Benvenuti in un castello interiore

22-26 luglio 2013: le porte della fortezza si aprono, le celle si trasformano. Dalì, Kafka, Beckett, Leopardi, Artaud: poeti visionari, scrittori dell’assurdo, creatori di mondi onirici, danno il nome agli spazi scenici. Jean-Paul Sartre, con il saggio dedicato al drammaturgo francese, suggerisce il titolo del nuovo lavoro di Armando Punzo, Santo Genet commediante e martire, un primo movimento – in prima nazionale – ideato per i 25 anni della Compagnia della Fortezza. La maîtresse de Le Balcon ci attende nel cortile del Maschio, allarga le labbra vermiglie in un sorriso malizioso, più e più volte. Il volto incorniciato di rose rosse, le mani velate di pizzo, ci chiama a sé: è Madame Irma che ci invoglia a scostare le tende del bordello, è Armando Punzo che ci invita – ancora una volta – nella casa di reclusione, insieme ci portano in un luogo segreto, in un teatro clandestino, in un castello interiore.

Foto di Stefano Vaja

Foto di Stefano Vaja

Soffia il vento, stridono i gabbiani, mentre attraversiamo una passerella delimitata da statue umane, marinai in canotta a strisce e pantaloni bianchi, bicipiti in mostra e tatuaggi. Ci attendono nei salons, gli oltre sessanta detenuti-attori, disertori, transgender, vescovi, spose, generali, personaggi rubati all’opera di Genet, che si raccontano con frasi estrapolate da Diario del ladro, da Il Miracolo della rosa, da Querelle de Brest. Si è liberi di girare, di curiosare, di lasciarsi affascinare o di sfuggire, di spiare e farsi carezzare. Sempre diverso è il percorso, per scene che si sovrappongono, si ripetono, s’incrociano. Affacciano su un corridoio, le cinque stanze: pareti damascate, drappi di velluto, cornici dorate, abat-jours, candelabri, rose in ogni angolo, fra le dita e dietro le orecchie, e specchi, specchi ovunque, sul soffitto, sulle pareti, specchi seguiti da specchi, specchi che guardano specchi. E poi spose dentro teche di vetro come sante imbalsamate, geishe che intonano canti fra il roteare di ombrellini, lupi di mare scolpiti nel fisico e duri nel volto, madonne velate, crocerossine, e lo Stilitano di Aniello Arena, bocchino, frangetta, pelliccetta, cotone nella braga.

Foto di Stefano Vaja

Foto di Stefano Vaja

Attraversa, questo spettacolo, le strade e i mercati del Barrio Chino di Barcellona, i sordidi locali parigini, l’atmosfera brumosa del porto di Brest, e restituisce ambiguità e erotismo, volgarità e sfarzo, sonorità orientali, simbologie religiose, e la poesia della parola genetiana. Quando, sul finale, Divine consegna a un microfono il monologo di Notre Dame des Fleurs “credo nel mondo delle prigioni, nelle sue turpi abitudini. Accetto di viverci, come accetterei, morto, di vivere in un cimitero, a patto di viverci da autentico morto”, è Genet a parlare, con il suo carico di vissuto, con la sua attrazione per gli emarginati trasformati in eroi, è Armando Punzo a parlare, forte di un viaggio ‘nell’impossibile’, un percorso raccontato – per immagini e parole – nel libro È ai vinti che va il suo amore, storia di un teatro che aspira a diventare stabile, e che, in quest’ultima edizione del festival, interamente realizzata in carcere, ha accolto circa 250 spettatori al giorno. Perché è nell’alterità che si ritrova se stessi, perché Genet ci invita a “non voler esser belli, essere qualcos’altro”.

Visto a Volterra Festival 2013

Rossella Porcheddu

Questo contenuto è stato originariamente pubblicato su Che teatro fa

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