Fopa 2009

Suggestioni Manipolate

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Serata internazionale di manipolazioni e atmosfere magiche la terza ed ultima in programmazione al FoPA09 di Pola: in scena il danese Senor StetS al magazzino ex-Porrer e lo spagnolo Migui Mandala Sol all’ex-Istra.

Cuerdo è uno spettacolo che sta tutto in una valigia: pochi elementi – tre corde, alcune trappole per topi, un megafono collegato a un vecchio mangiacassette, un pesciolino finto ed un amo – bastano all’artista per affascinare il pubblico con un lavoro costantemente in bilico tra il clownesco e la poesia. Attraverso la manipolazione di oggetti, le corde divengono occhiali o sinuosi serpenti, il suo volto si trasforma, diverte una platea entusiasta di assaporare un’atmosfera quasi d’altri tempi, retrò, da artista girovago che non ha bisogno di escamotage tecnologici, ma che si affida completamente alla sua bravura ed alla capacità di creare fin da subito una grande complicità con gli spettatori, spesso sorpresi ed emozionati.

foto di Alvise Nicoletti
foto di Alvise Nicoletti

Ogni volta che Senor StetS fruga nella valigia, come se tutti fossero tornati bambini, si attende in trepidante attesa cosa ne estrarrà per regalare nuovi piacevoli momenti: da giocoliere si trasforma in improbabile fachiro, per poi diventare mostro, danzatore, e tornare, di nuovo, pallido clown, senza interrompere mai il suo muto dialogo con il pubblico, che non può fare altro che rispondere con numerosi e meritatissimi applausi. Cuerdo è uno spettacolo da vedere perché regala quaranta minuti di leggerezza e fascinazione, perché ricorda e dimostra che un bel lavoro teatrale può essere semplicissimo ed economico, andando a rivisitare le radici più popolari di quest’arte. Come la vissuta valigia di pelle, tutto lo show sta sulle spalle di un artista che non si risparmia mai, un contemporaneo Charlot che sa rendere magica la semplicità.

foto di Alvise Nicoletti
foto di Alvise Nicoletti

Semplicità e magia, ma dal chiaro sapore orientale, tornano anche in Mikado di Migui MandalaSol, che, uscendo da una gabbia, fa librare nello spazio bacchette flessibili, trasformandole e trasformandosi con esse, in una sequenza gestuale ispirata alla danza Butoh giapponese. Sul raffinatissimo tappeto sonoro dei Selva de Mar, che contribuisce alla forza ammaliante del lavoro, l’artista spagnolo dipinge nello spazio una coreografia curata e minimale. Mikado è un lavoro sulle metamorfosi – spaziali, fisiche e materiali – dei dettagli, che si trasformano con perizia e costanza, di continuo. Di difficile comprensione probabilmente per l’uso di un linguaggio non abituale e poco conosciuto, la performance chiede, forse, non di essere capita ma solo assaporata; nel tentativo che qualche metamorfosi avvenga, emozionalmente, negli spettatori.
Il simbolismo, criptico, della coreografia lascia così spazio ad una visione meno concettuale, trasportando gli spettatori in un’atmosfera lontana e suggestiva che Migui MandalaSol dimostra di saper creare grazie alla sua concentrata presenza che in ogni piccolo gesto è sempre carica di un’energia che non può non essere percepita.
La metamorfosi, quanto è meno plateale, tanto più costringe ad una visione più attenta ed a una riflessione sullo spazio, sul corpo e quindi sull’uomo, che si manifesta nella sua bellezza proprio nei dettagli più nascosti, spesso non presi in considerazione, alla riscoperta di una diversa consapevolezza di sé e del movimento.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

 

Visti all’ex-Porrer e all’ex-Istra, Pola (Croazia)

Silvia Gatto

Scatoloni animati e Sinestesie in bianco

Recensione a I will surviveMaretta\Cavallari e a Sinestesie AmbientaliVisionAria e Shadow Sync

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Il FoPa – Festival of performing arts di Pola – si apre con due lavori altamente diversi tra loro, ma che coabitano il medesimo luogo: l’area dell’ex forno crematorio dell’ospedale vecchio di Pola. Da una parte scatole di cartone si animano celando sempre i performer, poco più in là il lavoro è tutto incentrato sul corpo di una ballerina vestita di bianco.

I will survive è una lenta costruzione di un mostro di cartone ideata e diretta da Giorgia Maretta ed Andrea Cavallari. La presenza umana (Andrea Rimoldi, Beatrice Sarosiek, Massimo Trombetta) resta sempre celata ma percepibile come energia che sorregge e muove la struttura, imponente e fragile nello stesso tempo. L’equilibrio sempre in bilico ed il tappeto sonoro, curato dallo stesso Cavallari, rendono questi scatoloni pulsanti, vitali, inquietanti quando sulla sommità della montagna-città costruita dai tre performer dominano, come un totem, un’antenna ed una ciminiera: simboli di una società che non sembra poter esistere in zone ‘senza campo’ e ormai sommersa dalle proprie scorie. Un originale marchingegno dalla fattura quasi infantile e molto divertente, raccoglie bottiglie di plastica che il mostro, ormai saturo, rivomiterà in forma di luci, andando a costruire uno skyline futuristico tutt’altro che promettente.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Anche se lo spettacolo è ancora da rodare, con alcuni momenti forse un po’ prolungati e alcune scelte registiche da rivedere – come il crollo della struttura nel finale, un po’ troppo prevedibile – la giovane compagnia ha il suo lato vincente in un’idea originale, coerente e di senso ed un apparato visivo che ha nei materiali poveri il suo punto di forza. In un panorama performativo e teatrale che ricerca, troppo spesso, un linguaggio innovativo fine a se stesso, altamente tecnologico ma svincolato da contenuti e realtà, gli scatoloni di Maretta e Cavallari sono tutt’altro che vuoti.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Pieni di immagini, risvegliate nella fantasia dello spettatore, di discariche, disastri ambientali, abusivismo edilizio e di un mondo sempre più in equilibrio precario, si percepisce, con piacere e partecipazione, che è stata la volontà di parlare di queste tematiche a determinare la ricerca del modo più efficace per comunicarle. E alla fine, infatti, per lo spettatore il titolo della performance prende, con timore e consapevolezza, un sinistro tono interrogativo: sopravviverò?

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Drastico cambio di atmosfera per la successiva performance, Sinestesie Ambientali, ideata da Massimo David (Shadow Sync) e Valeria Mastropasqua (VisionAria). Mettendo in pratica, in quattro momenti e spazi dell’area di San Michele, il concetto di sinestesia – fenomeno percettivo in cui differenti sensi si contaminano tra loro – il pubblico è invitato in un primo momento a ‘sorseggiare’ uno spettacolo di danza verticale: chiusa nel suo bozzolo di licra bianca sospeso in un arco, la danzatrice dà prova non solo di capacità tecniche ma anche performative, non riducendo mai la coreografia ad una mera dimostrazione di virtuosismo, ma ricercando con uno sguardo infantile e sorpreso il pubblico, a cui sempre si rivolge. Accompagnata dalle sonorità interessanti e ricercate di Massimo David, la Mastropasqua si fa seguire dal pubblico, salendo su una cisterna per raccontare lo spazio che si apre di fronte a lei, per poi arrampicarsi su un terrazzino diroccato dove gusta una cena mostrata attraverso dei colori al pubblico. Il quarto momento, che chiude Sinestesie Ambientali, è un video che ripercorre gli spazi toccati dalla performance, teso a sottolineare l’aspetto ‘space specific’ del progetto: non uno spettacolo precostituito, infatti, ma un lavoro che si struttura e si ripensa per ogni luogo in cui viene allestito, analizzato nei suoi aspetti sensoriali più significativi che vengono poi riproposti in forma di suoni, danza, luci e immagini proiettate.
Nonostante un’idea di partenza altamente concettuale, la performance si lascia facilmente seguire da tutti gli spettatori: la Mastropasqua incanta con le sue evoluzioni e la sua forte presenza scenica. Ma l’aspetto multisensoriale resta un po’ in secondo piano nella percezione di un lavoro che ancora deve crescere, e la struttura itinerante ma senza un percorso chiaro disorienta un po’ il pubblico, che finisce per vivere i quattro momenti della performance come scollegati tra loro, a scapito di un più sentito coinvolgimento.
La prima croata preannuncia, comunque, interessanti possibilità di sviluppo in una direzione ancora più sinestetica e strutturata, ma senza rinunciare all’aspetto di improvvisazione e trasformazione di cui Massimo David e Valeria Mastropasqua hanno dato prova di grande capacità.

foto di Alvise Nicoletti

foto di Alvise Nicoletti

Visto a San Michele – ospedale vecchio, Pola (Croazia)

Silvia Gatto