Silvia Gatto

L’amara battaglia di Delbono

Recensione a Dopo la battaglia – Pippo Delbono

Il Théâtre du Rond-Point, rinnovando una collaborazione decisamente consolidata con Pippo Delbono, ospita ancora una volta, nella capitale francese, la sua compagnia. L’artista ligure atterra così a Parigi con il recente Ubu in valigia per presentare al suo affezionato pubblico d’oltralpe Dopo la battaglia, insignito appunto dell’illustre premio come miglior spettacolo 2011. Produzione d’epoca berlusconiana dunque, che non disdegna alcuni affondi satirici – come un uomo mascherato che grida «meno male che Mimmo c’è!» – a partire proprio dagli antefatti: lo spettacolo avrebbe dovuto essere un’opera lirica, ma i tagli alla cultura perpetuati da anni lo hanno ridotto letteralmente all’osso.

Dopo la battaglia (Après la bataille) © DR

Non più orchestra, non più cantanti, nessun figurante: il regista invita gli spettatori a immaginarli, mentre sulle note del Macbeth verdiano una sorta di foto di famiglia vivente proietta l’immagine di un’Italia d’altri tempi che non sono però cambiati. È solo nella sua forma virtuale ed economica di file audio che la musica operistica può ancora permettersi di calcare il palco: sono echi, estratti, rovine pompeiane che, nonostante una politica disattenta al limite della criminalità, si cerca in tutti i modi di tenere in piedi. E su queste mura così cariche di storia dei tratti, in forma di costumi, spargono chiazze dei tre colori più rappresentativi del teatro d’opera in particolare e del teatro in generale: il nero, il bianco ed il rosso. Il nero degli smoking ma anche del lutto, il rosso cardinalizio ma anche delle rose della danza dedicata a Pina Bausch – ed eseguita in scena proprio da una danzatrice della compagnia della grandissima coreografa, Marigia Maggipinti – o il bianco dei tutù e dei camici, che è anche il candore degli abiti indossati dalle attrici che, nella dedica finale dello spettacolo, circondano Bobò.

Dopo la battaglia (Après la bataille) © DR

La politica italiana resta comunque solo il punto di partenza per un lavoro che allarga rapidamente lo sguardo, moltiplicando i mezzi espressivi, per guardare oltre il quotidiano. Ed è in uno spazio chiuso e dal grigiore claustrofobico che tutto si svolge: immagini, monologhi, incursioni video e performative si alternano in un montaggio volutamente non serrato, generante un flusso apparentemente casuale, per sviluppare un’indagine sull’infermità che da fisica si fa rapidamente mentale. Ma se la danza e la musica (presente anche dal vivo nelle toccanti note del violista Alexander Balanescu) creano sospensioni emozionanti liberatorie, è attraverso la parola che l’indagine si fa materica. Artaud, Kafka, Pasolini, Whitman: è con i loro versi o racconti che Delbono dipinge, con violenza pollockiana, la sottile trama del proprio lavoro. E con Dante: Ahi serva Italia, di dolore ostello/nave senza nocchiere in gran tempesta/non donna di provincia, ma bordello!
Su questi versi scema quel magnifico inno all’Italia (una ed unita) che è il Va, Pensiero; Bobò sventola il tricolore in un climax patriottico dal retrogusto amarissimo: è un’Italia senza più voce quella che compare tristemente sul palco, privata anche dei suoi simboli nazionali più tradizionali, violati dall’uso falsante di una certa ala politica mitomane più che melomane. E le parole di Dante, con i loro otto secoli alle spalle, risuonano di un’attualità che ferisce.

Ma se si volessero davvero analizzare tutti i momenti e passaggi di questo lavoro, si dovrebbero ampiamente sforare i limiti spaziali di un articolo. Dopo la battaglia procede con un movimento vorticoso che ingloba argomenti ampi e importanti: dalle carceri ai manicomi, agli immigrati, alle guerre, tanto per citarne solo alcuni. Forse troppi si potrebbe pensare, perché data la vastità li si può solo, nel tempo di uno spettacolo, sfiorare con la frustrante sensazione di mai afferrarne davvero qualcuno. È un viaggio allo sbando quello in cui Delbono conduce, consapevole, la platea, stridente e gridato, oscuro ma con improvvisi lampi di dolcezza e delicata bellezza o brevi pause d’ironia, in cui si alternano così tanti momenti che alla fine, quando si rimette piede a terra, resta ancora un po’ di mal di mare. E forse il suo teatro chiede questo: non lo si può vivisezionare o analizzare al microscopio; occorre lasciarsi attraversare dalla tempesta per rendersi poi conto, nell’inevitabile quiete che segue sempre, cosa sia successo. Nella memoria restano frammenti, stralci di versi laceranti; il ricordo di chi non c’è più ma che ha dato tanto al teatro e alla danza; nelle orecchie risuonano ancora note delicate, e che vanno protette; rimangono impresse immagini potenti ed indimenticabili. Eppure resta anche un po’ d’amarezza. Nonostante lo spettacolo a prima vista sembri un compendio maturo della poetica teatrale di Delbono, manca forse l’ingrediente più impalpabile ma che da sempre ha caratterizzato, rendendolo magico, il suo teatro: la gioia. Un sentimento puro quanto raro che compariva come inattese piccole lucciole in tutti i suoi spettacoli; una briciola di speranza dalla forza incredibilmente vitale disseminata negli angoli più bui e improbabili della vita umana, e che Delbono ha sempre saputo cogliere per poi porgerli in dono al pubblico. Come, per esempio, ha saputo vedere negli occhi di Bobò la voglia di vivere nonostante tutto; ma anche Bobò è sembrato così affaticato, quasi al limite dell’insofferenza, da dare per la prima volta l’impressione di non essere felice in scena.
Un’amarezza che purtroppo affievolisce tutto quanto (e tanto) di bello c’è senza dubbio in Dopo la battaglia.

Visto al Théâtre du Rond-Point, Paris

Silvia Gatto

 

 

 

 

La paura secondo Hubert Colas

Recensione a STOP ou tout est bruit pour qui a peur – Hubert Colas

Hubert Colas affronta la paura nella triplice veste di autore, regista e scenografo per la sua nuova creazione STOP ou tout est bruit pour qui a peur per l’attivissimo Théâtre de Gennevilliers — Centro Drammatico Nazionale di Creazione Contemporanea.

«Sono tre, sono sei, sono sette, hanno paura»: tre donne, tre uomini e un personaggio “x”, che nella prima parte dello spettacolo compare solo come incursione video, danno corpo e voce all’indagine su questo sentimento paralizzante e spesso incontrollabile che è la paura. Un sentimento che può crescere fino a divenire così invasivo da inglobare tutto. Si piomba così in un abisso soffocante dove «tutto è rumore per chi ha paura», come recita il titolo del lavoro.

Un concetto complicato ma reso in maniera stupefacentemente calzante dalla scenografia e dalle incursioni luminose e video che, sposandosi perfettamente con gli elementi in scena, offrono momenti visivamente coinvolgenti ed esteticamente emozionanti.
Svariati “praticabili” di gommapiuma nera, spostati più volte nel corso dello spettacolo, trasformano lo spazio con spiazzante semplicità. Da un enorme “palco-sul-palco” gommoso che costringe gli attori a movimenti insicuri ed inevitabilmente silenziosi, in pochi istanti ecco apparire un surreale salotto, per poi ritrovarsi proiettati in una labirintica foresta di parallelepipedi. Sovrasta il tutto un enorme coperchio rettangolare munito di neon che apre e chiude la scatola teatrale opprimendo gli anonimi personaggi fino a rinchiuderli in una stanza che ricorda, nella sua morbida imbottitura, la camera di sicurezza di un ospedale psichiatrico. Con tanto di videosorveglianza: è così che si fa la conoscenza del settimo personaggio, border-line e straniero, al quale è concesso l’ingresso fisico allo spazio scenico solo in un secondo momento.

Il testo, frammentatissimo, procede per sovrapposizioni, associazioni, incontri, pause, monologhi e dialoghi che sovente iniziano in scena come se fosse un gioco tra gli attori. Un gioco a eliminazione, in cui la scenografia prende sempre più il sopravvento fino a rendere invisibili gli interpreti, ridotti a lontane voci e intraviste silhouettes che si aggirano nel labirinto finale.
Le parole scorrono rapide, ma sovrastate da un un impianto visivo così invasivo e seducente, si lasciano ascoltare ma anche facilmente dimenticare. Parafrasando il titolo dello spettacolo, tutto diventa rumore per lo spettatore catturato da un morbido mondo oscuro che non disdegna momenti installativi al limite dello psichedelico.

Il risultato è uno spettacolo coinvolgente e interessante dal punto di vista plastico e visivo, ma in cui la parola soffre un po’ di una certa debolezza che la relega in secondo piano. Un po’ come se il Colas regista avesse privilegiato più il suo lato di scenografo a quello di autore; o forse si potrebbe ipotizzare che la traduzione della paura in termini visivi gli sia risultata più intuitiva a concreta che quella verbale. Sta di fatto che, nonostante ciò, STOP resta un lavoro concettuale senza divenire criptico, immaginifico e surreale nel suo stilizzato monocromo. Ha forse bisogno dal punto di vista attoriale di un rodaggio maggiore affinché la parola possa raggiungere uno statuto all’altezza dell’impianto scenico, trovando il suo posto all’interno di questo luogo di luci e ombre, immobile ma pulsante, che si è rivelato in grado di tradurre perfettamente e originalmente un sentimento così universale e complesso quale è la paura.

Visto al Théâtre de Gennevilliers, Parigi

Silvia Gatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul Golgota con Giotto, Haydn e García

Golgota Picnic © Davir Ruano

Recensione a Golgota Picnic – di Rodrigo García

Raggiungere il Golgota, la collina di Gerusalemme dove avvenne la crocifissione di Gesù, non è mai stata, ci insegnano le sacre scritture, una passeggiata. Anche ai giorni nostri, anche se per il Festival D’Automne di Parigi, per farvi un semplice picnic il percorso diventa un vero calvario.
Prima stazione: la strada per arrivare al Théâtre du Rond-Poin è chiusa da camionette della polizia; bisogna costeggiare le transenne.
Seconda stazione: poliziotti in tenuta antisommossa si trasformano in improbabili maschere e controllano i biglietti.
Terza stazione: ingresso separato per uomini e donne; perquisizione fisica e primo controllo delle borse. Vengono sequestrati mandarini, bottigliette d’acqua e tutto ciò che è facilmente lanciabile su un palco.
Quarta stazione: secondo controllo delle borse e passaggio al metal detector.

Il motivo dell’estremo sistema di sicurezza dispiegato è lo stesso già raccontato, purtroppo, per Il concetto di Castellucci (leggi l’articolo). Ma, sarà forse lo spirito natalizio che infervora ancor più i cuori di questi credenti di estrema destra, sta di fatto che se per lo spettacolo di Societas Raffaello Sanzio un centinaio di manifestanti avevano assediato il Théâtre de la Ville, per Golgota Picnic di Rodrigo García si sono mobilitati in più di duemila, e il servizio d’ordine della capitale francese ha dovuto, ancora una volta, reagire di conseguenza.

Golgota Picnic © Davir Ruano

Dispiace dover di nuovo dedicare parte di una recensione ad eventi che davvero poco hanno a che fare con il teatro, ma la situazione, nella sua assurdità, sta diventando tutt’altro che straordinaria. Vedere uno spettacolo protetto dalle forze dell’ordine in uno Stato democratico e sedicente laico quale è la Francia, lascia qualcosa di davvero amaro in bocca: se la democrazia diviene una minoranza da proteggere in casa propria, i tempi che stiamo vivendo sono molto più bui di quello che si può immaginare, o meglio ricordare. Non bisogna dimenticare, infatti, che già si è visto a cosa l’uomo può arrivare quando il razzismo, l’ignoranza, la violenza ed il fanatismo prendono il sopravvento: l’angelo caduto di García inizia così il suo picnic sul monte sacro, ammettendo che se si parla di olocausti, massacri e abusi, non ha davvero nulla da insegnare alla razza umana. Un angelo irriverente di cui si ammira la caduta libera con paracadute nel frastornante video di Ramòn Diago che apre lo spettacolo del regista argentino e che ritroviamo accomodato con altri compagni d’avventura in un angolo del palco allestito per un frugale picnic.
Il resto dello spazio è interamente ricoperto di pane, ma nell’era delle multinazionali il pane miracolosamente moltiplicato è quello industriale dei fast-food. Il tutto sovrastato da un enorme schermo che proietta di tanto in tanto i dettagli e i primi piani degli attori, che si riprendono in diretta con una piccola videocamera.

Inizia così l’esplorazione di Rodrigo García nello sterminato materiale biblico, e soprattutto nelle sue rappresentazioni iconografiche. Creatore instancabile di immagini, è proprio da esse che il regista e drammaturgo comincia la sua ricerca: Giotto, Mantegna, Van der Weyden. È dalle loro opere sacre che inizia l’indagine su questa figura controversa, misteriosa e affascinante che è Gesù, e da una semplice constatazione: il potere delle immagini è indiscutibilmente più forte di quello delle parole; le opere di questi grandi artisti hanno collaborato all’asservimento delle masse analfabete, inculcando loro terrore e speranza in maniera molto più efficiente di milioni di sermoni. Rodrigo García sembra aver colto appieno la lezione: mentre gli attori, a turno, si lanciano in magnifici monologhi, dà ampio sfogo alla sua personalissima iconografia.

L’impressione è che il García creatore di immagini prenda il sopravvento sul García drammaturgo a discapito del suo stesso testo. La pièce nella prima parte regala momenti semplicemente esilaranti, istantanee di un incredibile plasticismo poetico, riflessioni sulla Bibbia e Gesù indubbiamente sconsacranti ma finemente argomentate. Dalla scritta quanto mai attuale “denaro, perché mi hai abbandonato?”, la ferita del costato del Cristo si rivela essere una tasca dove poter celare facilmente delle banconote; Gesù diviene il primo grande demagogo della storia, scegliendo di moltiplicare il pane per il popolo al posto di lavorare al suo fianco. Ma nella sua insolenza divertente e violenta, è all’uomo che García riserva i suoi più accessi affondi. Non un atto blasfemo, quindi, ma una cruda e critica riflessione sull’umanità, sulle sue più vili azioni e sui più subdoli crimini di cui quotidianamente si macchia.

A un certo punto, però, la visionarietà di García straborda e, sembrando farsi auto-citazionista, affievolisce il potenziale dell’intero spettacolo: inizia così un carosello di nudi, pose erotiche, hamburger masticati e rigurgitati, organi genitali in bella vista. Sembra che nel voler provocare e scandalizzare a tutti i costi l’artista perda l’occasione di reinventarsi e sviluppare più a fondo l’immenso materiale a cui si ispira, riproponendo un inventario di immagini trash dal vago sapore autocelebrativo. Peccato perché la scrittura sarcastica e violenta di García meritava indubbiamente più attenzione, ma è lui stesso a cercare in tutti i modi di distrarre il pubblico dalle parole.

Golgota Picnic © Davir Ruano

In questa sua personale lotta tra visione e scrittura, la soluzione finale sono il vuoto e il silenzio: gli attori portano in scena un pianoforte a coda e prendono posto sul palco. Marino Formenti, pianista e direttore d’orchestra tra i più originali e audaci del panorama musicale internazionale, si sveste e, nudo, affronta Le ultime sette parole di cristo sulla croce di Joseph Haydn. Nove movimenti, interpretati con delicato virtuosismo in scena nella versione per piano solo composti da Haydn su commissione per le celebrazioni del venerdì santo, e che hanno da subito ispirato García nella creazione di Golgota Picnic. La performance musicale è all’opposto del vortice di immagini e parole che investe lo spettatore per tutto lo spettacolo: l’interpretazione è dolcissima, toccante e sofisticata. Il popolo non è più analfabeta, in teatro si riunisce un’assemblea di intellettuali, o che amano ritenersi tali, che richiede una celebrazione più raffinata ed elevata. Ma pur sempre una celebrazione.

Visto al Théâtre du Rond-Poin, Parigi

Silvia Gatto

 

 

 

 

 

Bouffes du Nord: la musica è di stagione

© Leigh Hatwell

Avere l’imbarazzo della scelta è sicuramente un gran vantaggio, ma a volte può mettere in difficoltà, specie se si parla di offerta culturale, e quest’espressione è senza alcun dubbio calzante anche solo a una rapida scorsa della programmazione teatrale di Parigi. Perché di fronte alla marea di titoli e di teatri che capeggiano affissi a ogni fermata della metro, o che riempiono le pagine dei giornali, la scelta diventa, se non imbarazzante, sicuramente difficile. Se poi non è da molto che si sono abbandonato le calme acque della laguna veneziana per lasciarsi abbagliare dalla caotica vita della ville lumière, si rischia letteralmente di annegare nel mare di spettacoli che ogni giorno calcano palchi di tutte le dimensioni nei luoghi più disparati della città francese. Disposti a tutto pur di avvistare un faro che possa indicare una vaga direzione, generalmente ci si affida a conoscenti e amici e ai loro consigli, altre volte semplicemente al caso, o a nomi noti anche in Italia e ai quali, quindi, sentiamo di poter dare più fiducia. È sulla base di quest’ultima ipotesi di “salvezza” che, in cerca di conforto, si volge lo sguardo verso i litorali di quell’isola che, in anni di successi e ricerca, ha visto la sua fama andare ben oltre i confini francesi: il Teatro des Bouffes du Nord.
Seppur in clamoroso ritardo – ma la Kattrin d’oltralpe è ancora un naufrago un po’ sprovvisto di bussola, e quindi per questa volta glielo si può forse perdonare – compiamo una piccola esplorazione della stagione 2011/2012 di questo teatro, da sempre legato al nome del suo indiscusso capitano: Peter Brook.

È già ripartito verso nuovi mari Damien Odoul, che ha aperto in ottobre la stagione del teatro Le Bouffes du Nord con Mefausti: il cineasta (noto anche al pubblico del festival lagunare) si è ispirato per il suo ritorno al teatro al celeberrimo Doctor Faustus di Christopher Marlowe, con la consapevolezza che nel mondo d’oggi non servano probabilmente ulteriori lezioni di malvagità. Segue questo indiscusso classico del teatro un autore molto più inedito per le scene teatrali: Friedrich Nietzsche. Dall’incontro tra il compositore di Nancy Pascal Dusapin ed il baritono austriaco Georg Nigl e dalla passione comune per il filosofo tedesco è nato infatti O Mensch!, di cui Dusapin firma anche la regia. Accompagnato al pianoforte da Vanessa Wagner, il cantante dona la sua voce ai poemi di Nietzsche per un progetto che avrà sicuramente ulteriori sviluppi.

Recuperato il ritardo, inizia la vera esplorazione. A dividersi il palco del teatro parigino nel mese di dicembre saranno il cantautore Vincent Delerm (dal 6 al 30 dicembre) e il regista Michel Fau (dal 20 al 30 dicembre): il primo approfondirà il rapporto umano con il tempo e le diverse età della vita attraverso canzoni inedite scritte appositamente per il progetto scenico Memory; l’opera di Camille Saint-Saëns Sansone e Dalila sarà invece il punto di partenza per Fau per il suo Récital Emphatique – di cui firma regia, musica oltre a esserne l’interprete – in cui elementi dell’opera si mescolano ad accenni gershwiniani e incursioni di Racine e Rameau.

Il melodramma apre anche il nuovo anno al Bouffes du Nord, con la versione da camera dell’opera di Leoŝ Janàček Katia Kabanova. In scena (17 gennaio – 4 febbraio) giovani cantanti lirici che, diretti registicamente da André Engel e musicalmente da Irène Kudela, affronteranno per la prima volta la “presa di ruolo” in un debutto voluto e promosso dalla Fondazione Royaumont.

Dal 24 gennaio all’11 febbraio, indagano il rapporto travagliato con un padre il regista Jean-Yves Ruf e l’attore Jean-Quentin Châtelain, attraverso le parole di un figlio d’eccezione: Franz Kafka. All’età di 36 anni, infatti, il celebre scrittore scrisse numerose lettere al genitore che si opponeva al suo matrimonio con Julie Wohryzeck. E dopo le parole di Kafka-figlio – parole che non saranno mai davvero spedite al destinatario – il Bouffes du Nord torna alla magia della musica con il compositore e regista tedesco Heiner Goebbels e il suo Max Black (fino al 19 febbraio). La musica contagia anche Ibsen e il suo La Dame de la mer: la nuova creazione di Claude Baqué nasce infatti dalla collaborazione con la cantautrice Camille, compositrice ed interprete dal vivo in scena dal 27 febbraio al 17 marzo.

Per meno di una settimana (14-18 marzo) sarà invece possibile conoscere le vicende di Chocolat Clown Nègre, di e con Marcel Bozonnet: Rafael de Leïos, schiavo venduto a 11 anni a Cuba, approda nella capitale parigina della Belle Epoque; il clown bianco e direttore di circo Foottit lo ingaggia per uno spettacolo dai toni che all’epoca potevano forse essere divertenti, ma che oggi possono essere solo definiti razzisti. Una vicenda vera – alla quale, tra l’altro, si inspirò Beckett per i personaggi di Lucky e Pozzo di Aspettando Godot – che Bozzonnet ha scelto di raccontare con una messa in scena agile e adattabile a diversi spazi, dal palco del Bouffes du Nord, appunto, alle scuole. Bozzonet tornerà poi, dal 13 al 16 giugno, a fare visita a questo teatro con La Princesse de Clèves, tratto dal romanzo di Madame de La Fayette.

Peter Brook © Colm Hogan

Dal 3 aprile al 5 maggio il teatro parigino sarà invece nelle mani del padrone di casa: Peter Brook torna, insieme a Marie-Hélène Estienne, a riflettere sul suo lavoro The Suit/Le Costume: dopo anni di tournée, la pièce musicale viene riproposta in lingua originale – in inglese – e forte dell’inedita presenza dal vivo di un piccolo ensemble orchestrale. E ancora musica e poesia, ma questa volta del rapper Kery James, anche per l’evento successivo: il cantante si esibirà in versione acustica al Bouffes du Nord dal 10 al 28 aprile.

A chiudere la ricca – e musicale – stagione (dal 19 giugno al 21 luglio) un classico francese, per la regia di Denis Podalydès e la direzione musicale di Christophe Coin: Le Bourgeois Gentilhomme di Molière, musicato da Lully.

Silvia Gatto

 

Il Concetto di Castellucci e la “Sainte Inquisition”

Recensione a Sul concetto di volto nel Figlio di Dio – Romeo Castellucci/Socìetas Raffaello Sanzio

Una soleggiata domenica d’autunno nel cuore di Parigi per uno spettacolo pomeridiano al Théâtre de la Ville. Ma l’atmosfera è subito molto lontana da quella che ci si aspetterebbe date le premesse. In una piazza Châtelet blindata, per accedere al teatro si passa prima attraverso un corridoio di poliziotti in tenuta antisommossa, poi un metal detector, e infine si viene perquisiti: nessuna visita presidenziale è prevista. In cartellone semplicemente l’ultimo spettacolo di Romeo CastellucciSul concetto di volto nel Figlio di Dio. Ma il teatro e la capitale parigini sono dovuti correre a rimedi estremi per scongiurare altre incursioni violente di quei gruppi di integralisti cristiani che nelle precedenti repliche (in particolare per la prima di giovedì) hanno aggredito, all’esterno del teatro, il pubblico con lanci di uova e quant’altro mentre, in sala, hanno interrotto più volte lo svolgimento dello spettacolo con urla e invasioni di palco. Una situazione – tra l’altro anticipata da svariate minacce alle quali la direzione del Théâtre de la Ville non ha giustamente voluto dar adito – che prosegue da ormai qualche giorno.

Nonostante l’appello all’inizio della rappresentazione del direttore del teatro che ricorda al pubblico l’ovvia possibilità, nel caso non si ami un lavoro, di poter abbandonare la sala, ma in un rispettoso silenzio per coloro che vogliono proseguire la visione, i facinorosi non si sono fatti mancare un’incursione anche nel “giorno del Signore”, domenica appunto. Alcuni spettatori paganti, infatti, si sono rivelati appartenere a questi gruppi, assaltando il palcoscenico a metà spettacolo. L’accusa mossa contro il lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio è di cristianofobia. Il servizio d’ordine dispiegato non si è fatto attendere: rapidamente gli estremisti sono stati bloccati e accompagnati fuori dove un pullman della polizia li attendeva, e il sipario ha potuto così riaprirsi sulla scena interrotta.
Fatti sconcertanti non solo perché mettono in pericolo il sacrosanto diritto d’espressione, inalienabile in ogni democrazia degna di questo nome (e bisogna riconoscere che la Francia e la sua Capitale in questa situazione l’hanno difeso con forza), ma soprattutto perché ancor più ingiustificabile e decisamente incongruente costatando che Sul concetto di volto nel Figlio di Dio è uno spettacolo tutt’altro che blasfemo.

Salvator Mundi - Antonello da Messina

In un appartamento “Ikea” dal biancore ospedaliero, sovrastato da un’enorme riproduzione del dipinto di Antonello da Messina Salvator Mundi, un padre (Gianni Plazzi) e un figlio (Sergio Scarlatella) costruiscono una scena che straripa di pietà e amore. Questo candore, perfetto e quindi non umano, non può rimanere tale a lungo: l’anziano genitore incontinente non riesce a trattenere le sue feci; il paziente figlio pulisce ogni volta. Il padre subisce, a causa della vecchiaia, un’estrema vergogna alla quale il giovane, con incondizionato amore e volontaria auto-umiliazione, ripara risollevando la condizione del genitore a un livello più dignitoso.

Grazie a una performance attoriale eccellente, calibrata e diretta su ogni pausa, che dà prova di un realismo che converge verso il parossismo senza scadere mai nell’affettazione, quello che si delinea sul palco è un umanissimo e delicato esempio di sacrificio e amore filiale. Concetti facili da ritrovare anche in una lettura superficiale del Vangelo, e soprattutto una scena simile a tante altre che avvengono ogni giorno in ospedali, case di cura e dimore di fronte a crocifissi e immagini di Gesù – tornando un attimo alla sterile ma violenta polemica di cui è stato oggetto questo lavoro nelle sue repliche francesi.

A vegliare su questo spaccato di vita quotidiana, eccezionale nella sua triste ordinarietà, appunto il Cristo con il suo sguardo dolce e penetrante, quale gli è stato conferito dal grande pittore siciliano. Uno sguardo pulsante di vitalità e rassicurante serenità, che trasborda dal suo ruolo di decoro per rivolgersi, divenendo interrogativo, agli spettatori. A essere interpellato è il concetto stesso di Uomo, il suo statuto di fronte alla deturpazione, alla sofferenza, alla perdita che da liquida e fisica diviene metafora della condizione umana stessa: «la dimensione scatologica, allora, supera tutto il realismo e la situazione diviene metafisica. Si passa dalla scatologia all’escatologia» spiega Castellucci. È un vero e proprio Ecce Homo quello messo in scena, ma in molteplici accezioni: in Cristo, in qualità di figlio di Dio, ovvero di Dio fattosi uomo; ma anche di uomo fragile e bisognoso, o ancora in grado di atti d’amore estremi e commoventi. Una Passione umana, messa in parallelo a quella di Cristo in un crescendo di intensità e di significato che sfociano nella scena finale: il volto del Salvator Mundi svanisce in una coltre nera, si lacera per lasciare spazio a un ultimo quesito. Una scritta al neon si illumina: “You are my shepherd” (tu sei il mio pastore); ma l’affermazione è lontana dall’imposizione di una dottrina. La scelta è lasciata aperta: non illuminato, ma comunque presente, il “not” (non) può trasformare la frase in negativa. A ognuno degli spettatori la possibilità di decidere, o perlomeno di interrogarsi: è il libero arbitrio che chiude (o sarebbe più opportuno dire apre) il cerchio di questa riflessione commovente, plasticamente affascinante e teatralmente coinvolgente che affonda le sue radici nel cuore della cultura cristiana senza dogmi e preconcetti ma con indubbio rispetto.

Visto al Théâtre de la Ville, Paris

Silvia Gatto

 

In seguito agli attacchi da parte di fondamentalisti cristiani che sta subendo Romeo Castellucci a causa dello spettacolo Sul concetto di volto del figlio di Dio presentato in questi giorni al Théâtre de la Ville di Parigi, accusato di sacrilegio e di “cristianofobia”, si può inviare una mail, in sostegno e difesa della libertà d’espressione, all’indirizzo comite-de-soutien-castellucci@theatredelaville.com, indicando nel testo nome, cognome, professione prima della frase “Je signe” (io firmo). Oppure scrivere una email al comitato di sostegno che il Théâtre de la Ville ha organizzato contro la censura: comitedesoutienspectaclederomeo@yahoo.fr

Lista delle firme per il comitato di sostegno:

http://theatredelaville-paris.com/Publish/media/1409/Comite_de_soutien.pdf

 

 

 

 

 

 

 

J’imagine

J’imagine: una suggestione che diviene invito allo spettatore.
J’imagine: inesorabile come un metronomo, scandisce l’andare avanti, nella sua immobilità, di While We Where Holding It Together, spettacolo ideato e diretto da Ivana Müller – in scena nella sua versione francese a Marsiglia – organizzato da Marseille Objectif Dance, all’interno del festival actOral.10, festival international des arts & des écritures contemporaines.

foto di Delphine Micheli

J’imagine: e la mente si ritrova a volare tra gli alberi di una foresta alle corsie di un ospedale, per poi essere catapultata all’interno di una cellula rivoluzionaria, e ancora in tournée con un gruppo rock o con un gruppo di attori intenti a mettere in scena Robin Hood. Lo spettacolo (non a caso insignito, nella sua prima versione in inglese, del duplice riconoscimento al festival tedesco Impulse del premio del Festival Off e del premio del Goethe Institut) si rivela da subito lontanissimo da quello che generalmente si intende per danza: l’annullamento del movimento è totale, e il senso vive solo nelle parole ma, ancor di più, nella mente dello spettatore.

J’imagine: ripetono continuamente i cinque, bravissimi, performer, che dipingono in scena un tableau vivant la cui immobilità diviene sempre più sofferta e smossa da tremolii involontari ed inevitabili che fanno vibrare di verità l’intera messa in scena. Un gioco che diverte, emoziona – anche nelle sue esternazioni squisitamente metateatrali – in un continuo sorprendere lo spettatore svelandogli sempre nuove possibilità. Un gioco, sottile ed efficace, che si insinua negli anfratti più delicati che separano la percezione dalla realtà effettiva, svelandone la fragilità e, al contempo, l’enorme potenzialità. Ed è così che il movimento, obiettivamente assente nello spettacolo, passa in secondo piano perché a essere messa in moto è proprio l’immaginazione stessa del pubblico, che si ritrova a essere parte attiva e fondamentale dell’intelligente performance.
J’imagine è infatti l’elemento fondante di tutti i giochi dell’infanzia, ma è anche alla base di quel rapporto che si instaura, in teatro, tra attore e spettatore. E While We Where Holding It Together lo eleva, con coraggio, all’ennesima potenza. E proprio quando il gioco stava per diventare ripetitivo, ecco che piccole variazioni scombinano le carte: un attore parla con la voce di un suo compagno, nel buio un personaggio scompare, per poi riapparire al posto di un altro. Il tableau resta sempre uguale, pur cambiando di continuo. Il tutto con una delicatezza ed una lucidità estreme.

J’imagine è un ritornello — e come non pensare al celebre inno di John Lennon — che culla e rassicura il pubblico, che si lascia, così, portare ovunque. E dopo l’immaginazione, la riflessione prende il sopravvento: su quanto la nostra mente sia facilmente manipolabile, indirizzabile, e su quanto sia fragile il concetto di realtà e verità. È quasi incredibile quanto un gruppo di cinque attori, immobili, riesca a smuovere in poco più di un’ora; onore al merito, quindi, a Ivana Müller e alla sua I’M Company per aver davvero osato, con spiazzante semplicità, nella riuscitissima ed estrema opera di sottrazione che va a comporre una performance che, senza scadere in escamotage interattivi, coinvolge davvero, nel profondo, il pubblico.

Visto alla Salle Seita de La Friche La Belle de Mai, Marseille

Silvia Gatto

Galileo, Goldoni e l’editto bulgaro

Veneti Fair - Marta Dalla Via

Padova: 16, 17 e 18 settembre. In scena l’edizione zero della vetrina Sguardi: festival del teatro contemporaneo veneto. Un’occasione di incontro e di visibilità prima di tutto; ma una volta giunti al traguardo della maratona (21 eventi in tre giorni), impeccabilmente organizzata da Labros Mangheras e prodotta da PPTV (Produttori Professionali Teatrali Veneti), sotto il coordinamento del comitato artistico capitanato da Andrea Porcheddu, restano quei piccoli dolori muscolari, l’acido lattico si fa sentire anche per i giorni successivi, costringendo a ripensare alla corsa. Un vero e proprio tour de force, infatti, che, seppur dagli esiti qualitativi altalenanti, ha offerto una finestra sul teatro prodotto in Veneto che può e deve far riflettere. A partire da una constatazione: molti spettacoli presentati avevano come tema la “veniticità”, in numerose sue declinazioni, uno stringere il proprio campo d’azione e di riflessione ad un territorio specifico, sintomatico di movimenti localistici sempre più forti in Italia.

Il Paese dei cento campanili lo chiamano: con un’unità relativamente recente rispetto alla media europea e raggiunta attraverso un’autodeterminazione popolare un po’ pilotata, l’Italia ha da sempre rivendicato con forza le sue differenze interne piuttosto che gli elementi di coesione nazionale. Dalla gastronomia ai dialetti, dal tifo calcistico alle abitudini quotidiane: l’impegno per sottolineare le differenze tra nord e sud, ma anche tra singole regioni fino a paesini limitrofi, occupa da sempre le più accese conversazioni degli italiani. Convenendo che il periodo – un ventennio tristemente noto – di maggiore patriottismo e nazionalismo in Italia non sia stato decisamente un momento di cui andare orgogliosi, va però riscontrato che la progressiva e dilagante crescita di localismi e rivendicazioni di identità legate a limitati territori registrata negli ultimi anni sia un fenomeno perlomenopreoccupante. Preoccupante non solo perché probabilmente anacronistico rispetto alle tendenze globalizzanti e multietniche della modernità, ma ancor più perché prende forza da premesse fuorvianti: l’identità, quando si chiude nei limiti del localismo, glorifica se stessa restando sulla superficie delle sue espressioni meramente folkloristiche, rifugiandosi in un passato edulcorato ed innalzando fortificazioni in sua difesa che agevolmente si tingono di xenofobia. Come se l’identità di un popolo fosse qualcosa che quello stesso popolo abbia perso da qualche parte, o peggio ancora un qualcosa da fissare; come se l’oggi fosse il momento in cui mettere un punto fermo, immobilizzando e rendendo stantia e stagna un’identità fatta di secoli di storia, cambiamenti, immigrazioni ed emigrazioni e soggettività. Ben venga un impegno nel cercare di non perdere canti popolari o feste tradizionali, ma l’identità, come la cultura, assorbono linfa vitale proprio dalle novità, dai cambiamenti, dal loro essere nella contemporaneità: il folklore e le tradizioni ne sono elementi fondanti, ma solo in parte;se si confondono fino a una totale sovrapposizione, il revisionismo reazionario è dietro la porta. Specie se questa confusione è non solo autorizzata dalle istituzioni, ma legittimata e, in molti casi, fomentata e caldamente indirizzata dall’alto. Lungo tutto lo stivale, infatti, è un continuo proliferare di assessorati ed enti locali che inneggiano all’identità: dalla Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, per esempio, ci si imbatte nell’Assessorato identità e futuro del Comune di Caltanissetta o in quello all’identità Veneta della Regione che ha sostenuto l’iniziativa di Sguardi, nell’ambito di un bando regionale che, proponendo di agevolare iniziative su «materie strettamente legate al tema dell’identità (usi e costumi, armi, musiche, arti, conquiste ed esplorazioni, conoscenza delle specificità dei mestieri e della vita quotidiana del Veneto, ecc.)», palesa il disguido di fondo su cosa vada a comporre l’identità. Sorvolando – non per carenza di indignazione ma perché la questione meriterebbe una trattazione dedicata – sul discutibile concetto che le armi possano in qualche modo essere un elemento costituente di un’identità, ci si limiterà a rilevare i sintomi di una più generale “crisi di identità”, che in Veneto sembra ancor più sentita che in altre parti d’Italia, come dimostrato anche da alcuni lavori nel cartellone della vetrina padovana.

Quella stessa crisi che ha colorato sempre più di verde questa Regione, infatti, invade il palco in una sorta di ossimorica denuncia-difesa: come a dire che esiste anche un altro Veneto, che non ama e non condivide quello ufficialmente noto nel resto d’Italia. Non solo capannoni e lavoratori clandestini sfruttati, non solo muri ed espressioni vernacolari, non solo ronde e spritz: ma la critica, la denuncia, la riflessione riguarda proprio (solo) questi elementi. Come nel divertente Veneti Fair della brava e giovane Marta Dalla Via, la satiranon affonda mai davvero il dito nella piaga: si deridono, insieme a un pubblico connivente, quegli altri, ma come si prende in giro un parente buffo, un compagno di scuola un po’ sempliciotto. Niente va mai davvero a sradicare le basi, le radici di questa chiusura che ha come motto la riscoperta e la difesa della propria (presunta) identità regionale: sono sguardi che non allargano il loro orizzonte.

Peccato perché proprio personaggi illustri della tradizione e da sempre motivo di orgoglio per questa regione avevano professato il contrario. Primo tra tutti Goldoni, grandioso riformatore del teatro del suo tempo, fine rivoluzionario e cittadino del mondo, ha usato la sua cultura e la sua tradizione per andare oltre, per scardinarle ed ampliarle. Troppo spesso, invece, gli si fa il torto di ridurlo alla dimensione di simbolo regionale, surgelando la sua opera alla data di edizione – ma, talvolta, fortunatamente il suo lavoro viene rivisto e riletto più in coerenza con il suo messaggio che in rispetto pedissequo della figura ormai divenuta istituzionale: come nell’irriverente e raffinata riscrittura del goldoniano La Bancarotta o sia Mercante fallito presentata in forma di lettura scenica da Vitaliano Trevisan. Operazione riuscitissima che amplia e potenzia il punto di vista, con un uso del dialetto spontaneo, vitale, che conferisce verità ai personaggi senza limitarne i confini di azione. Qui lo sguardo spazia giungendo ad una dimensione universale: come ha insegnato un altro illustre personaggio – “foresto” – che il Veneto ha in passato ospitato: Galileo. Il grande astrofisico ha diretto il cannocchiale verso la volta celeste, andando a confutare con veemenza le certezze catto-aristoteliche che sembravano indiscutibili. Ha guardato oltre, aldilà, aprendo i confini della mente e della conoscenza, rivoluzionando e ribaltando un sistema che sembrava fissato per sempre. Mentre il cannocchiale di molti artisti resta a corto raggio, francamente impiantato nel terreno e mosso a 360°, ma sempre ad altezza d’uomo, veneto. Quello che si genera è un circolo vizioso – anche se si riconoscono gli intenti assolutamente virtuosi. Si crea la paradossale situazione per la quale l’altro Veneto sembra esistere solo di riflesso a quello ufficiale: non rivendica una sua indipendenza, e non riesce ad intaccarne minimamente le dinamiche, non c’è alcun pericolo. E, ironia della sorte, è finanziato, in parte, proprio da quell’area politica che critica così apertamente. Insomma, «butemo le burle da banda e parlemo sul sodo»: è come quando uno dei tanti comici televisivi deride Berlusconi proprio nelle reti di proprietà del Premier. Il potenziale sovversivo dell’operazione è presto scampato: le battute sono principalmente degli sfottò più che dei veri e propri affondi che possano in qualche modo incrinare l’immagine del Presidente, che può però farsi vanto di liberalismo e democrazia proprio in quanto permette libertà di espressione agli oppositori senza esercitare alcuna censura, pur avendone in realtà pieno potere. Detto in altre parole, se si risponde alle spinte conservatrici e retrograde con lo stesso attaccamento al passato e al folklore, senza mettere in crisi il concetto stesso di identità, non si rischia alcun editto bulgaro.

Silvia Gatto

Ipotesi nebulosa

Recensione a Bestiale improvviso_3a ipotesiSantasangre

Bestiale improvviso_3a ipotesi - foto Adriano Boscato

Procedendo con metodo scientifico, Santasangre elabora, per B.Motion, un’altra ipotesi, la terza, sul suo progetto Bestiale improvviso, che verrà presentato nel suo esito definitivo ad ottobre in occasione di Romaeuropa Festival. Spunto di riflessione ed elaborazione dichiarato è l’energia nucleare, nella sua duplice espressione devastante se manipolata dall’uomo e di infinito e vitale fascino nella sua forma astrale.
Il teatro viene così invaso da una fitta nebbia, nella quale si intravedono figure che si muovono in un tappeto sonoro artificiale e fragoroso. Al diradarsi della coltre, divengono più percepibili i movimenti delle tre performer — Roberta Zanardo, Teodora Castellucci e Cristina Rizzo — che sviluppano una coreografia fatta di gesti rapidi e convulsi eseguiti con estremo rigore, ma che, coinvolgendo principalmente solo la parte superiore del corpo, risulta paradossalmente statica. La scena è mossa da un disegno luci complessissimo e articolato, che, forse ispirandosi proprio alla luce astrale, crea un continuo gioco di chiaroscuro a tratti quasi psichedelico.

Un’ipotesi spettacolare tecnicamente impegnativa e ben studiata, quindi, ma che probabilmente ribadisce un percorso di ricerca linguistico piuttosto che arricchirlo, realizzando un lavoro impeccabile ma forse autoreferenziale e poco azzardato. A farne più le spese è la comunicabilità stessa del lavoro: nonostante la nebbia avvolga indistintamente palco e platea, lo spettacolo non risulta altrettanto coinvolgente, per una gestualità eccessivamente reiterata ed un lavoro che, nel complesso, soffre di una eccessiva cripticità che fa percepire una distanza apparentemente insormontabile per lo spettatore con le premesse  — o promesse — del foglio di sala.

Visto a B.Motion, Bassano del Grappa

Silvia Gatto

Insorgere di gesso

Recensione a Insorta distesaPlumes dans la tête

Un ammasso di corpi inermi, candidi: una scena di un massacro ormai congelata dal tempo, corpi divenuti statue. Potrebbero essere gli abitanti di Pompei, riportati alla luce dopo secoli di oblio, o le vittime civili di un qualsiasi passato conflitto: corpi che sembrano carbonizzati, ma bianchi. Nel mezzo del gruppo, una delle figure riprende vita.
Inizia così Insorta distesa, prima fase del progetto Formazione Pagana di Plumes dans la tête, ensemble nato del 2007 dall’incontro dell’attrice e performer Silvia Costa con  il musicista e compositore Lorenzo Tomio.

©Giulia Fedel

In scena Nathaly Sanchez, lentamente, libera il suo corpo dalla coltre di gesso che la imprigionava: il suo ri-sorgere diviene un lento ma estenuante in-sorgere verso un percorso di liberazione che, dal biancore del rigido involucro, lascia sfuggire il movimento di un corpo scuro, statuario, potente. Il disegno sonoro tesse un climax che dalla sospensione e l’attesa coinvolge sempre più lo spettatore in un vorticoso ed intenso pulsare: il lavoro vibra di una delicatezza energica, vive di dettagli e piccoli significativi gesti.
Saturo di riferimenti sintomatici di un immaginario in costante arricchimento e ripensamento, Insorta distesa è un movimento performativo all’interno di una costellazione di momenti, piccoli oggetti, cenni. E come solo un occhio attento e curioso può, osservando il cielo, riconoscere e riscoprire le formazioni stellari, così lo spettatore deve cercare di cogliere questi indizi per poi tentare di ricongiungerli.

La scena viene lentamente invasa dai toni del rosso e del blu: dapprima piccoli elementi, per poi colorare geometricamente tutta la scena nel disegno luci di Giacomo Gorini. Dopo un ultimo atto di umanità verso i corpi rimasti a terra — in un tableau vivant che sembra ricostruire uno dei tanti banali monumenti ai caduti che nessuna località italiana si fa mancare — il lavoro subisce, infatti, un cambiamento totale e decisamente spiazzante: il percorso dell’insorta precipita rapidamente verso l’asetticità della ricerca scientifica e della catalogazione. Mentre i corpi distesi divengono puri reperti da ripulire e schedare, il pulsare vitale viene rinominato nelle sue parti anatomiche e ridotto a un puro contrasto cromatico: sangue arterioso e sangue venoso. In questo nuovo mondo che compare, per il breve momento finale, in scena, l’insurrezione si svuota di senso, e la donna torna ad occupare il suo posto tra i cadaveri di gesso. Si chiude così il cerchio di uno spettacolo che palesa un processo di ricerca articolato e, forse, ancora un po’ confuso perché traboccante di una creatività “al lavoro” che, pur disseminando alcune ingenuità, lascia scaturire una profonda riflessione e fa presagire sviluppi interessanti ed affascinanti.

Visto a B.Motion, Bassano del Grappa

Silvia Gatto

delacroixiano

Maternità, ma non a tutti i costi

Recensione a Stasera Ovulo – regia di Virginia Martini

La serata, inizia decisamente nel migliore dei modi, con un "aperitivo" di circo-teatro offerto dalla compagnia Piano C fuori dal Teatro Junghans: tra scatoloni e sacchi dell'immondizia, i due bravissimi acrobati e performer Giovanna Bolzan e Luca Tresoldi alternano momenti di virtuosismo circense (l'una alla pertica, l'altro alla corda molle) ad altri di manipolazioni d'oggetti e trasformismo. Sfruttando al massimo tutta la magia insita nel teatro di strada, ...Senza che? si rivela uno spettacolo in grado di affascinare, divertire e far tornare tutti un po' bambini.Ma entrati in teatro, si viene immediatamente ricatapultati nel mondo degli adulti. Stasera Ovulo di Carlotta Clerici — testo serrato, ben strutturato, in grado di calibrare perfettamente dramma e comicità affrontando un tema così complesso e delicato — inizia con una caustica freddura: teatro? mi piacerebbe, ma non posso, stasera ovulo.

Chiara inizia così il suo racconto, fatto di tentativi per riuscire ad avere un figlio: un desiderio che la porterà a intraprendere un percorso sempre più arduo e sofferto, fatto di consigli contraddittori di medici ed amiche, medicine ed effetti collaterali, in un climax costruito ad arte che scivola lentamente dalla comicità al dramma. Al ritmo di mutandine tolte con regolarità per controllare se finalmente il ciclo non è arrivato o per subire l’ennesimo controllo ginecologico, l’ironica e commovente Antonella Questa regala una performance attoriale garbata ma diretta, coinvolgendo il pubblico in questa triste storia, che accomuna moltissime donne, in cui un’ombra sinistra si staglia sempre più violentemente sulla sua esistenza: la sterilità. Stasera Ovulo — non a caso duplicemente premiato al Premio Calandra 2009 come Miglior Spettacolo e Migliore Interprete — è uno spettacolo forte, tutto al femminile, che, grazie alla minimale ed efficace regia di Virginia Martini, porta alla ribalta un tema attualissimo ma che raramente viene pubblicamente affrontato, perché l’infertilità genera pregiudizi e stigmatizzazioni primordiali: “ignominia” è il termine usato, e ricordato nell’intelligente e sottile drammaturgia, nella Bibbia per le donne che non riescono a procreare. È “il terrore atavico dell’estinzione della specie”, spiega la protagonista, che crea attorno  queste donne una sottile e subdola diffidenza.
Succede allora che si è disposte a infliggere al proprio corpo cure e umiliazioni pur di poter uscire da questa situazione: le gambe e il ventre si gonfiano, nausee e tensioni con il marito si susseguono; il sesso si svuota di qualsiasi piacere e sentimento per divenire puro e obbligatorio atto procreatore. Un processo che non sembra avere mai fine, ma proprio quando la situazione rasenta l’assurdità, di fronte all’ennesimo tentativo  con una bassissima percentuale di riuscita e devastanti effetti collaterali, Chiara dice basta: «voglio avere un figlio, ma non a tutti i costi. Questo è accanimento terapeutico». La scelta è dolorosa ma definitiva, e apre le porte a una rinnovata consapevolezza: ingoiata da questo vortice di paure ed esami medici, aveva concentrato tutta la sua attenzione sul suo corpo — colpevole e vuoto —, dimenticandosi del vero obiettivo, un figlio.

Dopo tutte le peripezie raccontate, rispetto alle innumerevoli tecniche per aumentare la fertilità o assistere la procreazione, una soluzione non presa fino a quel momento in considerazione risuona immediatamente più naturale: l’adozione. In un finale carico di dolcezza materna, alla luce di una candelina su una torta di compleanno, Chiara può finalmente festeggiare il primo compleanno di suo figlio, nato a Nairobi «per la gioia di mamma e papà».

Visto al Teatro Junghans, Venezia

Silvia Gatto