Redazione

Abilità e cura del teatro di figura

Recensione a I misteri di Londra. Tragedia per marionette e attori. Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti.

foto di Sante Prevatin
foto di Sante Prevarin

Chi crede che il teatro di figura sia un linguaggio prettamente rivolto ai bambini, può senza dubbio essere smentito dal gremito pubblico di adulti stipato al Teatro Verdi di Milano domenica pomeriggio scorso.

Il Teatro dei Sensibili ripropone I misteri di Londra. Tragedia per marionette e attori di Guido Ceronetti in un nuovo allestimento: da marzo lo spettacolo continua a muoversi in città e festival ed è ora arrivato a Milano in occasione di IF Festival Internazionale di teatro d’immagine e figura. Dal suo debutto nel 1978, come rappresentazione privata nel “teatrino d’appartamento” dello stesso Ceronetti e della moglie Erica Tedeschi, lo spettacolo prende oggi nuova vita e forma, grazie al lavoro della scenografa Laura Rossi (che ha realizzato marionette, scene e costumi) e alla Fondazione del Teatro Stabile di Torino, in collaborazione con ODSs.c., che ha co-prodotto lo spettacolo.

A partire dal brillante testo di Ceronetti, l’occhio registico di Manuela Tamietti compone un quadro organico e fluido che, nonostante l’immancabile e spassosa ironia insita nel carattere della storia, riesce a non far svanire l’atmosfera tetra, a volte macabra e malinconica, della tragedia. Ambientata al termine del XIX secolo, la vicenda si svolge nella cupa Londra vittoriana che in quel periodo è scenario dei cruenti delitti di Jack “the Ripper”. In quest’atmosfera grigia e mortifera appaiono: Frankenstein, Holmes e Watson, Bakunin, Dickens, la Regina Vittoria e Alice di Lewis Carrol perseguitata dai “Taboo vittoriani” (rappresentati da bulbi oculari in catene), Darwin e altri personaggi ancora in un vortice di acute assurdità.

Ad infondere vita a queste “creatureappese a fili” è un abile quartetto: Valeria Sacco, Patrizia Da Rold, Erika Borroz e Luca Mauceri, che, con un curato uso della voce, ricco di musicalità nelle cantilene degli strilloni e nelle canzoni in inglese, creano dei leitmotiv che emanano un’atmosfera londinese cupa e affascinante. I linguaggi fusi nello spettacolo sono molteplici: l’efficace dialogo tra marionette e attori segue alla convivenza di video e teatrino delle marionette al centro delpalco, cartelli e musica dal vivo. La danza tra due mani guantate, elegante e maliziosa, dimostra il potere espressivo di semplicità unita a cura ed abilità.

Visto al Teatro Verdi, Milano.

Agnese Bellato

 

 

 

Videointervista a Enrico Bettinello

L’autunno non è solo foglie ingiallite che cadono, fitta nebbia e giornate sempre più corte, ma anche l’inizio delle nuove stagioni teatrali, che ogni anno, in questo periodo, vengono presentate al pubblico e alla stampa. Il Teatro Fondamenta Nuove, ovviamente, non fa eccezione: martedì 27 ottobre Enrico Bettinello ha infatti rivelato la prima parte della stagione 2009-2010.
Una struttura simile a quella della fortunata edizione passata, con le tre rassegne incrociate di musica, danza e teatro – rispettivamente Risonanze, Danzedautunno e Movimenti – che porterà sul palco del teatro, tra gli altri, Santasangre, Pathosformel e  Anagoor.

All’inizio di questa nuova avventura abbiamo quindi incontrato Enrico Bettinello per fare con lui un bilancio della passata stagione e scoprire le novità di quella in avvio, che ha come slogan: Chi non va a teatro non… Per scoprire la conclusione della frase si dovrà aspettare la seconda parte della stagione.

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Una rilettura molto personale

Recensione a SenzaParole di Andrea Adriatico, liberamente ispirato a Samuel Beckett.

Senza Parole

Carlo Masi

Andrea Adriatico, regista e fondatore di Teatri di Vita, propone una personalissima rilettura di Atti senza parole. I testi di Beckett divengono fonte d’ispirazione e di stile per uno spettacolo mimico e sonoro che fonda le sue radici sulla scoperta di un’interessante associazione intima con l’essenza dei due brani. L’operazione risulta piuttosto rischiosa perché la suggestione visiva che si viene a creare è alquanto distante da quella che è l’idea originaria dell’autore. L’atmosfera indefinita e straniante, che caratterizza la drammaturgia mimica di Beckett, viene sostituita da una dinamica che affronta un argomento piuttosto comune e concreto nella vita attuale, ossia l’attrazione tra due persone e il rapporto di potere che si viene a creare e che può spezzarsi prematuramente. Un uomo (Carlo Masi) si muove al comando di un fischio in uno spazio diviso in sei quadrati di luce, occupati da pile di piatti e, successivamente, da materassi. A controllare il fischio è una donna (Rossella Dassu) che pian piano attira a sé l’uomo, guidandolo, da uno spazio all’altro, in un lento e ritmato spogliarsi. Pur tentando di restare il più possibile universale, astraendosi dalla specificità di una situazione con due protagonisti e una vera e propria storia, Adriatico circoscrive il meccanismo di stimolo e repressione della volontà – contenuto nel primo atto mimico di Beckett – ad una tematica come quella della sessualità, che difficilmente riesce ad uscire dalla sua stessa scatola o permettere allo spettatore di scavare ed immaginare altri orizzonti possibili.

L’associare il crudele gioco sulla volontà ad un rapporto concentrato e delimitato all’attrazione è un processo che cattura comunque efficacemente, facendone esplodere la carica e le potenzialità in un ripetitivo e a volte lento procedere goccia a goccia. L’alternarsi di luce e buio che delimita gli spazi sembra sottolineare ulteriormente la cura dei movimenti e dei dettagli. La ripetitività dei momenti che fa crescere l’intensità dell’azione è accompagnata da un’interessante scelta di musiche, che vengono poi utilizzate in un particolare epilogo: una suggestiva videoinstallazione di Roberta Bononi che riprende testi e scene dello spettacolo per fermare in un’unica immagine l’essenza del lavoro del regista.

Visto a Teatri di Vita, Bologna

Maria Conte

Shakespeare dal banco alla scena

Recensione a Pocket Shakespeare

foto di Michele Lamanna

foto di Michele Lamanna

Al Teatro Due di Parma si festeggia Verdi. Dieci allestimenti, della durata di circa mezz’ora, sono nati dall’idea di condensare e proporre i testi shakespeariani che Giuseppe Verdi ha trattato nel corso della sua vita e che hanno ispirato molte delle sue migliori opere liriche. Il progetto, che si è sviluppato a partire da un lavoro di rilettura e di riscrittura dell’autore inglese, ha coinvolto gli studenti del corso di laurea in Scienze e tecniche del teatro dello Iuav di Venezia. A guidare il gruppo, sotto l’aspetto drammaturigico, tre professori-professionisti, Walter Le Moli, Luca Fontana e Roberto Cavosi, questi ultimi, alla pari con gli studenti, si sono cimentati riscrivendo Enrico IV e Otello.
Gli otto studenti hanno scelto uno o due personaggi, particolarmente rappresentativi per ciascuno dei drammi,  e li hanno usati come perno e nucleo per raccontare l’essenza della vicenda del testo e  per costruire su di esso un’azione drammaturgica.
Tra i vari interessantissimi riadattamenti delle opere di Shakespeare spiccano, grazie anche la bravura degli attori, i monologhi tratti da: Enrico IV, Otello, Il mercante di Venezia (riscrittura di Camilla Ferro) e La Tempesta (di Alice Biondelli). Gigi Dall’Aglio ci offre un Falstaff eccezionalmente vivo e vibrante di energia e passione, Paolo Serra riesce a tenere incollati gli spettatori con una precisione recitativa nel proporre un tagliente Shylock, Bruno Armando e Luca Giordana sono altrettanto abili a sostenere la complessità delle scelte registiche per i personaggi di Calibano e Otello-Jago.
Impossibile descrivere tutte le diverse e suggestive rielaborazioni di storie così dense e malleabili da funzionare in questi pacchetti curati e ben recitati, che sembrano farsi portavoce dell’essenza, della forza dei testi del grande autore inglese e della possibilità di creare, utilizzando le sue parole, delle opere autonome e capaci di vivere di vita propria.

Maria Conte

Visto al Teatro Due, Parma

Video-intervista a Belarus Free Theatre

È nel 2004 che Nikolai Khalezin, autore teatrale, e Natalia Koliada, organizzatrice, dopo un concorso di drammaturgia, decidono che è ora di fare qualcosa in Bielorussia: a loro si unisce il regista Vladimir Scherban, con cui fondano, l’anno successivo, il Teatro Libero. La ricerca drammaturgica che mescola citazioni da testi teatrali e frammenti di vita vissuta – dalle esperienze personali più comuni alle testimonianze di prigionieri politici del loro paese –, l’azione travolgente, la magia scenica realizzata con pochissimi elementi sono i caratteri di questo teatro, segnalato con una menzione speciale nella sezione nella sezione Nuove Realtà dell’ultimo Premio Europa per il Teatro.

Osteggiato in patria (le performance del Teatro Libero avvengono in totale segreto), il lavoro di questo ensemble ha ottenuto enorme riconoscimento all’estero, con il sostegno di artisti come Harold Pinter, Vaclav Havel, Mark Ravenhill.

Dall’ultima dittatura d’Europa, il Teatro Libero arriva per la prima volta in Italia a VIE di Modena, dove è presente con ben quattro spettacoli.

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Dialogo tra generazioni

Recensione a D’ORA IN POI. Come sarebbe se fosse diverso? – Compagnia BabyGang

d'ora in poi

Paolo Rossi entra in scena con un foglio, prima di cominciare desidera comunicare al pubblico che non è scontata la presenza dello spettacolo queste sere, al Teatro Oscar di Milano. Infatti il comico sceglie di andare in scena nonostante le pressioni  del proprio ex-agente (che non avendone più alcuna supervisione non lo vorrebbe sul palco adesso con questo spettacolo e questa compagnia). Il suo continuare a lavorare con la Compagnia BabyGang – nonostante la consapeolezza delle conseguenze cui va incontro – è un’esplicita reazione (o meglio non-reazione) a tali tentativi di controllo. E Rossi è perfettamente nella parte del malconcio e cieco artista Max Stella, fulcro di un dinamico dialogo tra diverse generazioni: la storia della morte dell’ultimo poeta bohémien liberamente ispirata a Luces de Bohemia diMaria del Valle-Inclán Ramón.

Carolina De La Calle Casanova – regista e autrice del testo – ha costruito assieme alla compagnia un mondo di situazioni e personaggi (tra cui la moglie e figlia del poeta, il barista, le prostitute, l’amico politico…) che rispecchia candidamente la nostra società, distillando e lasciando emergere con naturalezza tematiche mai così attuali: politica e prostituzione, servilismo e potere, tentazioni e debolezze, battaglie per il diritto alla libertà d’espressione.
La giovane c
ompagnia BabyGang è compatta ed emana un’energia promettente. Lo spettacolo è vivace e sostanzioso, divertente e profondo. È un teatro che riesce a coniugare il ‘ruvido’ e il ‘sacro’ (attingendo alle categorie definite da Peter Brook), la risata e il sudore con la poesia e la delicatezza di alcune rare atmosfere incantevoli e fugaci. Bravi gli attori, espressivi senza eccessi, che attraverso personaggi ben caratterizzati danno prova di grinta, profondità e soprattutto duttilità.
Rossi li accompagna e si fa accompagnare con la volontà di confrontarsi, giocare, ridere e imparare, ma è la totalità della vicenda e dei personaggi le cui storie si intrecciano a dare identità e carattere allo spettacolo. Ma non è una presenza da sottovalutare, quella di Rossi, come testimonia una dichiarazione di Carolina De La Calle Casanova: “È strano e quasi impossibile oggi vedere un artista del calibro di Paolo Rossi affiancare una compagnia esordiente, farsi dirigere da una giovane regista, mettersi a confronto con una generazione diversa, servirsene per insegnare ed imparare. È strano soltanto perché fare politica e cultura in Italia è un fatto eccezionale.”


Visto al Teatro Oscar, Milano.

Agnese Bellato

Vedere voci

Recensione a Bios Unilimited – OHT, vincitore del premio Nuove Sensibilità 2008.

Bios Unlimited

In The Brooklyn Follies, Paul Auster introduce “Bios Unlimited”, una compagnia assicurativa che pubblica libri sui dimenticati. Le storie e i fatti di queste persone comuni vengono inserite nel continuo narrativo, la narrazione della vita. Questi libri sono testimoni che “tutti gli uomini contengono svariati uomini dentro loro stessi e molti di noi passano da uno all’altro senza nemmeno sapere chi siamo”.
Inizia con questa citazione di Paul Auster lo spettacolo omonimo del giovane gruppo OHT (Office for Human Theatre) composto da Filippo Andreatta, regista e scenografo della pièce, e Francesca Bucciero, ideatrice e compositrice del suono.
Una distesa di bianche ed anonime casette popola il palcoscenico, in un’atmosfera fumosa, a tratti inquietante; si accalcano una accanto all’altra, una diversa dall’altra per dimensioni e imperfezioni. Dagli interstizi emergono frammenti di racconti, dove la presenza umana è solo evocata, mai incarnata: sono frammenti di storie quotidiane, voci; raccontano ricordi, piccoli eventi della giornata di chiunque, aneddoti familiari. Lo spettatore rimane ammaliato dal continuo mutare di una scena che rimane immobile, ma animata di voci che evocano persone, mai presenti sulla scena, e da un continuo gioco di luci che ricorda ambienti cittadini, vicoli bui e ampi vuoti piazzali, con efficace dinamismo e magia.

Una geografia sonora che racchiude le vite di molti che, come in una grande città, si incontrano senza sfiorarsi, incrociando il proprio racconto, sovrapponendo la propria voce. In questa trama sonora, infatti, lo spettatore si affeziona a dei frammenti, immagina persone e luoghi, di cui rimane soltanto una vaga sensazione, come di una storia ascoltata in treno. L’uso sapiente delle luci, disegnate da Arnaud Poumarat, restituisce il dinamismo di queste vite di passaggio.

La sinestesia operata rimanda ad una presenza in assenza, quella di un cantastorie contemporaneo che, lasciando un vuoto, permette il racconto di una memoria collettiva: una pluralità di voci parlano di molti corpi, che abitano questa strana città di inerti casette bianche.


Visto allo spazio Mil, Sesto San Giovanni, (MI)

Anna Serlenga

 

Incroci: intervista a (tutta) la Generazione Scenario ’09

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Abbiamo imparato a conoscerli, in quest’estate di festival, i nuovi quattro di Generazione Scenario: a Volterra, a Dro, a Bassano, impegnati in tournée fittissime a mostrare quei primi venti minuti di spettacolo che gli sono valsi la segnalazione al Premio fra i più ambiti dalle compagnie di teatro emergente. Sono quattro nuclei completamente diversi: Codice Ivan, i vincitori, in tre che si conoscono da anni ma sono insieme in un progetto comune per la prima volta con Pink, Me & The Roses; Anagoor, che da anni lavorano insieme; Marta Cuscunà, Premio Scenario per Ustica, sola in scena; e, infine, un altro terzetto, Odemà, anche qui, riunitosi ad hoc intorno al nuovo progetto.  Quattro “venti minuti” spiazzanti, da quanto sono differenti, dal delicato e micidiale interrogarsi intorno al fare teatrale di Codice Ivan, all’originale percorso di narrazione della Cuscunà, fra burattini e storia, dalla grazia delle immagini di Anagoor al dirompente lavoro sul divino di Odemà: estetica calcolatissima e affondo nel teatro, poi nuove forme di narrazione, un altro teatro-immagine destinato a restare sospeso nella mente dello spettatore e, infine, un teatro d’attore come non se ne vedeva da un po’.
Allora li abbiamo cercati, fra uno spettacolo e l’altro, in questa prima estate di festival per la nuova Generazione Scenario. E li abbiamo trovati, in forma scritta, per queste poche rapidissime domande, che vogliono tracciare un ritratto – o almeno un invito al ritratto – del teatro emergente proposto dal Premio Scenario 2009. Li mostriamo, in frammenti, alla vigilia dell’atteso debutto modenese, dove, a VIE Festival, presenteranno il lavoro completo.
Qui di seguito, in bottaerisposta davvero fitti, quattro modi di dire e di fare il teatro, quattro modi di parlare (e forse più) che si intrecciano – serratissimi – fra auto-presentazioni minimal, prospettive per lo spettacolo, esperienza di Scenario e rapporto col pubblico. Quattro modi, in fondo, di pensare il teatro che, in questi anni di riferimenti precisati e accostamenti prevedibili, non ci aspettavamo proprio.

Il primo spettacolo visto, e il primo fatto?
Codice Ivan: Pink è il primo lavoro di Codice Ivan… Il resto sono storie personali…
Anagoor
: Il nucleo principale di Anagoor è composto da sei persone quindi esiste un “primo spettacolo visto” per ciascuno di noi. Piuttosto è stata fondamentale la condivisione e certi viaggi (passate edizioni dei festival di Dro e Santarcangelo; Cesena, Terni o Roma andata e ritorno in una notte; Avignone 2005…). Il primo fatto è un lavoro su Baccanti di Euripide.
Marta Cuscunà: Che faccia fare di Lella Costa, regia di Vacis. Rito d’autunno, creazione collettiva del Laboratorio Fare Teatro di Monfalcone, condotto da Luisa Vermiglio.
Odemà: Il primo visto è Sorelledi, regia di Claudio Orlandini, il primo fatto Lo zoo di vetro di Tennessee Williams (Davide Gorla); il primo visto Arlecchino servitore di due padroni, regia di Strehler, il primo fatto Anything goes di Cole Porter (Giulia D’Imperio); il primo visto è La sirenetta di Andersen; il primo fatto La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams (Enrico Ballardini).

Qual è lo spettacolo dell’anno?
Codice Ivan: Il concerto di Nada Malanima a CanGo.
Anagoor: La Natura delle Cose di Virgilio Sieni.
Marta Cuscunà: Spero sarà il mio! A parte gli scherzi, per me è Sonja, diretto da Alvis Hermanis.
Odemà: Odissea di César Briè (Enrico Ballardini), Le Pulle di Emma Dante (Giulia D’Imperio), quest’anno purtroppo ho visto solo i lavori di Scenario e concordo con la giuria: Pink, Me & The Roses (Davide Gorla).

Il vostro, è un processo creativo collettivo o esiste una suddivisione dei ruoli?
Codice Ivan: È un processo creativo collettivo.
Anagoor: Le due cose coesistono.
Marta Cuscunà: È un progetto nato in solitaria: l’ho ideato, scritto e iniziato a mettere in scena da sola. In un secondo momento, ho coinvolto Marco Rogante che si è occupato di luci e musiche e Belinda De Vito che ha costruito pupazzi e oggetti di scena.
Odemà: La nostra ricerca espressiva si basa proprio sul non dare limiti di ruolo, tutti devono essere in grado di partecipare attivamente al processo creativo. Nel teatro che facciamo l’attore diventa anche autore e regista.

In una parola, cos’è il vostro teatro? E cosa non è?
Codice Ivan: Un tentativo liquido. Non è solido.
Anagoor: È un manifestarsi. Non è un riprodurre.
Marta Cuscunà: Spero sia necessario, per me lo è, mi auguro lo sia anche per il pubblico. Non è intrattenimento.
Odemà: Il nostro teatro è domanda. Non è un’idea preconcetta.

Tre parole o immagini per descrivere il vostro progetto?
Codice Ivan: Un palloncino che scoppia, la scena bianca, il trashironicometateatrale.
Anagoor: La Venere dormiente di Dresda, l’autoritratto di Giorgione in forma di David e la Giuditta di San Pietroburgo.
Marta Cuscunà: Teatro di figura, giovani schierati e straordinariamente felici, irrefrenabile bisogno di libertà.
Odemà: Partoriente, spietato, cialtrone.

Quali erano i materiali di partenza?
Codice Ivan: Gli studi sull’apprendimento di Pavlov. I video dei suoi esperimenti. La favola della rana e dello scorpione.
Anagoor: Il Fregio di Giorgione conservato a Castelfranco; i libri, l’immensa bibliografia su Giorgione in particolare i contributi critici di Augusto Gentili, Silvio D’Amicone e Manlio Pastori Stocchi che hanno permesso il delinearsi di una nuova visione di Giorgione.
Marta Cuscunà: La biografia di Ondina Peteani scritta dalla storica Anna Di Giannantonio, materiali e documenti inediti di Ondina, memorie di altri partigiani.
Odemà: Lo spazio, un telo, due sedie, una chitarra rotta, un cappello e noi stessi.

Chi o cos’è il protagonista dello spettacolo? Cosa volete dire?
Codice Ivan: Lo spettacolo stesso… alla fine, o all’inizio, si scopre come finzione, e noi siamo solo qualcuno che fa qualcosa davanti ad altre persone che guardano. Niente, non vogliamo dire niente. Così possiamo dire qualcosa, forse…sulla difficoltà delle relazioni e della comunicazione. Sulla difficoltà di essere sempre presenti a se stessi, di non disciogliersi come cartoons dentro la salamoia…Il protagonista?…il fallimento della comunicazione …e l’inevitabile bisogno di riprovarci. Sempre.
Anagoor:
L’Apocalissi personale.
Marta Cuscunà: Ondina Peteani che, a 17 anni, scopre i valori dell’antifascismo e decide con entusiasmo di partecipare alla Resistenza per cambiare il proprio Paese. Dato che oggi viviamo in uno stato di rassegnata apatia in cui ci lamentiamo ma non facciamo nulla, vorrei ricordare che il contributo di ciascuno è fondamentale per la vita della società.
Odemà: L’umanità del divino.

Una citazione dal vostro spettacolo che sia rappresentativa del lavoro:
Codice Ivan: «Lo vorrei fare ma non lo farei mai. Cioè lo vorrei fare…»
Anagoor: Due motti che compaiono nel Fregio di Castelfranco ci hanno guidato: «Fortior qui cupiditatem vincit quam qui hostem subiecit» (È più forte chi vince il desiderio di chi sconfigge il nemico) e «Si prudens esse cupis in futura prospectum intende» (Se vuoi essere saggio volgi lo sguardo alle cose future).
Marta Cuscunà: Nel titolo c’è tutto: « È bello vivere liberi!»
Odemà: «Mi hai detto che mi avresti dato potere e gloria!» «E te li darò… ma ricordati del nostro accordo: li avrai ma dopo la tua morte».

Qual è il prossimo passo, in una parola?
Codice Ivan: Terminare Pink
Anagoor: Saga.
Marta Cuscunà: Andareinscena.
Odemà: Resistere.

In cosa vi ha cambiato il processo di lavoro del Premio Scenario?
Codice Ivan: Quando abbiamo deciso di partecipare alla prima selezione, eravamo all’inizio del lavoro su Pink, ma anche all’inizio del nostro lavorare assieme come Codice Ivan, e l’avere un percorso da affrontare, da seguire in tappe successive è stato veramente fondamentale. Ci è servito per trovare una nostra modalità operativa, che sicuramente sarebbe emersa, comunque, ma probabilmente con più difficoltà ed inceppi.
Anagoor: Costruiamo passo dopo passo, con urgenza, ma senza fretta. Lasciando sedimentare. Una lezione importante.
Marta Cuscunà: A livello personale non mi ha cambiata ma ha influenzato molto il lavoro pratico. Quando mi sono iscritta avevo già il copione completo. Dovendo mettere in scena solo venti minuti, ho dovuto selezionare il materiale. È nato un collage degli elementi distintivi del mio progetto: la commistione di monologo civile, teatro popolare di burattini e linguaggi evocativi del teatro di figura con pupazzi.
Odemà: Non ha cambiato il nostro modo di lavorare, ci troviamo frequentemente per allenarci e buttare nuova carne al fuoco. Aver vissuto questa esperienza è stato certamente incoraggiante, grazie anche alla sensibilità umana e artistica di coloro che costituiscono l’associazione Scenario. Abbiamo vissuto e viviamo ogni tappa con entusiasmo e sorpresa. Siamo felici di poter presentare il nostro progetto in teatri e rassegne a cui difficilmente avremmo avuto accesso.

Hamlet in London

jude-law-as-hamlet

 

Fino al 22 agosto al Wyndham’s Theatre di Londra sarà in scena l’Hamlet di William Shakespeare, interpretato da Jude Law per la regia di Michael Grandage. Al primo impatto colpisce l’austera e imponente scena curata da Christopher Oram: l’ambiente chiuso e  sacrale funge da interno, ma diviene anche cortile e foresta; l’appoggio delle suggestive luci – a cura di Neil Austin – e l’aggiunta di nebbia e neve sostengono l’immaginazione del pubblico, componente fondamentale affinché il “gioco del teatro” funzioni.

L’avvincente trama shakespeariana si srotola in un fluido e preciso incalzare di eventi, le azioni si susseguono rapide, fuse a parole che volano sulle lingue degli attori, i quali senza fretta né pesantezza ‘attuano’ ogni verso con precisione. I dettagli, già contenuti nel testo, vengono curati dalla regia con semplicità e vengono in questo modo esaltati: lo si nota nella delicatezza di scegliere pochi fiori come costante caratteristica della dolce Ophelia (col volto e la dolce voce di Gugu Mbatha-raw). La fanciulla li indossa come ornamento dei capelli ad inizio dramma, in seguito se ne priverà donandoli al fratello Laertes in partenza per il fronte. Quindi i fiori la accompagneranno nel delirio della pazzia fino a ritrovarli, infine, a decorarla nella tomba. Un’altra scelta interessante si nota durante l’incontro tra Hamlet e Gertrude (nella stanza della regina) nel quale è previsto dal testo che Polonius assista alla scena nascosto dietro una tenda: la regia, volendo far condividere al pubblico lo stesso punto di vista del consigliere del re, cala una drappo bianco all’altezza del boccascena e ricrea così una tangibile quarta parete semitrasparente attraverso la quale permette di osservare. Scelta semplice ed efficace.Nonostante la durata dello spettacolo (3h e 10 minuti) l’energia creata dagli attori si mantiene costante grazie all’unione del solido cast, che vede in scena, oltre agli attori già citati, Penelope Wilton nel ruolo di Gertrude, e Kevin R. McNally nel ruolo di Claudius.

Dà prova di grande energia Jude Law, che esprime la rabbia e la sofferenza del principe danese fino a lacrime e sudore; in un ruolo evidentemente sentito, l’attore è preciso ed espressivo in ogni sguardo ed abile nei repentini passaggi emotivi del personaggio.

Attraverso l’Hamlet di Michael Grandage, la vicenda del principe di Danimarca narrata dai versi di William Shakespeare continua a toccare e coinvolgere, mantenendo una forza incorrotta dal tempo.

Visto al  Wyndham’s Theatre, Londra

Intervista a Massimo Paganelli

Intervista a Massimo Paganelli Direttore Artistico di Armunia Festival

Inequilibrio è il Festival di Teatro e Danza, che si è tenuto a Castiglioncello in provincia di Livorno, nella prima metà di luglio. È organizzato dall’associazione Armunia e diretto da Massimo Paganelli, quest’anno al suo ultimo anno come Direttore Artistico.

Inequilibrio, instabile e insicuro: parliamo del Festival o del Teatro in generale?

Il Festival, lo chiamiamo Festival perché la legge ce lo impone, ma per me non è un Festival, è una stazione intermedia, di scambio, dove star fermi. Lo considero una stazione perché il Teatro, come la vita, credo sia un’eterna ripartenza. È ripartire che conta. Cito Giogio Gargani, noto filosofo e amico: “Tutto ciò che ci accade è sempre la penultima cosa”, tutto quello che ci accade ci consente sempre di ripartire. Il Teatro per me è un po’ questo: non è soltanto far vedere cose, o garantire ad un artista la serenità nell’approccio alla sua materia ma è anche qualcosa che riguarda il nostro continuo desiderio di ripartire, navigare al margine, essere un po’ funamboli. Anche per questo si chiama Inequilibrio, perché la preoccupazione è che questa sottile fune su cui il funambolo cammina, si spezzi a fronte dell’ottundenza, che si perda la curiosità che è alla base del nostro fare Teatro.

Il programma del Festival ospita compagnie che lavorano sul territorio ma anche realtà esterne che sono state qui in residenza. Sembra molto importante per voi stabilire un contatto…

Sì, il progetto Armunia gira attorno alle residenze. I mesi invernali sono dedicati allo studio e all’applicazione e a costruire un rapporto con la comunità di Castiglioncello: vengono fatte prove aperte e discussioni con l’artista, dando la possibilità ai cittadini interessati di vedere cosa accade all’interno del Castello Pasquini. La stessa struttura d’estate ospita il Festival, al quale partecipano le compagnie che durante l’anno sono state in residenza, così che i cittadini possano vedere anche il risultato finale, e quindi entrare a far parte di un percorso e crescere. Per lo meno questo è l’auspicio, che si cresca attraverso la visione e l’incontro, si alimenti la curiosità, i dubbi e la passione. Ritenere la rappresentazione teatrale valida non solo in quanto rappresentazione, ma anche in rapporto ad un pubblico, che abbia la possibilità, sia per l’organizzatore che per l’artista, di affrancarsi dalla posizione di semplice pubblico e di diventare, in un certo modo, uno spettatore attivo.

Questo è l’ultimo anno come Direttore Artistico, è soddisfatto del lavoro svolto? Prospettive per il futuro?

Il prossimo anno non ci sarò. L’idea è quella di ripartire, e non parlo solo di una ripartenza personale, mi auguro che questa fune, su cui abbiamo camminato per qualche anno, sia rinsaldata nei suoi sfilacciamenti, che sono forieri di una possibile troncatura, e che sia nuovamente tesa.
Sono quasi trent’anni che navigo tra gli artisti con questa tensione, rivolta sempre con lo sguardo all’indietro, perché le macerie che lasci ti spingono avanti. Bisogna esser consapevoli che hai lasciato dietro di te macerie, anche quando è fatto, perché tutto quello che puoi aver costruito, non è mai sufficiente a dire basta. Allora è veramente la logica del penultimo di Gargani, è necessario guardare indietro, avere memoria delle cose che accadono per poter avanzare, e far accadere tutto ciò che avrebbe potuto, ma non è ancora accaduto. È un po’ come scriveva Glenn Gould in Piano solo: “La vita è una continua aria col daccapo” che si ripete sempre non ripetendosi mai.È questo il senso di un progetto culturale, che non amo definire Festival, è un progetto per una comunità, anche se spesso la comunità è sorda. I benefici di quello che è accaduto in questi anni a Castiglioncello, se ci saranno, li vedremo tra dieci, forse quindici anni, cioè quando questo sarà già maceria.


a cura di Camilla Toso