Fondazione Pontedera Teatro

Dalla carta al palco: Il Guaritore del Teatro Minimo

È stato presentato in anteprima romana lo scorso gennaio al Valle Occupato. Ha toccato Andria e Messina. A marzo sarà in Toscana prima di arrivare in Veneto, in chiusura del tour primaverile. Vincitore del 51esimo Premio Riccione, il nuovo lavoro del Teatro Minimo, scritto da Michele Santeramo, «è un testo vivo, è un testo teatrale, che non rinuncia mai all’efficacia scenica di quello che rappresenta», come si legge nelle motivazioni della Giuria, composta da Umberto Orsini, Sonia Bergamasco, Elio De Capitani, Alessandro Gassmann, Fabrizio Gifuni, Claudio Longhi, Fausto Paravidino e Isabella Ragonese. Il Guaritore, coprodotto dal Teatro Minimo e dalla Fondazione Pontedera Teatro, Stabile d’Innovazione, che investe sulle drammaturgie contemporanee – ricordiamo, oltre alla compagnia pugliese anche Carrozzeria Orfeo – è diretto da Enzo Muscato, che ha precedentemente firmato La Rivincita (leggi qui la recensione). Una sinergia, quella tra Michele Santeramo e Leo Muscato, che si rafforza, come sottolineato dall’autore: «la condivisione del lavoro permette un metodo di approfondimento e di discussione comune, sempre nel rispetto profondo dei ruoli». E sono drammaturgo e regista insieme a raccontarci il passaggio dalla carta al palco di un non meglio precisato guaritore, né santone né mago, uno che più che curare le persone, cura le storie.

Foto di Andrea Casini

Foto di Andrea Casini

Se nei primi minuti dello spettacolo il dialogo che ci troviamo ad ascoltare è quello tra un uomo e suo fratello, nella scena iniziale del testo lo stesso uomo si trovava a parlare col proprio figlio. Il più significativo cambiamento è quindi chiaro dalle prime battute. «Inizialmente in scena doveva esserci un cinquantenne, ho sempre pensato, però, a un’età molto sporcata, a un cinquantenne con l’aspetto di un settantenne – ci spiega Santeramo ripercorrendo le tappe – e in effetti il primo periodo è stato rivolto alla scelta di un attore che potesse corrispondere a quest’idea. E anche se abbiamo riscontrato parecchi interessamenti al percorso, ci sono state difficoltà di carattere produttivo». «Affidare il ruolo a un attore di chiara fama – continua Leo Muscato – sarebbe stato un valore aggiunto per lo spettacolo ma avrebbe comportato un costo di produzione differente e anche un’attesa di partenza». Quello che potrebbe sembrare un intralcio all’avvio del lavoro, si è rivelato, come tiene a sottolineare l’autore, «una delle più grandi fortune dello spettacolo, perché quando abbiamo proposto a Michele Sinisi di interpretare il personaggio principale – all’inizio del 2013 – non sapevamo che avremmo fatto bingo».
Invecchiato, ingobbito, barbuto e occhialuto, una vestaglia logora a nascondere il corpo e una flebo a nutrire le vene, l’attore pugliese tiene le redini stesse dello spettacolo, ben supportato dagli altri attori (Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Gianluca delle Fontane, Paola Fresa), ma la sua è una presenza sempre carismatica, forte quanto calibrata, come già si era rivelata in precedenti lavori. Cosa comporta, dunque, avere Sinisi in scena? Significa trasformare il figlio nel fratello, assottigliare la differenza d’età, ma anche perdere quel carattere di ereditarietà che il ‘mestiere’ del guaritore evoca. Quel passaggio di consegne, quell’insegnamento non scritto, quel sapere tramandato non più di padre in figlio, ma di fratello in fratello.
«Abbiamo voluto salvare il concetto di ereditarietà – continua Santeramo – con il conflitto tra i due fratelli. Se nel testo il figlio voleva imparare ciò che il padre non voleva concedergli, nella messa in scena il fratello minore crede che il maggiore abbia usurpato l’eredità, se ne sia appropriato indebitamente; il maggiore, invece, sminuisce il minore non attribuendogli nessun talento. Dal personaggio della madre, che non si vede ma c’è, discende il conflitto tra i due fratelli». E per una figura femminile che si aggiunge ce n’è un’altra che invece scompare, come dichiara Muscato: «c’era, nel testo, una dinamica legata al rapporto del guaritore con la moglie, morta per dare alla luce il figlio. Un conflitto generazionale padre/figlio che diviene, sul palco, scontro tra l’effeminatezza del minore e i modi brutali del guaritore, e costrizione a vivere sotto lo stesso tetto».
Tetto che non equivale, però, a casa. Se nella drammaturgia si descrive «un luogo dove si lavora agli abiti, una specie di sartoria», sul palco abbiamo trovato qualcosa di differente, uno spazio quasi onirico, perché questa pièce oscilla tra sogno e realtà.
Foto di Matteo Leonetti

Foto di Matteo Leonetti

«Quello che avrebbe dovuto essere una sartoria – dice Muscato – diviene un altrove abitato da una panchina assurda, lunga, assolutamente antinaturalistica, uno spazio vuoto con gli ex voto che guardano dall’alto. È un ambiente più poetico, un luogo dove è possibile far accadere qualunque cosa». Concorda con il passaggio di registro, dal drammatico al tragico, il cambio di ambientazione. Si passa da un ambiente più naturalistico, che può rimandare a un appartamento, con tre porte che alludono a tre stanze per gli ‘ospiti’, a uno più astratto, con un’unica uscita, nascosta da un tendaggio, che allude, invece, a uno spazio altro, che non ci è dato vedere. Se l’azione, si svolge tutta in orizzontale, a sottolineare un’immobilità, l’affaccio verso un ‘altrove’ sottolinea la possibilità di cambiamento. Perché un passaggio di consegne, alla fine, si riesce a intravedere.
Resta, in questo lavoro del Teatro Minimo, quella ruvidezza che già avevamo trovato ne La Rivincita. Ma stavolta l’atmosfera è irreale, pur nella tangibilità delle storie e nella precarietà delle vite, tra una maternità rifiutata e una agognata come «antidoto alla solitudine», tra rapporti famigliari intricati e legami sentimentali sfrangiati, tra verità taciute e dolori masticati. C’è una leggerezza greve, che rimarca le incertezze dell’oggi. C’è un «mondo liquido», come descritto dalla Giuria del Premio Riccione, «dove gli esseri umani – con tutti i loro difetti – non smettono mai di aggrapparsi alla speranza che sia il confronto con un altro essere umano a salvarli».
Segnaliamo, a chi volesse spiare l’altrove del Teatro Minimo, a quanti volessero ricevere le cure del guaritore, le prossime date: il 27 marzo al Teatro degli Unanimi di Arcidosso (Grosseto), il 28 marzo al Teatro dei Coraggiosi di Pomarance e il 29 marzo al Teatro Era di Pontedera, per un doppio appuntamento teatrale: alle 19, in piazza Trieste, si terrà il secondo appuntamento di Extra Pontem, un progetto del Comune di Pontedera e della Fondazione Pontedera curato dalla giovane regista danese Anna Stigsgaard, la lettura di un racconto di Michele Santeramo, che si ispira al quartiere di Fuori del Ponte, un aperitivo itinerante e la replica de Il Guaritore. Questo breve tour si chiude con le date al Teatro Verdi di Padova, martedì 1 e mercoledì 2 aprile.

Rossella Porcheddu

 

“Scendere da cavallo”, a Pontedera

cavalli - horses11 compagnie, cioè circa 50 persone, a presentarsi e incontrarsi per quattro giorni di lavoro intensivo (dalle 9 di mattina alle 7 di sera) a Pontedera. Le presenze sono quanto mai differenziate e frastagliate per estetica, provenienza, esperienza. Così varie anche, a quanto raccontano, le sessioni di lavoro giornaliere: 2 ore a disposizione di ogni gruppo, che può liberamente presentare il proprio lavoro tramite racconti, dimostrazioni pratiche, collaborazioni inedite, frammenti di training, di metodo e di spettacolo, per una rassegna che si presenta con un titolo quanto mai rappresentativo ed efficace, Scendere da cavallo, «il momento di riflessione – recita la presentazione – che segue una faticosa cavalcata». Ad avere l’idea, il direttore della Fondazione Pontedera Teatro Roberto Bacci, a seguito del festival di Collinarea di Lari, dove questi gruppi erano presenti col proprio lavoro: proporre, a fianco di un’esperienza spettacolare, un momento intensivo e di una certa durata dedicato all’incontro, alle metodologie, alla discussione – a una pluralità di voci, corpi, esperienze, insomma, che si affacciano di questi tempi sui palcoscenici della ricerca, complici lo sguardo e gli stimoli del critico Andrea Porcheddu, che segue tutte le giornate di lavoro.
Perché questa sembra, a un primo impatto, l’elemento di preziosità di questa iniziativa: offrire un ritaglio di spazio-tempo piuttosto lungo a un altrettanto consistente numero di artisti, per incontrarsi, conoscersi e, perché no, mettersi in discussione di fronte a pressioni che investono trasversalmente il lavoro di tutti, dalle istanze creative ed estetiche a questioni più pratiche, ad altre ancora, etiche e politiche. Certo, molti di loro già si conoscono e si incontrano autonomamente: ma il tempo dilatato delle stagioni o accelerato dei festival – dove si arriva, si fa spettacolo, si smonta e si riparte – rischiano di non garantire durate adeguate; o, quantomeno, non così plurali, a più voci. E, sicuramente, non di fare esperienza, intensiva e diretta, delle modalità di lavoro altrui.

"L'educazione fisica" di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco

“L’educazione fisica” di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco

Lo si vede bene, per chi non ha partecipato ai lavori quotidiani, nei tempi che seguono le serate di spettacolo: nel foyer e al bar del Teatro Era, si affollano pensieri, confronti, discussioni, da cui è possibile, forse, distillare un indizio del clima che si è creato nelle giornate di lavoro. Si parla di arte ma anche di molto altro, fra i muri di quello spazio incredibile che è la casa della Fondazione Pontedera Teatro. A “scendere da cavallo” sono, la sera dell’8 febbraio, Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, storici attori della Compagnia Sud Costa Occidentale, che portano in scena il loro primo lavoro, L’educazione fisica (leggi la recensione), coprodotto dall’Associazione Culturale Uddu, di cui sono co-fondatori. Un progetto davvero particolare, nato, come raccontano gli autori, da un’esperienza fatta senza alcuna volontà o orientamento a diventare spettacolo: un lungo ciclo di laboratori che ha attraversato l’Italia intorno al tema dell’autorialità dell’attore, da cui sono nati gli incontri che hanno condotto alla creazione dello spettacolo e ai 13 performer in scena, fra cui, oltre Civilleri, anche intere compagnie, come la siciliana Quartiatri e quasi tutta Odemà (con Enrico Ballardini e Giulia D’Imperio). L’educazione fisica  è un affresco – fondato sulla nettezza dei gesti, quanto sui piccoli dettagli e le micro-relazioni che li legano gli uni agli altri – del potere, della rivolta e del fallimento, rappresentato da 12 atleti di basket e dalla guida del proprio allenatore (Sabino Civilleri), dalla mimica marcata e un’ossessione dilagante per la storica determinazione di Leonida. All’inizio i giovani sono quanto mai sguaiati e colorati, ognuno con un dettaglio di personalità, fino a un’esplosione di più o meno scoordinati esercizi ginnici che invadono lo spazio. È tutto un proliferare di top e fasce variopinte, di cappellini e zainetti, mentre l’allenatore comincia l’indottrinamento: in breve, fra un esercizio (spirituale-fisico) e l’altro, scompaiono i dettagli che definiscono le individualità, tanto negli accessori che nei movimenti; in bianco e nero, tutti si muovono insieme, fino a rispondere all’unisono al coach, come un unico coro e un’unica litania. Di più, che succede se uno non ce la fa a stare al passo? Maglietta arancio, in panchina, emarginato. L’imposizione dell’allenatore non punta solo all’omologazione e disciplinazione della squadra, ma innesca anche una serie di rivalità e concorrenze intestine, che mettono gli atleti l’uno contro l’altro. Così, pian piano, le presenze arancioni sulla panca aumentano, fino a definire quella che sarà la squadra, il cui privilegio è giocare la partita; ma, giunto il momento, l’allenatore non ci sta: sgonfia il pallone, così nessuno giocherà e lui potrà continuare a esercitare il proprio potere, «perché niente cambia, nella vita». Ma, a questo punto, non ci stanno nemmeno loro. E scoppia la rivolta.

Il Teatro Era - foto di Ippolita Franciosi

Il Teatro Era – foto di Ippolita Franciosi

Così, tanto più che la recensione è già pubblicata sulla webzine, “scendiamo” anche noi “da cavallo”, attraversando le vivaci discussioni che si animano dopo spettacolo e che permettono di svelare, in parte, l’urgenza che ha condotto Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco a questa creazione: si parla di omologazione delle menti, con richiami ai tanti riferimenti più o meno dichiarati che costellano in questo senso la storia di un Paese. Sicuramente con l’invenzione della ginnastica nel ventennio fascista, che ha tentato di plasmare, irregimentandoli, tanto i corpi che le teste dei propri cittadini; ma anche con i tentativi dilaganti messi in opera dai più recenti mezzi di comunicazione (di massa e non). Ci si spinge, con la celebre guida di Elias Canetti, a interrogare le dinamiche che regolano i comportamenti delle masse; ci raccontano, svelando passaggi del processo di creazione, di una intensa ricerca intorno ai meccanismi di simbolizzazione – la ginnastica, il pallone, Leonida – e sulla costruzione dei personaggi – lui, l’allenatore, e la massa dei 12 atleti. Si ritorna, di continuo, alle condizioni socio-politiche attuali, italiane e non solo. E si parla, soprattutto, di rivoluzione: è lo snodo “caldo” dello spettacolo. Infatti, a un certo punto, quando gli atleti comprendono che si sono scannati per una partita che non si giocherà mai, vincitori e vinti si uniscono di nuovo, per rovesciare la tirannia dell’allenatore; nella messinscena, succede tutto nel giro di un batter di ciglio, e vengono in mente le tante statue abbattute da Stalin a Saddam alla Primavera araba. Ma qui, nella realtà, la rivoluzione è possibile? L’educazione fisica termina con un finale quanto mai inquietante e per niente consolatorio: una volta smantellato il potere del coach, i 12 atleti siedono, un po’ allibiti, sulle loro panche e nessuno ci pensa minimamente ad approfittare del vuoto di potere per giocare, finalmente, la propria partita. Vengono anche in mente, purtroppo, gli esiti più recenti di tante esperienze differenti, come l’apparente dissoluzione della dirompente energia con cui i movimenti Occupy e Indignados avevano scosso, negli anni scorsi, il panorama politico internazionale. Si parla di rivolta e di rivoluzione, di possibilità di ribellione, ma – dentro e fuori lo spettacolo – una domanda resta, sempre pressante: in una situazione di crescente indignazione e di crisi imperante, di evaporazione dei diritti e malgoverno quotidiano, cos’è che ci può portare, oggi, ad alzare la testa? E, soprattutto, anche se lo facessimo, dopo, che succederà?

Roberta Ferraresi