TIME-MACHINE 70s – La settimana della performance

Il corpo. I sensi. Iperestesia. La musica. La parola. La ricerca dell’identità. La ricerca sul sociale.
Queste le sette sezioni che, dal primo al 6 giugno del 1977, hanno animato la Galleria comunale d’arte moderna di Bologna, durante la Settimana della performance.
In tutto, 58 performer hanno creato appositamente per il luogo ospite 49 performance che procedevano a ciclo continuo dal primo pomeriggio a mezzanotte, andando a disegnare un’esperienza inclusiva e assolutamente nuova per lo spettatore.

Il corpo veniva esposto, da un lato, e sollecitato, dall’altro, in tutte le sue forme e possibilità espressive e ricettive, in quanto centro nevralgico del concetto stesso, allargatissimo – allora, come oggi – di performance. Si ri-tratteggiavano, così, i vettori di un dialogo possibile tra presenze attive.
Il luogo, normalmente sede di rappresentazione di oggetti immobili offerti a una fruizione a senso unico, diventava esso stesso meta-performance, adeguandosi alle esigenze degli artisti, ri-declinando la funzione museale e trasformandosi in un contenitore vivo e vitale di sorprese e scandali, esposizione di corpi nudi e di pensieri in atto.

Piombare di colpo nell’ambiguità del presente, veder minacciata una sacralità che, chissà perché s’affida più all’assenza che all’intervento, può essere perfino conturbante e questo forse spiega perché, almeno da noi, è più frequente il caso di un museo che si chiude di quello di un museo che si apre.

Così, si pronuncia Franco Solmi, nella sua prefazione al volume La settimana della performance che, a pochi mesi dalla conclusione dell’iniziativa, ha restituito una testimonianza di ciò che la Settimana è stata, con un corredo iconografico ricchissimo che, seppur in bianco e nero, ha illustrato il mastodontico movimento complessivo dell’evento.
Ma chi erano i 58 performer ospitati? Ai più, molti nomi appariranno familiari, alcuni di essi erano all’inizio di una carriera che li avrebbe portati a diventare simbolo di un movimento artistico, altri erano alla fine della stessa, altri ancora, oggi, trovano posto in diversi libri e in diverse storie che con l’arte performativa condividono poco o niente.
Li possiamo immaginare che sfilano in corteo e prendono posto nello spazio, lo occupano fin nei suoi angoli più remoti e apparentemente impropri – scale e sotto-scala, stipiti di porte, ma anche sale vere e proprie.

Renato Barilli, nella sua introduzione al volume dal titolo Performance al museo, ricostruisce le dinamiche di quel tempo continuato in uno spazio totalizzante che è stata La Settimana della performance, di cui lasciamo qui una traccia lieve.

Ben D’Armagnac striscia in uno spazio ristretto e si riappropria del suolo, ne diventa parte. Marina Abramovic e Ulay, nudi, si auto-inglobano in un luogo di passaggio, obbligando lo spettatore alla prossimità, allo sfregamento, e annullando, nell’imbarazzo, il meccanismo sterile della contemplazione. Geoffrey Hendricks e Brian Buczak riproducono la relazionalità tra una coppia arcaica, violenta, ingenua. Hermann Nitsch simula squartamenti di animali e uomini, facendo del corpo la sede di un sacrificio. Vito Acconci legge pagine di un diario, mugolando e alterando la parola in un’espressività pre-linguistica. Michele Sambin si concentra sulle funzioni elementari di alcune parti del corpo che producono fonazione.

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano

Giuseppe Chiari percuote un pianoforte senza sfiorarne i tasti ed esplicitando la sua sfiducia nei confronti della funzione prima dello strumento. Charlemagne Palestine, invece, lo suona, ma non aspirando a produrre melodie, piuttosto a far regredire il suono in ossessivo rumore. Fabrizio Plessi e Christina Kubisch, Giuliano Sturli, Joe Jones, Laurie Anderson, Giovanni Mundula creano macchine che danno voce a inedite sonorità. Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian attizzano l’olfatto in luoghi odorosi. Heinz Cibulka crea un miscuglio di odori riempiendo una sala di ortaggi e vegetali. Lamberto Pignotti declama la poesia della manducazione. Sandra Sandri si fa veggente, stesa tra candele e fumo, costringendo lo spettatore a immaginare e partecipare a un rito di vaticinio.

Sandra Sandri, Identikit/ Extra

Sandra Sandri, Identikit/
Extra

Franco Vaccari posiziona una brandina in un sotto-scala e chiede al fruitore di lasciare testimonianza dei suoi sogni. Giordano Falzoni indaga energie organiche costruendo una macchina atta a catturarle. Arrigo Lora Totiono sperimenta le potenzialità di scomposizione delle parole in una poesia mimica e gestuale. Plinio Mesciulam ingrandisce brevi brani fino a trasformarli in altro da sé. Luca Patella gioca con la letteralità delle parole.

Fernando De Filippi - Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi -- Francesco Matarrese, Slogan

Fernando De Filippi e Francesco Matarrese neutralizzano significanti per mostrare il potere di irrigidimento ideologico  posseduto da sintagmi. Vincenzo Agnetti finge l’afasia e semina buste contenenti messaggi per lo spettatore che quest’ultimo è portato ad aprire per pura curiosità. Luigi Ontani proietta sui corpi del pubblico immagini del desiderio, in un gioco di presenze e assenze. Norma Jean Deak e Massimo Mostacchi palesano la quarta parete: lei, dentro una scatola, recita ossessivamente un monologo sulla sua identità, mentre lui, altrettanto ossessivamente, strania la fruizione chiamando la performer a ripetizione. Bonizza e Leopoldo Mastelloni riscrivono in coreografia Cappuccetto rosso. Robert Kushner parodia una sfilata di moda. Luigi Mainolfi crea un angelo di gesso a sua immagine, lo sospende sulle teste degli spettatori per poi farlo schiantare al suolo.

Oltre agli artisti nominati, erano presenti anche: Renate Bertlmann, Gina Pane, Fried Rosenstock, Mattia Mattias, Jacques Charlier, Luigi Viola, Cioni Carpi, Linda Christanell, Stanislao Pacus, Reese Williams, Mario Capponi, Francesco Colonnelli e Massimo Ventura, C.E.A.C., Giorgio E. Colombo, Peter D’Agostino, Giuseppe Desiato, Suzanne Lacy, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Vettor Pisani, Miro Polacci.

Cosa ha avuto luogo, in conclusione, durante quei sei giorni di performance continuate? Un cortocircuito: un passaggio di corrente sotto stress, la trasformazione di un’energia, la rottura di un perimetro. È stato messo in atto un pensiero con il fine di problematizzare il concetto di rappresentazione che tende a delegare a dispositivi esterni il compimento o l’illusione di un’azione.

Tre mesi prima della Settimana avevano avuto luogo i “fatti di Bologna” (11-12 marzo): gli scontri tra la sinistra extra-parlamentare e le forze dell’ordine che portarono all’omicidio dello studente Francesco Lorusso, a una serie di atti repressivi tra cui la chiusura forzata di Radio Alice e l’invio, da parte di Francesco Cossiga, di mezzi blindati a reprimere la rivolta.
Il minimo comun denominatore tra i due eventi, di per sé imparagonabili, è stata l’assunzione sul proprio corpo del rischio e della potenzialità del cambiamento, un’assunzione anche violenta che mirava a destabilizzare sistemi e ad appropriarsi di futuri imprevisti ma possibili.

Leggi la Time-machine 70s sul Festival del proletariato giovanile (1974-1976)

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