Prima parte dell’intervista a Ricci e Forte
Teatro i Milano12/01/2009
Al Teatro i di Milano abbiamo incontrato Stefano Ricci e Gianni Forte che a quasi due anni dall’ultima replica riportano in scena Troia’s Discount. Sebbene la compagnia romana lavori da più di dieci anni, è solo negli ultimi tre che inizia a prendere piede in Italia, diventando in breve tempo succube dello stesso sistema che è l’oggetto critico delle sue opere: il mercato. Da prodotto underground e trasgressivo, il fare artistico di Ricci e Forte è diventato ormai un marchio con il rischio per la compagnia di diventare soggetto di moda e tendenza. Compiaciuti ma certamente sconcertati Stefano e Gianni ci parlano anche del loro cambiamento.
Morris Panych, autore, regista e attore, è uno dei più importanti personaggi della scena teatrale canadese, e non solo. Scrittore geniale e intelligente, mette a nudo problematiche esistenziali senza giri di parole, si interroga sulla vita e, da arguto drammaturgo, crea storie che fanno riflettere e ridere, che si parli di rapporti umani, di morte o della dialettica tra bene e male. Esistenzialismo, situazioni paradossali e dialogo serrato da teatro dell’assurdo, umorismo acre e una vicenda dolorosa da black comedy: questi gli ingredienti principali di Auntie and me, primo dramma di Panych tradotto e messo in scena in Italia.
È la storia di Kemp che si definisce un disilluso ma in realtà si aggrappa con tutto se stesso proprio alle illusioni, anche se con lucida consapevolezza; appartiene alla categoria dei ‘vinti’ ed è un uomo che nasconde speranze e dolori dietro un muro di cinismo. Dietro tutto questo una vera e profonda solitudine, quella che ci porta a scavare dentro noi stessi, punto focale di tutto il dramma; la solitudine che si percepisce fin dall’inizio, non appena entriamo nella spoglia camera da letto di Grace, la zia. Anche lei è sola, dimenticata da tutti, e anche lei, forse con più tenacia sebbene anziana, è guidata da un filo di speranza. Lui è un uomo che si lascia vivere e troverà proprio in questa vecchia, di cui aspetta la morte per mettere le mani sull’eredità, l’unico punto di riferimento; lei è diffidente ma non disdegna la presenza del nipote cui, poco a poco, si affezionerà. Auntie and me è un’amara riflessione sui rapporti interpersonali ma soprattutto sui veri affetti della vita.
Nonostante la tenerezza che ispirano, il tono tragico è smorzato dalla sagace penna di Panych. Le battute taglienti e schiette di Kemp sulla morte e sull’omicidio fanno ridere senza infastidire, anche perché si uniscono alla maestria di Alessandro Benvenuti, regista e attore proveniente dal cabaret. La controparte, la zia Grace, è Barbara Valmorin, un’attrice che si definisce artigiana della parola che qui, però, gioca la sua interpretazione sull’espressività; rimane, infatti, praticamente muta per tutto il tempo, interagendo con il nipote solo con lo sguardo. Ma la perfezione della costruzione drammaturgica viene esaltata anche dal taglio cinematografico che il regista, Fortunato Cerlino, usa nel dramma, interrompendo il dialogo con dissolvenze in nero che scandiscono il passare delle ore, dei giorni e delle stagioni. Così passerà un anno dal loro primo incontro, e forse Kemp un’eredità l’avrà, ma sarà solo una magra consolazione.
Recensione a Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto – gruppo nanou
L’atmosfera di Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto, di e con Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, è precisa dal primo istante: come in una visione delirante – o meglio -, in un incubo, appaiono creature inquietanti, deformate, non umane. Sono due figure che, diverse tra loro, condividono lo stesso ambiente: vivendolo, esplorandolo, soffrendo e giocando. I due corpi distorti nella postura o in espressioni atroci compongono quadri che evocano gli esseri mostruosi dei dipinti di Bosch, le spalancate bocche di Bacon; sono corpi che avanzano rovesciati quasi a ricordare possessioni diaboliche, scattanti nel buio, barcollanti, striscianti nella penombra che avvolge il palco.
Le due creature, prive di un linguaggio verbale articolato a tratti, scrivono su una lavagnetta frasi sensate alternate a composizioni deliranti. Si esprimono attraverso gesti, con propri caratteristici passi e andature, con salti e cadute; oppure versi strillati, quasi rapaci, parole sussurrate e grida. Sono creature isolate nelle proprie rispettive esistenze, vivono esprimendosi nelle loro mostruosità senza soffrire la mancanza di parola, prive di frustrazione o senso di impotenza, sono corpi pieni di energia. Ma i due esseri sembrano non rivolgersi mai l’un l’altro: qualche volta si avvicinano, forse si studiano quando sono in prossimità dello stesso luogo, ma non giungono mai ad un contatto. L’ambiente sonoro – curato da Roberto Rettura – scivola dolcemente in un cambiamento totale d’atmosfera con l’entrata di un caldo e umano suono di sax che irrompe nella scena. Ecco che avviene la trasformazione: lui e lei, ora uomo e donna, sono l’una davanti all’altro, pronti a ballare una danza già fredda e morta. Pochi secondi, basta uno sguardo e l’urlo straziante di lei che lo fugge sembra voler strillare la mostruosità della condizione umana e la straziante consapevolezza afferrata nell’immediatezza di un attimo.
Una nota di merito va a Rhuena Bracci che incanta e inquieta con l’espressività del suo corpo, testimone di grande studio e preparazione tecnica. Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto è il frutto appena maturo dello studio Tracce verso il nulla iniziato nel 2007. In un linguaggio visivo e sensoriale Il GRUPPO NANOU cerca empaticamente il suo fruitore senza necessità di una narrazione razionale e propone un lavoro suggestivo, frammentario e imprevedibile come lo sono i sogni, in cui il filo conduttore non può emergere dalla superficie.
Abbiamo incontrato Paola Vannoni e Roberto Scappin del gruppo quotidiana.com. La giovane compagnia riminese formatasi nel 2003, con Tragedia tutta esteriore arriva ad una sintesi della società che vive. Un teatro aggressivo, provocatorio, che riflette lo sgomento dell’esistenza, il rifiuto da parte dell’attore ad un teatro di personaggio e l’ingresso in quella zona d’ombra che è la messa in scena della società così come la si vede: apatica, senza interessi, spenta.
foto di Claudia Fabris
Tragedia tutta esteriore: Un dialogo, serrato e impersonale, racconta il triste consumarsi di due vite, legate, forse, ma certamente esauste, l’una dell’altra. Un ossimoro, che allontana e al contempo coinvolge; il pubblico ride al cinismo di alcune battute, e ne viene toccato proprio dall’apatia ricercata con cui si esprime questo lento sgretolarsi. La sensazione è quella d’uno stillicidio, violenza compressa, veleno, tacita esasperazione di un amore nato morto.
Recensione a Suites Bach – coreografia e interpretazione di Virgilio Sieni
Il pianoforte va. I piedi bitorzoluti del danzatore sembrano due radici d’albero, ma si muovono con l’agilità sferzante di un muscolo nudo. Solleticano le note, le ascoltano, le rilanciano. Le mani, come farfalle impazzite, galvanizzano lo spazio. Il cranio liscio del danzatore comincia presto a luccicare. Il corpo è un ricamo delirante vestito di nero da cui spunta, in una fluttuante epilessia gestuale, il bianco delle mani e dei piedi.
Abbattute le quinte, il pianoforte è a ridosso del muro di mattoni. Il pianista suona brani di per sé sufficienti a reggere un concerto: le Variazioni Goldberg sono musica autonoma, non si lasciano ingabbiare da strutture coreografiche chiuse. Il danzatore lo sa. Non attacca l’autosufficienza della musica, ma si concentra sulla sua disponibilità: mani e piedi si arrampicano sulle note coccolandole in abbracci mobili e irrequieti. Sembra un assolo ma è più semplicemente un duetto corpo-musica, formula non originale ma sempre gradevole, soprattutto se condotta con una gestualità preparata e rispettosa del materiale che coinvolge, e con un’esecuzione pianistica di adeguata corposità. Il duetto ha quasi il sapore disinvolto del cabaret, ma è frenetico nel gesto e minimale nell’emotività.
Le sezioni coreografiche sono concertate con respiro preciso sulle note. Il danzatore lancia agli spettatori poche parole, dette con immancabile palato toscano, che tracciano brevi silhouettes esplicative attorno alle singole composizioni gestuali. La performance progredisce in una dimensione quasi confidenziale con il pubblico, che verso la fine dello spettacolo è chiamato a collaborare: quattro volontari supportano le ultime variazioni del danzatore sulle ultime variazioni di Bach, in un piccolo contact di commiato.
Il pianista smette di suonare. Il danzatore sorride.
Suites Bach, sabato 5 dicembre: al pianoforte Riccardo Cecchetti, sul palco Virgilio Sieni.
Al progetto partecipano cinque laboratori di diversi dipartimenti di salute mentale portati avanti dall’intesa nata tra cinque Unità Sanitarie Locali e cinque registi: Gabriele Tesauri per Bologna, Andreina Garella per Reggio Emilia, Michele Zizzari per Forlì, Monica Franzoni e Riccardo Peterlini per O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario), Lucia Vasini e Paolo Rossi per Piacenza. DiversaMente ha visto non solo la messa in scena dei lavori dei laboratori ma anche la partecipazione di due compagnie effettive quali Isole Comprese Teatro e Olinda e Armunia.
Aspettando Godot l'ergastolo bianco
Sabato 28 nella Sala Archi dell’Arena si è tenuto un incontro, condotto da Massimo Marino,a cui hanno partecipato quattro dei cinque registi sopracitati (Tesauri, Garella, Zizzari e Vasini) e dal quale sono emersi aspetti interessanti come il concetto di attorialità applicato ai protagonisti in scena; i metodi adottati dai registi e la proposta di utilizzo di una sigla e di un simbolo che identifichi l’origine delle compagnie nate all’interno di ogni dipartimento.
La questione “attoriale” è scaturita dal caso Pippo Bosè – attore di Io e Amleto per Isole Comprese Teatro – dal suo porsi goliardicamente quale antieroe che si contrappone alla figura di Amleto, dal suo essere uno showman per natura e dell’aver portato sulla scena uno spettacolo che vede il connubio tra teatro e vita privata. Attore catalizzatore di folle, amante della carica e complicità che riesce ad ottenere dal suo pubblico, è stato capace di portare avanti lo spettacolo con semplicità nonostante qualche attimo di confusione in platea. Giocoso e mutevole nel suo interpretare in video alcuni personaggi del dramma, esprime e manifesta lati di queste personalità a volte incredibili. Filippo Staud, alias Pippo Bosè, proprio per il suo pregresso artistico, ha abilità nello stare sul palco, se si lascia andare recupera con maestria, non stride l’intreccio tra la sua storia personale e quella narrata nell’Amleto. È evidente la sua condizione ma quando sale sulla scena la sua capacità è tale che riesce a tramutare quello stato di malattia in arte. Portare sulla scena il proprio privato, scandito anno per anno, non è, come sostenuto da alcuni partecipanti alla conferenza, anti-attoriale.
La questione “metodologica” è apparsa assolutamente soggettiva. Si è riscontrato che c’è chi lavora in modo più classico e chi invece è più propenso a cogliere e misurarsi con gli input che partono proprio dagli stessi attori-psichiatrici; c’è chi fa partecipare gli operatori e chi invece li tiene al di fuori della pratica teatrale. Fondamentale è comprendere che, a detta degli stessi registi, nessuno è lì per fare della terapia ma per fare “semplicemente” del teatro.Per quanto riguarda la questione “dicitura”, il problema è stato sollevato da Andreina Garella. La regista ha proposto di sostituire nei cartelloni l’espressione “Dipartimento di Salute Mentale – A.u.s.l” con un logo che lo rappresenti, vista la ripetitività della scritta all’interno dei manifesti del festival. L’intento è quello di indurre il pubblico a non focalizzarsi sulla malattia ma sull’attore.
La magia che si è presentata è stata quella di vedere sparire la malattia dalla scena e godere del puro spettacolo. Amleto!Ovvero l’incontro mancato di Olindo e Armunia da questo punto di vista è stato fortissimo. Una scena traboccante – tre pareti ricolme di cappotti utilizzati dagli attori, un trono, cassette dell’acqua per il tip tap e scritte al neon. Un lavoro sulla pluralità e il gioco di gruppo: i ragazzi di Armunia hanno sfruttato la coralità fisica e vocale per esaltare anche gli assoli. Al contrario l’Amleto di Bosè si relazionava solamente con il suo dj (Alessandro Fantechi), l’assistente ed il video. In una scena quasi nuda: un tavolino con elementi come parrucche, corone e cappelli; la postazione dj, un microfono ad asta e i video proiettati sul fondo. Due realizzazioni d’Amleto totalmente diverse ma entrambe con una forza che ha catalizzato il pubblico fino all’ultimo minuto.
Una netta diversità di allestimento scenico anche nei due Godot. Quello realizzato dall’O.P.G. portava sulla scena contemporaneamente più luoghi all’interno di un unico allestimento mentre quella del gruppo di Piacenza esponeva la classica sagoma bianca dell’albero solitario. In questo caso, ciò che ha fatto veramente la differenza è stata la presenza degli attori in scena. In Aspettando Godot – l’ergastolo bianco dell’O.P.G. il problema si è manifestato nella parziale memorizzazione del testo e del conseguente uso del copione durante la rappresentazione. Il suo inserimento, non avvenuto in modo armonico, ha comportato una fissità degli attori stessi e lo scollamento tra le scene, pur essendo buona “l’intenzione” che il testo presentava e dell’impegno che gli attori hanno dimostrato per la miglior riuscita dello spettacolo. Caso opposto invece per Da Aspettando Godot… Qualcosa di diverso che ha visto i ragazzi sul palco ridare vita in modo ben riuscito al testo di Beckett, anch’egli in scena perché interpretato da uno degli attori. Interessante l’inserimento di cenni di altri testi dell’autore irlandese che hanno reso più movimentato e divertente lo spettacolo. Ogni ruolo era ben ponderato e la sintonia creata fra gli attori, nonostante qualche scambio di battute imprevisto, ha reso il tutto fluido e senza intoppi.
In generale la rassegna ha avuto un discreto riscontro da parte del pubblico, che in alcuni casi ha partecipato piuttosto attivamente ed ha accolto positivamente questo tipo di evento, confermato da una sua crescita costante in sala. Speriamo solo che questa avventura possa trovare felicemente un seguito.
Ritorna al Teatro Mercadante la magia di Bob Wilson con Giorni felici di Samuel Beckett. Wilson conserva l’originalità del testo, così come fu pensato e ideato dal suo autore; ciò che viene inserito è semplice colore e pura magia. Ad inizio spettacolo una tenda bianca brilla, ondeggia, fluttua nel ventoe travolge il pubblico: sembra una danza dai rumori e colori ipnotici; poi uno strappo violento e appare la scena, modernizzata da Wilson. Troviamo, infatti, Winnie – la protagonista che l’opera originariavoleva sepolta a metà nel terreno – immersa nell’asfalto, quale simbolo di epoca moderna, dando un’immagine ancora più violenta e sterile della semplice terra. Le linee si trasformano, tutto è spigoloso e facilmente lacerante. Ma alla piattezza della narrazione beckettiana Wilson dona colori e una scena, un assurdo che incontra il bizzarro. È lo stesso regista a dichiarare che aveva conosciuto tempo prima Beckett e con lui si era confrontato: ora era giunto il momento di “sfidarlo”, facendosi così pittore di un quadro in origine bianco e nero.
Giorni felici è un monologo a due: monologo perché a narrare c’è Winnie, una donna di mezza età, stanca, immobile, piantata nel terreno, che affonda le sue radici nella terra la quale è vita ed origine, ma che non le consente di andare oltre. I ricordi di Winnie si fanno parole al vento: sono foglie che cadono piano. Winnie parla a suo marito Willie che le dà le spalle, succube del continuo parlare di sua moglie.
La presenza dell’uomo è molto significativa per lei, è aria, è l’altro. Winnie vive dei ricordi, identificati negli oggetti che lei stessa ha raccolto nel rituale della quotidianità, che divengono così significativi cimeli per il futuro, quando nulla resterà, quando i giorni felici saranno ormai lontani. Tra i cimeli c’è una rivoltella che Winnie fa passare tra le sue mani, simbolo di una fine che tarda ad arrivare ma che è lì a portata di mano.
foto luciano romano
Giorni Felici rappresenta un progresso che non arriva, sottolineando quanto siano importanti le origini ma altrettanto pericolose perché sono un ostacolo al futuro. Il passato diventa così una catena che tiene intrappolati ai ricordi e una palla al piede che si trascina con forza, la quale non permette di vivere giorni felici al di fuori di quelli conservati nella memoria.
I sentimenti vengono messi in scena nella loro nudità, lo spettacolo è un urlo chiaro e violento contro gli stereotipi passati, i ricordi sommergono Winnie, la uccidono, in nome delle tradizioni che non le permettono non solo di vedere il futuro ma soprattutto di vivere il presente.
Sono trascorsi 20 anni dalla morte dell’autore Samuel Beckett eppure ancora oggi nulla può definirsi così sperimentale. Lo spettacolo è reso perfetto nella sua bellezza e completezza anche soprattutto grazie al merito di una grande aritista qual è Adriana Asti, attrice sicuramente di stampo accademico e grande esperienza, che riesce a donare al personaggio tutta quella ironia che effettivamente occorre e che le ha permesso di avere una certa sintonia con il regista che ne ha lodato più volte la bravura. Occorreva a fine spettacolo un sincero applauso per uno spettacolo degno di lode, che purtroppo forse non è arrivato a tutti.
Recensione a Dall’Inferno… all’Infinito di e con Monica Guerritore.
Dall'Inferno...all'Infinito - allestimento estivo
Dopo una breve introduzione, una semplicissima Monica Guerritore in pantaloni e canottiera neri, sola, al centro di un palcoscenico vuoto, pronuncia le assai note parole: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”. Tenui fasci di luce l’accompagnano, bagnando il suo volto, mentre, recitando i primi versi della Divina Commedia, riempie la mente degli spettatori con le scene descritte da Dante.
Chi la osserva recitare sul palco non vede lei, ma la moltitudine di immagini che la sua voce suggerisce. Ecco dunque Dante giungere ai piedi di un colle e fronteggiare la vista di una fiera. La belva che sbarra la strada al poeta, spiega allora l’attrice interrompendo i versi danteschi, è la paura, la paura dell’ignoto, che solo grazie all’intervento di una guida, Virgilio, egli potrà superare. Così uno dopo l’altro, passi della Divina Commedia vengono alternati a riflessioni sulla musica, sulla poesia, sulla vita, citando autori come Proust, Valduga, Leopardi, Wagner e Pavese.
Commoventi, dolcissime saranno le terzine del canto V con le quali la Guerritore porterà sulla scena una Francesca fragile e straziante, quanto fragile e straziante è il desiderio che la anima, ma così bella e innocente che di fronte a un tale rapporto tra sessualità, amore e matrimonio, si è portati a interrogarsi su quale significato Dante realmente attribuisse al concetto di purezza. Particolarmente toccanti e magnetici sono i versi dedicati al Conte Ugolino, che, chiuso in una torre, stremato dal digiuno, si cibò del cadavere dei propri figli. Una musica martellante, incalzante, sottolinea, istante per istante, l’agonia di un padre che, metaforicamente, rubò la vita a coloro cui l’aveva donata.
Questo passo introduce una tematica che sembra stare molto a cuore all’attrice, ovvero il particolare legame tra genitori e figli.
Monica Guerritore
Da Supplica a mia madre di Pasolini, la Guerritore si sposta su Elsa Morante, sulla grande delusione infertale dalla morte della madre, e sulle ferite che solcano, come letti di fiumi, la nostra esistenza.
Una lezione interessante sì, ma del tutto fuorviante per un pubblico che, fino a pochi minuti prima, era stato rapito dalle figure formatesi nella sua immaginazione sull’onda delle parole dantesche, rese in tutta la loro intensità e bellezza, grazie all’atmosfera creata dalle musiche e alla partecipatissima interpretazione dell’attrice. Nonostante i collegamenti avvengano in maniera estremamente fluida, i passaggi da un argomento all’altro risultano forzati sul piano contenutistico.
Eccessivo risulta inoltre l’intento “pedagogico”, in un campo, come quello teatrale, in cui uno dei postulati di base è che sia lo spettatore a trarre le proprie conclusioni. Se coinvolgente ed emozionante è la resa della Divina Commedia proposta dalla Guerritore, convince poco nel suo insieme lo spettacolo, che, alla chiusura del sipario, lascia il pubblico decisamente sconcertato.
All’uscita da teatro afferro l’opinione di uno spettatore: «C’era molto della Bausch nello spettacolo». Colgo questa affermazione innocua per un piccolo commento: a volte, l’insistenza nel voler dare un pedigree nobiliare a tutto ciò che si vede a teatro, pena la qualità della rappresentazione, è esasperante. Si rischia di trasformarsi in giudici di una gara per cani. Se lo spettatore non riesce ad etichettare tutto quello che vede va in tilt, come un commesso quando si accorge che non ci sono i prezzi sugli scaffali della pasta. Forse è un problema del pubblico italiano, con il suo ergersi sulla poltrona dello spettatore come un maestrino che aspetta di dare un voto allo spettacolo. Con la sua smania di costruire alberi teatral-genealogici per concedere il sigillo di legittimità a quello che sta guardando.
A parer mio, il Teatrofficina Zerogrammi se la cava anche da solo. Con questo non voglio negare l’importanza di ricerche e contaminazioni che sono alla base di un lavoro oculato, ma spostare l’attenzione sul contrassegno dello spettacolo piuttosto che su eventuali parentele artistiche. La compagnia è un giovane duo maschile, Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea, entrambi diplomati alla Paolo Grassi di Milano, il lavoro che presentano è INRI, coprodotto dal Festival Oriente Occidente di Rovereto. Premesse interessanti, messinscena soddisfacente. In un’oretta di spettacolo i due danzatori agiscono en travesti, abbigliati da comari di chiesa. La contraddizione tra il corpo maschile e le sottane nere è sempre evidente, mai mascherata. Si punta l’indice sul rito: non su quello del sacerdote, ma sulla liturgia ‘minore’ di chi ascolta e riceve la messa. Il dito è puntato più con il polpastrello che con l’unghia: è una parodia affettuosa e cadenzata, un gioco di atteggiamenti e travestimenti che ripercorre la liturgia del fedele e le figure dell’iconologia cattolica. La coppia è ben calibrata nonostante le diverse corporeità, e lo si nota quando, piuttosto che concentrarsi sull’una o sull’altra, l’occhio va ad appoggiarsi nello spazio che le separa, sorvegliandole entrambe. Le due comari si scrutano tenendosi strette le borse, si fanno qualche dispettuccio, pregano, rovesciano soldi nella cassetta delle offerte, fanno schioccare la lingua quando ricevono l’ostia. Sono due devote sgangherate del Cristo in croce sull’altare (che non si vede mai). Buono il ritmo, interessante la meccanica coreografica, l’unica pecca si riscontra nell’accompagnamento sonoro: efficaci i rumori di sottofondo, così come i belati delle pecorelle nella stalla, ma forse troppi momenti sono lasciati al silenzio.
Il soggetto è rischioso: lo stereotipo del fedele cattolico è uno dei punti nevralgici dell’italianità. Ma i due danzatori riescono ad essere pungenti senza offendere, forse proprio in virtù di quella tenerezza di cui rivestono le loro figure. Strappando un sorriso, forse, anche a chi il giorno dopo andrà ad ascoltare la messa con la borsa stretta tra le mani, versando offerte come gesto scaramantico e ingurgitando l’ostia con qualche difficoltà.