22-26 luglio 2013: le porte della fortezza si aprono, le celle si trasformano. Dalì, Kafka, Beckett, Leopardi, Artaud: poeti visionari, scrittori dell’assurdo, creatori di mondi onirici, danno il nome agli spazi scenici. Jean-Paul Sartre, con il saggio dedicato al drammaturgo francese, suggerisce il titolo del nuovo lavoro di Armando Punzo, Santo Genet commediante e martire, un primo movimento – in prima nazionale – ideato per i 25 anni della Compagnia della Fortezza. La maîtresse de Le Balcon ci attende nel cortile del Maschio, allarga le labbra vermiglie in un sorriso malizioso, più e più volte. Il volto incorniciato di rose rosse, le mani velate di pizzo, ci chiama a sé: è Madame Irma che ci invoglia a scostare le tende del bordello, è Armando Punzo che ci invita – ancora una volta – nella casa di reclusione, insieme ci portano in un luogo segreto, in un teatro clandestino, in un castello interiore.
Foto di Stefano Vaja
Soffia il vento, stridono i gabbiani, mentre attraversiamo una passerella delimitata da statue umane, marinai in canotta a strisce e pantaloni bianchi, bicipiti in mostra e tatuaggi. Ci attendono nei salons, gli oltre sessanta detenuti-attori, disertori, transgender, vescovi, spose, generali, personaggi rubati all’opera di Genet, che si raccontano con frasi estrapolate da Diario del ladro, da Il Miracolo della rosa, da Querelle de Brest. Si è liberi di girare, di curiosare, di lasciarsi affascinare o di sfuggire, di spiare e farsi carezzare. Sempre diverso è il percorso, per scene che si sovrappongono, si ripetono, s’incrociano. Affacciano su un corridoio, le cinque stanze: pareti damascate, drappi di velluto, cornici dorate, abat-jours, candelabri, rose in ogni angolo, fra le dita e dietro le orecchie, e specchi, specchi ovunque, sul soffitto, sulle pareti, specchi seguiti da specchi, specchi che guardano specchi. E poi spose dentro teche di vetro come sante imbalsamate, geishe che intonano canti fra il roteare di ombrellini, lupi di mare scolpiti nel fisico e duri nel volto, madonne velate, crocerossine, e lo Stilitano di Aniello Arena, bocchino, frangetta, pelliccetta, cotone nella braga.
Foto di Stefano Vaja
Attraversa, questo spettacolo, le strade e i mercati del Barrio Chino di Barcellona, i sordidi locali parigini, l’atmosfera brumosa del porto di Brest, e restituisce ambiguità e erotismo, volgarità e sfarzo, sonorità orientali, simbologie religiose, e la poesia della parola genetiana. Quando, sul finale, Divine consegna a un microfono il monologo di Notre Dame des Fleurs “credo nel mondo delle prigioni, nelle sue turpi abitudini. Accetto di viverci, come accetterei, morto, di vivere in un cimitero, a patto di viverci da autentico morto”, è Genet a parlare, con il suo carico di vissuto, con la sua attrazione per gli emarginati trasformati in eroi, è Armando Punzo a parlare, forte di un viaggio ‘nell’impossibile’, un percorso raccontato – per immagini e parole – nel libro È ai vinti che va il suo amore, storia di un teatro che aspira a diventare stabile, e che, in quest’ultima edizione del festival, interamente realizzata in carcere, ha accolto circa 250 spettatori al giorno. Perché è nell’alterità che si ritrova se stessi, perché Genet ci invita a “non voler esser belli, essere qualcos’altro”.
Visto a Volterra Festival 2013
Rossella Porcheddu
Questo contenuto è stato originariamente pubblicato su Che teatro fa
Il rituale d’inizio è lo stesso: i folk-dancers calpestano lo spazio scenico, si chiudono verso il cuore del palco e formano un cerchio, mentre Alessandro Sciarroni, cappello con piuma e lederhosen, copre loro gli occhi con una striscia di nastro isolante, per impedire di vedere, per stimolare a sentire. Stavolta i battitori di scarpe non ascoltano il silenzio del teatro – com’è successo al Palladium, quest’autunno, durante il Romaeuropa Festival –, non percepiscono il calore dei fari sul volto, né sono avvolti dal nero della platea. Stavolta i sei danzatori che danno vita a questo pezzo di teatro che è indagine sul tempo e sulla sopravvivenza, “pratica performativa” – come definita dal suo ideatore – che si ispira alle danze tradizionali bavaresi e tirolesi, non hanno quinte alle spalle o soffitti sulla testa. Intorno a Marco D’Agostin, Pablo Esbert Lilienfeld, Francesca Foscarini, Francesco Vecchi, Anna Bragagnolo (che prende egregiamente il posto di Matteo Ramponi, della cui inesauribile energia sentiamo comunque la mancanza) e Alessandro Sciarroni, c’è il Prato del Cardellino, il tardo pomeriggio di Castiglioncello, la luce diurna e estiva, ci sono gli scogli che scivolano sul mare, la Costa degli Etruschi, il tramonto, il Tirreno.
Dialoga questa versione di Folk-s per la sedicesima edizione di Inequilibrio, con la natura circostante, perché la performance invade il prato, perché erba e terra escono da una buca che si è aperta sulle fragili assi del palco e cospargono i capelli di Pablo, perché la brezza marina sfiora la loro come la nostra pelle. E allora non può che venire alla mente Will you still love me tomorrow?, corto di Matteo Maffesanti visto a Teatri di Vetro 2013 (guarda qui il video) e girato durante la produzione dello spettacolo ai piedi delle Piramidi di Terra. Poetica riflessione sulla fragilità dell’esistenza: si stringe, un uomo solo, a un tronco solitario che a sua volta, ostinato, si aggrappa alla montagna, incapace di lasciarsi cadere nel precipizio. Così accade agli alberi, così accade agli uomini, altrettanto accade alle tradizioni, quelle che resistono alla contemporaneità. E se visivamente la performance vista a Castiglioncello riesce a fondersi con l’ambiente, ci sono anche elementi di disturbo, i rumori della pineta, le voci dei passanti, i giochi dei bambini, la musica – troppo alta – dei bar nell’ora dell’aperitivo. Certo, non può esserci il silenzio del teatro, ma ogni variazione, anche con ostacoli e impedimenti, rende nuovo Folk-s, mai rigido, pur nel rigore della pratica e dell’esecuzione, mai schematico, pur nel ripetersi delle gestualità, mai identico a se stesso, pur nella reiterazione dei movimenti.
Spettacolo da vedere e rivedere, in interno e in esterno, su un palco e su un prato, davanti al mare o tra le montagne, per cogliere altre sfumature e provare nuove emozioni. C’è in quel gesto iniziale, in quell’oscurare lo sguardo, nel non vedersi ma percepirsi dei corpi, la condivisione, lo stringersi di un legame che raramente si fa fisico. C’è nei primi battiti la nascita di un’armonia, come di un piccolo ensemble che si accorda, che cerca pian piano le note, mentre i gomiti si piegano e i piedi si inseguono. C’è in quell’assolo eseguito dal performer marchigiano, cappello calato sugli occhi e attenzione tutta rivolta a sé, quasi la dichiarazione della pratica, la visualizzazione del linguaggio, la condivisione del codice. La chiave di lettura, però, una volta liberati gli occhi dalla patina isolante, viene fornita al microfono da Marco D’Agostin: i folk-dancers batteranno tacco, piede, coscia, finché avranno energie e finché anche un solo spettatore starà a guardarli, e chiunque abbandonerà lo spazio non potrà più farvi ritorno. Prima chiuso verso l’interno, il gruppo si apre all’esterno, si spezza, avanza verso il pubblico, descrivendo linee rette e traiettorie oblique, senza mai perdere il ritmo, senza mai perdere la sincronia. Porta sul palco una fisarmonica, Alessandro Sciarroni, la fa aderire al petto, ne sfiora i tasti senza farla suonare, e poi la adagia sulle assi, dove resta, muta testimone di una tradizione reinterpretata. Lunghi gli sguardi, sincronizzati i movimenti, pochi i momenti di incontro, tra labbra che si incollano, braccia che si sfiorano, teste che si sfidano. Per più di un’ora i performer abitano lo spazio scenico, ognuno con la propria resistenza, ognuno con la propria fisicità, ognuno con la propria espressività. E per gli spettatori che restano, seduti sulle sedie, accovacciati sul prato, o lontani, sulle panchine, un danzatore solo, Francesco Vecchi, abbandonato sul finale da Marco D’Agostin e Pablo Esbert Lilienfeld, esegue la chiusura, prima di lasciare vuoto lo spazio, a raccogliere un applauso che si perde nel vento.
Visto al Prato del Cardellino, Pineta Marradi, Inequilibrio 2013, Castiglioncello
Il sole filtra debole, tra gli alberi, nel parco giochi di Castello Pasquini, insolitamente inerte nelle prime ore del mattino, quando gli artisti riposano e le strutture sonnecchiano, in attesa di altre repliche e nuovi spettacoli. Creazioni coreografiche, viaggi nella memoria, piccole allegorie si alternano in momenti diversi della giornata, dal tardo pomeriggio alla sera inoltrata, tra luce naturale e illuminazione artificiale. Nuove produzioni, iniziazioni, esposizioni, abitano spazi differenti per tipologia e struttura, suoni e rumori, visione e fruizione, adattandosi alle sonorità e alle luminosità degli habitat, chiusi o aperti, intimi o estesi. La sedicesima edizione diInequilibrio si sposta dalle stanze della fortezza alla Pineta Marradi, dalla stazione di Castiglioncello alla Torre Medicea, dalle tensostrutture al lungomare, mutando forma al mutare dei linguaggi, al variare delle atmosfere, al cambiare delle cornici. Se un itinerario, tra passato noto e futuro possibile, è già stato tracciato (leggi l’articolo), questo racconto vuole essere una passeggiata tra albori mattutini e brezze notturne, silenzi scenici e quieti visive.
Tre studi sulla vacuità – Fosca
Bagliori pomeridiani accompagnano gli spettatori verso la Sala 1, lunga, stretta e buia. È Stefano Rimoldi, pantaloni e camicia nera, piedi scalzi, a rischiarare, e riscaldare, l’ambiente, aprendo la finestra su una sedia vuota. Nessuno spartito, poche note: non è la musica la protagonista del solo di appena 15 minuti, parte dei Tre studi sulla vacuità di Fosca. L’attenzione si concentra tutta sul corpo del musicista, diritto davanti al pubblico, volto serio, archetto in una mano, violino nell’altra. A essere fotografato è l’attimo prima del concerto, la postura, lo strumento che si adagia sul collo, le dita che sfiorano il legno cercando le corde, la testa che si piega trascinandosi dietro l’orecchio, le narici che inalano l’aria. Frammenti di Schumann, gesti, vibrazioni, respiri, per una musica da percepire e un silenzio da ascoltare. È più ampia, e accoglie un maggior numero di spettatori la Sala 3 del castello, muta ospite dell’ensemble che chiude il festival nella tarda serata del 7 luglio, primo studio per quintetto di Fosca, realizzato in coproduzione con Armunia. Tepore di un interno, fari sulla scena, un pianoforte a coda, quattro sedie, cinque spartiti per l’Op. 44 di Robert Schumann, che squarcia i momenti silenti, si interrompe e riprende, fiorisce e sfiorisce, cresce e decresce. Movimento corale, tiepidamente ironico, morbidamente plastico, tra corpi che cascano, tensioni che scemano, melodie da sussurrare, e un concerto che deve ancora cominciare.
age – CollettivO CineticO
Inizia con calma distaccata ‹age› di ColletivO CineticO. Un computer, parole che scorrono sul fondale, la scena che si compone pezzo per pezzo: un tavolo, una sedia, due panche, 4 litri di acqua in bottigliette di plastica, e 9 adolescenti, tra i 16 e i 19 anni, labbra serrate e sguardo rivolto al pubblico. Un elenco di caratteristiche fisiche, caratteriali, comportamentali, una serie di movimenti collettivi per un’azione performativa scandita dal suono di un gong. Si alzano dalle panche, gli ‘esemplari’, quasi giocatori in attesa di entrare in campo, si spostano con passo deciso verso il centro del palco, seguendo le didascalie, che prima descrivono le specificità, poi associano una peculiarità a un gesto, infine coordinano formazioni corali per arrivare alla decostruzione dello spazio ludico. Descrizione e ordine. Esposizione e imposizione. Parata di adolescenti che non si raccontano, ma rispondono a un comando, freddamente, lucidamente. Performance schematica, matematica, analitica. Gioco rigidamente disciplinato, rigorosamente pulito, non privo di energia e ironia, ma al quale ci sembra che manchino partecipazione, reale condivisione, e umano calore.
Balene, asini e pialle – opere di Roberto Abbiati
È debole e torrido il chiarore che entra nella Cappella situata alle spalle di Castello Pasquini, che ospita, in orario tardopomeridiano, la mostra di Roberto AbbiatiBalene, asini e pialle. Casupola abitata da cavalli di legno e mestoli, popolata da capre con muso di spazzola. Spazio da sogno, pullulante di oggetti riciclati, eredità di vecchi spettacoli. Ventre gravido di ingranaggi magici, dove le seggiole diventano asini e i bauli uomini. Ed è quasi soffocante l’aria nella piccola sala, delimitata da teli bianchi, che accoglie Carezze, di e con Roberto Abbiati e Maurizio Lupinelli. Viaggio a disegni di due adulti che ritornano bambini, tra bolle di sapone e onde marine, scaramucce infantili e malinconici ricordi. Non ci sono voci in Joseph_kids, solo musiche che accompagnano immagini, e nuvolette che comunicano stati d’animo. Linguaggio multimediale e lessico fumettistico s’incrociano, performer in abiti da supereroi s’incontrano nella versione per bambini del primo solo di Alessandro Sciarroni, che ha voluto Michele Di Stefano davanti all’occhio digitale. Il volto si deforma, il corpo si sdoppia, creando figure buffe e ironiche, tra musiche di Bjork e Morricone, atmosfere western e tenere chat per piccoli nerd.
Foresta bianca, la mostra
Bianche e nere, ingiallite e rovinate, lievemente sfocate o decentrate, strappate o ben conservate, le fotografie di Foresta Bianca – esito di un progetto biennale ideato da Matteo Balduzzi e Stefano Laffi per Armunia– ritraggono diverse stagioni e differenti momenti della giornata, dal mattino alla notte, dall’estate all’autunno, dalla spiaggia alla pineta, dagli anni Sessanta al Duemila. Scatti muti, che raccontano chiacchierate fra amici e gite di famiglia, momenti di solitudine e di condivisione, lunghi sguardi al mare e abbracci colmi d’amore. A descrivere le istantanee, protette da cornici bianche, brevi frasi: nomi, luoghi, date, parole che dormono su fogli sostenuti da spilli, precari sostegni per tempi che mutano e anni che passano.
Riscrittura del capolavoro di Cechov tra piscine gonfiabili e riviste patinate, GabbiaNo ovvero dell’amar per noia, firmato da Woody Neri, che entra in scena insieme a Massimo Boncompagni, Liliana Laera, Stefania Medri, Mimmo Padrone, Gioia Salvatori, Loris Dogana, e a un’ottima Marta Pizzigallo, è il vincitore della quinta edizione di Argot Off, svoltasi dal 4 al 16 giugno nello spazio trasteverino. Una conclusione, e una proclamazione, che arrivano con difficoltà, “vista la eterogeneità dei progetti selezionati”, come si legge nel comunicato stampa, e a maggioranza. Due, infatti, i voti a favore, quelli della direzione artistica, nella persona di Francesco Frangipane, e della testata online Teatro e Critica, rappresentata da Andrea Pocosgnich, mentre la Giuria Popolare (Casa dello Spettatore) ha espresso la propria preferenza per Madama Bovary del Teatro della Caduta, che riceve comunque una menzione speciale, “per la felice attualizzazione del personaggio, per la fusione degli elementi letterari e popolari evocati e per le notevoli qualità dell’interprete che coglie la parte più intima di Madame Bovary e ce la restituisce con una potente carica emotiva”. Un lavoro, quello della Compagnia Vanaclù, che Argot Off vuole premiare e incentivare, per “la messa in crisi di uno dei maggior testi di Anton Cechov, pilastro della cultura teatrale occidentale, la scelta, nonostante la perenne sofferenza del settore, di pensare la scena come una comunità, il tentativo – certamente non sviluppato pienamente – di riflettere attorno al contemporaneo tradendo un classico sono solo alcuni degli elementi che dimostrano la rischiosa complessità che è alla base del GabbiaNo”.
«Non è la prima proclamazione a maggioranza – ci spiega Francesco Frangipane, che abbiamo raggiunto telefonicamente –, anche lo scorso anno è successo. In questo caso posso dire che la Giuria Popolare ha avuto una percezione differente degli spettacoli, e ha ritenuto il dis-adattamento di Woody Neri debole, a livello attoriale e di scrittura. Anch’io credo che sia un lavoro non riuscito al 100%, con valori attoriali diseguali, ma credo che abbia un segno registico importante e che la compagnia abbia rischiato, si sia messa in gioco. Di Madama Bovary penso che, sull’operazione teatrale, prenda il sopravvento il virtuosismo attoriale della bravissima Lorena Senestro, una macchina perfetta».
This is the only level – Foto di Serena Pea
Di GabbiaNo, di cui Il Tamburo di Kattrin si era occupato nelle “pillole di critica” di Parabole fra i Sanpietrini, si tornerà a parlare, perché andrà in scena il 27 settembre 2013, presso lo Stabile d’innovazione di Orvieto, in occasione della seconda edizione del convegno Naufragi e Vocazioni, e perché lo ritroveremo a dicembre all’Argot (che – piccola anticipazione – prevede un cartellone 2013/2014 con sette titoli e una stagione condivisa con il Teatro dell’Orologio da ottobre a maggio). E non ci soffermeremo neanche sul già menzionato Madama Bovary, assolo al femminile che mette in luce le capacità attoriali e vocali di Lorena Senestro, impastando felicemente dialetto piemontese e italiano. Ma vorremo render conto, seppure brevemente, degli altri spettacoli selezionati, a cominciare da This Is The Only Level di Amor Vacui: il lavoro pensato come un videogame, le piogge di monetine, la conquista dei trofei, il passaggio di livello. Uno spettacolo per tre, una drammaturgia a più mani, una scenografia di cartone, per una tematica attuale affrontata con vivacità, che non risparmia, sul finale, l’amarezza per i nostri, instabili, incerti tempi. E ancora di crisi lavorativa si parla ne La protesta – una fiaba italiana, spettacolo passato anche per il Torino Fringe Festival, che vede un giovane trio di attori e autori, coordinato da Michele Santeramo, alle prese con lettere di licenziamento, battaglie familiari e fatiche quotidiane. Un lavoro corale, tradizionale, che dovrebbe, però, immergersi maggiormente nella realtà.
Prima del vulcano
Appare drammaturgicamente e scenicamente debole Pass/ages della Compagnia Teatrincorso, interpretato da una Silvia Furlan alle prese con l’invecchiamento della pelle, il cambiamento delle abitudini, il logoramento delle relazioni dopo i trent’anni. Riflessione sul vissuto temporale che non sa scegliere la strada del sarcasmo o della disillusione, ma che regala alcuni momenti di cruda, e svilente, verità. Si apre con un funerale Prima del vulcano(manuale di sopravvivenza per un giovane orfano): sulla soglia dello spazio teatrale, bacia gli spettatori uno per volta, accogliendo le condoglianze di tutti, Luca Di Giovanni, che interpreta e dirige la pièce, scritta a quattro mani con Lorenzo Alunni. Il volto teso, una collezione di cravatte al collo, il giovane orfano fagocita parole, rincorrendo un racconto amaro, tra conversazioni in auto e rigurgiti di un aerosol, litigate fraterne e la paura di diventare adulti. Sei pezzi di drammaturgia contemporanea, tra dis-adattamenti e scritture collettive, in chiusura di una stagione 2012/2013 che ha visto alternarsi – tra gli altri – le battaglie di resistenza teatrale di Roberto Latini, l’universo surreale di Massimiliano Civica e l’umanissimo dramma di Filippo Gili, con regia di Francesco Frangipane, sempre nell’ottica di rinnovate emozioni e nuove scoperte.
Il Teodelapio di Alexander Calder: è la scultura che ci guarda appena scesi dal treno e fatti due passi in Piazza Polvani. La Cattedrale di Santa Maria Assunta: è l’edificio per il quale ci emozioniamo, dall’alto, nel nostro volo sopra la città. Antichità e contemporaneità attraversano Spoleto, nei vicoli e negli slarghi, nelle fortezze e nelle basiliche. Così, ogni volta che entriamo in un teatro, guardando la volta affrescata e il grande lampadario, torniamo indietro nel tempo: succede al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, progettato da Ireneo Aleandri, decorato da Francesco Coghetti, inaugurato nel 1864. Accade al Teatro Caio Melisso, prima Nobile Teatro, devastato da un incendio, ricostruito a fine Ottocento e risorto grazie al processo di restauro, a cura della Fondazione Carla Fendi. Avviene mentre si scende la scalinata verso il Duomo, quando si gira l’angolo di Piazza della Signoria, andando verso il Teatrino delle 6, piccola e bellissima sala, o salendo verso Colle Sant’Elia. Tanti gli spazi spoletini che si aprono al Festival dei 2mondi, accogliendo non solo spettacoli, ma anche conversazioni, omaggi, eventi, mostre.
Sri Astari Rasjid – Undercover, Underwear, Underworld troops
Alcune sale della Rocca Albornoziana ospitano Sconfinamenti, esposizione multimediale, collettiva, multidisciplinare, curata da Achille Bonito Oliva con direzione creativa di Elisabetta di Mambro e Franco Laera. Cinque schermi compongono The ice time – 40,000 years in 4 minutes di Peter Greenaway, fredda indagine ambientale e digitale, seguita dalle immagini calde proposte da Ahmet Günestekin nel video Belek (Memorie) proiettato tra la parete, dove scorre la cronaca in forma di didascalia, e il pavimento, che restituisce il massacro degli Armeni di Adana e gli scontri in Piazza Taksim, distanti nel tempo, vicini per orrore. Continua, la mostra, tra gli affreschi quattrocenteschi del piano nobile, con i ritratti di Shirin Neshat, raccolti nell’installazione fotografica Il teatro è vita. La vita è teatro. Don’t ask where the loves is gone: attori e attrici del teatro underground napoletano, uno in fila all’altro, sembrano osservare l’opera di Sislej Xhafa, Shhhhhhhhhhht: un corpo avvolto da una coperta, un uomo o una donna, le forme non lo rivelano, un homeless dormiente, un ubriaco svenuto, o forse morto. Mescola film muto, miniature persiane, azioni teatrali e animazioni digitali Shoya Azari in The king of black, tra allegoria e critica sociale. Chiude il percorso espositivo la sensuale e raffinata installazione di Sri Astari Rasjid, Undercover, Underwear, Underworld troops, rilettura delle tradizioni culturali di Giava, con corpetti e gonne in acciaio inox e fibra di vetro.
Antonio Marras e Danilo Bucchi
Dalla Rocca a Palazzo Collicola, dalle Mostre del Festival alle Mostre del Comune, curate da Gianluca Marziani e installate tra il seminterrato e il secondo piano dell’edificio gentilizio, residenza nobile nella quale hanno soggiornato Carlo di Borbone, Pio VI e Carlo Emanuele IV. Vive, la collezione permanente, al pianterreno dello spazio espositivo, tra l’arcobaleno di Sol Lewitt, nella stanza realizzata nel 2000, e gli universi di Calder, Ceroli e Richard Serra. Non vogliono dialogare con lo spazio ma accostarsi agli arredi del piano nobile, mantenendo la propria specificità, le opere di Antonio Marras e Danilo Bucchi, che con il titolo Insieme siamo altro denunciano la volontà di fondere disegno e sartorialità, tele e tessuti, matite e bottoni. Piccoli collages sbucano dai cassetti, trittici al femminile si adagiano contro le pareti, ruote di bicicletta vestite di vecchie giacche e polverosi gilet ciondolano in un corridoio luminoso, poetico affaccio tra stanze serrate e generose vetrate. Opere non stanziali, che dichiarano un attraversamento di spazi e un incontro di linguaggi. Un percorso scritto con l’inchiostro su tele bianche, cucito con punti lenti su tessuti antichi.
Stazione di Spoleto
Un passaggio, come il nostro, per vivere il festival in ogni suo aspetto, per restituirne atmosfere e sapori, tra il calore delle luci sul proscenio e la fresca aria serale. E20umbria è dormire tra le mura romane dell’Hotel Aurora, volare sul biposto guidato da Pino Cirimele del Trevi Avio Club, saziare gli occhi e stuzzicare il palato con le opere d’arte culinaria del Ristorante Apollinare. E per qualcuno che prende un treno trascinando una valigia, c’è qualcun altro che arriva, per vedere nuovi spettacoli, incontrare altri artisti, sentire suoni diversi e assaporare mutate sensazioni. L’esperienza, per Il Tamburo di Kattrin, continua…
San Nicolò e San Gregorio. San Simone, San Salvatore e la Chiesa dei SS. Domenico e Francesco. Atipici palcoscenici, spazi religiosi o sconsacrati che ospitano, tra le crepe del tempo e la polvere del passato, tra antiche assi e umide pareti, artisti francesi e attori italiani, favole di ieri e storie di oggi. Da una parte le mura della città alta e dall’altra la Rocca Albornoziana: l’ex Chiesa di San Simone si trova lì, in piazza Campello, nel punto di raccordo tra il paese e il Colle Sant’Elia. Una sacralità ferita, perché l’edificio religioso è stato trasformato in caserma nel 1800, una bellezza nascosta, perché il ciclo di affreschi con Storie di Sant’Antonio da Padova è stato coperto d’intonaco. Massicce volte, e una Madonna con bambino, unica superstite, vegliano oggi su una struttura antica, che si fa teatro, palco, isola.
L’Ile des Esclaves
Cosparsa di sabbia fino all’abside, San Simone ha accolto il 29 e il 30 giugno (e accoglierà ancora il 7, il 12 e il 14 luglio) L’Ile des Esclaves di Pierre Marivaux, una nuova produzione di CRT Artificio Milano, in coproduzione con Irina’s DreamTheatre Parigi ein collaborazione con Spoleto56 Festival dei 2Mondi. Fa parte, lo spettacolo, de La trilogie des Iles, progettoideato, adattato e diretto da Irina Brook, “viaggioiniziatico di isola in isola, avventura piena d’azione alla ricerca di se stessi”. Si entra nello spazio scenico attraversando una ‘passerella musicale’, s’incontra uno steward, si prende idealmente posto su un aereo della Utopiairlines insieme a Iphicrate e Euphrosine, spocchiosi borghesi impellicciati e improfumati, che volano, e precipitano, insieme ai loro sottoposti, Arlequin e Cléantis. Portato in scena per la prima volta a Parigi nel 1725, reso celebre in Italia da Giorgio Strehler, che nel 1994 ne ha firmato una versione per il Piccolo, l’atto unico del drammaturgo francese porta con sé un messaggio di tolleranza, e una ricerca di umanità. Oscilla tra la fedeltà al testo settecentesco e alcuni tentativi di attualizzazione l’adattamento di Irina Brook, presentato in lingua originale con sottotitoli italiani, proiettati in grandi lettere sullo sfondo, mentre piccoli schermi televisivi mandano immagini di ingrigite e lente onde marine. Assistiamo all’atterraggio di fortuna, allo scambio di potere tra padroni e schiavi, alla compassione, e infine al perdono e al ripristino dei ruoli. Pièce che mantiene una costante carica ironica, una modalità giocosa e caratteristiche di fiaba. Spettacolo che si chiude con un tenero e pacificatore ‘embrassons nous’.
Basilica di San Salvatore
Di origine funeraria, con tre navate, rinnovata dai Longobardi nel VII secolo, San Salvatore, patrimonio dell’Unesco dal 2011, dorme accanto al cimitero spoletino. Vive di influssi orientali e forme classiche, il suggestivo edificio, danneggiato da incendi e terremoti. Alte colonne doriche e corinzie, e le tracce, sfocate, di una Madonna col Bambino e un santo, accolgono una scena di plexiglas, che fa da cornice al primo episodio del Decalogo, progetto ideato da Stefano Alleva, che firma la drammaturgia insieme a Mara Perbellini e Andrea Valagussa. Cinque gli spettacoli che si succedono, con due repliche ognuno, fino al 13 luglio, e che portano i titoli dei comandamenti, dal primo al quinto, cui s’ispirano.
Decalogo – Parte I
Un’operazione spettacolare che guarda al cinema di Krzysztof Kieslowski, che si avvale della partecipazione di dieci attori e cinque musicisti, che intende raccontare vicende attuali ma “non prende volutamente una posizione confessionale o moralistica”, come si legge nella presentazione. Nascosti nell’abside, illuminati da una luce bluastra, Gabriele Francioli, al clarinetto e saxofono, Beatrice Baiocco al fagotto, Anna Chiappalupi al violino, Diana Bonatesta alla viola, Marco Agnetti al contrabbasso, insieme alla voce di Giada Frasconi, accompagnano i dialoghi di Non avrai altro Dio all’infuori di me, andato in scena il 29 e il 30 giugno. Bolle di sapone per un concepimento desiderato, palloncini che si gonfiano mentre la pancia aumenta, l’entusiasmo che si sgonfia quando l’ago penetra il sacco amniotico. E una sfera che resta lì, al centro dello spazio scenico, quando marito e moglie, medico e assistente, sono ormai usciti, a raccontarci di un feto che cresce e di un bambino che non nasce.
Sono più di cinquanta. Vengono da Cordova, Strasburgo, Parigi, Glasgow. Vivono gli spazi dell’incompiuto Palazzo della Signoria. Tra le volte del Teatrino delle 6 studiano, provano e si esibiscono. Dal 28 giugno, data di avvio del Festival dei 2mondi, e fino al 13 luglio, portano in scena testi di Sarah Kane, Fedor Dostoevskij, Harold Pinter, Euripide e William Shakespeare. Sono giovani attori e registi di accademie, scuole e conservatori francesi, polacchi, scozzesi. Sono ospiti dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, che coordina il progetto European Young theatre in collaborazione con Union of Theatre Schools and Academies e l’insegnamento di Storia del Teatro Inglese del Dipartimento di Studi Europei, Americani ed Interculturali dell’Università La Sapienza di Roma.
Inaugura la serie di spettacoli l’Italia, con Lungs di Duncan MacMillan, nella traduzione di Matteo Colombo e per la regia di Massimiliano Farau. Venti gli attori in scena, allievi del II anno del Corso di Recitazione della Silvio d’Amico, che si alternano in un dialogo di coppia, attraversando una scena vuota – come da indicazioni testuali di MacMillan, che immagina il palco “privo di mobilio, attrezzeria, azioni mimate” – abitata soltanto dal suono delle parole e dallo scambio di voci e di fisicità. Hanno maglietta e scarpe marroni gli uomini, pantaloni rossi e camicia bianca le donne, sono uguali negli abiti, diversi per intensità.
Comincia tra gli scaffali dell’Ikea il confronto tra un lui e una lei di cui non conosceremo mai il nome, innamorati, fidanzati, conviventi sulla trentina, un dottorato lei, un lavoretto in un negozio di dischi e l’ambizione di fare il musicista, lui. Il desiderio di un figlio che si insinua nella vita di coppia, fra l’incoscienza di lui e la paura di lei. Le incertezze per la crisi globale, le catastrofi ambientali, le letture sulle radiazioni, le fissazioni ecologiste, e, su tutto, la paura di diventare adulti. Continua, il dialogo confuso, più volte abbandonato più volte ripreso, fra le pareti di un appartamento che non vediamo, tra il letto, dove provare a concepire e il pavimento dove stringersi in un abbraccio. La gioia per un test positivo, soffocata subito dallo strazio per un aborto spontaneo, l’incapacità di guardassi negli occhi, il congelamento dei sentimenti, e la separazione, dolorosa ma necessaria. Un crescendo, temporale e emozionale, un sovrapporsi di voci, e un accelerazione finale che ci trasporta in un futuro possibile. Asseconda, la regia di Massimiliano Farau, le evoluzioni del testo, si accordano, i venti attori, alle temperature del dialogo amoroso, per uno spettacolo asciutto, una struttura essenziale, che apre scenari reali, e contemporanei.
Oggi, alle 18, il secondo appuntamento con l’Escuela Superior de Arte Dramatico “Miguel Salcedo Hierro”, E.S.A.D. di Cordoba, che porta in scena Medea Banished, condrammaturgia di Nerea Garciolo Ruiz, Raúl Muñoz Camacho e regia diRaúl Muñoz Camacho.
Dalla Piazza del Mercato alla Rocca Albornoziana, dal Teatrino delle 6 a Palazzo Mauri. Prime teatrali, esposizioni multimediali, rassegne di cinema, operette buffe, concerti, per un totale di 120 aperture di sipario e oltre 20 eventi dal 28 giugno al 14 luglio. Il Tamburo di Kattrin vive la 56esima edizione del Festival dei 2mondi di Spoleto, sedendo in platea, attraversando le sale museali, salendo e scendendo nei vicoli spoletini, scoprendo angoli nascosti. E restituendo, nello spirito di E20umbria.it, l’atmosfera sfaccettata di una manifestazione storica. Non solo recensioni, ma impressioni, conversazioni, suggestioni. Un diario di bordo a più mani, tra palchetti e locande, chiostri e palazzi.
Una pioggerella sottile ha bagnato il ritorno alla danza di Alessandra Ferri, in un Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti affollato di personalità, saturo di pubblico dalla platea al loggione. Firma, l’ètoile, le coreografia di The piano upstairs, scritto dal drammaturgo John Weidman.
Lascia il palco, il pianoforte a coda, all’inizio della pièce, per ritornare soltanto alla fine, testimone muto di un matrimonio fallito. Una scenografia scarna, con divani sul proscenio e affaccio su uno skyline americano, accoglie le battute finali di una storia d’amore. Si alterna, il racconto di Boyd Gaines, marito abbandonato, agli assoli, ai pas de deux, ai pas de trois, che l’esile danzatrice esegue insieme a Attila Csiki, Stephen Hanna e Andrea Volpintesta. Si aggrappa, lei, alle braccia di possibili amanti, fantoccio abitato dall’infelicità, svuotato dalla nostalgia di figli mai nati, svilito da un rapporto sfibrato, logoro, consumato. È incapace, lui, di comprensione, indisposto al dialogo, ossessionato da una fine alla quale non riesce ad arrendersi. Una struttura classica, lineare, una regia sobria, essenziale, che vive di sottrazioni, firmata dal direttore artistico del Festival dei 2mondi, Giorgio Ferrara, per uno spettacolo che scorre, fluido, sulle note di Arvo Pärt, Fabrizio Ferri e Giovanni Allevi, i tre capisaldi della colonna sonora. E se l’evoluzione della storia vede succedersi momenti ironici, dialoghi drammatici e brevi scatti di violenza, l’immagine finale, quella di un abbraccio intimo, intenso, tra moglie e marito, lascia una sensazione di tenerezza, di calore, di pacificazione, tra gambe che si intrecciano e guance che si sfiorano.
C’è chi si aggrappa a un palo sognando le Dolomiti di fronte alle Terme di Caracalla, come Cristian Chironi. Chi trasmette un codice corporeo danzando versi di Kerouac, come Marco Mazzoni di Kinkaleri. Chi, come Monica Gentile, ricerca una ‘minimal dance’ e chi, come Fabrizio Favale, allude a paesaggi arcaici. Chi ci attrae magneticamente verso un interno borghese, come Rhuena Bracci di gruppo nanou. E chi ci osserva dietro la maschera di Spiderman, come Iacopo Fulgi dei Tony Clifton Circus, avvolto in una ragnatela di nastro isolante. Ci sono danzatori, performer, artisti che hanno accolto l’invito di Michele Di Stefano a intraprendere un viaggio nella performance, attraversare un altrove, tracciare e incrociare traiettorie. A raccontarci la temperatura, le condizioni e le fruizioni diAngelo Mai Italia Tropici è il coreografo diMK, direttore artistico della manifestazione sostenuta da PAV, che ci presenta, in quest’occasione, i suoi progetti estivi, dalla partecipazione a Danza Urbana al Festival di Santarcangelo, dalle Serate di danza dell’AND alla Biennale College. Senza dimenticare alcune riflessioni sulla pratica performativa, sui compagni di viaggio e sulle possibilità del corpo. Parola chiave, “outdoor”: fuori dai luoghi e fuori dalla danza.
«La tre giorni romana nasce da un desiderio di incontro: ho sempre considerato l’Angelo Mai un luogo importante in città, non solo da un punto di vista urbanistico-atmosferico, ma anche per la programmazione culturale, perché offre condizioni di gestione e fruizione dello spazio flessibili e sregolate, pur mantenendo un’alta qualità degli oggetti performativi e il rispetto per il pubblico.
Ho risposto all’esigenza di aprire alla danza contemporanea con un progetto che ha una posizione differente rispetto al consumo del prodotto-spettacolo, e a cui si vuole dare un’occasione di periodicità, cioè la possibilità di costruire un discorso sulla performance, di sperimentare visioni e fruizioni senza confini. Lo specifico della danza è stato inteso alla mia maniera, estremamente espansa, quindi c’è tutto ciò che riguarda l’atteggiamento del corpo di fronte alla manifestazione di sé e di fronte a un pubblico».
Come hanno reagito gli spettatori? Avete avuto un buon feedback?
Sì, siamo stati molto attenti a come il pubblico ha vissuto e annusato Angelo Mai Italia Tropici. È stato colto il punto, cioè tenere una tensione alta al di là dell’apprezzamento sul singolo spettacolo; anche perché non faccio una selezione di questo tipo, mi interessa l’atteggiamento dell’artista rispetto a quello che produce.
Quindi estrema libertà sul pezzo proposto?
Hanno scelto gli artisti quando, quanto, come, e che tipo di ricerca proporre. Certo, avendo questo atteggiamento decontratto, è importante che la macchina sotterranea sia solida, perciò io, Francesca Corona, alla direzione organizzativa, e il direttore tecnico, Davide Clementi, abbiamo voluto garantire una piattaforma di base sulla quale loro potessero oscillare liberamente. Ciò che chiedo è che non venga vissuto come una rassegna. Entrare nel quadro della politica culturale romana non vuol dire sovrapporsi con uno specifico ad altri festival. Però, mi piacerebbe che ci fossero delle casse di risonanza tra questo progetto, Short Theatre, ad esempio, o i progetti Dna curati da Anna Lea Antolini.
L’Angelo Mai, l’India di Perdutamente, il Museo Pigorini. C’è un senso diverso nel fare spettacoli in questi altrove?
La parola chiave è “outdoor”: stare fuori, anche in termini di danza. Per me l’attitudine del performer è quella del corpo all’aperto, con le vertebre che si pongono in una condizione molto più liquida, perché all’aperto le regole non sono certe e la scansione del tempo non è prevista.
L’Angelo Mai è stato scelto perché permette l’avvicinamento alla costruzione di un evento che ha questa qualità. Nell’avvicinamento succedono le cose più interessanti del processo, e qui c’è la flessibilità giusta perché ciò accada. Inoltre, spostare l’appuntamento fuori dai teatri apre il desiderio di condividere il tempo con lo spettatore in spazi che non lo hanno già regolamentato; riguarda il desiderio di incontrarsi con un atteggiamento più aperto, mentre il teatro ha le sue regole, ed è interessante perché ha quel cerimoniale che a volte mi piace indagare.
A ottobre, durante uno degli incontri Waiting for Dna all’Opificio insieme ad Alessandro Sciarroni, si è aperta una riflessione sulla pratica performativa e si sono raccontati i diversi processi creativi. Come si svolge il lavoro per i performer di MK?
Quando c’è una richiesta specifica è dichiarato che si tratta della superficie delle cose, cioè ci sono dei pattern di movimento che vengono proposti perché vengano dimenticati; il performer deve eseguirli in automatico per occuparsi di altro, della questione del tempo, ad esempio, o dell’incidente tra una cosa e un’altra. In generale, io creo una condizione, che è molto rigorosa, perché non si parla di improvvisazione ma di una temperatura specifica che il corpo deve raggiungere e che, quando manca, può far crollare lo spettacolo. E il rischio è continuo, perché non c’è una scrittura che può essere letta come idea: se non c’è il corpo, non c’è lo spettacolo e questa è una presa di posizione chiara.
Questo vale anche quando c’è il coinvolgimento del pubblico, com’è stato per Clima a Perdutamente? Al pubblico chiedo esattamente la stessa calibratura che chiedo a Biagio Caravano: tutti sono nella stessa condizione, nella stessa difficoltà. È una gestione di sé, della propria partitura fisica in tempo reale in uno spazio visto per la prima volta. All’India era quasi sempre lo stesso, a Santarcangelo, dove Clima accompagnerà l’intera durata del festival, sarà ogni giorno differente. A settembre saremo a Bologna per Danza Urbana, dove vorremmo usare una visione quasi esclusivamente da lontano, nell’orizzonte. E poi Clima sarà anche a Short Theatre. L’idea è di creare una comunità di agenti segreti, che portino avanti il processo, perché hanno un bagaglio alfabetico di sequenze che possono continuare a utilizzare nel tempo.
Michele Di Stefano in “Speak Spanish” – foto di Amedeo Novelli
Tra i progetti estivi, c’è la partecipazione di MK a Biennale College. Come si articolerà Invenzioni? Costruirò con i performer una durata, fatta di creazione, di studio, di ricerca. Non li utilizzerò come interpreti di un progetto già prefissato, ci muoveremo insieme. Ho delle idee, ovviamente, ma rispondo anche alla situazione che mi trovo davanti. Inoltre, Virgilio Sieni, con il quale ho un ottimo dialogo, ha chiesto di presentare anche il lavoro specifico di MK, perciò vorrei far incontrare Impression d’Afrique (visto da poco a Roma, al Museo Pigorini, ndr) con il progetto Invenzioni. Ho invitato anche Lucia Amara a parlare di Raymond Russel, che è una delle piste che stiamo seguendo per Impression d’Afrique, e Margherita Morgantin farà un intervento sul clima di quella situazione nella Sala Loggione alla Fenice, dove si svolgerà il laboratorio, sempre in pomeridiana, con la luce naturale e le finestre aperte.
Una coreografia per l’Accademia di Danza su musiche di Wagner, Joseph_kids con Alessandro Sciarroni e la presenza nel cartellone 2013\2014 del Teatro di Roma. Un’estate di impegni e una nuova stagione intensa? Il lavoro di Sciarroni mi interessa molto, e ho accolto volentieri il suo invito. Il progetto con l’Accademia Nazionale di Danza, con la quale c’è un dialogo dallo scorso anno, mi ha regalato molte sorprese: è un ambito che non mi aspettavo così fecondo, gli allievi sono super alfabetizzati, hanno una disponibilità alta, e quando annusano che qualcosa cambia nella loro possibilità di espressione corporea, leggi nei loro occhi il cambiamento, ed è magnifico. E poi ci sarà la produzione all’Argentina a febbraio, dove concluderemo il ciclo sul viaggio, sull’altrove, con Robinson.
Progetti, collaborazioni, incontri, e la presenza costante dei compagni di viaggio, Philippe Barbut, Biagio Caravano, Laura Scarpini. Qual è il segreto di un rapporto così duraturo? Il desiderio di lavorare ancora insieme, un’apertura costante verso altre persone. Ma soprattutto la capacità di spostarsi in continuazione. Spostandoci ogni volta, quello che ci troviamo davanti è alla stessa distanza da tutti, e quindi siamo di nuovo insieme.
Recensione a Robe dell’altro mondo – Carrozzeria Orfeo
foto di Andrea Casini Lari
«La realtà ha un odore insopportabile» dice, in finale di spettacolo, un pontefice in abiti civili, in fuga dalla folla e dalle responsabilità. Simbolo di una società in crisi, vittima di paure e fobie, schiacciata da meschinità e pregiudizi. Racconta il nostro tempo Carrozzeria Orfeo con Robe dell’altro mondo – reduce da un passaggio romano ai Teatri di Vetro e da alcune date milanesi al Teatro Out Off – le nostre città sempre più povere, economicamente e culturalmente, i suoi abitanti sempre più gretti, sospettosi, intolleranti. E per farlo attinge alla science fiction, dialoga con il fumetto, utilizza tecniche cinematografiche, non si priva del movimento, e poggia su una drammaturgia originale, firmata da Gabriele Di Luca, per uno spettacolo che dalla commistione di diversi linguaggi trae energia e equilibrio.
foto di Andrea Casini Lari
Una struttura circolare, un susseguirsi di quadri che compongono man mano la storia, tra flashback e flashforward, un intersecarsi di vicende che attingono a piene mani all’attualità, l’alternarsi di dodici personaggi, tutti interpretati da quattro attori, i cui volti restano celati dietro maschere di lattice, che nascondendo la fisionomia reale modellano tipologie umane.
Apre lo spettacolo il primo di una serie di notiziari, con l’annuncio dell’arrivo degli alieni, che mai compaiono in scena, che rappresentano l’altro, il diverso, visto con diffidenza e stupore dalla comunità, portatore di speranza all’inizio e responsabile di ogni male alla fine.
Il palco, abitato da pochi elementi scenografici, si fa di volta in volta spazio esterno e ambiente interno, accogliendo dialoghi che nell’ironia nascondono la critica a un’Italia solcata da ansie economiche, tensioni razziali, inquietudini politiche.
Avviene per strada l’incontro tra due vecchietti: le chiacchiere sulle spese fatte, i consigli sulle piante da curare, le lamentele sugli acciacchi da sopportare, e pian piano la conversazione scivola nel litigio per futili motivi, e sfocia in una lotta danzata che ricorda la capoeira.
Vivono in un appartamento nei pressi della stazione Adel e Said, iraniano l’uno egiziano l’altro, coppia gay vessata da grottesche ronde padane, ‘omaggiata’ dagli amici alieni con una neonata che appaga il desiderio di famiglia.
Sono le stanze del potere religioso quelle in cui viene soppresso, con un’iniezione, il Papa, in un immaginario cupo che ricorda il visionario Dark City di Alex Proyas.
foto di Andrea Casini Lari
Si consultano in un centro estetico un politicante volgare e il suo galoppino, ometto insulso, tra un massaggio orientale e una telefonata che rivela degradati e drammatici scenari domestici.
Zucchero filato tra le mani, sguardi bassi per la timidezza, due adolescenti siedono l’una accanto all’altro sulla panchina di un luna park. Teneri e ingenui approcci amorosi lasciano spazio a discorsi da bambini cattivi, tra egoismo e perbenismo.
C’è, nell’orazione di un uomo solo davanti alla collettività, in quell’infilare parole per riempirsi la bocca, senza dire niente di compiuto, il delirio di un’autorità farneticante, la pochezza della politica attuale. Si riconosce, in quei bollettini radiofonici che danno rilievo a fatti inconsistenti tralasciando le notizie importanti, il peggioramento della qualità della comunicazione. Si legge, nell’immagine dell’orso bianco e della lattina di Coca Cola, il dilagare del consumismo e l’influenza della pubblicità.
Ha, questo spettacolo ‘a strisce’, l’immediatezza del fumetto, un fascino filmico e fantascientifico, un dialogare fresco e un’atmosfera a tratti straniante, che facendoci assaporare una realtà ‘altra’ tratteggia, sapientemente e delicatamente, le aberrazioni della contemporaneità, quelle cui assistiamo al supermercato o al parco, che vediamo nelle nostre strade e viviamo sulla nostra pelle. Robe di questo mondo.