libro degli incantesimi, per predire e leggere nel pensiero. «Ti ho taggato in una foto all’inizio del sentiero, ti ho taggato mentre corri verso gli alberi a occhi chiusi» così inizia Cappuccetto Rosso; «Perché hai chiuso la chat? Per guardarti meglio». «C’era una volta un Paese a forma di scarpa, ora non c’è più».

foto di Angelo Maggio

Prende un risvolto inaspettatamente politico l’ultimo lavoro del duo romano: sarà che ultimamente la politica di favole ne racconta parecchie e forse la quotidianità è intrisa e imprescindibile da essa. Il collegamento  diretto, non del tutto scontato, calza a pennello: un’invasione di rimandi cromatici e testuali espliciti riporta la storia dall’aldilà e ricolloca immediatamente i fatti in scena. Più volte è stata resa nota questa caratteristica dei brani, scritti in questo caso da Gianni Forte, un’universalità che parte da un individualismo marcato e personalissimo: si tratta per lo più di monologhi, vite che si incrociano, personaggi extra-ordinari lontanissimi dai quelli che crediamo essere i nostri orizzonti.  Ma un instante dopo arriva puntuale, trovando l’ago nel pagliaio, esattamente quel riferimento, quell’emozione descritta proprio come solo tu pensavi d’averla provata. Ed ecco che lo spettatore soffre con quel corpo che si dilania in scena. Accade e basta.
Oppure non accade, ed è giusto renderne conto, questo è uno di quei casi in cui il teatro divide il pubblico. A Castrovillari – ma forse non solo qui – gli spettatori si sono divisi nettamente e fuori dalla sala, finalmente, si è animato il dibattito. Violenza gratuita, nudo in scena, assenza di senso le tematiche più discusse. Ovviamente non vi è torto o ragione, teniamo solamente a sottolineare quanto questa sia la vera natura del teatro: aprire al dialogo, allo scontro, al confronto. L’irriverente messinscena, lo spregiudicato uso del corpo e della parola sono sicuramente indispensabili grimaldelli nello scatenare reazioni, tanto da aprire la bocca – e perché no, la mente – del pubblico.
Rispetto a lavori precedenti come Troia’s Discount e Macadamia Nut Brittle che hanno portato ricci/forte alla ribalta, Grimmless risulta – nonostante tutto – meno forte e incisivo. L’atto sessuale è quasi sfiorato ma non si impossessa della scena, il nudo arriva solo in chiusura e in una forma delicata, puramente estetica, quasi superflua. Si potrebbe addirittura azzardare ad una voluta e intelligente astinenza dalla irruenza consueta (per coloro che conoscono il percorso del gruppo ovviamente), un freno auto-imposto atto all’apertura ad un pubblico ancora più largo, meno elitario e più comune – con tutto ciò che c’è di positivo nel termine.
L’energia propulsiva di questo lavoro – e più in generale della poetica iperbolica del duo – lascia il segno in un festival che da sempre è votato ai nuovi linguaggi e che lavora da anni per aprire nuovi orizzonti al panorama teatrale calabrese.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

 

Frateme: i binari drammaturgici di Sicca

foto di Angelo Maggio

Debutta a Primavera dei Teatri Frateme, scritto e diretto da Benedetto Sicca, una pièce in dialetto napoletano che affronta alcune delle tematiche ormai all’ordine del giorno – omosessualità e violenza familiare – ambientandole in uno dei quartieri più difficili di Napoli. La trama è semplice quanto originale: una madre, un padre e i loro tre figli – Primo il maggiore e i due gemelli Secondo e Seconda – tutti e tre omosessuali. In scena le vicende di vita quotidiana, discorsi, cene e parole. Li vediamo incontrarsi, innamorarsi quotidianamente, con tutte le problematiche del vivere in una città dove «è meglio che nessuno sappia». Fin dalle prime battute si comprende come sotto la spigliata facciata della famiglia si nascondano inquietanti realtà e rancori.
Napoli si srotola sullo sfondo di questa vicenda familiare, una città in piena crisi dei rifiuti, un’emergenza che va e viene ma che non passa mai veramente. Come la malinconia da cui sono affetti tutti i personaggi; un malessere interiore diffuso, un disagio del quale non si comprende bene il motivo, almeno non subito, non all’instante, solo in seguito quando ormai è troppo tardi, quando il malessere è già malattia.
Un insieme di attori prezioso, capaci d’ascolto e affiatamento rari, carichi di energia in scena, che ha saputo sostenere ben due ore di spettacolo con un ritmo serrato senza far mai cadere l’attenzione dello spettatore. Sul palco letteralmente soli, nessun suppellettile a sostenere (o distrarre) l’azione, nessun supporto musicale. La parola e il silenzio, il gesto accentuato nel suo agire e la musicalità di una lingua che si lascia ascoltare (nonostante qualche problema di acustica del teatro).

foto di Angelo Maggio

Una scena per lo più vuota, un interno popolato da scheletri di sedie, sgabelli, tavolo e divano, un design semplice e lineare non caratterizzato: potrebbe essere un salotto qualunque. È fine la comprensione ma il riferimento è chiaro: questa non è una famiglia qualunque ma potrebbe essere una qualunque famiglia. Il confine tra l’una e l’altra, tra sanità e malattia mentale, è minimo: è nelle splendide parole del protagonista che lo definisce «un binario sottile sottile» sul quale basta «un venticello leggero per farci deragliare». La scenografia pensata e realizzata da Flavia di Nardo e Tommaso Garavini prende in parola il testo e assume un senso drammaturgico, installando tutti i mobili su piccoli binari. L’effetto è quello di una scacchiera dove le pedine si muovono solo in quattro direzioni: la città, la casa, le regole della società sembrano tessere materialmente una rete tra i personaggi che si destreggiano per sopravvivere “fuori dai binari”. Ma basta poco, una parola in più, a far degenerare la situazione. In un crescendo di sottintesi, i fratelli si dibattono per dimenticare il passato con amori presenti, l’amore paterno perversamente virato in violenza sessuale, nascosto tutta la vita nell’inquietudine che non trova pace. La malattia di Secondo si riversa così su tutta la famiglia: il padre assente si scopre essere la causa alla base del malessere che da anni affliggeva il ragazzo, che in un impeto di rabbia lo uccide.
Sicca dimostra una qualità incredibile nel dipingere i personaggi, nel lavorare la materia attoriale con un affondo tale da imprimere la carne di spessore: caratteri stilizzati a tratti nel gesto e nel movimento, ma carichi di emozioni dipinte a olio, quasi fossero un quadro espressionista. Un’opera precisa e pulita, una prosa che rende giustizia alla grande tradizione napoletana intrecciandola con la nuova drammaturgia in un bellissimo connubio.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

Gli esclusi di Punta Corsara e Alessio Pizzech

La prima serata del festival si apre con due spettacoli apparentemente slegati tra loro, una tragedia e una commedia, un testo russo e uno francese. Ma i collegamenti si scoprono pian piano vedendoli in scena e poi pensandoci il giorno seguente. Entrambi sono due riscritture in chiave contemporanea di testi classici; entrambi si riferiscono al presente con rimandi precisi alla condizione dell’individuo nella società.

Il signor di Pourceaugnac - foto di Angelo Maggio

Il signor di Pourceaugnac di Punta Corsara è la riscrittura del testo di Molière, un’opera decisamente poco nota e raramente messa in scena, ma che rispetta tutti i canoni della farsa dell’autore francese: primo tra tutti la critica alla società borghese. Un ricco proprietario proveniente dalla Slovacchia arriva a Napoli per sposare la figlia di un nobile (in totale crisi economica) ma la ragazza e i suoi compari fanno di tutto per impedire il matrimonio. La città intera si ribella allo straniero, che veste in modo inusuale e che ha usanze non comuni, caratteristiche che agli occhi della società lo fanno sembrare un pazzo, un malato.
La regia di Valenti è giovane e ritmata, cura l’attenzione al particolare e lavora sulla coordinazione e ascolto del gruppo. L’impianto del testo, basato sulla città di Napoli anziché quella di Parigi, ha permesso al regista di giocare con lazzi e rimandi della commedia dell’arte napoletana, trasponendo i personaggi grotteschi al giorno d’oggi.
Spogliato dalla leggerezza e freschezza interpretativa degli attori, dalle musiche da musical (scelte con gusto e allegria), ne rimane un interessantissimo lavoro di analisi sociologica dove la città esclude e imprigiona, al contempo, il povero malcapitato.
Emerge quindi una Napoli divisa in classi ma unita contro lo straniero, il foresto, l’estraneo che tenta di penetrare questo tessuto fitto fitto fatto di consuetudini e giochi di potere. Il diverso non ha scampo in una città che vive lasciando circolare solo ciò che è già parte di essa.

Che disgrazia l'intelligenza! foto di Angelo Maggio

Un’altra società è quella che accoglie Ciaskij, il protagonista di Che disgrazia l’intelligenza! di Alessio Pizzech. Al suo rientro a Mosca, dopo anni di vita all’estero, il personaggio di Griboedov ritrova una vita totalmente ribaltata: l’amore trasformato in interesse, la stima in disprezzo, l’intelligenza in stupidità. La famiglia che aveva lasciato, le amicizie, si sono trasformate o forse è lui ad essere cambiato e a vedere con occhi nuovi quello che lo circonda: una realtà che gli va stretta, un’esistenza votata all’apatia, alla noia, alla lussuria.
Pizzech presenta questo testo dopo un anno di lavoro, un processo lungo di alleggerimento dell’0pera che ha portato il regista e gli attori a confrontarsi a più riprese con i complessi personaggi dell’autore russo.
Il testo ridotto e compresso è stato riadattato per una regia incentrata tutta sulla parola e sulla presenza dell’attore; nello spazio vuoto gli interpreti si muovono, agendo su più piani di scena e controscena – una compresenza quasi cinematografica che sembra rifarsi alla condizione del personaggio di Ciaskij: completamente immerso, sommerso da una società che non riconosce e che non lo riconosce più, un fuori casta, accusato d’essere pazzo e rivoluzionario perché colto e intelligente. Proprio la compresenza degli attori tutti in scena, perennemente attivi o iperattivi in alcuni casi, rischia di saturare la visione dello spettatore che rimane spiazzato, quasi infastidito dall’esagerazione. Tra gli attori spicca l’ottima interpretazione di Demis Marin, che avevamo già incontrato in alcuni lavori a Venezia, e che stupisce nei panni di Fàmusov un padre-padrone vecchio, perfido e lussurioso. Un lavoro che necessita di essere approfondito, di trovare il giusto equilibrio per restituire ai suoi personaggi una falsità più vera e autentica.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Camilla Toso

Il 3 giugno in scena

Una giornata ricca di appuntamenti quella del 3 giugno, dagli incontri pubblici dalla prima mattina con Gli stati generali del teatro in Calabria, al convegno Grandi Attrattori Culturali P.O.R. nel pomeriggio, fino ai tre spettacoli della sera. Un giorno all’insegna della concretezza e una serata segnata da storie vere. Si inizia alle 19.00 in Sala 14 con Fine scritto e diretto da Rosario Mastrota per la Compagnia Ragli Thesaurus un gruppo di giovani attori cresciuti proprio a Castrovillari sotto la guida di Scena Verticale e Luigi Iacuzio, attore principale, formatosi a Napoli. Racconta la storia di Gino, una storia che ci è familiare, un monologo, un’auto-analisi: voleva essere attore, artista, ma tutte le sue speranze sono rimaste bruciate, un provino dopo l’altro. Così la confessione di Gino si riversa sui social network; è l’autopsia di un fallimento in streaming, nessuno sembra rispondere, nessuno sembra ascoltare questo soliloquio che attraverso l’ironia e il sarcasmo dipinge un quadro della crisi e disperazione che moltissimi ragazzi vivono al giorno d’oggi.

figlidiunbruttodio – foto di Angelo Maggio

Di tutt’altra crisi parlano i due attori già incontrati l’anno scorso con Figlidiunbruttodio Paolo Mazzarelli e Lino Musella, saranno in scena al Teatro Sybaris alle ore 20.30. Crack Machine è ispirato a una delle più grandi truffe economiche degli ultimi anni: il caso di Jerome Kerviel, ex trader Societé Generale, un’importante banca francese, accusato di aver causato un buco di 4,9 miliardi di euro. Il protagonista Geremia Cervello (italianizzato) incontra in prigione altri tre personaggi che insieme svelano la faccia più sporca della medaglia dei potentati politico-finanziari. Già l’anno scorso, proprio a Primavera, Musella e Mazzarelli avevano dimostrato di saper giocare d’astuzia misurandosi in una performance attoriale a due che quest’anno si ripropone sviluppata e che gli ha valso il premio a INBOX2010.

Chiude la serata in Sala 14 alle ore 22.15 Il Paese delle ombre testo scaturito da un’inchiesta giornalistica su un fatto di cronaca nera. Lo scenario è un orfanotrofio nel quale si dice succedano fatti inimmaginabili. Un uomo apparentemente colpevole, una giornalista decisa ad indagare, un paese oscuro, una popolazione totalmente succube della zona grigia, la zona dell’osservazione. Maria Teresa Berardelli autrice del testo è diplomata all’Accademia Silvio d’Amico e nel 2009 ha vinto il premio Tondelli Riccione per il Teatro con il testo Sterili. A fianco a lei Antonio Tintis, che segue la regia dello spettacolo, è anche lui diplomato a Roma e lavora con registi di fama nazionale. Uno spettacolo enigmatico che indaga l’intimità, il conflitto interiore, chiude una giornata all’insegna della crisi e dell’ambiguità morale dell’essere umano.

Camilla Toso

Pizzech e Punta Corsara aprono Primavera

Rieccoci con un appuntamento che ormai è diventato baluardo della scena contemporanea e rapporto con il territorio, un festival che da 12 anni combatte una lotta quotidiana e costante contro e per la sua terra. «È all’interno di questa realtà che prendono forma storie di ordinaria violenza domestica e un’umanità desolata, vittima di tradizioni arcaiche in un mezzogiorno sgretolato nei sentimenti e nei valori». Così recita la prima pagina del sito della compagnia Scena Verticale che – capitanata da Dario de Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano – dirige il festival con costanza e incredibile perizia, sapendo coagulare attorno a sé uno zoccolo duro di pubblico che, proprio all’interno di “questa realtà”, resta ogni anno fedele. Già perché di pubblico si parla, Primavera dei Teatri è uno di quegli appuntamenti dove il pubblico lo incontri – un pubblico formato sia da spettatori che da operatori del settore – ma in generale la rassegna ha sempre trovato spazio per tutti. Un equilibrio che non ci si aspetterebbe da una compagnia così alla ribalta sulla scena nazionale, un equilibrio conquistato a fatica e che viaggia sulla corda tesa tra il mondano e modaiolo teatro contemporaneo e la concretezza del reale, dello spettatore medio, di un territorio difficile da conquistare. Così, negli anni, la programmazione messa in gioco dai co-direttori ha sempre stupito, donando spazio a giovani compagnie emergenti, ad affermati spettacoli d’impianto classico, ai gruppi calabresi e al teatro dialettale, amalgamando tutto all’insegna della spontaneità. Quest’anno il programma fa fronte alla crisi, punta sulle giovani compagnie e subito si apre con due collettivi formatisi quasi per caso.

Il signor Pourceaugnac foto di Camilla Mastaglio

Punta Corsara era nel 2007 un progetto della Fondazione Campania dei Festival, un percorso per attori, danzatori e organizzatori e tecnici napoletani, tredici dei quali oggi sono compagnia e associazione culturale. Sotto la regia di Emanuele Valenti questo gruppo di giovanissimi porta in scena al Teatro Sybaris ore 20.30 Il Signor Pourceaugnac una rivisitazione di Molière, sporcato dalla commedia dell’arte napoletana e intriso della più cruda vita reale. Un viaggiatore arriva a Napoli per sposare una giovane donna, ma la città lo respinge nei modi più impensati, intrighi, complotti e compromessi ostacolano il suo percorso di straniero in una città a lui straniera. Tutto condito da un pizzico di sarcasmo e comicità.
A seguire alle 22.15 nella Sala 14 del Protoconvento Che disgrazia l’intelligenza! Sotto la regia di Alessio Pizzech si riunisce un gruppo d’attori; un incontro fortuito, umano e artistico che li porta a cimentarsi con un testo classico tratto da Griboedov. Caskij è il protagonista di un viaggio di andata e ritorno dalla sua terra, un ritorno amaro in una terra non più ospitale, dove ciò che era amore diviene opportunismo e violenza. Il mondo della sua infanzia si è ribaltato e con esso i suoi valori, l’ingegno è un difetto, una capacità pericolosa e come tale va eliminata. Un testo che incrocia pensieri ormai all’ordine del giorno, in un’Italia governata da chi fa a botte con la giustizia, e dove i media puntano il dito contro chi prova ad alzar la testa, dove la menzogna diventa verità.
L’importante è non mentire mai al proprio pubblico, insegnava Frie Leysen organizzatrice di Theater der Welt, solo così resterà fedele; speriamo che anche quest’anno si rinnovi questo sodalizio, tra palco e platea.

Camilla Toso

Come uno scarafaggio sul marciapiede

Recensione a Come uno scarafaggio sul marciapiede – regia di Antonino Varvarà

È luogo comune ormai pensare che sia il malessere più che il benessere a rendere l’uomo creativo, che sia la necessità o l’assenza di qualcosa a smuovere l’intelletto e a stimolare la produzione di forme artistiche che siano allo stesso tempo espressione e catarsi. Forse è per lo stesso motivo che da qualche tempo gli artisti vengono percepiti dalla società come gli eterni scontenti, ancor più di recente la parola “crisi” ha fatto irruzione nel nostro vocabolario quotidiano e il disagio, la disillusione hanno ricominciato a battere alla porta.

come uno scarafaggio sul marciapiede

foto Tommaso Saccarola

È proprio da questi fermenti che nasce il nuovo spettacolo scritto e messo in scena da Antonino Varvarà: Come uno scarafaggio sul marciapiede. Il male in ogni sua declinazione aveva aperto la stagione del Teatro Aurora – il tema lanciato da Giovani a Teatro come fil rouge della sezione Esperienze – e ha letteralmente contagiato le iniziative del vicino teatro gestito da Questa nave: la nuova produzione ne è l’ultimo esempio.

Nonostante il titolo decisamente insolito, non vi è alcun rimando a Kafka: il testo scritto dallo stesso Varvarà è piuttosto un dialogo interiore che si incrocia tra i pensieri del protagonista.

Una scena vuota, un uomo, con cappello e cappotto, in mano una valigia. Qualcosa di impercettibile fa intuire che se ne sta andando; ad accompagnare i suoi passi le musiche di Sigur Ross e una voce fuori campo, il suo pensiero interiore. Lentamente la scena si popola: tre figure, tre donne, vestite in bianco, grigio e nero occupano altrettante sedie rosse.

foto di Tommaso Saccarola

Le scelte cromatiche, estremamente semplici, acquistano, con lo scorrere del tempo, sempre più valore. Lo spazio, dapprima assolutamente privo di connotazione, pian piano assume un ruolo fondamentale. È il testo a creare l’immagine, un affondo tagliente e doloroso negli angoli più bui dell’animo umano, tutto quel che si vorrebbe dire e non si è mai detto; una poesia dolce carica di rinuncia e disillusione. È attraverso le parole che i pensieri prendono forma, ecco allora che la scena sembra essere un parallelo della mente dell’uomo, che rivanga il passato: tutte le sue scelte, i suoi incubi, i suoi ricordi migliori. Le tre donne altro non sono che tre momenti della sua vita, o – volendo astrarre ancor più – tre “pensieri” quasi una scala cromatica delle sfumature dei sentimenti dell’uomo. Le chiavi di lettura sono molteplici, il testo lascia aperte diverse interpretazioni, ma è sempre la parola ad avere il sopravvento.

Lo spettacolo infatti si regge principalmente sulla poesia e sulla verità scatenate dalle parole scritte dal regista, non vi è una storia, vi è un susseguirsi di scene fini a se stesse. L’integrità della performance è frammentata da bui continui e forse non sempre indispensabili. Sebbene le parole siano forti, gli attori della giovane compagnia Trepunti, nonostante il forte slancio poetico, stentano a sostenere i ruoli, forse la mancanza di veri e propri personaggi non li aiuta a reggere la scena e la presenza si indebolisce, facendo perdere il filo del discorso e la potenza delle parole. Un testo valido ma una messa in scena ancora fragile, sicuramente l’esperienza aiuterà la compagnia di attori a trovare una propria strada interpretativa e una sicurezza in più.

Visto al Teatro Aurora, Marghera

Camilla Toso

Schiume festival: alla ricerca di fondi

Spesso l’esperienza universitaria porta alla crescita e allo sviluppo di progetti comuni che abbandonate la aule divengono veri e propri percorsi professionali, molti i gruppi teatrali che conosciamo nati dall’ambito accademico: dalla giovane compagnia Pathosformel al gruppo di osservatori critici di Altrevelocità, fino alla stessa redazione del Tamburo di Kattrin.

Deserto dei Tartari - spazio La Polveriera

Insomma l’università è un’incubatrice di nuove creatività che – all’interno di questo ambiente protetto – trovano stimoli e sostegno per avviarsi all’attività professionale. È questo il caso del collettivo La Periferia che organizza per il secondo anno il Festival Schiume che – nato con i fondi del Senato degli studenti IUAV – sembra essere davvero ambizioso. A partire dal luogo in cui si svolge: Forte Marghera, costruito per proteggere la città è stato utilizzato come spazio militare e poi successivamente abbandonato; all’interno di un parco di quarantotto ettari circa una trentina di edifici con superfici che spaziano dai 100 mq ai 2000 mq restano per lo più inagibili, solo alcuni sono attivi grazie all’intervento della MarcoPolo System g.e.i.e.società che si è presa carico di stilare alcune linee progettuali per il futuro del Forte. Tra queste rientra il progetto Peforma che vede numerose associazioni culturali lavorare alla preparazione di eventi tesi a rivitalizzare l’affluenza dei cittadini nel parco. Nel 2010, in collaborazione con l’Associazione culturale Controvento e la MarcoPolo System g.e.i.e. , il gruppo La Periferia (formato da Irene Liverani, Alessio Mezzarobba, Simone Montella, Mattia Pagura, Carlotta Scioldo, Alessandro Vincenzi) realizza la prima edizione del festival utilizzando gli spazi della Polveriera francese per allestire performance, concerti e installazioni video. I fondi sono quelli universitari e bastano a coprire le spese tecniche  e a dare un minimo di rimborso per il  trasporto ai partecipanti.

Quest’anno gli obiettivi si ampliano, l’università è finita, il gruppo si costituisce come gruppo informale e fa domanda per avere i soldi della Comunità Europea, un piccolo fondo destinato proprio a progetti che hanno bisogno di una spinta sul nascere. Non si hanno ancora risultati, ma nel frattempo i ragazzi si muovono cercando sponsor e sostegno dalle politiche giovanili e dal comune, quest’ultimo per sostenere la causa aspetta di sapere se il progetto è finanziato dalla Comunità Europea… Insomma un cane che si morde la coda e il tempo passa. La determinazione è tanta. «L’idea è quella di realizzare un nuovo circuito per la performance contemporanea, dare l’opportunità a giovani artisti che non riescono ad entrare in circuiti affermati di mostrare i loro lavori» spiega Carlotta Scioldo che si occupa della progettazione e della programmazione. Da qualche mese è online il bando per partecipare al festival – scadenza il 31 marzo. Sicuramente vale la pena fare l’esperienza per  vedere un luogo unico nel suo genere e sostenere un progetto che merita di andare avanti.
Le potenzialità dello spazio sono infinite, il Forte potrebbe ospitare un vero e proprio centro di produzione culturale e benessere, ma le risorse in gioco dovrebbero essere davvero elevate per sperare nella riqualificazione totale dell’area. Ora come ora speriamo
semplicemente che iniziative come Schiume trovino un minimo di spazio e sostegno nelle politiche culturali degli enti pubblici e privati.

Camilla Toso

Edipo: Il Lemming si fa in mille!

Quando si inizia un progetto non si sa bene quale sarà il percorso e soprattutto quando finirà; a maggior ragione  se si comincia a lavorare ad uno spettacolo teatrale. Quando Massimo Munaro si imbarcò nel viaggio dell’Edipo – ormai quindici anni fa – lo fece partendo da alcune semplici intuizioni: Edipo doveva essere bendato e – ancora più importante – doveva essere uno spettatore.
A partire da questa prima immagine (avuta già nel 1995 durante un laboratorio propedeutico) il regista veneto iniziò un percorso volto alla ricerca intorno al mito d’Edipo per uno spettacolo pensato per un unico spettatore. Un esperimento ardito, aperto a tutte le persone che volessero prendervi parte: attori e studenti anche senza esperienza. Il laboratorio aveva come titolo EDIPO – I cinque sensi del teatro; per tre mesi il gruppo formatosi sotto la guida di Munaro iniziò un percorso del tutto nuovo – anche per il regista stesso – che si basava su una sperimentazione continua del fare e del sentire dell’attore. Coinvolgere una s
ola persona voleva dire cominciare da una relazione personale e profonda, una relazione uno a uno, dove uno è lo spettatore e uno sono gli attori; se egli “impersonava” Edipo, loro – che agivano con lui e per lui – avrebbero dovuto essere una cosa sola, un coro. Ciò che interessava veramente a Massimo Munaro era cambiare la relazione attore-spettatore e riportarla al grado zero; affidare ai sensi e alle emozioni una drammaturgia che non era fatta dalle parole ma piuttosto dalle reazioni della persona coinvolta.  Far “vivere” il mito di Edipo – dall’uccisione del padre all’incesto con la madre – ad un unico interlocutore, completamente isolato dalla massa-pubblico che protegge e intorpidisce l’individualità, metteva a dura prova gli attori. Per questo il processo di lavoro e la creazione dello spettacolo si basarono su un principio di Ascolto-Adeguamento-Dialogo: una vera e propria tecnica che il gruppo andò imparando tentativo dopo tentativo, sperimentandola dapprima sul regista – che guidava gli attori da dentro l’azione – poi sugli attori stessi a turno.
Tre mesi di ricerca, confronto, dialogo e riflessione portarono alla nascita di uno degli spettacoli storici di Teatro del Lemming. Quindici anni fa era raro avere a che fare con spettacoli per un pubblico così ristretto – oggi ormai diffusi seppur molto lontani dall’esperienza di questo gruppo – e soprattutto era raro che il coinvolgimento fosse totale sia a livello sensoriale che fisico e psicologico; fu così che Edipo esplose e che la poetica della compagnia di Massimo Munaro si delineò e diede vita alla Tetralogia dello spettatore: una serie di spettacoli incentrati a rivalorizzare e approfondire questa prima esperienza. Edipo divenne lo spettacolo-manifesto della compagnia e continua ed essere rappresentato ogni anno fino ad oggi.

Ma il ciclo vitale di questo lavoro non finisce qui e con il 2011 la compagnia approda ad un nuovo traguardo: trasmettere l’esperienza e condividerla. Sostenuto dalla Fondazione di Venezia, nell’ambito del progetto Giovani a Teatro, il percorso si amplia e diviene l’Edipo dei mille. Tra febbraio e marzo sono stati selezionati trenta attori – a seguito di due laboratori propedeutici – che porteranno in scena Edipo in cinque luoghi differenti per dieci giorni consecutivi. Questo implicherà il coinvolgimento di circa 1000 spettatori in poco più di un mese (oltre a Venezia e Mestre saranno altre le città “occupate”). Tra i luoghi interessati: la Torre in piazza Ferretto, il Teatro Momo e il Teatro Poli a Santa Marta.
«L’azione di pochi è in grado di produrre grandi trasformazioni»,
sono le parole di Massimo Munaro: come per gli uomini di Garibaldi, anche ai giovani che parteciperanno spetta un’impresa altrettanto ardua, trasformare l’utopia di Edipo in un atto concreto. Nell’era della comunicazione di massa, dello spettatore passivo e narcotizzato, questa azione spettacolare si pone uno scopo preciso: portare il tragico e la catarsi di un atto teatrale – inequivocabilmente forte – ad un ampio numero di spettatori, coinvolgendoli con una partecipazione attiva e senza alcuna mediazione in un avvenimento che ha tutte le carte per essere considerato una prima scintilla per un’epidemia teatrale.

Camilla Toso

Thom Pain secondo Elio Germano

Recensione a Thom Pain (Basato sul niente) – regia di Elio Germano

Nell’ampio panorama delle cosiddette nuove drammaturgie si va delineando sempre più un filone a cui molti attori e registi italiani iniziano ad attingere riscontrando anche grandi successi. Si tratta di un genere che porta in scena molte psicopatologie della società contemporanea: il singolo, la collettività, lo sradicamento dei rapporti, l’individualismo come disagio sociale.

foto di R.Baldassarre

Thom Pain, scritto dall’autore americano Will Eno, è uno di questi testi ed è stato scelto da Elio Germano per ritornare al teatro come attore e regista, dopo il successo televisivo cinematografico. Thom, il protagonista, si presenta attraverso solitudini e ossessioni. Si esibisce in un lungo discorso frammentato e discontinuo, nel quale si intravedono i brandelli di due storie – quella di un bambino che perde il suo cane (morto fulminato) e quella di un ragazzo che impazzisce per la fidanzata che lo ha lasciato. Un monologo estenuante e continuamente interrotto dallo stesso Thom che, nel ripetuto rivolgersi al pubblico con domande commenti e divagazioni, si perde nel corso dei suoi stessi pensieri. Basato sul niente, recita il sottotitolo, non vi è nulla in scena tranne l’attore, non vi è una vera e propria storia, tranne quella delle perdite e della frustrazione del personaggio. Germano è certamente un maestro nel trasmettere la nevrosi di Pain, una frenesia compulsiva che si scioglie in silenzi e sguardi, in tic ed espressioni. L’attore interviene appellandosi al pubblico, parlando dalla platea, facendo domande: tutto è scritto ovviamente, tutto è calcolato e volto a trasmettere quel fastidioso senso di inadeguatezza che perseguita il protagonista e che dovrebbe coinvolgere lo spettatore nella spirale joyceiana dei pensieri di Thom. Questo tipo di interazione ricorda molto quella di My arm dell’inglese Tim Crouch (dieci anni più giovane di Eno); il testo, pubblicato quasi contemporaneamente, ha come fuoco le vicende che accadono al personaggio dal momento in cui  – un giorno della sua infanzia – decide di alzare il braccio e di restare così per tutta la vita, in segno di protesta. Anche qui continuamente l’interprete chiama il pubblico e gli chiede di partecipare, donando oggetti personali, facendo domande aperte e aspettandosi una risposta. Anche qui tutto è calcolato, tutto è previsto, ma una differenza sostanziale separa le due opere: mentre in Crouch lo spettatore ha la netta sensazione che l’attore stia improvvisando e si aspetti una risposta agli stimoli che gli vengono posti, il testo di Eno sembra non lasciare spazio ad alcuna replica; il monologo di Pain è assolutamente introspettivo e volto alla fagocitazione di chi ascolta nel vortice di pensiero negativo che lo percorre.
Questo non ha niente a che vedere con l’interprete – Elio Germano ben sostiene questo personaggio così vero e tridimensionale – è piuttosto un gap, forse drammaturgicamente voluto, ma registicamente mal contenuto: ogni qualvolta egli si riferisce al pubblico anche con un certo slancio drammatico, dopo qualche secondo si smentisce e lo smentisce, cogliendolo in fallo. «Quando finisce l’infanzia?» (chiede Thom); esattamente quando inizia il disincanto, sembra volerci dire più e più volte. La ripetizione ciclica di battute e domande porta il personaggio in un loop che – nonostante sia costruito per stop e partenze – sbocca in un climax: mentre un finto spettatore siede in scena al suo posto, Thom/Elio di schiena, liberato dalla luce dei riflettori, si rivolge finalmente a se stesso sviscerando tutte le sue paure, riconnettendo i frammenti delle storie finora incomprensibili e tutto ad un tratto plausibili e chiare. L’attore esplode e scarica tutto il suo talento in un one-man-show che è un unico flusso di pensiero frenetico e farneticante. Germano sceglie un carattere calzante per il tipo d’attore che è, ma forse avrebbe potuto gestire in modo diverso la regia, che lascia insoddisfatti, leggermente sospesi, ancora increduli e incerti.

Visto al Teatro Universitario G. Poli, Venezia

Camilla Toso