Quattro incroci delle Buone Pratiche 2013

| 20/02/2013 | 0 Comments
Il tagcloud della giornata

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È una giornata-fiume, quella delle Buone Pratiche del Teatro, appuntamento diretto da Oliviero Ponte Di Pino e Mimma Gallina di Ateatro, che si svolge annualmente dal 2004: Firenze, 9 febbraio 2013, otto ore di interventi di artisti, critici, operatori, esperti (teatrali e non), che si muovono dentro e fuori i palcoscenici, le loro economie, il loro ruolo possibile e impossibile, la gestione quotidiana e i desideri, utopie e pensiero progettuale. Basta dare un’occhiata all’ordine del giorno per rendersene conto, o allo storify curato da Rosy Battaglia, che ricostruisce via twitter tanto il succedersi degli interventi che, soprattutto, delle reazioni che hanno suscitato fra gli ascoltatori in platea e a casa (la giornata è stata trasmessa in streaming da Studio28.tv). È anche disponibile un report dettagliato (curato con Maddalena Giovannelli di Stratagemmi), ma, per affrontare le questioni “calde”, le considerazioni e le proposte delle Buone Pratiche 2013, forse c’è una posizione “privilegiata” che si può cercare di assumere: mettersi all’incrocio dei singoli contributi, intercettando le eco che li richiamano fra loro e inseguendo i numerosi rimandi che hanno rintessuto, man mano, le fila della giornata (anche perché, se si deve fare un piccolissimo appunto all’impostazione – fermo restando il merito per l’impegno, unico nel nostro ambiente, di raccogliere una volta l’anno nella stessa stanza i molti volti dell’Italia teatrale, a guardarsi in faccia, a parlare di politiche, idee, proposte e problemi –, è proprio quello della frontalità dell’esposizione, all’interno di cui, alle volte, è possibile avvertire la mancanza di momenti dedicati alla discussione pubblica, al confronto diretto, al dibattito, che sarebbero previsti in chiusura). Si può rintracciare qualche parola-chiave, che torna più delle altre, qualche concetto che evidentemente sta a cuore e/o gira il dito nella piaga; qualche idea che ritorna, a gran voce o sussurrata, qualche stimolo che sembra non voler lasciare le teste, le voci e il tavolo allestito nell’Auditorium di Sant’Apollonia con la collaborazione della Fondazione Toscana Spettacolo. In quegli incroci, le istanze e le direzioni si sovrappongono, rintracciando una fotografia, seppure mossa e varia, di che cos’è – ma soprattutto di cosa potrebbe diventare, visto che si parla di Buone Pratiche – il panorama italiano delle arti performative. Si può anticipare che si muove, oltre la lente economica che in tempi recenti ne ha dominato la lettura, fra concetto di bene comune (con coraggiosi quanto delicati equilibri fra pubblico e privato) e welfare, fra strategie inedite volte alla sostenibilità e la partecipazione (più che formazione) del pubblico.

La cultura, bene comune fra pubblico e privato

foto di Oliviero Ponte Di Pino

foto di Oliviero Ponte Di Pino

È del giorno prima la notizia dell’ennesimo mastodontico taglio al Fondo Unico per lo Spettacolo: 20 milioni di euro in meno, anche se il Direttore Generale per lo Spettacolo dal vivo, Salvatore Nastasi, special guest della giornata, rassicura sul possibile reintegro in corrispondenza della prossima manovra finanziaria.
Parlare di Fus non significa soltanto parlare dei fondi ministeriali che ogni anno l’Italia dedica allo spettacolo dal vivo: del loro progressivo e inarrestabile assottigliamento, dell’inadeguatezza delle ripartizioni e categorie, così come di alcune forme e criteri, innanzitutto quelli quantitativi, che ne impediscono l’accesso alle realtà più giovani e innovative; parlare di Fus vuol dire parlare di finanziamento pubblico alla cultura e, dunque, di un altro tema che ha sollecitato molto l’ambiente negli ultimi mesi: quello del bene comune. Giulio Stumpo, coordinatore del primo panel Economia della cultura e buon governo del teatro, introduce il tema come primo all’ordine del giorno, invitando i relatori a soffermarsi sulla questione dei rapporti fra pubblico e privato, le due polarità in gioco in tutte le esperienze che si inseriscono nel frame della cultura bene comune.
Partiamo dal pubblico, perché, checché se ne possa dire e qualsiasi cosa ci possiamo inventare (Kattrin, dal fundraising al crowdfunding, ovviamente non fa eccezione), per sviluppare iniziative di carattere culturale, nel contesto di un pensiero progettuale di lungo periodo e di una messa in rete ormai essenziale, il sostegno da parte dello Stato è fondamentale e va rivendicato. Non solo a livello nazionale, ma anche a livello europeo: «Meno F35 e più cultura, meno quote latte e più cultura», sintetizza bene Carlo Testini con uno slogan che racconta di quanto l’Italia, pur essendo la pecora nera d’Europa per i finanziamenti alla cultura, non sia sola: pare che negli ultimi giorni di dibattimenti a Bruxelles, si siano fatti i salti mortali per salvaguardare gli aiuti in ambito agrario, mentre si sono decurtati i fondi per cultura e conoscenza. Ma anche viene ribadita, a grande grandissima voce, la necessità di rivendicare per gli enti pubblici un ruolo centrale, quando non in termini di risorse, quantomeno in quelli di responsabilità, riferimento e coordinamento.
Per passare dall’altra parte, al privato, ci sono realtà, come quella della Fondazione Cariplo di Milano, che, in coincidenza della consueta latitanza (responsabile dell’attuale degrado almeno quanto l’insufficienza di risorse) delle istituzioni pubbliche, ha preso in mano la gran vivacità performativa del territorio e ne ha prodotto stimoli, garanzie non solo di sopravvivenza ma di crescita, opportunità per artisti e pubblico. Per restare sui temi all’ordine del giorno, è utile citare l’intervento di Lisa Cantini del Funaro, realtà privata che opera da 10 anni a Pistoia: «quando c’è un privato che investe risorse per anni in un progetto che poi si rivela virtuoso, a quel punto, è possibile che il pubblico segua il privato, che lo appoggi e lo accompagni?». La domanda era rivolta al Direttore Nastasi, ma si può tranquillamente girare a tutti quanti, amministratori di ogni ordine e grado, ma anche colleghi, che ancora si interrogano sulle buone intenzioni dell’intervento privato nella cosa (che avrebbe dovuto essere) pubblica. Il tema, naturalmente, è a dir poco delicato: che il privato intervenga nel pubblico laddove c’è un vuoto (economico, relazionale, istituzionale) è un’immagine che non può non possedere risvolti di inquietudine anche legittimi; ma la triangolazione fra produzione artistico-culturale, intervento individuale e coordinamento statale è ormai una necessità ed è quanto mai necessario che, in coincidenza di una volontà di contributo altrui, l’ente pubblico assuma una responsabilità diventandone riferimento. Come ogni impianto relazionale, se ben gestito, sta dando e darà i suoi frutti. Ci sono poi esperienze – quella ormai celebre del Valle, che sta per trasformarsi in fondazione, e quella più giovane del Teatro Rossi Aperto di Pisa, solo per citare i presenti a Firenze – che, partendo dai concetti-chiave della cittadinanza attiva, della riappropriazione collettiva della cosa pubblica e dell’intervento contro l’incuria, hanno stimolato il pensiero su nuove modalità di partecipazione, portando a una profonda risignificazione degli stessi termini “pubblico” e “privato”.

Non solo Fus: il teatro e la cultura dopo la “sbornia economicistica”
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L’altro nodo della questione, che torna con forza attraverso diversi interventi, è quello della necessità di mettere lucidamente un freno alla “sbornia economicistica” − la definizione è di Lucio Argano − che ha imperversato di recente non solo sulle prime pagine di tutti i giornali e al primo posto nelle agende di governo, ma anche all’interno delle politiche culturali. Basti pensare a tutti gli assessori che, negli ultimi tempi, misurano i festival in termini di impatto economico: l’emblema di Argano è a dir poco efficace. Per creare iniziative e svilupparle, l’abbiamo già detto, è necessario il finanziamento pubblico, sono tutti d’accordo; ma non è possibile leggere la produzione culturale e artistica (e non solo quella) esclusivamente in termini economico-finanziari. Anche questo è un leitmotiv potente della giornata, che rieccheggia da un intervento all’altro.
Infatti, all’ordine del giorno, c’è tutto il versante della vita quotidiana, della gestione e della pratica del lavoro − questioni che, è incontestabile, hanno a che fare con i soldi; ma che sono anche (e innanzitutto) etica, diritti, mentalità progettuale e sostenibilità. Basti vedere cosa non si sono inventati gli operatori che hanno presentato, nel pomeriggio, le proprie Buone Pratiche. Prosa et Labora è un progetto che, a partire da un festival che si focalizza sulle condizioni di lavoro nel settore, darà vita a un centro di consulenza, offrendo servizi in ambito legale, fiscale, progettuale. E c’è un gruppo di organizzatrici milanesi, AV Turné, che sta creando un portale per stimolare e far incontrare domanda e offerta teatrali, colpendo nel segno il gran nodo della difficoltà di vendere e distribuire teatro di questi tempi: la Galleria dello Spettacolo (GASP) è un database di spettacoli che funziona come un normale motore di ricerca commerciale (in cui si cerca un prodotto secondo alcuni criteri: scheda tecnica, costo, ecc.), che, in particolare, stimola la riconsiderazione anche di spazi e realtà non teatrali (ma “teatrabili”, dicono loro), come musei e residenze private. Sullo stesso tono il progetto Terzo paesaggio di Andrea Perini, altro operatore milanese che sembra aver particolarmente a cuore la sostenibilità della produzione e della distribuzione, a partire − paradossalmente, con tutte le cattive pratiche del nostro ambiente, è proprio il caso di dirlo − dal proprio pubblico potenziale: il progetto si inaugura infatti con un lungo viaggio-inchiesta per tutta Italia, per cercare di scoprire cosa cerchi il pubblico nel teatro; vuole indagare mercati extra-teatrali (come le feste private, in cui si ricollocano i consueti rapporti con la committenza), proporre soluzioni eco-sostenibili e lavorare su un viral marketing tutto particolare, che si fonda, fra le altre cose, su un kit di promozione auto-costruito e quindi facilmente riproducibile da chiunque. Neanche a dirlo, Terzo paesaggio farà il proprio debutto pubblico a “Fa’ la cosa giusta”, fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili in programma a Milano.

Le buone regole del buon governo. Una per tutte: sostenibilità

Giuliano Scabia - foto di Giulio Stumpo

Giuliano Scabia – foto di Giulio Stumpo

L’intervento di Giuliano Scabia ruota tutto intorno al tema delle regole, che si rivelano in effetti fondamentali quando si vuol parlare di “buon governo”: “teletas”, “le regole per ballare”, le prende dalle Baccanti di Euripide (e sappiamo cosa succede, alla fine, a Penteo, che non le rispetta), in cui l’autore, preoccupatissimo per la propria polis che le stava infrangendo tutte e andando a rotoli, mette in guardia i cittadini sull’osservanza delle regole. Una per tutte, che, come si sarà già visto, rincorre lungo tutta la giornata: sostenibilità. Per avvicinare un tema così presente − dai teatri occupati di cui si è detto alle Buone Pratiche appena ricordate, fino alla volontà di ribellarsi alla “sbornia economicistica” che sembra aver ucciso la realtà −, si può percorrere la strada in compagnia di Monica Amari, il cui intervento ha emblematicamente chiuso la sessione fiorentina; autrice di un libro dal titolo a dir poco calzante (Manifesto per la sostenibilità culturale), è una guida utile per andare a rintracciare il senso di termini e prospettive che sembrano ormai calcificate (e dunque, spesso, disinnescate) dall’uso comune e disinvolto che se ne fa ogni giorno. Ha raccontato del proprio percorso di ricerca, nato da una domanda che è nelle teste e sulla bocca di tutti: perché salvare l’ambiente e l’industria, l’agricoltura e l’economia, ma non la cultura? La risposta che si è data risale all’impostazione del documento europeo per i modelli di sviluppo, siglato a Lisbona nel 2008: l’Unione interveniva in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale, prevedendo quindi per questi tre settori finanziamenti e interventi che ne stimolassero processi e condizioni di sviluppo; della cultura neanche l’ombra. È un buon inizio (ed è stato un ottimo finale), ma a ripercorrere le Buone Pratiche 2013, il tema della sostenibilità non si ferma qui: merita una nota il panel sulle selezioni coordinato da Giovanna Marinelli, in cui le relazioni sono andate a scavare con tenacia tanto fra le buone regole del buon governo (tanto per dirne qualcuna, l’esperienza dei selezionatori e gli eventuali conflitti d’interesse) che sull’altra faccia della medaglia, ovvero quella della sostenibilità: un punto capace, non certo di riassumere la complessità dei discorsi, ma quanto meno di rendere l’idea è quello, duplice, della contestualizzazione e delle finalità. «Uno dei maggiori guai dell’umanità non consiste nell’imperfezione dei mezzi, ma nella confusione dei fini», è la citazione da Einstein che la Marinelli appone all’incipit del proprio panel: il richiamo lampante è di Renato Palazzi, che trova una buona regola delle selezioni e dei selezionatori nel produrre forme e bandi quanto mai specifici e precisi, tagliati sulle espressioni con cui ci si trova a confrontarsi; è così che il Comune di Milano non eroga convenzione a teatri in genere, ma si avvale di contributi ad hoc, ad esempio, per coloro che operano su quartieri periferici o che non fanno della presentazione di spettacoli il proprio centro operativo, ma si impegnano in residenze e laboratori. C’è sempre un territorio di riferimento, che va ascoltato: è anche la prospettiva di Ilaria Fabbri (Regione Toscana), per cui «le leggi non si fanno nelle solitudini dei nostri uffici o delle nostre case»; è da qui che è nato il progetto regionale delle residenze, provando a dare una forma a espressioni già manifestate e radicate presso il territorio in cui si opera.

Dalla formazione del pubblico allo spettatore attivo

foto di Rosy Battaglia

foto di Rosy Battaglia

Finalità chiarissime e capacità di ascolto, di contestualizzare il proprio intervento declinandolo site-specific, sono le due polarità della questione della sostenibilità che segnano anche il panel dedicato al pubblico e alla sua formazione, l‘altro attratore intorno a cui sembrano muoversi e incontrarsi gli interventi della giornata, fra testimonianze e proposta di Buone Pratiche in fase di messa a punto o progettuale. La domanda è lanciata dai padroni di casa, la Presidente (Beatrice Magnolfi) e la Direttrice (Patrizia Coletta) della Fondazione Toscana Spettacolo: proprio oggi, in tempi di pluri-ribadita crisi, è importante capire perché gli spettatori continuino a concedersi il lusso di andare a teatro. Risposte fra loro simili arrivano in frammenti nel corso della giornata: per dirla in breve, si va perché a teatro è una cosa che non si consuma soltanto, si fa, e per di più assieme; una posizione per tutti, restando in tema di sostenibilità culturale, è quella di Andrea Nanni, direttore di Armunia, che nei suoi anni di lavoro sembra aver profondamente trasformato il festival estivo di Castiglioncello, ritrovando un impianto di relazione inedito con i cittadini e il territorio: dalla presenza negli istituti scolastici del livornese − «è un lavoro che si fa con, non su le scuole» − ai percorsi con le scuole di danza in collaborazione con Virgilio Sieni, dal coinvolgimento del coro di Rosignano assieme a Federico Tiezzi, a Foresta bianca, album di storie locali costruito da un gruppo di giovani guidati da Massimo Balduzzi e Stefano Laffi a partire da fotografie e racconti di famiglia. Un approccio del genere è a dir poco emblematico di cosa possano significare oggi termini spesso svuotati, ma mai abbastanza sviscerati, come cittadinanza attiva e partecipazione, rapporti con il pubblico e con il territorio.
La cultura non è solo intrattenimento e svago: per Carlo Testini fa parte a pieno titolo del welfare, corrispondendo a una fetta importante del benessere del cittadino; per Monica Amari, la cultura serve a creare valori e modelli di comportamento condivisi, a interiorizzare le regole e, dunque, a diffondere l’etica e forse proprio per questo, sospetta, non è stata inclusa fra i modelli europei di sviluppo, emarginazione che ha reso più facili tagli e disattenzioni. Ma, per uno Stato che taglia e non ci vede, ci sono i tantissimi occhi degli operatori e degli artisti: così, mentre la resistenza e la sopravvivenza si sono fatte pratiche di ordinaria follia che si assottigliano sempre di più (e non solo in questo settore), gli spettatori continuano ad andare a teatro. Perché, l’aggancio viene da Armunia, ma è Oliviero Ponte Di Pino a esprimerlo, negli ultimi anni – complici tutte le iniziative, e altre, che si sono viste in questa direzione –, si assiste a un passaggio dallo spettatore tradizionalmente inteso (il fruitore di spettacoli) allo “spettatore attivo”, che viene coinvolto nei processi, partecipa e crea, condivide e si confronta (con artisti e altri spettatori), vive collettivamente l’esperienza artistica e – nonostante la crisi, i tagli, l’incuria – continua a farne un centro della propria esistenza di cittadino.
Indubbiamente, a sanare le condizioni sempre più indicibili del settore, non saranno sufficienti né tutte le straordinarie invenzioni degli operatori e forse nemmeno la diffusione dello spettatore attivo; ma, se questo è il punto di partenza rinegoziato insieme ogni giorno, c’è da restare a vedere, nei prossimi anni, chi avrà il coraggio di chiudere una stagione o tagliare le gambe a un festival, che energie si troverà davanti a difendere il teatro.

Roberta Ferraresi

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Category: Approfondimenti

About the Author (Author Profile)

Roberta Ferraresi si occupa di teatro dal 2004. Ha da poco concluso un dottorato all’Università di Bologna; ha lavorato nelle redazioni di festival e teatri nazionali e curato laboratori di critica teatrale presso diverse rassegne di arti performative. È membro della Commissione Consultiva Teatro del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per il triennio 2014/2017.
Collabora dal 2009 con “Il Tamburo di Kattrin” e scrive su “Doppiozero”.

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