Pre-visioni

Alla ricerca de L’Operazione: intervista a Rosario Lisma e Andrea Narsi

Andrea Nicolini, Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi e Rosario Lisma

Ad aprire la rassegna Pre-visioni del Teatro della Tosse di Genova, è stato invitato lo spettacolo L’Operazione scritto e diretto da Rosario Lisma, che è anche interprete dello spettacolo (proprio nel ruolo del regista-drammaturgo) assieme a Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi, Andrea Nicolini e Lino Spadaro.

Questo lavoro, vincitore del premio Nuove Sensibilità 2008, svela i meccanismi, la quotidianità e i guasti del lavoro in ambito teatrale, creando notevoli punti di contatto fra scena e realtà: l’intervista a Lisma e Narsi, oltre a presentare la creazione, si è trasformata in un’occasione per riflettere sui tratti fondanti delle male pratiche nostrane, dentro e fuori il teatro.

Ci chiedevamo, vedendo lo spettacolo, quanto ci fosse di autobiografico nella scrittura e nella messinscena de L’Operazione…

Rosario Lisma: Il progetto è nato da un testo che ho scritto a tavolino, alla vecchia maniera, però considerando chi dovevano essere gli attori: ho scritto questi ruoli pensando già a loro che conoscevo singolarmente e che erano degli amici incrociati in compagnie in cui eravamo scritturati. Ci siamo sempre detti di fare qualcosa insieme, quindi ho pensato subito di riunirli per L’Operazione. Fra l’altro, l’ho scritto proprio sulla spinta di un grandissimo senso di malessere: avevo portato in scena a Genova una riduzione del Don Chisciotte con Andrea Nicolini e cinque elementi strumentali, dei fiati… Uno degli spettacoli più belli che io abbia fatto, però eravamo auto-prodotti, proprio come i personaggi che racconto ne L’Operazione e lo spettacolo se a Genova andò benissimo sia con la critica che con il pubblico, non fu lo stesso nelle repliche successive: soprattutto a Roma, venne pochissima gente. Quello che racconto dunque l’ho vissuto in prima persona. Ovviamente c’era anche una certa rabbia, perché mentre ci sono spettacoli di moda super-premiati ma indirizzati a un pubblico di nicchia, col nostro lavoro vedevamo proprio chiunque – dalla persona anziana al ragazzino – entusiasmarsi per quello che facevamo. Allora ho pensato: forse c’è qualcosa che non va. Avevo addirittura voglia di scrivere una lettera aperta a dei giornali, poi mi sono detto: perché non rispondere con quello che so fare, cioè l’attore, e farne dunque uno spettacolo – capace di denunciare questo ma non solo, anche tutta l’Italia che in generale è un po’ sfasciata… È il Paese dove è nato il fascismo e l’ha esportato, dove è nata la mafia e l’ha esportata, dove è nato Arlecchino servitore di due padroni… Il Paese dei servi e dei padroni: di pochi padroni che sono sempre gli stessi, soprattutto da vecchi, e di tanti servi che pensano più alla scorciatoia e al tornaconto piuttosto che a fare bene il proprio lavoro e difendere la propria dignità. Ecco, avevo voglia di fare uno spettacolo sulla dignità, partendo dal nostro vissuto.

Sempre nel contesto di quella dimensione che abbiamo chiamato per comodità “autobiografica”: ne L’Operazione coesistono diversi registri e linguaggi – addirittura con dei veri e propri “saggi” di diversi generi performativi – ma alla fine gli attori si convincono a procedere secondo il percorso indicato dal regista, che è quello della messinscena tradizionale, addirittura premiata dal critico Marco Mezzasala con il suo interesse in una telefonata…

R.L.: …Mi vuoi chiedere se è un manifesto? Più o meno sì, lo è. Ma non voglio fare l’errore di considerare di avere la verità in tasca, di possedere la soluzione definitiva. È giusto che ci sia il confronto e la cittadinanza per tutte queste forme teatrali – e per altre che ancora non sono inventate o esplorate fino in fondo. Però rivendico il “diritto di tribuna”, il diritto di fare uno spettacolo naturalista che sia anche commedia – perché non se ne fanno più in Italia – dove si ride anche solo per ridere, come faceva Eduardo (che infatti cito), come facevano ridere le commedie di Cechov… Mi piacerebbe che si tornasse a guardare alla risata senza lo snobismo che la intende come qualcosa di serie B. Perché credo che far ridere sia molto più difficile che far piangere. Sono convinto che sia una cosa molto preziosa.
Visto che siamo figli del 2000, la nostra letteratura è anche cinema e quel naturalismo si richiama in parte a quello della commedia all’italiana. Lo spettatore di una volta andava al cinema e vedeva De Sica, Dino Risi, Scola, Monicelli – che parlavano con ferocia del nostro essere italiani, della nostra società disturbata e sconquassata, dove c’era il pesce grande che fotteva il pesce piccolo. Però lo facevano con il sorriso. Quale alchimia migliore ci può essere fra queste cose – il sorriso, il magone o il pianto e la denuncia civile?

Andrea Narsi: È vero che c’è una nuova corrente che è tornata alla commedia, ma l’ha ripresa in una situazione un po’ più televisiva che cinematografica o teatrale. Quindi molto spesso anche idee belle o spunti comici molto interessanti perdono efficacia perché non hanno una struttura drammaturgica forte… La televisione è un’altra cosa, il teatro non ha lo stesso impatto di velocità, ha bisogno di un racconto e a volte la commedia nuova che si fa adesso è una commedia da gag o da sit-com.

Al centro de L’Operazione si trova una riflessione sul ruolo della critica teatrale, per cui volevamo chiedervi, secondo voi, qual è e quale dovrebbe essere il ruolo del critico oggi?

A.N.: Con un testo come questo, all’interno della compagnia c’è una discussione continua che arriva fino a oggi: anche in questo momento facciamo i conti con la critica e i suoi meccanismi. L’Operazione vede nel critico un’opportunità: il rischio più grosso non è andare in scena, ma – una volta avuto l’applauso – che lo spettacolo muoia. La cosa interessante è che quei personaggi non cercano un’approvazione dal critico: «Scriverà anche male, ma l’importante è che scriva» – che è assurdo. Come dice Rosario non è uno spettacolo contro il critico, ma contro il meccanismo che gli si è instaurato intorno.

R.L.: Per esempio Lino Spadaro (che interpreta proprio il ruolo del critico nello spettacolo, ndr) lavora spesso in Russia dove c’è un’altissima attenzione pubblica per il teatro e i critici, il giorno dopo lo spettacolo, fanno un dibattito con il regista e gli attori. C’è sempre un grandissimo rispetto dei ruoli: il critico non può essere quello che consiglia la drammaturgia, quello che determina le scelte… Questo è molto grave e si chiama conflitto di interessi, che in Italia esiste a tutti i livelli ed è ormai costituzionale. Non può essere così anche nel nostro ambito, perché già l’arte in generale ma il teatro soprattutto credo debba essere uno strumento di consapevolezza della popolazione, di crescita umana dei cittadini e che debba andare anche contro il potere. È ovvio che il critico dovrebbe stroncare gli spettacoli, ma deve stare al proprio posto, così come anche l’attore e il regista. Non può che essere da stimolo, può anche indirizzare, ma non travaricare quello che è il proprio ambito, che è molto prezioso.
Oltre a questo, ci tengo a sottolineare un aspetto del nostro lavoro, visto che molti anche del settore ci chiedono: «questo spettacolo parla di noi, come può essere visto anche da chi non conosce il mondo teatrale?». La cosa bella per noi, un grande motivo d’orgoglio, è stato che L’Operazione parla a tutti. Al centro c’è la generazione dei trenta-quarantenni precari, che dovrebbero essere la forza viva di un Paese, ma qui sono mortificati perché la meritocrazia non esiste; che hanno sempre un loro Marco Mezzasala che determina le loro fortune coi mezzucci – lo vediamo anche nella politica… In tutti i settori è così. Certo potevamo fare uno spettacolo sui call-center… Solo che nell’ambito teatrale innanzitutto c’era una conoscenza personale, e poi perché il teatro è l’indice – come la cultura in generale – di una sana democrazia: quando il teatro è malato al suo interno, forse è il sintomo di una malattia ben più grande.

Roberta Ferraresi / Carlotta Tringali

Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Teatro e Critica