Un Trattato per il contemporaneo

| 04/06/2010 | 1 Comment

Recensione a Trattato dei manichini — Compagnia TeatroPersona

Davanti a un quadro la prima tentazione sarebbe quella di fermarsi e descriverlo: nelle luci, le forme, l’accuratezza del tratto e i colori. Strappare un po’ di poesia all’immagine e dargli forma nelle parole, significherebbe raccontare la propria poesia e proiettare in essa il proprio immaginario. Questo è esattamente il meccanismo che vuole stimolare Alessandro Serra, regista del Trattato dei manichini, con uno spettacolo che non è solamente pura visione, ma anzi è un continuo vuoto teso al coinvolgimento emotivo e immaginativo del pubblico. Un’ora di spettacolo, un rincorrersi di immagini senza alcuna parola; solo musica, suono e silenzio. Un immaginario onirico, un baratro aperto, una visione dell’infanzia profondamente inquietante. Una rilettura per immagini e atmosfere del racconto il Trattato dei Manichini tratto da Le Botteghe color cannella di Bruno Schulz: la visione di un’infanzia immersa in un sogno-incubo trasformato dagli occhi di un bambino ormai adulto. Un silenzio assordante percorre la scena attraversata da alte figure vestite di abiti dei primi del Novecento; un realismo che dona quell’alone bianco e nero del ricordo. Un susseguirsi di quadri scenici, costruiti con rigore  – lo stesso che permette al regista di mettere in scena un attore di schiena per un tempo lunghissimo senza far cadere il ritmo. Una non-storia tracciata ad olio, solo accennata da simboli di riferimento chiari: il gioco, la paura, la madre. Bastano pochi appigli per costruire mille e una infanzie in cui perdersi. Unico punto di riferimento, perno intorno al quale ruota l’immaginazione dello spettatore, è una bambina, la piccola Silvia Malandra, che vive e ri-vive ogni sera in scena una storia-infanzia diversa. Ad accompagnarla tre straordinarie performer: Valentina Salerno, Chiara Cascinai, Alessandra Cristiani. Sono loro a creare e sconvolgere un impianto scenico profondamente codificato, sia nella partitura drammaturgica che nella scelte cromatiche. Il rosso, il nero, il bianco: tre colori che per la loro forza espressiva non rappresentano, ma sono vita morte e passione.

La stessa attenzione, la stessa cura è impressa nel lavoro sull’attore. Incredibile la presenza scenica, la potenza sprigionata dalle attrici – tutte di formazioni molto varie, dal Butoh alla Biomeccanica. Non a caso tra i riferimenti fondamentali della compagnia spiccano Mejerchol’d, Grotowski e il lavoro sul mimo con Yves Le Breton, allievo di Decroux. A partire da questi ideali Alessandro Serra costruisce una sua visione dell’attore come “attore-talismano” che egli stesso definisce come «l’attore che è semplicemente ciò che esprime e non rap-presenta». Una concezione secondo cui la recitazione si trasforma in emanazione, affidata alla presenza scenica costruita sulla tecnica e sul montaggio dell’azione. «L’uomo muove e se ne va, come il regista, è in sua assenza che si crea il movimento»: facendo riferimento alla tecnica dello stop-motion Serra racconta il suo lavoro di regista, un processo per accumulo, che dura spesso molto tempo.

La compagnia TeatroPersona lavora a Civitavecchia, dove ha una sala grazie alla quale può spendere la maggior parte del tempo nella ricerca teatrale, senza dover stare al passo con i tempi produttivi folli delle residenze e dei festival, ma dando all’arte il giusto tempo per maturare. Una compagnia giovane e insolita che vediamo poco girare nelle sale italiane, ma che – in qualche modo – dà un respiro diverso a quello che oggi chiamiamo “teatro di ricerca”.

Visto a Teatro Astra, Schio

Camilla Toso

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About the Author (Author Profile)

Camilla Toso, friulana di nascita, romana di sangue, veneziana d’adozione. Il suo spirito pragmatico le fa subito intuire di essere portata più per l’organizzazione che per la scena: durante gli anni di università lavora presso il Css di Udine collaborando a progetti di spettacolo e di formazione internazionale. Si dedica con alcune colleghe alla creazione de “Il Tamburo di Kattrin”, progetto che ancora persegue ostinatamente pur dedicandosi al lavoro di organizzatrice.

Comments (1)

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  1. teardrop.smile scrive:

    Ho visto lo spettacolo ed è straordinario vedere come effettivamente lo spettacolo sia riuscito a farsi recepire in modi totalmente soggettivi proprio grazie al rigore, che per una volta non ha guidato rigidamente la percezione e l’interpretazione, ma ha lasciato lo spettatore libero di costruire il significato secondo i propri codici. E questo articolo mi ha aiutato a realizzare questo ulteriore straordinario aspetto della regia di Serra! Grande Kattrin!

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