Rossella Porcheddu

Parabole fra i sanpietrini: il teatro off al Forte Fanfulla

Parabole fra i sanpietriniIl luogo dell’errore. Così Francesca Montanino di Off Rome definisce Parabole fra i sanpietrini, la rassegna che dall’8 febbraio anima il Forte Fanfulla, circolo Arci nel quartiere romano del Pigneto. Sì, perché ad alternarsi in scena, fino al 25 maggio, saranno giovani compagnie desiderose di trovare uno spazio d’azione e di sperimentazione, di confronto e di scambio. Non un palcoscenico prestigioso, né convenzionale, ma un’area protetta, che accolga nuove idee e attutisca eventuali, e leciti, scivoloni. Un teatro di cui “C’è bisogno”, come dice il sottotitolo di questa seconda edizione, mettendo l’accento sulla mancanza di visibilità e la difficoltà a circuitare delle realtà definite “off”. A scegliere e ospitare lavori in fase di studio, spettacoli inediti, attori e attrici provenienti da diverse regioni d’Italia, un gruppo tutto al femminile, formato da Francesca Montanino e Giulia Taglienti, fondatrici di Off Rome, Martina Parenti e Tiziana Cusmà, che nel 2012 si sono unite al progetto, e Maria Zamponi del Forte Fanfulla. Dodici gli appuntamenti in programma, sempre a cavallo del week end, e tanti gli eventi collaterali: dalle presentazioni di libri a vari workshop; da Parabole extra, focus dedicato a quattro compagnie romane, alla trasferta torinese, in una logica di scambio e collaborazione con le Officine Corsare e la rassegna Schegge. Il Tamburo di Kattrin, media partner della rassegna, si propone di seguire l’intera programmazione, di raccontare le immagini viste, le parole ascoltate, le atmosfere vissute. Dodici incursioni nel teatro off e dodici “pillole di critica”, che cresceranno come un diario, settimana per settimana, aggiornando questo post.


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A inaugurare la manifestazione, venerdì 8 febbraio, 20ChiaviTeatro con Sopra il cielo di San Basilio. Narrazione e interpretazione si alternano per un racconto che si nutre di realtà, perché nato da una serie di laboratori realizzati nelle scuole della periferia romana. Un attore, Ferdinando Vaselli, un musicista, Sebastiano Forte, e un illustratore, Lorenzo Terranera, tessono una trama di parole, note e immagini, una storia di immigrazione e di integrazione, di intolleranza e di identità. Uno spettacolo che strappa sorrisi amari, che mette in gioco personaggi (forse) troppo caricaturali, ma al quale bisogna riconoscere un valore sociale.

gobettiÈ un viaggio nel passato quello intrapreso da Marco Gobetti con 1863 – 1992 | Di Giovanni in oltre – Storia d’Italia e di persone da Giovanni Corrao a Giovanni Falcone, in scena il 14 febbraio. Si parla di legalità, di poteri forti dello Stato, si chiama in causa il mito, la reincarnazione, ci si ispira a Platone, si legge Esiodo. Ci si interroga sull’oggi e sul domani senza dimenticarsi di ciò che è accaduto ieri. Tante le immagini che l’attore torinese tenta di evocare, imboccando in continuazione lo spettatore, tante le parole macinate, e poche – o nulle – le pause, quelle che permettono al dubbio di insinuarsi e all’attesa di crearsi.

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Immerso in una vasca di alcol, circondato da pareti e pavimenti di carta, Roberto Galano è un fragile ubriacone e uno scrittore tormentato, interprete del monologo Bukowski. A Night with Hank del Teatro dei Limoni, andato in scena il 28 febbraio e il 1 marzo. Dalla bocca fluisce amaro, volgare, tagliente, il testo di D. Francesco Nikzad, che si nutre di citazioni e mostra il lato nascosto del personaggio. Il corpo è scosso da scatti d’ira, la voce vibra roca di insulti e risate, ingrossando un fiume di perversioni e debolezze. Per una pièce dalle tinte fosche, intrisa di dolore e di poesia, sostenuta dall’intensità e dall’irruenza di un attore solo, come solo è l’uomo.

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Non succede nulla, come niente accade nei drammi beckettiani cui Mario Jorio, autore di Prima ero schizofrenica…ora siamo guarite, dichiaratamente si ispira. Protagonista del quarto appuntamento di Parabole, dal 7 al 9 marzo, è stata la condizione umana, quella di una vecchia (ricordiamo Rockaby) dal corpo cadente, seduta in una stanza di oggetti (un omaggio a Giorni Felici). S’alternano follia e lucidità, si confondono fantasie e ricordi, si libera, nel finale metateatrale, il giovane corpo di Sarah Pesca, a mostrare la dicotomia tra finzione e realtà. Scorre il tempo e fluisce il monologo, che però non incide, non colpisce, non penetra in profondità.

CerchiodiGessoRaccontare la storia d’Italia e la vicenda di un uomo. Questo si propone di fare la compagnia torinese Il Cerchio di Gesso, che tra il 4 e il 6 aprile ha portato in scena M. Una cosa nostra, ispirato al romanzo-verità Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo e ho ucciso 80 persone, che restituisce la vita del pentito catanese Maurizio Avola. Non sembra riuscire nell’intento questo spettacolo, che resta ancorato a cliché, condisce di un’ironia stonata fatti violenti e luttuosi, non possiede quel carattere di urgenza che vorrebbe raggiungere, e non rivela l’umanità del personaggio. Poco chiaro appare il percorso, poco definita la ricerca, poco efficace la comunicazione.

BaroniChieliHa ritmo, musicalità, bellezza La salute degli infermi della Compagnia Barone Chieli Ferrari, al debutto nazionale dal 18 al 20 aprile. Essenziale la drammaturgia, che prendendo spunto dai racconti di Cortàzar ci svela, poco a poco, la storia di un figlio scomparso e di una madre inferma, di un dolore evitato e di una realtà negata, tra vita e morte, menzogna e verità. Misurati i gesti, asciutti i dialoghi, lunghi gli sguardi. Un castello di lettere e francobolli, per inscenare una falsa corrispondenza, un anello nuziale per alimentare il sogno, un cappotto grigio per non dimenticare. Gioco di allusioni e illusioni, di silenzi eloquenti e respiri profondi. Congegno sottile, calibrato e incisivo come la puntina di un giradischi.

stefanoUno sgabello. Un uomo. Una trama sfaccettata, che delineando una vicenda, ne abbozza altre. Così L’aiutante di Brušek, scritto da Carlo Cenini, prima tappa del progetto In Cuniculum, ispirandosi al romanzo di Akif Pirinçci, Felidae, sembra indagare i problemi etici sulla sperimentazione animale. Ma il monologo interpretato da Stefano Detassis, andato in scena dal 9 all’11 maggio, illustra anche la parabola di una cavia umana, racconta una solitudine, rivela una perdita, descrive le proprietà di una pomata che cicatrizzando le ferite del corpo non riesce a sanare quelle dell’animo. Si tratta, però, di fragili frammenti, deboli tracce. Ripetitiva è la struttura scenica, sfilacciato, si mostra, il tessuto drammaturgico, sconnesso appare il sentiero.

teatrodeiventiÈ sovraccarico, di suoni e di rumori. È traboccante di bidoni e di luci stroboscopiche Senso Comune del Teatro dei Venti, in seconda serata dal 9 all’11 maggio. Spettacolo volutamente disturbante, agito in uno spazio claustrofobico, immagine di una realtà napoletana periferica e degradata, tra canzoni neomelodiche e icone religiose. Arrabbiate sono le parole, nel monologo duro, gergale, disgustato di Antonio Santangelo. Palpabile la violenza, nelle teste percosse, affogate, riverse. Percepibile l’incomunicabilità, in quella pastasciutta consumata in silenzio, con lo sguardo incollato al piatto. Vite interrate, allucinate, avvelenate. Esistenze condannate, imprigionate in un tempo che si reitera senza avanzare, saldate a un’oscurità incapace di aprirsi alla luce.

campGrattugiano, tagliuzzano, imburrano, le giovani cuoche del ristorante “Besame Mucho”, studentesse fuori sede e precarie alle prese con discount in fallimento, cibo biologico, consumo equo e solidale. Affrontano con ironia Elisabetta Granara, Elisa Occhini e Sara Allevi tematiche attuali, i sistemi di alimentazione e di distribuzione, tra ossessioni vegetariane e fissazioni ecologiste, brand da boicottare e punti da accumulare. Musica, ritma, mastica parole il Gruppo di Teatro Campestre con Civediamoaldìperdì, replicato dal 16 al 18 maggio, spettacolo fresco, armonico, digeribile più degli alimenti che riempiono oggi le nostre tavole e affollano le corsie dei supermercati. Pièce culinaria, ritratto leggero di tempi e generazioni incerte, tra voci che risuonano dal passato e passi, lenti e incespicanti, verso il futuro.

GabbiaNO_foto_emiliano_bogaUna piscina gonfiabile. Un ombrellone colorato. Sedie sdraio a comporre un semicerchio. Vacanzieri immersi nel tedio dell’estate, bagnanti annoiati dall’amore e dalla vita. Così Woody Neri riscrive Il gabbiano di Cechov, nel dis-adattamento che ha chiuso la rassegna. In scena il 24 e 25 maggio, GabbiaNo ovvero Dell’Amar per Noia pur alludendo allo spazio aperto immaginato dal drammaturgo russo, delinea un luogo chiuso, una gabbia fisica e mentale che isola i personaggi, costringendoli a un ridondante movimento circolare, precludendo loro ogni possibilità di evasione. La compagnia Vanaclù restituisce la snervante ritualità del quotidiano, tratteggia con ironia vite senza gioia, senza tuttavia descrivere con incisività la vanità, la gelosia, l’incomunicabilità, il disgusto, quel ‘morire dentro’ che è proprio dei personaggi.

Dodici spettacoli, quattro appuntamenti extra con compagnie romane, quattro date torinesi e tre serate a sorpresa, durante le quali Fabrizio Ferracane ha masticato il siciliano arcaico di OraProNobis. Ventotto repliche e settecento spettatori per la seconda edizione di Parabole fra i Sanpietrini, che ha visto alternarsi, da febbraio a maggio, riscritture cecoviane e omaggi beckettiani, drammaturgie originali e affilati monologhi. Festival di teatro indipendente privo di finanziamento alcuno, che si avvale di un piccolo organico, che opera in uno spazio non convenzionale. Palcoscenico fertile per lavori già rodati, zona di passaggio per spettacoli ancora abbozzati. Terreno di contaminazione e sperimentazione. Luogo dell’errore. Perché, più che consegnare verità, c’è bisogno – come recita il sottotitolo della manifestazione – di porsi e porre domande, sollevare dubbi, sconvolgere certezze.

Visti al Forte Fanfulla, Roma

Rossella Porcheddu

Andrea Cosentino, qui e ora

Recensione a Not here, not now – di Andrea Cosentino

Andrea Cosentino_Not here not nowUn padiglione di arte contemporanea. Un’installazione interattiva. Un percorso fisico e mentale.
Not here, not now nasce dall’incontro\scontro di Andrea Cosentino con il metodo Marina Abramovic. Con una performance realizzata nel 2012 al Pac di Milano, l’artista serba, dopo quarant’anni di sfide estreme, si è interrogata sulla percezione del pubblico, sulla visione e la partecipazione, e ha offerto l’acquisizione di un’esperienza. Con un biglietto da 15 euro, l’attore abruzzese ha partecipato, ritirato un attestato e ricevuto gli stimoli per il nuovo lavoro, visto in fase embrionale all’India, nel cantiere di Perdutamente, e presentato il 25 aprile in forma di saggio, durante la settima edizione dei Teatri di Vetro.
Cavalcando ironicamente il motto del festival, Io non ho paura, Cosentino si confronta senza timore con la regina della body art, non tanto per attaccare un’icona, quanto per indagare il rapporto tra arte e vita, avviare una riflessione sulla realtà e la finzione e interrogarsi sulla creazione di un’opera d’arte, o presunta tale. E lo fa con i mezzi e i modi che utilizza e che conosciamo, tra momenti metateatrali, digressioni e interruzioni, bambole e parrucche, oralità e travestimento. E con l’irruzione del video, non la cornice vuota di Angelica o di Telemomò, ma due schermi luminosi, riproduttori di immagini autoprodotte. Storie e personaggi si alternano, come già in precedenti lavori (ricordiamo L’Asino Albino), ma qui lo sviluppo appare più lineare: un intro tutto giocato al microfono, una dichiarazione di intenti, un’incursione nel panorama famigliare, il viaggio esilarante nella body art e l’incontro necessario tra verità e simulazione.
Occhi chiusi, cuffie sulle orecchie, mani in tasca, un ipotetico partecipante a The Abramovic Method deride una platea che definisce obsoleta, abituata al teatro elisabettiano e poco avvezza all’arte contemporanea. Tra incredulità e percezioni alterate, altri improvvisati performer restituiscono il brainstorming con se stessi, tra la ricerca di gesti ‘potentemente iconoclasti’ e giri psichici tra i lotti della Garbatella, spazi vivi di TdV.

foto di Enea Tomei

foto di Enea Tomei

Poi vengono il racconto dell’esperienza al Pac, l’attacco ai brand, ai nomi che sono combinazioni di lettere a proprietà privata, tra Duchamp e Fontana, e le divagazioni, tra i miracoli tecnologici dell’iphone e i prodigi di un celebre aspirapolvere. C’è lo “psicodramma della genesi dell’arte cosentiniana”, sguardo sul microcosmo domestico, sulle filastrocche raccontate dalla madre al figlio (e oggi dalla nonna alla nipote) che avrebbero generato un teatro di “cazzatelle per distrarti e non pensarci”, contro le sperimentazioni degli artisti che hanno avuto, invece, una rigida educazione.
E se, nella parte centrale, andrebbe operato un intervento di sottrazione, per eliminare alcune ridondanze e dilatazioni, l’epilogo di Not here, not now, che debutterà a giugno all’E45 Napoli Fringe Festival, è sagace e pungente.
Momento clou i video di Tommaso Abatescianni, esperimenti poco estremi di body art di un Cosentino con naso finto e lunga treccia, impaurito e incredulo artista dal nome non noto. È Accecovic quando s’infilza gli occhi con un cotton fioc, Albuiovic quando affronta l’oscurità, Agrumovic quando addenta un limone intero, Astemiovic quando resiste a un bicchiere di vino, Apiedovic quando attraversa a piedi la città con le buste del mercato.
Percorso che dallo schermo si propaga sul palco, dove Cosentino\Abramovic, scarpe rosse e copricapezzoli, si infligge ferite con un finto coltello schizzando in aria fiotti di ketchup, spassosa risposta all’assunto «Theatre is very simple: in theatre, a knife is fake and the blood is ketchup. In performing srt a knife is a knife and ketchup is blood».
Performance che si svolge qui e ora, figura morente di clown con tacchi da drag e sangue posticcio, opera d’arte cosentiniana dal titolo BUA.

Visto al Teatro Palladium di Roma

Rossella Porcheddu

Dalle poetiche alle politiche: Tiziano Panici per C.Re.S.Co. Lazio

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foto di Rossella Viti

È presente in 19 regioni italiane, ha 130 promotori, riunisce compagnie, artisti, teatri, festival, residenze, operatori dello spettacolo dal vivo, dal Nord al Sud Italia. Intende stimolare il dialogo sulla scena contemporanea, sulle filosofie, i linguaggi, le ricerche, elaborare proposte per un cambiamento del sistema culturale e rivendicare la dignità dei lavoratori dello spettacolo. A tre anni dalla nascita, avvenuta a Bassano del Grappa nel settembre del 2010, C.Re.S.Co, Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, presenta sabato 20 aprile la sua seconda giornata nazionale, un evento che ruota intorno alle poetiche, come ci racconta Tiziano Panici, tra i promotori fondatori di C.Re.S.Co, che ci aggiorna anche sulle azioni e le proposte politiche del coordinamento, con riferimento al territorio romano, cittadino e periferico, e regionale.

La giornata nazionale C.Re.S.Co. − spiega Tiziano Panici − è espressione del Tavolo delle idee, coordinato quest’anno da Roberta Nicolai. E nasce per portare avanti una pratica poetica, un laboratorio permanente sul contemporaneo, che poi è il sottotitolo della giornata. Il principio è parlare, confrontarsi sui metodi, sulla filosofia di un percorso artistico, ma non sul contesto politico. La proposta sul Lazio, però, ha avuto una battuta d’arresto. Il coinvolgimento dei gruppi che in regione partecipano a C.Re.S.Co, circa una trentina, non ha avuto successo. Abbiamo riflettuto sulle motivazioni e capito che, evidentemente, questo non è il momento per una riflessione sulle poetiche, ci sono problematiche più stringenti che coinvolgono la vita degli artisti. Ma ci piacerebbe comunque avere una discussione di ampio respiro, che alimenti il lavoro artistico, mentre la riflessione politica si sta facendo più soffocante.

Accantonata l’idea di un incontro plurale, come avete ovviato? Come si svolgerà la giornata in Lazio?
L’annullamento è stato annunciato al coordinamento, perché abbiamo ritenuto fosse necessario evidenziarlo. Restano le proposte di work in progress: Luca Ricci coordina Il retrobottega dell’artista, e ha rilanciato la giornata all’interno di Ne(x)twork, bando/progetto in collaborazione con Fabio Morgan e il Teatro dell’Orologio. Gloria Sapio e Maurizio Repetto, di Settimo Cielo, hanno ricavato uno spazio all’interno del Contemporanea Aniene Pop Festival.

Dalle poetiche alle politiche. C.Re.S.Co Lazio e Cultura Bene Comune collaborano per dare a vita a una piattaforma programmatica di azione e di intervento. Un nuovo modello di gestione?
La piattaforma è nata come strumento politico in un momento di completo sconvolgimento dell’assetto politico nazionale, regionale e cittadino. Volevamo confrontare questo documento con tutte le realtà con le quali interloquiamo, dai coordinamenti alle consulte, dalle istituzioni alle occupazioni, che oggi non sono un episodio ma una realtà di fatto, con cui bisogna fare i conti, perché sono una risposta illegale a un sistema criminale.

E quindi la proposta di una nuova legge per lo spettacolo dal vivo?
Lo scorso anno è stato proposto ad Agis Lazio (di cui io faccio parte con il Teatro Argot Studio), uno dei primi interlocutori delle istituzioni, di redigere una bozza di legge. Problema non indifferente, perché un settore può fornire delle indicazioni ma non legiferare. Il nostro è un percorso di battaglia iniziato nel 2009, anno in cui c’è stato il blocco totale dei pagamenti, blocco che è legato all’emissione dei fondi, ma che necessariamente dipende dalla non modernità della legge 32 del 1978.

foto di Rossella Viti

foto di Rossella Viti

Con l’insediamento della nuova giunta regionale cosa succederà? Si è avviato già un dialogo?
Abbiamo pubblicato il 9 aprile su Paese Sera una lettera aperta all’Assessore Lidia Ravera e a breve avremo un incontro. Nicola Zingaretti sarà un buon interlocutore: aveva parlato, nei suoi programmi, della necessità di una legge regionale per regolamentare l’industria dello spettacolo dal vivo, ma sono sicuro che non gradirà l’elaborato creato dal settore stesso. Sarà comunque importante dare degli indicatori, e stimolare un interesse verso la nostra proposta, che si articola in sei punti fondamentali (finanziamenti, produzione/organizzazione, promozione/circuitazione, forme giuridiche/nuove legalità/diritti, impresa sociale/welfare, spazi/residenze/territori, formazione), individuabili nei settori principali, non solo del settore del teatro, ma anche delle arti performative. Uno strumento sempre aperto, condiviso e modificabile.

Zingaretti ha parlato di una legge quadro che fotografi la situazione attuale. E ha parlato di contemporaneità.
Sì, una delle principali discriminanti nella gestione dei finanziamenti sono proprio i generi, perché il Ministero e la Regione finanziano, attraverso una divisione, in generi totalmente superati. Non è legittimato un tipo di percorso artistico contemporaneo, che è presente nell’oggi e ha un livello di ibridità che ha bisogno del suo riconoscimento preciso.

Nell’incontro del 16 febbraio, svoltosi a Roma e organizzato da C.Re.S.Co e Cultura Bene Comune, si è parlato della mancanza di un ‘sentimento regionale’, di un sentirsi romani ma non laziali.
Nella nostra regione c’è uno scollamento totale tra i tre livelli, quello metropolitano, quello periferico e quello regionale. Io spingo molto perché l’identità romana si confronti con quella del Lazio, che dovrebbe rappresentare il 70% della produzione italiana e invece è debole a livello di proposta, di poetica e di forza creativa. E ci sono molte isole, che vivono all’esterno di Roma, che fanno bellissimi percorsi. Siamo molto lontani dal mettere insieme queste realtà e sarebbe necessario, inoltre, monitorare i territori, creare una consulta permanente, sia in regione che nel comune, uno strumento di contatto tra istituzioni, la cittadinanza e gli operatori teatrali.

Intervista a cura di Rossella Porcheddu

Per un teatro del non detto: Rodolfo di Giammarco presenta Nuove drammaturgie in scena

nuovedrammaturgieTre giovani autori. Tre testi inediti. Tre titoli laconici: Sterili, Radici, Peli. Questi gli ingredienti di Nuove drammaturgie in scena, capitolo del progetto La Provincia in scena, realizzato dall’Atcl, Associazione teatrale fra i comuni del Lazio, e promosso dall’Assessorato alle Politiche Culturali della Provincia di Roma in collaborazione con Fondazione Romaeuropa e Palladium Università Roma Tre. In apertura, il 26 e il 27 febbraio, Sterili di Maria Teresa Berardelli, Premio Riccione Tondelli nel 2009. Segue Radici di Niccolò Matcovich, in scena il 28 febbraio e il 1 marzo, e chiude Peli di Carlotta Corradi, il 2 e il 3 marzo. La stazione di una metropolitana, una casa di montagna, un interno borghese gli habitat tratteggiati. L’incomunicabilità, i rapporti sepolti, i sensi stravolti i temi sviscerati, per scritture che non regalano verità ma sconvolgono ogni certezza, per una scena che vive di presenze e di assenze, per un teatro del non detto, come racconta Rodolfo di Giammarco, giornalista e critico teatrale di Repubblica, curatore della rassegna.

Rodolfo di Giammarco: Sarah Kane, che ho incontrato due volte nel 1997, mi ha confessato che dietro alla crudeltà dei suoi testi c’è l’amore. E lo ha trattato apertamente, ma dietro le formule della violenza, dell’accanimento, del negarsi per essere estremi, nel rifiuto della normalità. Le tre drammaturgie della rassegna esprimono il senso nascosto, negato e combattuto dell’amore, che oggi non appartiene più alla nostra cultura della comunicazione, perché, se c’è di mezzo la dimensione dell’amore, si pensa a qualcosa di retorico, convenzionale e sfinente. Mi interessa, inoltre, che ci sia un sottotesto, per cui si parla di qualcosa ma si intende altro, si prefigura l’ansia di non dire altro. Sono meccanismi per niente intellettuali, che ci riguardano perché noi stessi ci censuriamo, abbiamo una vergogna del lessico umano che può legarci, emozionarci e farci più belli. La ricerca della bellezza non è una ricerca del manifesto con la frase fatta, è la ricerca dell’istintività, del massimo abbandono di noi stessi.

L’essenzialità del titolo, le parole taciute, i sentimenti nascosti accomunano i tre testi. Cosa, invece, li distingue e quali le differenze di linguaggio?
R.d.G: I tre autori, con età che vanno dai 23 ai 32 anni, sono stati allievi del mio corso di drammaturgia, che è arrivato al sesto anno. L’Officina Teatrale/Cantiere di Scrittura e Collaudo ha dato loro una spinta per essere più coscienti. Maria Teresa Berardelli, attrice diplomata alla Silvio d’Amico che oggi vuole solo essere autrice, scrive come Jon Fosse, con quell’apparente rilassatezza, quell’apparente calma, silenzi che sono al posto delle battute, brevissimi cenni verbali, mai lunghe frasi, per un’essenzialità molto drammatica. Niccolò Matcovich, che aveva una ventina d’anni quando è venuto a seguire i corsi, scriveva corti, atti unici, e mi dava l’idea di cercare delle radicalità tematiche e linguistiche. Radici è un attonito dialogo, che sembra a basso tono, senza nessun senso partecipativo, tra due persone di alta montagna. Non si dà nessuna escrescenza di termini, è sottrazione totale e identitaria, perché non si capisce chi siano l’uomo e la donna che parlano tra loro. Carlotta Corradi, già regista e produttrice e ora fortemente più autrice, ha sempre studiato il fragile e non convenzionale rapporto tra i sessi, e con Peli affronta due elementi femminili con un sommerso di relazioni fallimentari e un’intesa mai esplicitata. In uno stare insieme qualsiasi, che sembra leggermente borghese, lentamente escono fuori i peli. Non è una soluzione che ha a che vedere con travestitismi, con occasioni amene di passare da un gender a un altro gender, sono due donne che tirano fuori l’uomo che c’è in loro.

Tre giovani drammaturghi e tre registi noti alla scena contemporanea. Come si lega la scelta della parola alla scelta dello sguardo?
R.d.G.: Mi piaceva l’idea di registi che si adattassero al non dire dei testi. Il sottosuolo di una stazione di metropolitana, quell’universo di Sterili che non si dà un marchio, mi è sembrato potesse assomigliare a certi scenari fassbinderiani di Fabrizio Arcuri, che sa dare una temperatura gelida alla non-comunicazione tra uomini e donne. Le parole nel vuoto, con un vuoto identitario di Radici mi è sembrato appartenessero al lavoro di Massimiliano Civica, che fa un teatro senza nulla in scena e con parole avare, che svuota qualsiasi tipo di classico, o drammaturgie originali, come ha fatto di recente con il testo di Armando Pirozzi, Soprattutto l’Anguria. Quel dialogo a due di Peli, che può apparire mondano e fa uno spaccato dell’animo desiderante delle due protagoniste, mi è sembrato potesse avere compatibilità con il lavoro che fa Veronica Cruciani, che mette sempre una macchia nera su apparenti rapporti piccolo borghesi e pseudo-umani.

foto rodolfo di giammarco

Nuove drammaturgie in scena è l’ultima delle rassegne curate: vent’anni di Garofano verde, undici di Trend – Nuove frontiere della scena britannica. Come sono nate queste manifestazioni?
R.d.G.: Per quanto riguarda Garofano verde m’interessavano i sentimenti, che in campo omosessuale sono più espliciti, perché c’è meno silenzio e meno “chiusezza”. Ho fatto in modo che una nicchia che poteva circoscrivere, vent’anni fa, uno scambio culturale omosessuale, si aprisse a una comprensione, a un interesse e a un seguito di pubblici eterosessuali. Non un teatro a luci rosse, né un teatro di orgoglio omosessuale, ma una profondità di linguaggi di natura, riflessione e concezione omosessuale. A giugno compie il ventesimo anno, vorrei che ci fosse una festa con autori, attori, compagnie e so, fin d’ora, che vorrebbero partecipare a quest’edizione Massimo Popolizio e ricci\forte. Per ciò che riguarda la scena britannica, andando spesso a Edimburgo e Londra per vicende giornalistiche, mi sono innamorato di quel modo libero, comunicativo, di quella cultura che porta a teatro i giovani per discutere di temi interessanti, violenti, sociali. Così è nata Trend, che quest’anno propone al Teatro Belli di Roma, nelle prime due settimane di aprile, cinque spettacoli, cinque novità.

L’attività di curatore, dunque, è andata di pari passo a quella di critico. Ma l’una e l’altra sono mai state in conflitto?
R.d.G.: Mi è capitato, di fronte a qualche sospetto di questo tipo, di rispondere ad altri e a me stesso. Cosa significa creare committenze, avere attori e registi che operano dentro una tua rassegna? Significa mettere in essere un conflitto d’interessi? Sono sempre stato molto onesto con gli artisti, non ho mai fatto capire che la partecipazione a mie manifestazioni garantisse un trattamento privilegiato o l’appartenenza a un clan; ho fatto capire che se un loro lavoro non mi avesse convinto sarei stato sempre il critico di Giammarco. Per altro, dato che sono molto “socializzante”, quando frequento gli artisti come giornalista, sono disposto a rapporti profondi e confidenziali, perché credo di appartenere al loro mondo, senza avere nessuna matita rossa e blu all’orecchio.

Dal 1979 critico di Repubblica, tanti gli spettacoli visti, e vissuti. Oggi perché va a teatro?
R.d.G.: Per essere sconvolto. Non posso accettare l’idea che una novità o un classico rinomato mi propongano uno standard, un format di comunicazione umana, di specchio della società che ho già in mente come parametro, come trama dell’esistenza. Non devo vedere una cronaca di quanto mi accade: il teatro deve andare oltre, deve prevedere, deve ammonire, deve scandalizzare, essere devastante, sia da un punto di vista autoriale che registico e di impatto scenico. Anche se rispetto il teatro di intrattenimento, che ripaga delle fatiche umane, non è possibile andare a vedere qualcosa di confortante, la manifestazione di ciò che sappiamo del mondo – trovo che questo sia esiziale.
Dobbiamo portarci via qualcosa che apparentemente ci addolora, apparentemente ci svia, che ci toglie una sicurezza. Mi interessa il teatro che mi dà un pensiero in più, che mi toglie un sorriso, che mi infligge una ferita. Uno star male per essere migliori.

Il programma completo di Nuove drammaturgie in scena

Intervista a cura di Rossella Porcheddu

La rivincita: una ruvida tragedia della normalità per il Teatro Minimo

Recensione a La rivincita – di Teatro Minimo

rivincitaDue muretti dividono una terra malata dal resto del mondo. Voltare le spalle e andarsene è facile, non rassegnarsi e restare molto più difficile. Le due pareti, unici elementi scenografici, fanno da sfondo a una tragedia dei giorni nostri, scritta da Michele Santeramo e portata in scena sul palco del Valle Occupato dal 9 al 20 gennaio in prima nazionale. Una tenitura lunga, due settimane di repliche per il nuovo lavoro di Teatro Minimo, La rivincita, reale, schietto, ruvido, secco nel linguaggio e asciutto nella struttura.
Si incontrano sul proscenio, che assume di volta in volta i contorni di una cucina, di un ospedale, di un bar, di un campo che ingoia veleni e non produce frutti. Sono uomini e donne di un Sud Italia segnato dalla povertà, dalla disoccupazione, dallo strozzinaggio. Sono due fratelli, uno sempre in bolletta, sterile per gli sversamenti, pronto a vendersi la casa per una costosa cura di fertilità, e uno più scaltro, prodigo di espedienti lavorativi e liquido seminale. Sono due mogli, una tenace, ossessionata dal desiderio di maternità, e una fragile, madre due volte e schiava dei gratta e vinci. Sono un impiegato comunale campione di intrallazzi, un bancario, un usuraio, un infermiere. Sono uomini e donne della provincia, che si vedono sottratti uno a uno, e cercano di riconquistare i bisogni primari: mangiare, lavorare, procreare.
La storia si rivela grazie a un gioco di entrate e uscite rapide, a un alternarsi di dialoghi ossuti, macchiati di un’ironia amara e contaminati dall’inflessione barese, che si insinua nelle pieghe di una lingua italiana scarna, essenziale, capace di rivelare quello che le scene non fanno vedere.
Non è necessario portarla sul palco, quella terra gravida di rifiuti, sferzata dal vento e indurita dal gelo. Si possono immaginare un ventre femminile arido, che abortisce sogni e figli, una tavola dove si consumano sempre gli stessi pasti, alte pale eoliche che non producono energia ma alimentano un business e quello squallido capanno dove s’incontrano la moglie di Vincenzo, marito infecondo, e il cognato fertile, non per tradire ma per compiere un atto d’amore. Uno spettacolo che trova forza e ritmo nella ripetitività delle scene e delle battute, nell’umanità e nella verità dei personaggi principali (gli altri, invece, rischiano di tramutarsi in macchiette). Una drammaturgia contemporanea – riadattata da una sceneggiatura cinematografica – che ci mette di fronte alle miserie economiche, ambientali, sanitarie, lavorative, che solcano il nostro paese; che ci parla di legami talmente stretti da diventare corrosivi, di una normalità negata, inseguita e infine riconquistata. Due muretti dividono la propria casa dal resto del mondo. Scavalcarli e andarsene è una possibilità, affondare i piedi nel terreno, sprofondare per poi risalire, una rivincita.

Visto al Teatro Valle Occupato, Roma

Rossella Porcheddu

Fratto_X: la macchina di ritmo di Rezza\Mastrella

Recensione a Fratto_X – di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

Non chiamatelo attore, Antonio Rezza non si cala nei personaggi, non si immedesima, non partecipa. Non chiamatele scenografie, gli ambienti di Flavia Mastrella non sono asserviti alla drammaturgia. Di fronte al loro teatro, e alla loro arte, è più facile negare che affermare, perché non valgono categorizzazioni, non esistono descrizioni, è impossibile il racconto. Bisogna vedere come il corpo si muove, come il viso si deforma, è necessario sentire la voce, coglierne le alterazioni, seguirne i repentini cambiamenti. Di certo non si rischia di annoiarsi, ma Fratto_X, andato in scena al Teatro Vascello dal 4 dicembre al 6 gennaio, non è solo esilarante, si compone di una stratificazione di segni e di significati.

Il condizionamento arriva stavolta dalle fotografie che Flavia Mastrella ha scattato nell’autostrada in movimento, e che hanno portato alla realizzazione di ‘fasci luminosi della densità di un petalo di fiore’, uno su tutti il grande divieto suggerito già dal titolo. Le azioni e le parole nascono dalla residenza di Antonio Rezza in questo habitat, residenza che è durata più di un anno, che ha stimolato un violento processo creativo, che ha ospitato il corpo – ma non la voce – di Ivan Bellavista, che si è nutrita, prima del debutto, delle energie di occasionali visitatori, invitati a una serie di prove aperte.

Sono le luci di Mattia Vigo, virate nei toni del rosso e dell’azzurro, a illuminare l’ambiente artificiale, abitato da uomini comuni con nomi comuni, coppie litiganti, giovani vittime dell’ansia, madri asfissianti e poliziotti troppo inclini alle manganellate. Un lavoro sulla coercizione, sulla manipolazione, sull’appropriazione dell’altrui identità, che denuncia l’infermità mentale del pubblico televisivo, che accenna alla malasanità, che desacralizza i simboli religiosi.

Non mancano gli attacchi al pubblico, invitato a parlare e umiliato nella risposta, illuminato in finale di spettacolo da uno specchio riflettente, uno scettro che sembra dichiarare il potere dell’artista, essere disumano, sullo spettatore, costretto a pensare, obbligato ad agire.

Una macchina di ritmo, come descritta dalla coppia di artisti, sostenuta dalle architetture labirintiche della Mastrella (che guarda alle ricerche di Robert Morris, di Fausto Melotti e di Fluxus), e alimentata dai nervi e dal sudore dell’inesauribile Rezza.

Una performance scritta dallo spazio e dal tempo, una mostra continuativa di opere plastiche, un’esposizione temporanea di omologazioni culturali, semplificazioni esistenziali, spersonalizzazioni, umani annullamenti.

Visto al Teatro Vascello, Roma

Rossella Porcheddu

Nel cantiere di Perdutamente

Variazioni. Incidenti. Distrazioni. Teorie sul tema della perdita. Hanno attraversato le sale, i bagni, il foyer del Teatro India dal 3 al 21 dicembre con Perdutamente. Spettacoli in fase embrionale, che forse saranno partoriti o forse saranno abortiti, studi in via di definizione, con gestualità represse e parole inespresse. Sono imperfetti, instabili, irripetibili. “Impresentabili”, li chiama Lucia Calamaro, che questi spazi li ha abitati da drammaturga, regista, attrice. Eppure queste performance, queste installazioni, questi ritratti sono stati presentati. Ai compagni di avventura, innanzitutto: artisti, compagnie che hanno preso parte al progetto del Teatro di Roma. E agli spettatori e agli addetti ai lavori, che incuriositi si sono addentrati in un cantiere aperto, privo di segnali direzionali; hanno percorso un sentiero accidentato, una strada a volte già solcata, altre inesplorata. Difficile avere una visione d’insieme, per la diversità delle domande, per la difficoltà nelle risposte. Più semplice raccontare le emozioni, palesare le perplessità, senza nessuna volontà di cronaca, perché non si vuole rendere conto di tutto ciò che è accaduto, senza nessun ordine cronologico, perché non si sono viste tutte le performance e vissute tutte le serate, ma seguendo soltanto l’onda delle proprie sensazioni e il flusso dei propri pensieri.

Teatro delle Apparizioni “Bagni rossi”

I Bagni Rossi, installazione da toilette ideata dal Teatro delle Apparizioni, sembrano chiamarci in causa, domandandoci a grandi lettere, mentre guardiamo la nostra immagine riflessa nello specchio, cosa abbiamo perso. Ma la partecipazione è illusoria, è fugace, non siamo elementi dell’ingranaggio, a meno che non siamo noi a sceglierlo. C’è un’atipica agenzia di viaggio, ci si può prenotare per un breve tour teatrale, da vivere non da guardare. Un itinerario per inesperti danzatori, affiancati da artisti già rodati che insegnano i passi e guidano il movimento. Riusciamo a vedere ciò che Michele Di Stefano ci spinge a osservare: non il corpo, ma lo spazio che lo avvolge, non l’incontro, ma la distanza che c’è tra una silhouette e l’altra. Quelli ideati da MK sono ambienti coreografici, riuniti a comporre un Clima breve, intenso, coinvolgente, con la musica degli Archive che accompagna la danza di gruppo e quella solitaria, che scema quando l’ultimo danzatore lascia il palco, in penombra, senza clamore. Gli occasionali viaggiatori della scena non escono a prendere gli applausi, non cercano il calore del pubblico, il loro è solo un passaggio. Non sono residenti ma ospiti anche i 1000 partecipanti all’installazione Art you lost? che ha chiuso quest’avventura romana. Denunciano la propria presenza scrivendo il nome su lunghi teli bianchi, srotolati sulla facciata dell’India. Raccontano episodi della propria esistenza segnando su una grande mappa di Roma i punti in cui hanno perso o trovato qualcosa, incontrato o lasciato qualcuno. Chiudono frammenti di vita in scatole di cartone e affidano il significato della scelta a fogli di carta, appesi casualmente sulle pareti. Impossibile associare i volti, che scorrono nel buio del foyer, ai nomi, agli oggetti, alle parole. Art you lost? è un puzzle da non ricomporre.

Stare seduti, protetti dal proprio posto in platea, divisi dalla rassicurante quarta parete, non esonera da sconvolgimenti, da coinvolgimenti, da divertimenti. E così quando Andrea Cosentino snocciola parole che sembrano buttate lì, scritte senza troppi pensieri, dette quasi senza importanza (perché non è capace di fare pause, dice lui) ridiamo sì, per quel modo di raccontare ironico e scanzonato, per quella capacità di non prendersi troppo sul serio. Ma la sua riflessione sulla performing art, che chiama in causa Marina Abramovic con una serie di esilaranti video, non è solo divertente, è anche pungente. Non qui non ora si interroga sulla verità, sulla finzione, sulla rappresentazione, sull’arte, vissuta sulla propria pelle, fruita in un museo o vista in teatro.

Quando Lucia Calamaro, Lisa Ferlazzo NatoliTony Clifton Circus si siedono intorno a un tavolo con una serie di fogli, capiamo di essere di fronte a un flusso di parole. Ha gravidanze lunghe la drammaturga romana, lo dice lei stessa, e il nuovo spettacolo sarà partorito nel 2014. Il Diario del tempo visto all’India è un ‘impresentabile’, ma non possiamo che restarne affascinati. Per quell’attrazione e repulsione per il palcoscenico, per quelle presenze surreali, per quelle riflessioni filosofiche, per quelle considerazioni artistiche, per quei tentativi di “rammendarsi l’essere”, per quello scontrarsi, sfiorarsi, toccarsi del dentro e del fuori.

Quando Daria Deflorian, Monica Piseddu e Antonio Tagliarini entrano in scena a raccontare la frustrazione, a condividere la rassegnazione, a vomitare la rabbia, siamo colpiti, scossi, strattonati. Perché la storia delle quattro pensionate greche che scelgono il suicidio come conclusione delle loro esistenze svuotate, svilite, annientate, parla della società, della crisi, del lavoro. Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni ruba l’incipit a un romanzo di Petro Markaris ma parla di ognuno di noi, noi che non abbiamo volto, nome; noi che siamo persi in una realtà ‘più nera del nero’.

E così quando abbandoniamo la poltroncina per chiuderci nel buio di Eco, installazione di Vincenzo Schino, possiamo specchiarci in una pozza d’acqua senza riconoscerci, possiamo guardare la danza di un esile scheletro e sentirci liberi, leggeri, possiamo spiare dal buco della serratura per scoprire il volto del burattinaio oppure farci attraversare dalle emozioni, perdutamente.

Visto al Teatro India, tra il 3 e il 21 dicembre 2012, Roma

Rossella Porcheddu

La Merda: un’onda di disgusto sul palco del Valle Occupato

Recensione a La Merda – di Cristian Ceresoli, con Silvia Gallerano 

La voce invade subito lo spazio, prima della presenza fisica, prima della nudità. Piccola su un alto trespolo, il corpo contorto in goffe pose, Silvia Gallerano chiama il pubblico sul palco del Valle Occupato, affidando a un microfono, impugnato con forza, le prime frasi, farfugliate, sussurrate, improvvisate. E subito ci rende conto che a essere importanti ne La Merda, spettacolo vincitore del Fringe First Award 2012 di Edimburgo, sono soprattutto le parole. Quelle crude, arrabbiate, scritte da Cristian Ceresoli, e quelle ingerite con fermezza e vomitate con coraggio dall’attrice romana, prima interprete italiana a vincere il The Stage Award for Acting Excellence 2012 come Best Solo Performer.
Portato in scena dal 7 all’11 novembre, a grande richiesta e per pochi spettatori ogni sera, il primo titolo del Decalogo del Disgusto, è dedicato all’Italia dei 150 anni, all’Italia della televisione, all’Italia della notorietà, all’Italia dei maschi e della bandiera, all’Italia della Resistenza e dell’apparenza.
Non un omaggio, e neanche un atto di denuncia, piuttosto una presa di coscienza. La nostra società, come Pier Paolo Pasolini immaginava con ‘previsione apocalittica’ quarant’anni fa, collassa sotto il peso dei mutati (e peggiorati) valori e modelli culturali, soccombe all’invadenza dei mezzi di comunicazione di massa. Il regresso, oggi, vince sul progresso.
Tre tempi scandiscono lo spettacolo, Le Cosce, Il Cazzo e La Fama, due volte la luce si spegne in sala, due volte sole prende fiato Silvia Gallerano, che consegna al pubblico un vortice di pensieri, di situazioni, di aspirazioni. Quelle di molte giovani donne pronte a mostrarsi, decise a spogliarsi, vogliose di esibirsi nel circo mediatico.
Con la voce a tratti rotta dal pianto, le labbra piegate in una smorfia di sufficienza, la ragazza ‘con le gambotte da sirena’ s’aggrappa ai ricordi d’infanzia, agli elettrodi sulle cosce troppe grosse, alle aspettative del padre e alla superficialità della madre, ai primi, squallidi incontri sessuali. Si espone alla telecamera, si gioca tutto con un provino, bagnato di finte lacrime e mediocrità. Ingoia chili di cibo e frustrazioni, defeca delusione e re-ingurgita umiliazione. È avida di popolarità, ingorda di successo, aspira a solcare il tappeto rosso, salire sulle ginocchia di uomini influenti come saliva su quelle di papà, mira a essere riconosciuta al supermercato da sconosciuti schiavi del gossip e del piccolo schermo.
E mentre il tono sale, mentre monta l’eccitazione per i sogni che potrebbero realizzarsi e per la fama di cui si potrebbe godere, si ingrossa l’onda di vergogna, di repulsione, di schifo.
Non mostra nessuna via di scampo il linguaggio nudo, asciutto, essenziale di Cristian Ceresoli. Non c’è redenzione per la sfrontata giovane donna, fiera dei suoi sogni, piena delle sue ambizioni, quelle che si leggono nello sguardo e nella carne di Silvia Gallerano.
Il pantano in cui annega il nostro paese può essere spalato solo con un grido disperato. E la pochezza umana, sociale, intellettuale, si può superare con la forza di certi progetti indipendenti, meritevoli di premi e di sostegno, condivisibili perché chiamano in causa tutti noi, le nostre ansie, la nostra indignazione e le nostre speranze. «Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare», scriveva Pasolini nel 1974.

Visto al Teatro Valle Occupato, Roma

Rossella Porcheddu

I tiranni senza menzogna: Ascanio Celestini racconta Discorsi alla Nazione

Sul palco del Teatro Secci, un’ora prima dello spettacolo del 2 novembre, ci sono solo un’asta e un microfono. La scenografia non deve essere allestita, l’interprete non deve sottoporsi a una seduta di trucco e parrucco, né indossare pesanti costumi. Andrà in scena da solo, con l’unico accompagnamento dei suoni, con l’ausilio di alcune registrazioni, e con la forza delle sue parole, quelle cui ci ha abituato in questi anni. Al pubblico di Umbria Libri – per il secondo anno a Terni in collaborazione con il Comune e con IndisciplinarteAscanio Celestini presenta Discorsi alla Nazione – studio per uno spettacolo presidenziale. Sono prove di orazioni per aspiranti tiranni, pronti a evitare la menzogna, disposti a dire la verità. Camuffati da leader democratici, i despoti di oggi si affacciano a un balcone che possiamo solo immaginare, sul quale ci si può mostrare ma non rivelare. Uno spaccato del nostro tempo, ma non solo della nostra storia. Un confronto con ciò che eravamo, perché la memoria è ingrediente essenziale del teatro di Celestini, uno squarcio su un panorama politico irreale, ipotetico, utopico. Come racconta, seduto a bordo palco, l’attore romano, con una quantità di parole, esempi e metafore difficile da restituire, impossibile da riassumere. Riportiamo alcuni pensieri sullo spettacolo, alcune considerazioni sul potere, alcune riflessioni sul teatro di narrazione.

«Con questo nuovo studio, che è stato proposto durante l’estate, spesso all’aperto, e che sarà presentato sicuramente a maggio a Roma, ma forse in anteprima a fine aprile, mostro lo strappo nel cielo di carta, rivelo la volgarità del fare politica, immagino tiranni che rischiano di essere fucilati perché dicono la verità. Sono prove per Discorsi alla Nazione, ma forse il titolo definitivo non sarà questo».

Sull’essere leader
«Oggi i partiti fanno marketing, sono aziende, hanno il logo come le aziende, e non possono dire determinate cose. Anche chi è in buona fede diventa un frontman, si trasforma in un marchio. Gli uomini politici mentono e si prendono gioco di noi ogni giorno, ci fanno il lavaggio del cervello. Non dicono mai quello che pensano e fanno apparire ciò che dicono come l’unica cosa possibile.
A mio avviso, invece, non c’è un’unica possibilità. Ma credo anche che non siamo in grado di abbattere il sistema, le rivoluzioni non si fanno da un giorno all’altro».

Iniziare dal basso
«Bisognerebbe arrivare all’anarchia, quella per cui nessuno ha bisogno di leggi perché le autorità si autoregolamentano. E bisognerebbe lavorare sui territori, fare politica sui territori. A Ciampino, ad esempio, ci sono troppi voli. Siamo sicuri che serva davvero un volo a 24 euro per Dublino? È necessario domandarsi quanto costa in senso generale alla comunità».

Dal manicomio ai palazzi della politica
«Non è che io voglia parlare per forza dei reclusi, è che l’individuo macerato ha un livello di umanità più leggibile. Non ha difese, mi racconta di più dell’essere umano, mi appartiene di più».

Il teatro di narrazione
«Non credo che esista un genere, non è necessario trovare una definizione, si è parlato di narratori, si parla di narrautori. Di differente c’è che siamo soli in scena, tutti noi, anche io. Ma nei miei spettacoli ci sono comunque dei personaggi».

Il potere dell’immaginazione
«C’è chi sceglie di mostrare gli oggetti, così che lo spettatore ne prenda coscienza, e chi preferisce non metterli sul palco. Io scelgo di usare l’immaginazione, e così alzo la soglia di attenzione del pubblico. Parlo perché immagino le cose, sono le parole che dicono le cose, più lontano sta la cosa meglio è. Non è certo la logica seduttiva, quella della pubblicità, cui siamo abituati. Anche la percezione visiva funziona così: quello che vedi non è mai quello che hai davanti agli occhi, è come entrare in una stalla e percepire prima l’odore della mucca, poi l’odore del latte e poi l’odore dell’erba».

Sulla ripetitività
«Il mio è un testo non imparato a memoria, perciò funziona come l’improvvisazione, come un suono, una dinamica musicale. La ripetitività mi permette di variare il tono, mantenere il ritmo».

Quando il luogo non è importante
«La cornice in cui si svolgono gli spettacoli non è fondamentale, non influisce. È teatro perché si svolge in questi luoghi, il teatro in quanto atto pubblico è sempre atto politico».

Dalla Russia alla Campania, le memorie di un pazzo

Recensione a Diario di un pazzo – regia di Andrea Renzi

foto di Francesco Squeglia

Cappello calato in testa, occhiale spesso, fisico troppo piccolo nel cappotto troppo abbondante, Roberto De Francesco è Papaleo, immagine italiana del Propriscin gogoliano. Nella pièce in scena al Teatro Argot Studio fino all’11 novembre, Pietroburgo lascia il passo alla provincia italiana, gli anni trenta del 1800 diventano gli anni cinquanta del 1900, le Memorie di un pazzo si trasformano nel Diario di un pazzo, riadattato da Andrea Renzi per i Teatri Uniti.

La vita del modesto impiegato si srotola tra casa e ufficio, spazi angusti, claustrofobici, che nell’essenziale scenografia di Barbara Bessi sono racchiusi in un armadietto a due ante, prigione della realtà e covo della fantasia. Impastando dialetto napoletano e inflessioni lucane, Papaleo passa attraverso delusioni amorose e frustrazioni lavorative, umiliazioni appuntate giornalmente su un diario, unico confidente, unico amico. Incapace di fare i conti con la pochezza della propria occupazione e di affrontare la solitudine sentimentale, l’impiegatuccio si rifugia in un mondo immaginario. Dove temperare matite è un incarico prestigioso, dove il desiderio amoroso può essere corrisposto e dove i cani sono soliti intrattenere corrispondenze epistolari.

Una messa in scena tradizionale, sobria, senza grandi scossoni o grandi sorprese, che dipinge lo squallore e restituisce la mediocrità, incollata a quelle gocce di sudore che imperlano la fronte del protagonista. Uomo comune all’affannosa ricerca di un’identità diversa dalla propria, più apprezzabile, più influente, più regale, che finisce per corrispondere con quella di Ferdinando VIII. A questo proposito ci si chiede come mai la regia, che ha deciso di cambiare scenario storico e collocazione geografica, non abbia privilegiato un esempio culturalmente e temporalmente più vicino, e abbia fatto calare (così come accade nel racconto di Gogol) il modesto lavoratore dell’entroterra italiano nel reale spagnolo vissuto un secolo prima. E se questa vicenda senza via d’uscita appare distante, lontana, affidata a un momento e a un luogo che non ci appartengono, certo è che Roberto De Francesco, confuso, sconvolto, vestito di stracci e di tormenti, ben tratteggia la disperazione umana, ben incarna il delirio, ben interpreta la discesa nella follia, quella che nasce da un eccesso di normalità.

Visto al Teatro Argot Studio, Roma

Rossella Porcheddu