Making Pinter

| 07/12/2009 | 0 Comments

Recensione a The Basement- Il seminterrato regia di Rita Maffei

foto di Nicola Boccaccini

foto di Nicola Boccaccini

Lui, lei, l’altro. E viceversa. Potrei iniziare dicendovi che la storia è quella di un amore, anzi due. La storia di due amici che si contendono la stessa donna, o meglio ragazzina. Una convivenza forzata e voluta, quella di Stott, Law e Jane. Un rapporto morboso che slitta continuamente tra l’amore e l’amicizia. Tra le quattro pareti del seminterrato si consuma un “triangolo” scaleno e in continuo mutamento. Prima la gelosia dell’amico nei confronti di Jane. Poi l’amore clandestino, la rivalsa, e poi tutto di nuovo, tutto daccapo. Potrei raccontarvi questo. E invece no. Al centro di The Basement-Il seminterrato non c’è solo la storia di tre vite passate a consumarsi l’un l’altra. C’è la storia di un testo. Harold Pinter scrisse quest’opera nel 1966, e la catalogò nella sezione teatro. Da quella data fu messa in scena in televisione e al cinema, raramente a teatro, mai in Italia. La particolarità dell’opera sta infatti in un taglio drammaturgico totalmente ibrido tra cinema e teatro. Il susseguirsi delle scene è intervallato da didascalie che indicanointerno d’appartamento/esterno pub/esterno spiaggia’. Una scansione ritmata e veloce che non presuppone un cambio scena teatrale ma una partitura decisamente cinematografica. È proprio su questo punto che si sviluppa l’idea registica di Rita Maffei: portare il testo a teatro mantenendo l’ambiguità della dimensione televisiva. In scena tre attori supportati dalla presenza di due cameramen e un servo di scena: recitazione, cambi di costume, trucco, riprese e montaggio tutto in presa diretta. Il pubblico assiste ad un vero e proprio making-off di uno sceneggiato Anni ’60, continuamente in bilico tra l’ironia del processo e la tensione dell’azione. I piani si moltiplicano, la scena, lo schermo, il monitor della macchina da presa, gli attori e il cameramen. L’effetto è lo stesso di Las Meninas, il famosissimo quadro di Velàsquez, questa volta però il pubblico è l’uomo che guarda in fondo alla scala e il quadro è lì davanti ai suoi occhi.

foto di Nicola Boccaccini

foto di Nicola Boccaccini

Bravi gli attori: Gabriele Benedetti (Accademia degli Artefatti), Alessandro Genovesi e Angelica Leo dimostrano di saper gestire una recitazione – non più solamente teatrale – che richiede precisione e accortezza nell’espressione catturata e restituita poi dal mezzo cinematografico.  Interessante messa in scena che risulta però macchinosa nella realizzazione, e spezza forse troppo il ritmo della storia, pensata comunque per essere fluida ed arrivare ai climax di tensione tipici di Pinter. Scelta coraggiosa, quella di Rita Maffei; un testo inedito, tradotto appositamente da Alessandra Serra,riporta in scena nella sua dimensione originale il difficile dialogo  tra teatro e televisione, con tutte le sfumature e contraddizioni del caso.


Visto a CSS Teatro Stabile di Innovazione, Udine

Camilla Toso


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Category: Recensioni

About the Author (Author Profile)

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d’adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l’organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

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