Redazione

Videointervista a Valeria Raimondi – Babilonia Teatri

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Babilonia Teatri è stata fondata da Valeria Raimondi e Enrico Castellani. Da un progetto del 2005 sulla guerra in Iraq intitolato Cabaret Babilonia è nato il nome della compagnia: Babilonia Teatri. Il primo spettacolo, Panopticon Frankenstein, è il risultato del lavoro svolto all’interno del carcere di Montorio. Lo spettacolo nel 2006 è finalista della prima edizione del Premio Scenario Infanzia e nel 2007 è vincitore di Piattaforma Veneto di Operaestate Festival Veneto. Sempre nel 2007 la compagnia debutta con Underwork-spettacolo precario per tre attori tre vasche da bagno tre galline e vince l’undicesima edizione del Premio Scenario con Made in italy, che nel 2008 è stato in nomination ai Premi Ubu come miglior novità italiana/ricerca drammaturgica. Nel 2009 debuttano due nuovi spettacoli Pornobboy e Pop star.
Per un teatro pop. Per un teatro rock. Per un teatro punk.
www.babiloniateatri.it

(dal catalogo del Festival Teatri delle Mura)

Videointervista ad Andrea Porcheddu

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Direttore artistico del Festival Teatri delle Mura 2009 – Cosmologie Teatrali

Andrea Porcheddu giunto al terzo anno di conduzione del Festival Teatri delle Mura, tira le somme e pone alcune riflessioni sull’esito della manifestazione, che ha visto impegnate molte compagnie italiane e straniere per un totale di 22 spettacoli e 4 laboratori, in soli 10 giorni.

Illusioni di salvezza

Recensione a Nascita di una nazioneAccademia degli Artefatti

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Quattro personaggi arrivano in una città devastata dalla guerra  provocata dalla loro stessa fazione. Cercato il contatto con gli abitanti, si presentano, narrando la propria storia e il modo in cui l’arte ha dato senso alle loro vite e guarito i loro traumi. Giunti di fronte alla provata cittadinanza tentano, a loro volta, di portare pace e serenità attraverso l’insegnamento dell’arte. Questa è la breve trama di Nascita di una nazione nella versione scritta da Mark Ravenhill per il ciclo Spara, trova il tesoro e scappa, composto in occasione dell’Edimburgh International Festival del 2007.
Gli attori, con disinvoltura, entrano in scena trainando ognuno il proprio trolley da viaggio. Lo spazio è estremamente semplice, solo un piano in legno a delimitare lo spazio performativo. La condizione fondamentale è la frontalità con il pubblico, che ricorda l’atmosfera delle assemblee cittadine e al contempo delle esibizioni teatrali in genere – ed in effetti riassume efficacemente l’intento di entrambi i livelli comunicativi dei personaggi: parlare ai cittadini e dimostrare la propria arte.
A caratterizzare fortemente l’Accademia degli Artefatti è la naturalezza nella recitazione, non priva di tentennamenti e balbettamenti che in alcuni casi paiono però eccessivi (soprattutto nella parte iniziale dello spettacolo che ne viene rallentata ed appesantita). Molto interessante la scelta di entrare in scena come semplici uomini che osservano l’ambiente e solo successivamente assumono il ruolo di artisti posizionandosi sotto le luci del ‘palco’.
La relazione con il pubblico è fatta di vicinanza, di relazione tanto concreta da chiedere esplicitamente risposte, gli attori in un occasione distribuiscono carta e penna, in un crescente approccio al coinvolgimento. Addirittura, quando una donna tra gli spettatori acconsente ad alzarsi, scatta spontaneo l’applauso del pubblico, che ingenuamente ignora, almeno per qualche attimo, che la coraggiosa signora sia in realtà attrice.
Estremamente apprezzabile la doppia valenza data al testo, che mantiene il filo della narrazione originale, ma sdoppia contemporaneamente il significato del linguaggio leggendone ogni parola su un piano semplicemente fattuale – spesso comico nella sua ambivalenza –  condizionando e determinando le dinamiche di relazione tra i personaggi e con gli spettatori.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Grande forza del testo di Ravenhill, che nel finale assume un ribaltamento amaro: la donna che gli artisti vorrebbero aiutare ha subito traumi e perdite tali che è evidentemente e tragicamente  illusiorio credere di poterla aiutare, mentre la povera donna rotola al suolo, continuando a sputare sangue, i loro occhi di artisti non vedono la realtà, ciechi di fronte una sofferenza che in quel momento dell’arte non se ne fa proprio nulla. Scena finale che quindi riesce a far evaporare in un attimo ogni teoria esposta e calorosamente approvata dagli ‘artisti’.
Bravi i quattro attori, tra i quali colpiscono in particolare le interpretazioni di Gabriele Benedetti e Pieraldo Girotto. Finale che lascia coinvolti e desiderosi che lo spettacolo possa continuare ancora, anche perché risate sentite e riscontro emotivo riescono ad emergere solo a performance ampiamente inoltrata.

Agnese Bellato

Solitudini estreme

Recensione a Pop Star – di Babilonia Teatri

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

La prima regionale di Pop Star, nuovo spettacolo della compagnia Babilonia teatri, strappa ripetuti ed entusiasti applausi alla quasi totalità del pubblico del Bastione Alicorno, dove si è svolta la performance. In scena solo tre bare rigorosamente sigillate. Sulle note di Sei Ottavi (Rino Gaetano), Simone Brussa, che agli occhi degli spettatori appare alla consolle come tecnico audio, avvitatore alla mano, scoperchia le bare scoprendo tre corpi. I colori sgargianti degli eccentrici costumi ideati da Franca Piccoli, fanno da contraltare al minimalismo dell’impianto scenografico, precorrendo visivamente il clima di vorticosa follia che si imporrà da subito come tratto dominante e matrice comune dei tre personaggi.
Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Ilaria Dalle Donne, imprigionati in una fissità che appartiene solo al rigore mortuale, snocciolano parole atone, metà in italiano e metà in dialetto veneto, tramite le quali il pubblico ricostruisce le deliranti vicende di una madre che seduce il fidanzato della figlia per impedire che lei se ne vada con lui, di una ragazza che trova nell’alcool e nella compagnia di false amicizie l’unico mezzo per fuggire alla monotonia della vita e di un giovane “sfigato” che per sentirsi qualcuno, infrantosi il sogno di diventare famoso, preda della psicosi, inizia ad uccidere.
Poi, accompagnata dalle parole di Pippo Baudo che annuncia Laura Pausini come la vincitrice del seguitissimo Festival di San Remo, una montagna di scintillanti fiori finti piove sull’essenziale scenografia di Gianni Volpe, creando un variopinto tappeto nel quale si rotoleranno euforici gli attori a fine spettacolo, in un’atmosfera da delirio collettivo.
A differenza dei precedenti spettacoli di Babilonia Teatri, costruiti sulla martellante ripetizione di parole ordinate per associazione di idee, qui ogni personaggio presenta un ritmo proprio. Si passa così dall’ incisiva e tagliente velocità di Valeria, alla tragica rassegnata lentezza di Ilaria, alle urlate peripezie di Enrico, gridate fino a rimanere quasi senza fiato. La cantilena è una forma necessaria, l’unica possibile ai protagonisti per convincersi e convincere, agli attori per richiamare una realtà drammatica e smarrita senza scadere nel patetismo o nella banalità.

foto di Andrea Cravotta
foto di Andrea Cravotta

Le costanti litanie del trio sono spezzate solo da alcuni stacchetti musicali che vedono gli attori improvvisarsi in comici balletti sexy e dissacranti. Gli inserti sonori curati da Luca Scotton, uniscono e separano, riuscendo abilmente a non far mai calare la tensione. Valeria Raimondi e Enrico Castellani firmano una regia al vetriolo, che con acume e sarcasmo porta sul palcoscenico paure e speranze di individui vittime dei propri sogni (siano essi il principe azzurro o il raggiungimento della fama), specchi della società, caratterizzati da una sconcertante incapacità di superare i propri piccoli grandi drammi personali e andare avanti.

Visto al Bastione Alicorno, Padova

Sara Furlan

Intervista a Valeria Raimondi -Babilonia Teatri

Intervista a Valeria Raimondi di Babilonia Teatri, a cura di Camilla Toso

I vostri lavori iniziano a farsi spazio tra quelle che possiamo definire Nuove Drammaturgie, sono ricchi di materialei proveniente dai media contemporanei, usano un linguaggio diretto e  sintetico. Qual’è il tipo di ricerca che fate quando iniziate a lavorare su un testo, come trovate ed assemblate i materiali, come nasce un copione?

Noi non arriviamo mai  a provare con un copione scritto, arriviamo con tanto materiale, che può essere una canzone, una pubblicità, un testo da noi scritto, un’immagine, una suggestione, un assemblaggio. A volte fotocopiamo, prendiamo i risultati delle ricerche su google, ad esempio per la parola ITALIA, le sparpagliamo tutto su un tavolo e iniziamo ad assemblarle in una playlist. Una serie di pezzi, accostati con canzoni e telecronache registrate. E’ un lavoro di montaggio tutto fatto a tavolino, il che fa pensare al vecchio teatro a quando il regista si sedeva a tavolino con gli attori e discutevano sulle intenzioni; invece il nostro è un lavoro completamente diverso. Non c’è un lavoro di improvvisazione, su palcoscenico ma tutto il pre in cui accumuliamo parole accumuliamo immagini che è fondamentale. Il lavoro di scrittura procede di pari passo con tutto quello che succede nella scena, il tutto però deve essere provato e testato, perché usando la tecnica dell’unisono i testi devono essere detti, e quindi ciò che sulla carta può funzionare molto bene  nel momento in cui la devi dire, nel modo in cui noi diciamo le battute, la devi tagliare o ricontrollare la metrica.

Come è nato PopStar?

Inizialmente era Terminus e ci era stato commissionato da Rodolfo di Gianmarco per la sua rassegna di Teatro anglosassone. Il lavoro è partito con la suggestione di un testo di uno scrittore irlandese che però abbiamo completamente abbandonato, perché era molto lontano dal nostro immaginario. Era ambientato in Irlanda a Dublino: un testo bellissimo ma che non parlava la nostra lingua, ed era troppo letterario. A noi interessava invece parlare di quello che ci preme addosso. Questo spunto iniziale ci ha messo a confronto con una storia. Abbiamo deciso di raccontare una storia, che non ha più nulla a che fare con l’Irlanda, abbiamo abbandonato molti riferimenti iconografici di O’Rowe che non appartengono al nostro mondo, per trasportare la trama nella nostra realtà. Quindi è diventata una storia di osterie venete, in cui raccontiamo tre solitudini tipicamente  nostrane.

La vostra è una recitazione-non recitazione, che tipo di lavoro fate sull’attore?

Noi cerchiamo di non recitare, il tentativo è quello di essere veri, di trovare un modo per cui la gente ti stia ad ascoltare e creda alle cose che tu dici, ben sapendo di trovarsi a teatro. Secondo noi la recitazione tradizionale non riesce più ad arrivare a questo. Così abbiamo trovato questa possibilità del parlare all’unisono ed in un tono neutro. In PopStar questa modalità viene declinata in un modo completamente diverso, perché se negli altri spettacoli c’è questo tentativo di secchezza, in quest’ultimo lavoro, siamo riusciti veramente a creare dei personaggi. Per cui la tecnica attoriale c’è, ed è fatta di rigore e caos, precisione ed esplosione, in ogni nostro lavoro ci sono dei momenti di esplosione che cerchiamo di non codificare. Ad esempio in Made in Italy e Underwork, si lavora su blocchi di lavoro quadrati e precisi, alternati a momenti di pura follia e improvvisazione. C’è tanto allenamento e lavoro di gruppo, che è alla base dello stare in scena.

Videointervista a Matteo Angius e Fabrizio Croci – Accademia degli artefatti

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Accademia degli artefatti nata negli anni ’90, propone da subito un approccio al fare teatrale aperto alle contaminazioni con le arti figurative, performance e installazioni. Ha trovato ospitalità nelle più importanti manifestazioni teatrali: Santarcangelo International Festival of the Arts, VolterraTeatri, MittelFest, ecc. Del ’96 è Extra-ordinario presso il Teatro Stabile d’Innovazione Vascello di Roma, a cui seguono negli anni importanti progetti e collaborazioni – si ricorda Io mi raffiguro con Mariangela Gualtieri nel 2002 – oltre che riconoscimenti: primo premio e menzione speciale al Riccione TTV per Dati e Sulle possibilità irrazionali dell’oggetto nel ’96 e ’99; Premio Ubu – migliore proposta testo straniero per Tre pezzi facili nel 2005. Nel 2000 il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica un’ampia retrospettiva dei lavori del gruppo, già ospitata dai cantieri culturali de la Zisa di Palermo.
www.artefatti.org

Videointervista a Giuseppe Battiston

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Giuseppe Battiston, classe ’68, nuovo ma già affermato volto del cinema italiano contemporaneo, nel 1999 vince il Premio David di Donatello e Ciak d’oro come Miglior attore non protagonista per il film Pane e Tulipani. Nel 2004, diretto ancora una volta da Silvio Soldini in Agata e la tempesta, conquista la nomination al David di Donatello come Miglior attore protagonista. È del 2005 la sua candidatura ai Nastri D’Argento come Miglior Attore non protagonista per l’interpretazione nel film La bestia nel cuore di Cristina Comencini. L’8 maggio del 2009 ottiene un nuovo David di Donatello come miglior attore non protagonista per il film Non pensarci diretto da Gianni Zanasi. In teatro collabora dal ’94 al ’98 con Alfonso Santagata e nel 1996 conquista il Premio Ubu come Miglior attore non protagonista in Petito Strenge; diretto da Claudio Moranti nel Riccardo III, collabora con varie realtà teatrali, tra cui il Teatro Mercadante di Napoli, il Teatro Metastasio di Prato, il CTB di e il Teatro Stabile del Friuli-Venezia-Giulia. Il 20 giugno è stato insignito del premio Hystrio-Mantova Festival.

(Dal catalogo del Festival delle Mura)

Sogni lontani

Recensione a Il Sogno – reading di e con Roberto Citran

Scritto sul finire degli anni quaranta e pubblicato nel 1962, Sogno di una cosa è il romanzo d’esordio di Pier Paolo Pasolini, che in questo esperimento narrativo descrive, a suo modo, il mondo contadino friulano dell’immediato dopoguerra.

Roberto Citran, foto di Claudia Fabris

Roberto Citran, foto di Claudia Fabris

Protagonisti sono il “Lodo De Gasperi”, la ricerca di una vita migliore emigrando all’estero, i difficili rapporti tra i due sessi, le sagre di paese dove i ragazzi si incontrano e nascono nuove amicizie e le rivendicazioni nate al fine di far rispettare una legge che stabiliva rapporti di lavoro più equi tra proprietari terrieri e contadini,
Roberto Citran porta queste situazioni in scena, facendo di Sogno di una cosa il testo da cui attingere per costruire uno spettacolo di teatro di narrazione. L’attore padovano racconta la storia di un gruppo di giovani amici che lotta contro la disoccupazione, vive le prime avventure amorose, inneggia al comunismo e non perde occasione per far festa. Un gruppo destinato a crescere, a prendere parte della propria spensieratezza, ad imbattersi negli oneri di una famiglia più o meno voluta, a scontrarsi con la pericolosità e la necessità di un lavoro che può finire con l’uccidere.
In scena solo un tavolo, due sedie e, in un angolo, illuminata, una bicicletta abbandonata. Sul tavolo una bottiglia e un bicchiere di vino. Vino che qui assurge a ruolo di collante sociale, simbolo della vita quotidiana colta nei suoi momenti più gioiosi ed elementari, come il bere e il mangiare, e di quell’aspetto di condivisione insito nella convivialità.
Mentre Citran narra le vicende di Eligio, Milio e Nini, sullo schermo alle sue spalle scorrono i video curati da Antonio Panzuto che si impongono come sfondo visivo, richiamo ai paesaggi friulani tanto amati da Pasolini. In dissolvenza incrociata si alternano immagini di lunghi fili d’erba ingialliti dal sole che ondeggiano al vento, verdi campagne delimitate dalle folte chiome degli alberi e ancora una bicicletta che percorre strade lastricate e sentieri dissestati, quasi a voler condurre il pubblico direttamente dentro la realtà di cui sta sentendo parlare.
Spettacolo ancora da rodare e tecnicamente da rafforzare, Il Sogno si presenta come un’anteprima sulla quale c’è ancora molto da lavorare. Forse cominciando da una riflessione sul perché scegliere oggi un testo come questo.

Visto al Teatro alle Maddalene, Padova

Sara Furlan

Videointervista a Claudio Longhi e Lino Guanciale – Mimesis

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Claudio Longhi, laureato in Letteratura Italiana presso l’Università di Bologna, insegna presso l’Università IUAV di Venezia e la Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Al lavoro di ricerca affianca l’impegno teatrale attivo lavorando non solo in qualità di assistente per Pier Luigi Pizzi, Graham Vick, Luca Ronconi e Eimuntas Nekrošius, ma anche come regista. Tra i più recenti spettacoli che portano la sua firma: La folle giornata o Il matrimonio di Figaro di Pierre-Augustin Carron de Beaumarchais, ‘cabaret filosofico’ Leopardi, Storie naturali di Edoardo Sanguineti, Edipo e la Sfinge di Hugo Von Hofmannsthal e La peste di Albert Camus.
Lino Guanciale, diplomatosi all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” nel 2003, da cui riceve l’anno successivo il Premio Gassman, ha lavorato con alcuni tra i più importanti registi e attori del panorama teatrale nazionale: Gigi Proietti (con il quale esordisce), Luca Ronconi, Franco Branciaroli, Warner Bentivegna, Massimo Popolizio, Umberto Orsini, Franca Nuti. Fin dagli inizi collabora stabilmente con il regista Claudio Longhi. Dal 2005 affianca all’impegno attoriale l’attività di insegnamento e divulgazione scientifico-teatrale negli istituti scolastici e nelle Università.

(Dal Catalogo del Festival Teatri delle Mura)

Implorante e fradicio desiderio

Recensione a La notte poco prima della foresta – Claudio Longhi / Mimesis

foto di Andrea Cravotta

foto di Andrea Cravotta

Fatti accedere negli umidi ambienti sotterranei del Bastione Alicorno, gli spettatori giunti a vedere La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, prendono autonomamente una sedia e si dispongono a piacere all’interno dell’ambiente proposto. L’impronta registica di Claudio Longhi – che con questo spettacolo dà inizio al ‘Progetto Koltés’-  è fin da subito d’impatto: il pubblico seduto e in attesa, senza un palco cui convogliare gli sguardi, viene scosso da un incipit di rissa finito in una secchiata d’acqua lanciata addosso a colui che, ben presto, si capirà essere il protagonista. Il giovane ( interpretato da Lino Guanciale)  prova a spiegare, raccontarsi, abbordare un pubblico incuriosito e stupito soprattutto di trovarsi immerso nelle sue elucubrazioni vaneggianti; lo strano ragazzo si rivolge loro faccia a faccia, in una vicinanza fisica inusuale rispetto agli spazi di fruizione teatrale tradizionali. Durante il racconto, alcuni spettatori diventano interlocutori privilegiati, occhi negli occhi con il protagonista, che , al contempo, si rivolge all’intero pubblico, che si sente , quindi, interamente coinvolto dietro al “tu” che gli rivolge il giovane.

Il luogo non è l’ambientazione prevista, infatti all’originario bar all’aperto del Bastione Santa Croce è stato preferito un ambiente chiuso – immune quindi dai pericoli del maltempo sempre in agguato. Probabilmente nell’atmosfera mondana di un luogo di ritrovo in cui il pubblico è riunito in situazione di convivialità comune, ma seduto a dei tavolini a creare unità indipendenti, la relazione con quest’individuo, così istintivamente invadente, avrebbe forse avuto maggiore impatto.

Il giovane è un individuo che appare instabile, a tratti infervorato e soprattutto rapito dalla necessità di esprimere ciò che ha dentro, ma che non riesce a dire fluidamente e completamente fino alla fine. Emerge il tema del “diverso”, – ancora una volta uno straniero non voluto –  il tema dell’individualità incompresa, con un’attenzione politica al rapporto tra società e solitudini marginali che è insito nel testo scritto nel ’76 dal drammaturgo francese. Il brano, tanto divagante, vario, ma legato aripreseda stessi temi e fili conduttori, è in realtà un’unica lunga frase priva di punteggiatura,  un flusso di pensieri che riesce a contenere al suo interno racconti, mondi, relazioni, ricordi, speranze.
Dell’intenso spettacolo rimane nella memoria lo sguardo di un ragazzo che ha sete di comunicare, che ha sete di incontro: i suoi occhi sono calamite imploranti, alla ricerca di agganciare attenzione, ascolto, amore. Indimenticabili la frenesia e il costante corpo fradicio dell’attore che – a puntuali riprese – subisce cariche d’acqua che gli impediscono di asciugarsi, riportandolo ad un costante stato di inzuppamento fresco da pioggia.

Agnese Bellato