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Redazione
Il castello di suoni e visioni
Recensione a IL CASTELLO DI HOLSTEBRO II – Julia Varley / Odin Teatret
“Non puoi tornare indietro, perché la vita ti incalza, come un grido senza fine” dice Julia Varley ne Il castello di Holstebro II, con la regia di Eugenio Barba – spettacolo originariamente del 1990, scritto e interpretato dall’attrice inglese. Ma forse il passato può restare accanto, come nel caso di Mister Peanut: la creatura con la testa di teschio con la quale l’attrice condivide da sempre la scena in questo spettacolo, e che ha caratterizzato il suo percorso con L’Odin.
Mr Peanut, in questo lavoro, è una presenza da lei inscindibile: ad inizio spettacolo l’attrice gli dà vita nascosta sotto le spoglie di un alto uomo – Morte in frac nero. Solo emergendone gradualmente se ne separa: srotola una gonna da sotto il panciotto, toglie i pantaloni lasciando apparire scarpe col tacco ed eleganti caviglie di donna. Da una graziosa danza dell’ibrido spettrale, ecco, spogliata anche della parte superiore del costume, nascere la protagonista. La relazione tra marionetta ed interprete è fondamentale, a tratti simbiotica, d’amore e tenerezza. I due protagonisti a volte dialogano, ma sono uniti: costume e corpo si fondono in un costante gioco di trasformazione tra i due personaggi che da stessa persona diventano amanti, poi madre e figlio, infine complici amici.
In un flusso di storie e brevi racconti che scorrono seguendo una sequenza apparentemente illogica, si sviluppa una narrazione composta di sogni, pensieri di una donna – bambina che racconta, balla e canta: dando vita a visioni, a spettri. Corpo e voce danno concretezza a queste immagini, ma al contempo nutrono le molte atmosfere oniriche di vibrazioni irreali e suggestive.
Con dolcezza e ironia, a tratti macabra, ma rimanendo candidamente ingenua, l’attrice riporta nuovamente in scena la forza delle immagini e dei suoni che vivono ne Il castello di Holstebro, mostrando a chi non la conosceva, la sua eleganza, pacatezza e la sua forte energia.
Agnese Bellato
Videointervista a Julia Varley – Odin Teatret
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Julia Varley è nata a Londra nel 1954 e si è unita all’Odin Teatret di Eugenio Barba sin dal 1976. Oltre ad essere attrice, Varley è particolarmente attiva come regista, pedagoga, organizzatrice e autrice. Dal 1990 prende parte alla ideazione e organizzazione dell’ISTA-Scuola Internazionale di Antropologia teatrale. Sin dal 1986 prende parte al “Magdalena Project”, una rete di donne attive nel teatro contemporaneo. Julia Varley dirige anche il Festival Transit di Holstebro, è editrice di Open Page, magazine dedicato al lavoro femminile in teatro. Tra le sue pubblicazioni si ricordano Vento dell’ovest, romanzo e il recente Pietre d’acqua, taccuino di una attrice dell’Odin Teatret. Suoi articoli sono apparsi anche in «Mime Journal», «New Theatre Quarterly», «Teatro e Storia», «Conjunto», «Lapis» e «Màscara». Julia Varley è stata interprete dei maggiori spettacoli dell’Odin: dagli storici Anabasis, Il Milione, Le ceneri di Brecht, Il vangelo secondo Oxyrhincus, Talabot, Il Castello di Holstebro I e II, Nello scheletro della balena, Mythos, Ode al progresso, fino ai più recenti Il sogno di Andersen,
Don Giovanni all’Inferno, Ur-Hamlet. Come regista ha diretto lavori in Germania, Argentina, Giappone e Italia
(Il figlio di Gertrude, con Lorenzo Glejeses e Il gusto delle arance, con Gabriella Sacco).
www.odinteatret.dk
(dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)
Videointervista a Vitaliano Trevisan &co.
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Vitaliano Trevisan, classe 1960, scrittore e drammaturgo. Noto al pubblico dal 2002 con I quindicimila passi, ha da poco pubblicato la raccolta Grotteschi e arabeschi. I suoi testi teatrali sono stati messi in scena da Valter Malosti e Toni Servillo; di recente pubblicazione per Einaudi I due monologhi, ossia Oscillazioni e Solo RH portato in scena nell’edizione del Festival delle Mura 2007 da Roberto Herlitzka. È il protagonista del film Primo Amore di Matteo Garrone di cui è anche co-sceneggiatore, e attore nel film Il riparo di Marco Simon Puccioni, miglior film al festival di Annecy nel 2007, oltre che nel film Dall’altra parte del mare di Veronica Perugini. Nel 2008 ha ricevuto a Parigi il Premio Campiello Europa.
Tiziano Scarpa, classe 1963, scrittore e drammaturgo. Autore di numerosi romanzi, tra cui Occhi sulla graticola del 1996, Kamikaze d’Occidente, del 2003 e il più recente Stabat Mater del 2008; ha scritto anche racconti, interventi critici, poesie, radiodrammi. Per il teatro ha pubblicato numerosi testi, da ultimo L’inseguitore nel 2008. Nel 2007 ha vinto il premio speciale Chi è di scena per il migliore adattamento contemporaneo di Goldoni per la drammaturgia de L’ultima casa, presentato in occasione del 39. Festival Internazionale del Teatro della Biennale, con la messa in scena di Pantakin. Intensa è anche la sua attività performativa, fra le sue principali letture sceniche: Pop corn; Groppi d’amore nella scuraglia; e i più recenti I versi delle bestie e Stabat Mater.
Carla Chiarelli, diplomata attrice alla Civica Scuola D’Arte Drammatica di Milano, ha lavorato nei maggiori teatri stabili italiani diretta da registi quali Martone, Castri, Lievi, Mezzadri, Solari, Shammah e al cinema con Soldini, Verdone, D’Ambrosi. Nel 1998 entra nella compagnia Quellicherestano. Da tempo rivolge la sua attenzione al mondo della scrittura contemporanea, diventando preziosa interprete e collaboratrice di autori quali, tra gli altri, Pagliarani, Matteucci, Scarpa, Jelinek, Parise, Ginzburg, Moresco.
Fabrizio Parenti, attore, regista,drammaturgo. Fondatore nel 1992 della compagnia Quellicherestano, arriva al teatro dopo esperienze nella scrittura e nella performance. Interprete protagonista di tutte le produzioni della compagnia, da alcuni anni si dedica prevalentemente alla regia e alla drammaturgia, sia nel campo teatrale che in quello degli eventi culturali.
(Dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)
Intervista al gruppo Motus
Intervista a Enrico Casagrande e Daniela Nicolò – Motus – a cura di Carlotta Tringali
Come si è sviluppato il percorso/progetto partito da X(ics). Racconti crudeli della giovinezza, arrivato fino a Crac? Rispetto alle tappe precedenti c’è una sostanziale differenza in questo lavoro che risulta molto concettuale, essenziale…
Enrico: Siamo arrivati a Crac dopo aver sviluppato quattro ‘movimenti’ intorno a X (nella periferia romagnola, francese, tedesca e napoletana). C’è una grande aderenza di tutto il progetto X alla città in cui stiamo e ci troviamo. C’è la volontà di vivere la città pienamente: vogliamo stare con la gente, con i ragazzi; vogliamo, in modo documentario, prendere l’umore della città in cui siamo e trasportarlo all’interno del teatro, sul palcoscenico. Ma forse la più grande sfida è poter ripresentare quello che è l’esterno, perché c’è sempre il rischio della finzione. Su questo abbiamo lavorato tanto, per cercare di decodificare questo fuori. Nel processo c’è stata un’inflazione dell’uso dell’immagine. Quello che si vede all’interno degli spettacoli di X è solo una parte delle 50/60 ore di girato fatto ogni volta sulle città, c’è una grande persistenza dell’immagine reale. All’interno di X c’è questa sintesi del girato e Crac deriva da quello, dal lavoro sulle immagine sintetiche. Con Crac ci siamo concentrati sul poter dare lo stesso un’idea di esterno, di città, però con un’immagine non più riconoscibile, non più palazzi o volti, ma semplicemente dei pixel, quello che è la materia base del video. Per questo abbiamo utilizzato le linee geometriche che si compongono e scompongono, che però sono evocative di un ‘mondo’ attraverso un’azione, quella di Silvia Calderoni, che non interpreta nulla, ma vive un suo incedere, cadere, nascere, rinascere, crescere… La parte evocativa è qui più espressa rispetto a X.
Daniela: Abbiamo fatto un lavoro di sintesi, ma sempre mantenendo un rapporto con il fuori, con il reale. In Crac, in ogni città in cui ci spostiamo arrivano delle registrazioni relative all’ambiente politico-sociale, alle pressioni della città. Rimangono queste testimonianze, questi frammenti che sono anche registrazioni prese da youtube quando non abbiamo la possibilità di fare una residenza nella città e quindi poter registrare direttamente sulle strade. Youtube è un archivio disorganico, libero, pieno di frammenti che parlano di tensioni o di momenti collettivi. Ogni volta Enrico acquisisce dalla città delle voci provenienti da comizi, manifestazioni, soprattutto dei momenti di tensione politica, legati alla città. Qui a Padova c’erano delle registrazioni agghiaccianti di Forza Nuova, a Torino c’era una parte relativa alla Thyssen e al G8 degli studenti, a Bologna una serie di interviste, fatte in via del Pratello, agli studenti in relazione al coprifuoco della città e alla chiusura dei locali notturni. C’è una base sonora che è sempre quella, che è legata al traffico, al rumore della città, ma vogliamo mantenere una finestra aperta sul luogo che ci ospita, accogliendo dialetti, voci di strade con la loro sporcizia, con le parolacce. C’è questo lavorare con l’astrazione, ma non vogliamo fare un lavoro puramente formale. Desideriamo mantenere un discorso e questo è un equilibrio molto difficile da trovare, perché si viene trascinati e affascinati dalla forma, dalle tecnologie, dal compiacimento puramente tecnico rischiando così di perdere il senso del discorso. Crac utilizza questi mezzi formali, ma senza lasciare fuori la parte concettuale del discorso; guarda a quelle che sono le fratture e le tensioni piuttosto che ai momenti di conciliazione: ma vogliamo anche dare un piccolo segno di resistenza con questa piantina che nasce dallo sfacelo. C’è questo desiderio di rinnovamento. Operazione che ha anche senso presentata non autonomamente, ma insieme a X….
…penso infatti che la percezione del pubblico sia molto diversa e che cambi a seconda dell’aver visto o meno in precedenza lo spettacolo X (ics). Racconti crudeli della giovinezza. Vedendo solamente Crac – che ha una poeticità anche autonoma – possono arrivare degli input circa i temi affrontati con X ma è più difficile fare un percorso mentale completo; forse solo chi ha visto le tappe precedenti di X riesce a svilupparlo…
Daniela: In genere presentiamo insieme lo spettacolo X e poi Crac. A quel punto si capisce molto meglio il percorso fatto e sviluppato in precedenza. Crac a sé è una performance, non ha una velleità spettacolare, anche per la sua breve durata. Ma in molte situazioni, come qui a Padova, ha anche senso presentato autonomamente, inserendosi in un contesto o in un luogo particolare.
State sviluppando un nuovo progetto, sull’Antigone. Come mai ritornare a questo mito oggi?
Enrico: Il mito è solo un pretesto di partenza e si può vedere una certa continuità dopo X. Riprendere questo mito è appunto un pretesto per riflettere su suo elemento cardine: sulla ribellione di Antigone, sull’idea di dire no al potere di Creonte.
Daniela: Su questo punto stiamo sviluppando un processo di creazione che è molto diverso rispetto a tutto X. Siamo già partiti con questo progetto l’estate scorsa facendo un evento in Calabria, in un anfiteatro greco. C’è stata poi una residenza in Francia e lì abbiamo fatto un altro evento. Ora stiamo realizzando workshop – ne abbiamo già fatto uno a Torino – con tanti partecipanti, scrittori, musicisti, giovani attori…
Enrico: Uno dei punti di ispirazione è la povertà di Antigone, mito che parte dalla sua precedente storia, nel viaggio con Edipo, dal suo mendicare, fino alla rinuncia di far parte della famiglia reale: concetti che parlati con la voce del mito possono sembrare arcaici e ridondanti ma che riportati a un contemporaneo sono delle spinte molto forti per noi, per capire cosa ci interessa in questo momento. E la povertà del teatro, un’umiltà sempre più forte del processo creativo ci interessa molto. A Torino la settima scorsa abbiamo fatto questo studio nel nulla, senza video, senza musica, con due corpi e molto testo, ma lavorato a modo nostro; non quello di Sofocle, ma un testo di riflessione dell’attore stesso su quello che sta facendo, un entrare e uscire dal ‘perché’. L’attore stesso, proprio come noi, si domanda il perché fare certe cose sulla scena e perché Antigone oggi.
Intervista a Michele Sambin – TAM Teatromusica
Intervista a Michele Sambin – Tam Teatromusica – a cura di Agnese Bellato e Camilla Toso
Come si è formato il gruppo TAM Teatromusica, quali sono gli ambiti artistici dai quali provenite e qual è stato il vostro percorso di avvicinamento al teatro?
Negli anni ’70 ho svolto un’attività (ora molto riscoperta) legata alla performance e alla video arte. La mia idea di lavoro sul rapporto immagine-suono era un’idea molto giovanile, in quanto, essendo io pittore e musicista, non volevo rinunciare a nessuno dei due linguaggi. L’idea di coniugare immagini e suoni quindi mi appartiene fin dalle origini. Quando lavoravo nel campo delle Arti visive, i confini tra poesia, danza e performance erano aperti, privi di muri di separazione tra i differenti linguaggi. Quindi mi trovavo a mio agio in quest’ambito elastico.
Poi, alla fine degli anni ’70, con il movimento della Transavanguardia capitanata da Achille Bonito Oliva, c’è un momento di grande restaurazione nel mondo dell’arte, in cui ogni ambito si chiude nuovamente in se stesso a causa anche dei problemi in cui è immerso il mercato dell’arte: in particolare per l’assenza di opere realizzate con supporti concreti che possano essere venduti. Infatti, in ambito performativo, come vendere il corpo dell’artista? Questo momento di restaurazione è stato quindi necessario per smuovere il mercato dell’arte.
Io avevo fatto un lavoro sulle video-performance, non mi interessava il video inteso come supporto che immobilizza una situazione, ma come estensione delle possibilità del performer. Quindi il lavoro avveniva in tempo reale, il pubblico vedeva l’evoluzione dello spettacolo con l’ausilio del video.
Con la Transavangurdia non mi sono rinchiuso nel mio studio, era più importante il lavoro qui ed ora in relazione con lo spettatore. La mia non è stata un’entrata classica nel mondo teatrale, ma un trovare, soprattutto inizialmente, il necessario spazio per proseguire il mio percorso performativo.
Gradualmente il teatro mi ha chiesto di andare verso forme più teatrali, come ad esempio nell’esperienza di uno spettacolo nato, stranamente, a partire da un canovaccio di Goldoni (in co-produzione col Teatro delle Albe). In me c’è quindi una matrice da artista/performer, che si confronta poi con la dimensione letteraria del teatro.
In questi trent’anni il nostro lavoro (con il Tam) sembra molto anomalo, in confronto al resto del mondo teatrale: ci siamo ad esempio avvicinati al Teatro Ragazzi (per la mancanza di preconcetti che permettono di comunicare con i bambini), poi abbiamo attraversato una fase di teatro di letteratura (con Ruzzante), in quel caso, piuttosto che guardare al futuro, mi sono voltato indietro verso le mie origini di padovano. Poi ho ritrovato le radici della performance, circa dieci anni fa, quando ho cominciato a lavorare con le nuove generazioni, con le quali ci si sente impegnati in un gioco, un passaggio tra maestro e allievi, in cui ci si racconta ai giovani. Io ora recupero la dimensione performativa assieme a questi giovani, alcuni dei quali lavorano tuttora in de_FORMA.
Ci sono degli artisti ai quali vi siete ispirati e con i quali vi rapportate tuttora?
Come punti di riferimento giovanili ci sono principalmente due personaggi: uno è Mauricio Kagel, maestro dell’avanguardia musicale in Germania, recentemente scomparso, la cui formazione musicale nella ricerca di un’arte totale, lo ha spinto a una presenza teatrale del musicista, che quindi non è più solo semplice esecutore di suoni, ma attore consapevole della propria fisicità scenica.
Altro punto di riferimento che sento vicino al mio percorso è Laurie Anderson, con la quale ho condiviso situazioni di performance negli anni ‘70, in particolare nei primi anni ’80, quando è stata invitata al festival di Sant’Arcangelo.
Tra loro sembrano mondi lontani: Kagel è un musicista di rigida formazione accademica che diviene poi di rottura; Anderson, invece, appartenente alle arti visive, che si colloca poi a sua volta nella dimensione musicale. Il nostro DNA multimediale si vede fiorire ora in molte situazioni, anche nei gruppi giovani, non ne cito, ma è strano e mi dispiace che questi gruppi spesso non conoscano ciò che già è stato fatto. Anche per questo ci stiamo dedicando ad un’opera di archiviazione dei nostri lavori degli ultimi trent’anni: è una raccolta digitale del nostro percorso teatrale (con documenti, appunti, recensioni e fotografie di circa settanta spettacoli), strumento per rendere pubblico il nostro lavoro.
Parlando di de_FORMA, ci sono dei precisi riferimenti a Beckett?
Il riferimento a Beckett in de_FORMA c’è in generale, ed il testo di chiusura dello spettacolo è suo. Durante l’elaborazione del lavoro abbiamo travato un tipo di clima che ci avvicinava a lui, allora abbiamo voluto legarcene ancora di più. Ma in realtà la matrice di riferimento è tutto il ‘900, compreso lo stesso Kagel. Io mi sento debitore a tutta l’Avanguardia, poi naturalmente c’è il lavoro di sperimentazione che solo le nuove tecnologie possono supportare, come ad esempio l’uso della pittura digitale.
Videointervista a Michele Sambin – TAM Teatromusica
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Tam Teatromusica, diretta da Michele Sambin, è formazione artistica fondata nel 1980. Compagnia di produzione e progetto, si esprime nell’area della ricerca e sperimentazione sui linguaggi. Dalla data di fondazione attua con continuità una poetica che è incrocio e sinergia dei linguaggi visivi e musicali. In tempi recenti la ricerca Tam interagisce e dialoga con i luoghi nei quali si realizza, e il potenziale immaginifico che da essa scaturisce viene messo a servizio della rivitalizzazione dei luoghi stessi attraverso i segni dell’arte. È un’arte che intreccia diversi linguaggi espressivi, dalla musica alla performatività, dall’installazione al video, in un dialogo serrato e visionario con i luoghi che la ospitano.
www.tamteatromusica.it
(Dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)
Videointervista a Tiziana Barbiero – Teatro Tascabile di Bergamo
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Il Teatro Tascabile di Bergamo, nato 35 anni fa ha prodotto più di 100 spettacoli, oltre 4000 repliche per oltre un milione di spettatori, è stato presente nei più importanti festival nazionali e internazionali. La sua caratteristica precipua è quella di essere un ‘teatro di gruppo’. Dal ‘74 datano i primi esperimenti sul teatro ‘di strada’; nel 1977 comincia la sua indagine sulla cultura scenica orientale, e la formazione di diversi gruppi di attori-danzatori italiani di teatro classico orientale assai quotati presso gli esperti. Tra le varie attività ha fondato l’Istituto di Cultura Scenica Orientale (IXO); è presente a livello scientifico nazionale e internazionale con relazioni, seminari, convegni, ateliers, pubblicazioni, film, e una biblioteca e videoteca specializzata sull’arte dell’attore e sull’antropologia teatrale.
www.teatrotascabile.org
(dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)
Suggestive Interrogazioni
Recensione a Interrogations – Yoshi Oida
“Qual è il senso della vita?” chiede il Maestro – Yoshi Oida – e il pubblico, timoroso, ma a volte anche spavaldo, tenta di rispondere all’impossibile questione. Il noto attore e regista giapponese, con fermezza, scruta il pubblico, invitandolo concretamente ad alzarsi e – come nelle interrogazioni a scuola – cercare di venire a capo alle sue sfide. Egli stesso si sorprende e diverte di fronte alle risposte che la disponibile e incuriosita assemblea azzarda. Le sue domande (solitamente esposte in francese e tradotte in scena da Rosaria Ruffini) sono spesso insidiose, semplici ma spiazzanti e forse non c’è una giusta risposta a quesiti come: “Una vacca attraversa una finestra: passano le corna, le zampe, il corpo, ma la coda no. Perché?” Basandosi su testi che ha personalmente selezionato dalla tradizione dei Koan cinesi (antichi componimenti di maestri Zen), Oida pone come base dello spettacolo il mettere in discussione ogni cosa: il senso della percezione, il funzionamento di udito e vista, la logica; instaurando un aperto dialogo col pubblico, crea una sospesa atmosfera di riflessione ad alta voce destinata a rimanere insoluta.
Nato negli anni settanta, e ora riadattato, Interrogations continua ad essere uno spettacolo vivo, perché composto da domande di valore incorruttibile e ancora prive di risposta. Spettacolo che è portato a rinnovare organicamente il linguaggio del suo interprete, il quale basa le azioni di collaborazione con la musica sull’improvvisazione di movimenti e suoni. Durante le azioni che intervallano i quesiti al pubblico, infatti, l’accompagnamento musicale è affidato a Dieter Trüstedt, fisico tedesco padrone dei segreti che permettono di far vibrare e dar vita alle sonorità incantevoli e suggestive dei numerosi strumenti musicali portati in scena. Come ad esempio la wind harp inventata dallo stesso Trüstedt, uno strumento capace di vibrare e risuonare tramite il solo soffio d’aria sulle corde. Il linguaggio sonoro emerge come principale stimolo mentale e fisico per il performer.
Oida, con passione e concentrazione coinvolge in questa insolita narrazione, chiedendo intelligenza e fantasia al suo pubblico ed utilizzando come principali oggetti di scena alcune sottili bastoni, canne che vengono percosse, o diventano cavalli, pertiche, ante di una finestra, in un gioco nel quale anche l’immaginazione del pubblico ha un preciso ruolo.
Nell’osservare tecniche, approcci formali e spazio – vuoto, con il tappeto a delimitare la sacralità della scena – è facile pensare a Peter Brook, la cui preziosa eredità può essere intravista in questo delicato e originale spettacolo diretto e interpretato da uno dei suoi storici attori.
Applausi calorosi e sinceri nel ringraziare un grande e noto maestro.
Agnese Bellato
Videointervista al gruppo Motus
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=dHAdlIRA6BE[/youtube]
MOTUS, fondato nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, si struttura sin dalle origini come nucleo di lavoro aperto alle ibridazioni fra arti e linguaggi. La follia d’amore, i meccanismi artificiosi della seduzione, i limiti del corpo e la sua indagine hanno da sempre invaso le scene del gruppo: O.F. ovvero Orlando Furioso impunemente eseguito da Motus (‘98), Orpheus Glance e Visio gloriosa (2000), il progetto Rooms (‘02). Una lunga residenza in Francia ha condotto alle liriche d’amore di Pier Paolo Pasolini, alla sua irrinunciabile attrazione «per i corpi senz’anima» che popolano le notti delle periferie romane in Come un cane senza padrone (‘03) e L’Ospite (‘04). È stato poi con Rumore rosa (‘06) che il tema dell’amore e dell’abbandono è stato ancor più sviscerato. Il 2006 ha visto anche un ritorno a Samuel Beckett, con la video-performance A place. That again, ispirata a All strange away, l’unico testo ‘pornografico’ dello straordinario autore irlandese. Per la Biennale Danza 2007, Motus ha dato avvio a X(ics) Racconti crudeli della giovinezza, progetto che ruota attorno ai temi della giovinezza e delle periferie urbane. La stessa ricerca sul rapporto fra generazioni ha condotto al nuovo progetto ispirato alla figura di Antigone, che si svilupperà tra il 2009 e 2010.
www.motusonline.com
(dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)
