Redazione

Zio Vanja delle umane passioni

Recensione di Zio Vanja –Teatro Mossovet di Mosca – Andrei Konchalovsky

Zio Vanja Konchalovsky

Anton Cechov nella vita di Andrei Konchalovsky è una “felice ossessione”. Di formazione e passione cinematografica, il regista moscovita porta per la seconda volta in tournée europea assieme al Teatro Mossovet di Mosca un testo di Cechov: Zio Vanja (nel 2007 era la volta de Il gabbiano). Il primo Zio Vanja, Konchalovsky lo immortala nella pellicola nel 1970; oggi, a 150 anni dalla nascita dell’autore russo, il regista lo riporta sulla scena (in Italia in prima mondiale).
Storia di una famiglia in cui Serebriakov, malato ex-professore in pensione, accompagnato dalla giovane e bella seconda moglie, torna nella casa in campagna dove vivono la brutta figlia avuta con la prima moglie e il fratello di quest’ultima: zio Vanja.
Assieme alla suocera, un vecchio amico, la balia e il dottore, i protagonisti trascorrono le proprie esistenze intrappolate nel disegno che il destino ha riservato loro. L’intreccio verte e si solidifica, nell’emergere dell’insoddisfazione, della sofferenza e della sopportazione dei protagonisti, e nei vani tentativi di cambiamento delle proprie esistenze.
La regia pone grande attenzione alle relazioni tra i personaggi; Konchalovsky stesso spiega siano proprio i loro comportamenti ciò che più lo interessa, le sole cose del testo che restano oggi immutate nel tempo. Infatti non sono gli aspetti socio-politici o storici ad essere deteminanti, ma i comportamenti attraverso cui ogni personaggio si esprime.
Cechov, come specifica Konchalovsky allapresentazione dell’opera, rende la loro noia interessante: sono esseri umani per niente speciali, men che meno eroici, la loro è semplice umanità. Infatti – precisa nelle note di regia -: “È facile volere bene agli eroi di talento che non sono prostrati dal dolore o dalla vita stessa. È difficile volere bene ai filistei mediocri, incapaci di un atto eroico. Cechov vuole bene a questa gente, perché sa che anche essa morirà”.

Zio Vanja Konchalosky

L’impianto scenico è storicamente ammobiliato e intelligentemente rispecchia e arricchisce di senso le dinamiche dei personaggi a seconda di come è vissuto. Con una pedana centrale come nucleo domestico, corridoi ai quattro lati e zone in cui gli attori che “escono di scena” rimangono visibili (seduti su sedie poste in fondo ai lati del palco). La suddivisione spaziale determina le figure, collocandole nelle loro centralità o marginalità familiari: la giovane moglie Elena, spesso sulla sua altalena, sembra isolarsi nella propria irraggiungibile dimensione di retorica e leggerezza irraggiungibili; la figlia Sonja, benché legittima proprietaria della casa, è spesso sui gradini che rispecchiano – molto più delle poltrone – l’importanza che ella stessa si conferisce; così il medico Astrov, personaggio marginale ed esterno alla famiglia, preferisce non frequentare il nucleo adibito ai familiari. Spazio dal quale Vanja, invece, volente o nolente non può sottrarsi.
Emerge un umorismo spesso amaro, i ritmi sono ben studiati, “le pause in Cechov –  tiene a dire Konchalovsky – sono più importanti delle parole”.
Gli attori (tra cui: Pavel Derevyanko, Yulia Visotskaya e Alexander Domogarov) sono molto abili ed esprimono con profondità le gioie e i dolori che tormentano i personaggi.
Probabilmente non sperimentale o avanguardista, Zio Vanja di Konchalovsky è senza dubbio un esemplare disegno organico di regia e recitazione di grande livello. Discutibili le occasionali proiezioni che immobilizzano una percezione dello spettacolo altrimenti fluida.
Ma aldilà di analisi e tecnicismi, vincono le emozioni e i ritratti dei personaggi cechoviani.

Visto al Teatro Franco Parenti, Milano.

Agnese Bellato

 

Errori del passato o del futuro?

Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Recensione a Vita di Galileo – regia di Antonio Calenda, con Franco Branciaroli.

Il nuovo allestimento di Vita di Galileo, che porta la firma registica di Antonio Calenda, accoglie il pubblico con la scenografia scarna, minimale, eppure perfettamente riuscita, ideata da Pier Paolo Bisleri. L’interno dello studio di Galilei, su cui si apre il sipario, è reso tramite l’utilizzo di semplici mobili in legno massiccio e pochi oggetti di scena, molti dei quali raffiguranti celebri invenzioni del matematico pisano. Niente è gratuito, ogni elemento, strettamente necessario all’economia dello spettacolo, acquista rilievo e significato dal suo stagliarsi contro un fondale dipinto a cielo stellato, nel mezzo del quale si apre un mastodontico portale. Questa surreale parete, che sovrasta la scena, funge da costante eco visiva dei pensieri di Galilei, chiuso in una stanza e al contempo immerso in quell’infinito a cui mai smetterà di guardare.
I costumi, che ben ricalcano il gusto dell’epoca nei dettagli, nei colori e nelle distinzioni a seconda dell’appartenenza sociale dei personaggi, seguono un criterio di sobrietà che permette allo spettatore di concentrarsi sulla parola.
In questo testo di Bertolt Brecht così forte, così poliedrico, così attuale, ogni frase acquista infatti un’importanza fondamentale, aprendo la strada a diverse riflessioni.

La scienza galileiana, intenta a scontrarsi, per affermare se stessa, con una moltitudine di antagonisti, si fa qui paradigma di ogni rivoluzione. Così, se, sotto l’egida della Serenissima, la ricerca è costretta a lottare contro la logica del profitto – secondo cui sovvenzionabile è solo ciò che può arrecare immediato guadagno -, a Firenze e a Roma il nemico principe della scienza diverrà la religione, con cui Galilei tenterà inutilmente di dialogare, mosso dalla sua incrollabile fede nell’empirismo e nella ricerca della verità “figlia del tempo, non dell’autorità”. Molti degli argomenti usati da Galilei a sostegno della sua visione del mondo, se da un lato possono essere visti come una dura condanna alla società contemporanea, dall’altro offrono la possibilità di un diverso spunto di lettura. Nella sua eterna fiducia nella ragione, la cui vittoria “non può che essere la vittoria di coloro che ragionano”, sta infatti il seme della responsabilità personale. A cosa può servirel’evoluzione del mondo, se prima non evolve il singolo? La ricerca della verità dovrebbe essere appannaggio di tutti, non di quei pochi che impongono la propria. Così come è dovere individuale perseguirla, senza aspettarsi siano altri a trovarla per noi: “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Foto di Tommaso le Pera
Foto di Tommaso le Pera

Grazie al quasi “invisibile” impianto registico, studiato per dare del testo una resa quanto più puntuale e diretta possibile, tutto arriva agli spettatori con intensità e precisione. E la mirabile prova d’attore di Franco Branciaroli che, coadiuvato da attori del calibro di Giorgio Lanza nel ruolo di Sagredo, gioca con l’ironia, la caparbietà e le debolezze dell’uomo Galileo, fa sì che niente si perda dell’opera più sfaccettata e presaga che Brecht abbia scritto.
Negli anni in cui diede alle stampe la seconda versione di questo lavoro, Brecht mirava non meno a lanciare un monito agli scienziati del suo tempo, indaffarati in ricerche il cui esito aveva portato all’invenzione della bomba nucleare. Mai quanto oggi, in cui le ricerche in campo genetico e biotecnologico spaventano al pensiero del futuro, le parole che il drammaturgo tedesco fa pronunciare allo scienziato mentre si rivolge ai suoi successori, suonano sferzanti: “E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità”.
Di fronte allo sguardo attento del pubblico, gli anni scorrono veloci sulle vicende di Galileo; i cambi scena, di per sé minimi, avvengono a sipario aperto, reinterpretando il teatro delle ombre con nere silhouettes che si muovono contro un fondale retroilluminato; i pochi elementi scenografici creano nuove ambientazioni, mutando semplicemente posizione. Nulla si crea, né si distrugge, riportandoci all’idea di quella ciclicità che rintraccia nell’epoca galileiana i medesimi dilemmi che affliggevano tanto il tempo in cui Brecht scriveva, quanto il nostro.
Fra tutte, una domanda si leva allora al di sopra delle altre: se incontestabile è dell’uomo la capacità di progredire, altrettanto lo è quella di imparare dai propri errori?

Visto al Teatro Verdi, Padova

Sara Furlan

Quando la coscienza viene a trovarci

Recensione a La mia coscienza è un flussoFrancesco Bove

foto di Diana Lappone

foto di Diana Lappone

“Dov’ero rimasto? Potrei, forse, continuare la mia storia, finirla e cominciarne un’altra. Potrei piantare le mie unghie nelle crepe e trascinarmi avanti a forza di polsi. Sarebbe la fine. E io mi chiederei che cosa mai l’ha fatta arrivare e perché ha tanto tardato” S. Beckett.
Da questa citazione F. comincia il suo flusso di coscienza; chiuso nella sua stanza, gabbia e rifugio, ci accompagna in un iter doloroso all’interno di uno stato d’animo giovanile fatto di quotidianità, di gesti sempre uguali, di una vita da ricostruire come un puzzle.
F. è un ragazzo di oggi, laureato in “speranza e specializzato in fede e voto segreto” che come ogni giorno è pronto di buon mattino ad affrontare una vita sempre uguale, fatta di routine e di colloqui preparati con il nodo alla cravatta, che è sempre troppo impreciso e stretto. Con  lui si sveglia la speranza in un cambiamento, ma deve fronteggiare anche la solitudine, quale male estremo, inevitabile scontro con se stessi.

Solo, nella stanza oramai trappola, non ha amici, non ha pubblico oltre il suo io che viene a fargli visita, che lo persegue e lo tortura con i  ricordi, alla ricerca di un regresso per giungere al pregresso.

foto di Diana Lappone

foto di Diana Lappone

F. sa cosa l’ha portato a rinchiudersi  e soprattutto sa da cosa scappa: nell’era della tecnologia dove tutti i contatti umani si esauriscono spesso al tocco di una tastiera del computer – che diventa strumento di amplesso – grida aiuto ma nessuno può sentirlo. È dalla società che fugge, da un mondo fatto di servilismo e business, in cui tutto è alla mercé di tutti, dove le preferenze vengono espresse tramite il televoto e  in cui lo scettro è rappresentato dal  telecomando, strumento di dominio all’interno di ogni famiglia. L’idea è davvero ottima, essendo questo monologo pensato come un work-in-progress, strutturato come ricerca che si forma e si solidifica di volta in volta, con la speranza di poter arricchire il testo sulla scena; non c’è finale, è solo un pezzo di vita. Un lavoro di ricerca che non è mai pronto ad esaurirsi. Un  monologo toccante, grazie soprattutto alle ottime doti attoriali di questo giovane esordiente Francesco Bove e alla collaborazione del tecnico Enzo Siconolfi. La mia coscienza è un flusso pone di fronte ad un male sociale sentito nelle nuove generazioni, troppo ben disposte ad indignarsi solo tramite uno schermo gelido nella propria stanza.

Visto al Teatro Spazio Libero, Napoli

Italia Santocchio

 

Intramontabile Falk

Est Ovest

Recensione a Est Ovest – scritto e diretto da Cristina Comencini, con Rossella Falk.

Una famiglia di oggi con le sue dinamiche umane, condizionata da una società in continua evoluzione: nonni soli, figli assenti e nipoti che sembra parlino un’altra lingua. Bugie ed ipocrisie per mantenere intatta una patina di “bella famiglia unita” che in realtà nasconde insicurezze, paure, dolore. Riunita in occasione del compleanno della nonna, la famiglia svelerà gradualmente verità, spessori umani ed emozioni che anche i personaggi nascondono a loro stessi.

Il dramma è Est Ovest, scritto e diretto da Cristina Comencini alla sua seconda esperienza teatrale (dopo il successo di Due partite del 2006). Commuove la splendida Rossella Falk nel ruolo centrale di nonna Letizia, la storica componente della Compagnia dei Giovani e riferimento del teatro italiano, viene salutata di cuore dal pubblico che la omaggia con il calore degli applausi al suo ingresso in scena. Dirompente e delicata, pungente ed avvolgente, sul palco è nettamente l’interprete più fresca e vitale, l’unica a possedere una recitazione che coniuga spontaneità e sapiente tecnica. Falk come colonna portante dell’intero spettacolo che la Comencini apertamente dichiara “confezionato su misura” per lei.

I confronti e le debolezze in cui incorrono le dinamiche di questa famiglia italiana trovano parallelismi e differenze nei medesimi rapporti della famiglia ukraina di Oxana, – ad est come ad ovest – , la badante di Letizia, l’elemento di stimolo, simpatia e presenza costante interpretata da Merita Xhani. Il cast è eterogeneo – per età, esperienza e professionalità – , ma spicca la maestria di Luciano Virgilio.

R. FALK L.VIRGILIO
La Comencini non osa scostarsi da una linea teatrale tra il tradizionale e il semi-televisivo, sceglie la semplicità di un linguaggio scenografico naturalistico e spazialmente innocuo. Spettacolo da cui emergono soprattutto la linea narrativa e l’espressività della Falk. Discutibile, forse, la scelta di amplificarne la voce attraverso un microfono quando, non in scena, recita con la Xhani; così facendo, infatti, si instaura un dialogo non realistico tra i personaggi, il cui linguaggio si discosta nettamente dal resto dello spettacolo.

 

Il valore del testo è nelle memorie assieme alle battute finali di Letizia. Attraverso la sua voce resta concreto il senso del dolore, la durezza di affrontare la vita quando si sceglie, con coraggio, di togliere i paraocchi che oggi rendono l’Uomo sempre più un’automa: egoista, pigro, isolato e volontariamente ignaro di ciò che gli sta intorno e di quel che accade davvero dentro se stesso.

Visto al Teatro Manzoni, Milano

Agnese Bellato

 

 

 

Zio Vanja: la commedia della paralisi

Recensione a Zio Vanja di Gabriele Vacis

ZioVanja

foto di Giorgio Sottile

Il sipario del Teatro Valle di Roma  si spalanca sulla Russia immaginata da Anton Cechov per la sua famosissima opera dal titolo Zio Vanja. Sapientemente diretti da Gabriele Vacis, un corposo gruppo di attori rappresenta una vera e propria commedia della paralisi: i protagonisti vivono tra delusione e rassegnazione, incapaci di intervenire sulla propria vita, trascinati nell’ovvietà di tutti i giorni che si ripetono uguali, abituati alla consuetudine dell’esistenza. I personaggi passano le loro giornate tra una tazza di tè, un bicchiere di vodka, la musica, l’arte di ricevere ospiti e il tempo del riposo; mai nulla sconvolge le loro vite, ognuno bloccato nel proprio ruolo si rassegnano all’imperturbata realtà.

Le scelte registiche di Vacis danno corpo e anima a questo testo tramite un uso della scena calcolato nei minimi particolari. La maggior parte dei monologhi e dei dialoghi si svolgono nel proscenio, lasciando il fondo del palco vuoto e nella penombra. Una fila di sedie circoscrive lo spazio d’azione dei personaggi che, spostandole, creano l’impressione di muoversi per stanze diverse.

“Questa è una casa infelice, vite sprecate in questa casa, il bere mi dà l’illusione che sto vivendo…” sono le parole che dice Zio Vanja al medico mentre insieme affogano le loro filosofie di vita nell’alcool, e continua dicendo: “Non c’è niente di nuovo. Quanta stanchezza di vivere…”. Ogni cosa che fanno in scena risulta essere fine a se stessa, nulla crea una svolta, un radicale cambiamento. I movimenti perpetui e lenti di oggetti e persone sono inutili come lo sono le vite dei protagonisti. La fluidità del testo è sostenuta da un continuo gioco di sguardi tra chi discorre: è nelle parole e non nell’azione la forza di questo spettacolo. I rami spogli che calano dall’alto senza mai toccare il terreno sono perfetta metafora per questi personaggi impossibilitati a cambiare il proprio modo di vivere; sono dei tragici buffoni che devono accettare e rassegnarsi alla loro condizione, sospesi per sempre tra immobilità e tempesta, tra illusione e disperazione.

Fino al 22 novembre al Teatro Valle di Roma,  Zio Vanja è sicuramente da non perdere, altra prova delle capacità registiche di Vacis che riconferma la sua volontà di creare spettacoli accattivanti e in continuo dialogo con il pubblico.

Visto al Teatro Valle, Roma

Valentina Piscitelli

 

Una speciale festa di famiglia

Recensione di Festa di Famiglia di Mandracchia-Reale-Toffolatti-Torres

Un unico palco ma  triplice la storia. Così la scena prende forma, prende suono, prende vita. Festa di famiglia è una rielaborazione di Andrea Camilleri di vari racconti e novelle di Pirandello. Il testo finale si è formato tramite una collaborazione diretta e immediata con le attrici della compagnia.

foto di Teatro Stabile Napoli

foto di Francesco Biscione

Sulla scena l’amore  nelle sue forme più estreme, nell’ambiente in cui trova le sue radici, nella casa materna, luogo dei primi baci, delle prime gelosie e delle prime promesse non mantenute. È di scena l’amore completo, triplice e complice, l’amore familiare nelle sue gradazioni; da quello puro di tre sorelle a quello molesto di un patrigno pedofilo, l’amore coniugale che da dono per l’altro si trasforma in ossessione, in schiavitù, in violenza, senza più vita perché solo morendo si rinasce nell’altro, e infine, l’amore che non ha futuro, l’amore sterile, quello egoistico che pensa solo a se stesso, alla ricerca di qualcosa che non lasci troppo il segno. Ogni personaggio è carnefice e vittima, è la rappresentazione di qualcosa a cui a lungo si cerca di dare una spiegazione. Quando però tutto sembra perduto ecco che giungono le feste di famiglia, il ritorno alle radici, unici momenti per aggrapparsi ai ricordi che purtroppo non sono stati ancora superati.

Si può certo dire che l’adattamento di Camilleri è magistrale, ma Festa di famiglia è davvero un gran successo sia grazie a coloro che lo interpretano, Fabio Cocifoglia, Manuela Mandracchia, Anna Gualdo, Diego Ribon, Sandra Toffolatti, Mariangela Torres, che all’ottima regia di Mandracchia-Reale-Toffolatti-Torres. La correlazione tra la regia e il cast degli attori ha consentito che i tempi teatrali ci fossero tutti, riuscendo ad essere rispettati anche in momenti di notevole imbarazzo come quando squilla tra le prime file del teatro il solito telefonino.

Impeccabile la recitazione, non solo per la parte di canto corale a cappella – che si può definire straordinaria – ma anche per l’emozione costante, forte, e per la personalità che questi attori hanno dato ai personaggi, entrando a pieno nella loro lunaticità, mettendo fuori il loro sentire e mostrando un minuzioso lavoro di ricerca sui singoli caratteri.
È questo un lavoro che va sicuramente premiato: è teatro che travolge, che commuove, che prende.

Visto al Teatro Mercadante, Napoli

Italia Santocchio

Wedekind: il dramma della giovinezza

 

Recensione a Risveglio di Primavera di Tommaso Tuzzoli

foto di Brunella Giolivo

foto di Brunella Giolivo

Il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli si dimostra, sempre più, attento a far emergere e promuovere nuove idee: la creatività di giovani e audaci interpreti del teatro classico o l’intraprendenza di originali drammaturgie nate dall’urgenza di raccontare il presente. Proprio al Nuovo ha fatto la sua gavetta Tommaso Tuzzoli che, dopo essere stato assistente di Antonio Latella, decide di dedicarsi alla regia, e proprio al Nuovo deve la produzione di tre suoi spettacoli. Dopo le Nuove Sensibilità, è l’ultima di queste produzioni, il suo allestimento del Risveglio di Primavera di Frank Wedekind, ad inaugurare la stagione 2009/2010 del Teatro Nuovo.

È il 1891 quando Frank Wedekind scrive il Risveglio di Primavera, una tragedia di adolescenti. Anticonvenzionale e antiborghese, Wedekind si guadagnò il bando sociale per la scabrosità dei suoi testi; si oppose con forza alle costrizioni morali ed etiche  imposte, mettendo a nudo, con sguardo commiserevole, un sistema sociale incoerente, pronto a chiamare in causa Dio ma solo per falso spirito cristiano. Risveglio di Primavera è un testo che parla dei giovani, del sesso, dell’educazione e dell’ipocrisia, quella di tutti coloro che, in nome di una presunta moralità, preferiscono nascondersi dietro un comodo silenzio. Tommaso Tuzzoli trasforma questo silenzio in una presenza scenica immergendo i personaggi in un buio fitto per poi trarli da esso tramite caldi tagli di luce che disegnano i corpi e danno la parola. Il perfetto disegno luci di Simone De Angelis avvolge gli attori facendoli emergere su una scena pressoché vuota, circondati da pile di libri che richiamano al dovere. La complessa operazione di adattamento sintetizza e inasprisce questo dialogo tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti, amplificando così il ruolo emblematico dei personaggi, ognuno portatore di un sentire attraverso cui lo spettatore si può riconoscere. I cinque atti originari si riducono a tre e i circa trenta personaggi a otto, ma fortemente caratterizzati, come i professori, che perdono i nomi stravaganti del testo (Grossorandello, Colpodilingua, Moscamorta) ed esasperano con toni da farsa la condanna senza remore al demistificatore dell’ordine morale, Melchior. Lui è l’emarginato, il reietto, ma forse l’unico che riesce a salvarsi; tra chi soffre sopportando passivamente e chi soccombe, Melchior non si lascia intimorire, ma soprattutto non si lascia mettere a tacere. E l’interpretazione di Silvio Laviano aggiunge passionalità al personaggio mantenendo la parte con intensità fino alla fine. Un armonioso lavoro di gruppo per gli attori che, tuttavia, trovano lo spazio per emergere singolarmente, come lo stesso Laviano, come il Moritz di Andrea Capaldi o il Direttore/Martha di Caterina Carpio.

Senza inneggiare al nichilismo, Wedekind invita ad una riflessione profonda su quello che siamo e quello in cui crediamo perché l’unica morale che conta è quella che ci costruiamo da soli, il prodotto concreto tra due entità astratte: dovere e volere.

Visto al Nuovo Teatro Nuovo, Napoli

Stefania Taddeo

 

Pubblicare cartelloni

Ogni giorno centinaia di teatri, centri, rassegne e festival lavorano alla comunicazione e alla diffusione delle proprie attività di spettacolo.
Sul Tamburo di Kattrin è possibile pubblicare autonomamente i programmi di teatri, festival e rassegne che si occupano di spettacolo dal vivo: la sezione “Cartelloni” è dedicata a tutti gli uffici stampa, gli operatori e gli addetti alla comunicazione che desiderano pubblicizzare e diffondere le programmazioni delle attività che seguono.

Da oggi è possibile procedere alla pubblicazione della propria notizia in tutta autonomia, attraverso pochi semplici step il contenuto sarà presto on-line sul sito e diffuso attraverso i social network del Tamburo.

N.B. Non è consentito pubblicare comunicati stampa dei singoli spettacoli, seguire l’esempio dei cartelloni già pubblicati.

Procedura per la pubblicazione nella sezione “Cartelloni”

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Il mare di Francis Bacon

Recensione a Francis Bacon a Ostia Lido – regia di Gianluca Bottoni

Francis Bacon a Ostia Lido

Francis Bacon è noto tra i banchi di scuola per aver fatto la linguaccia a Velàsquez con il suo Innocenzo X, il papa che stride sul trono come su una sedia elettrica. Uno dei diaframmi visivi su cui si gioca la “lotta con l’oggetto” tanto cara a Bacon è la rappresentazione del corpo come carne, scotennato dal pennello, ghignante e sfatto. Nel 1954 il pittore irlandese viene invitato dalla Biennale di Venezia in rappresentanza della Gran Bretagna, ma una volta in Italia decide di andare a soggiornare sul litorale laziale. Da qui fa capolino lo spettacolo della compagnia romana G. B. Studio, presentato giovedì 29 ottobre al Centro Culturale Candiani di Mestre: Francis Bacon a Ostia Lido. L’aggancio sembra sicuro, obliterato da fatti e data. E invece è una falsa partenza. Anziché punto di avvio, Bacon diventa un «brusio di sottofondo» da cui si staccano tre quadri che sono come tre urla: di disagio larvale, di candore deluso, di disincanto.

Tre i quadri, tre gli interpreti: un danzatore, una ginnasta e un attore. Un piccolo circo variegato, che potrebbe promettere interessanti confluenze, eppure ognuno lavora per sé e su di sé. Forse la situazione più stimolante è regalata dall’ipnotismo della prima parte: un uomo a torso nudo che si muove per lo più a quattro zampe e a testa china, a incarnare lo stato di inerzia amebica che il regista Gianluca Bottoni identifica, forse un po’ didascalicamente, con l’etichetta «Nascita». Un colpetto d’intesa alle figure sformate di Bacon. Il secondo quadro è annunciato da un irritante faro rosso, che mette a dura prova la retina ben disposta dello spettatore spazzolando sulle teste a mo’ di radar, ed è dedicato alla «Copula». Ovvero alla ginnasta, che esegue le sue evoluzioni narrando nel frattempo la sua autobiografia: dall’emigrazione in Italia alle violenze subite dal proprietario del circo in cui lavora. Un gioco di abilità che va a perdersi nello stereotipo, condotto con una vocina proto-slava e monocorde che ricorda un po’ troppo la servetta Prissy di Via col Vento. L’ultimo quadro è la caduta, un tonfo sordo in una spiaggia presa d’assalto come un formicaio. Al margine del formicaio sta un povero disgraziato (“alienato”, come troppo spesso si dice) che osserva i riti umani che si incrociano sotto il sole e li commenta con occhio spento, con disgusto: la «Morte». Un piccolo trittico dalle premesse interessanti ma eseguito a compartimenti stagni, con un filo narrativo forse non sufficientemente stabile per reggere il peso della frammentazione, ma con qualche interessante concatenazione verbale che a tratti buca l’opacità dell’esposizione. Troppa carne al fuoco, verrebbe da dire, ripensando a Bacon: alle sue figure crude, al suo disagio mordace, alla sua pulizia di visione nonostante lo sbeffeggiamento delle forme.

Visto al Centro Culturale Candiani, Mestre

Agnese Cesari

 

 

Quando l’unica certezza è una Billy

Recensione a Brugole di Lisa Nur Sultan ed Emiliano Masala

foto di Brunella Giolivo

foto di Brunella Giolivo

La piccola sala assoli del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, asettica eppure accogliente, ha dato una perfetta cornice a questa rappresentazione breve ma intensa. È facile e banale descrivere le problematiche quotidiane, soprattutto in un contesto socio-culturale difficile come quello attuale e soprattutto ponendosi dal punto di vista di due giovani ragazzi, ma quando ci si trova di fronte ad una scrittura così immediata, pungente e ironica nella sua semplicità, come quella di Lisa Nur Sultan, è impossibile non farsi coinvolgere. Il testo si costruisce attraverso un dialogo serrato, apparentemente confuso, che sfiora l’assurdo beckettiano: botta e risposta lucidi che condensano in sessanta minuti le ansie di una vita. Due protagonisti, Marta, ragazza pragmatica e composta, interpretata da Elisa Lucarelli e Giulio, più sognatore, reso con grande simpatia dall’espressività quasi caricaturale di Leonardo Maddalena. Tra loro le assi di una Billy, libreria dell’Ikea. Lo spettacolo si ispira a L’angelo sterminatore di Buñuel (a sua volta tratto da Los naufragos di Bergamin) che sbeffeggia la borghesia riducendola all’immobilismo. Ma oggi non è concesso stare fermi, sviluppo incessante, mille opportunità e poche occasioni, sanciscono l’imperativo del carpe diem. In questo caso, la regia di Emiliano Masala e Lisa Nur Sultan mantiene i personaggi intrappolati nelle convenzioni ma li costringe ad un lavorio continuo intorno alla libreria con le loro brugole, tipiche chiavi a elle. E sarà proprio Masala ad incarnare tali convenzioni, presentandosi come il signor Brugola, nelle vesti di un dipendente dell’Ikea, con cui i due si confrontano come fosse il loro grillo parlante. Tra intermezzi musicali, che accentuano il tono dissacratorio e brevi momenti di silenzio, si è continuamente stimolati da spunti di riflessione che trovano una chiosa nelle assi della libreria, vero e proprio oggetto metamorfico. È proprio quello che Flaszen aveva così ben definito parlando di Akropolis di Grotowski, un oggetto il cui «valore consiste nella possibilità di applicazioni multiple, giovando alla dinamica del dramma e non ad illustrarne il significato». Il mobile, infatti, non solo viene smontato e rimontato ossessivamente, ma soprattutto viene trasformato di volta in volta in qualcosa di diverso, funzionale o no, una metafora o solo un gioco, scrivendo la scena parallelamente all’azione verbale dei due che si snoda tra speranze e ipotesi, minime ambizioni e grandi sogni.

Visto al Nuovo Teatro Nuovo, Napoli

Stefania Taddeo