Redazione

Cecità occidentale

Recensione a Canto per Falluja – regia di Rita Maffei

Foto di Luca d'Agostino/Phocus Agency © 2008

L’ininterrotta dimensione di morte e terrore, da cui l’Iraq non ha ancora potuto svegliarsi, è una buia notte che dura da trent’anni. Anni di guerra, dittatura, torture, embargo, ancora guerre e occupazione. Territorio che non conosce – nè ricorda – tregue, i cui pochi abitanti rimasti sono i sopravvissuti che non sono riusciti ad emigrare altrove. Solo tra chi se ne è andato si può rintracciare una testimonianza di cos’era e cos’è l’Iraq. Sono, infatti, i racconti di alcuni iracheni profughi in Giordania che hanno fornito le basi per il dettagliato e forte lavoro di Francesco Niccolini. Il drammaturgo italiano scrive Canto per Falluja spinto dalla volontà di Simona Torretta: l’operatrice umanitaria dell’organizzazione “Un ponte per…” che, dopo aver subito il drammatico sequestro a Baghdad nel 2004, continua tenace la sua missione. Nel 2006 decide di coinvolgere Niccolini e l’attrice e autrice Roberta Biagiarelli in un altro viaggio: li porta con sé in Giordania, alla ricerca di un Iraq concreto fatto di ricordi, emozioni e testimonianze, per riuscire finamente a raccontare verità storiche riguardo alle vicende irachene.

Grazie, poi, all’incontro con Rita Maffei e il CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Canto per Falluja prende forma scenica e vince il Premio Enriquez 2009. La “città delle cento moschee” è scelta come prova della devastazione irachena, testimone – per il famoso attacco con le bombe al fosforo – delle violazioni e della cieca violenza dell’esercito statunitense. La vicenda del dramma è ambientata a Falluja nel novembre 2004: un sopralluogo di marines finisce in strage e un soldato rimane bloccato in casa di un’irachena bendata. Lei è un’antropologa, donna colta, madre di quattro figli (ora morti o dispersi), lui un immaturo e inconsistente trentenne arruolatosi per noia e andato a Falluja controvoglia. Da qui comincia il confronto, dialogo sincero e sofferto tra individui che – anche parlando la stessa lingua – non si capiscono, si attacano, feriscono fisicamente, ma si raccontano. Incontro tragico e surreale in cui punti di vista inconciliabili si pongono vicendevolmente domande dirette: fatte di curiosità, d’ira e di provocazioni. Ma le tremende regole della guerra sono sorde a tutto ciò che è scomodo e lontano dagli obiettivi prefissati, che si tratti di arte e cultura, umanità o vita, non c’è mai differenza. Arduo trovare un lieto fine nella morte causata dalla guerra.

Lo spettacolo di Rita Maffei è intenso, curato e semplice; la scena, scarna ed essenziale, è efficace (con qualche riserva su titolo di testa e proiezioni finali) e, nonostante palco e sala del Teatro dei Filodrammatici siano poco adeguati alle esigenze della scenografia e di una piena fruizione, la magia del teatro riesce: un angolo di Falluja è davanti agli occhi del pubblico. “Magia” fin dal primo ingresso del soldato (Paolo Fagiolo) che imbraccia il mitra. Tra gli attori sicuri e d’esperienza presenti sul palco, spicca Roberta Biagiarelli, che con la sua forza fa vivere una donna irachena concreta, ma allo stesso tempo eroica e tragica, dall’impeccabile intensità. Sottile e poetico il fascino casto e tutto arabo che emana da semplici gesti e portamento.

Peccato la scarsa affluenza di pubblico.

Visto al Teatro dei Filodrammatici, Milano

Agnese Bellato

Il sogno de Le pulle

Recensione a LE PULLE operetta amoraleEmma Dante

foto di Giuseppe Di Stefano

Emma Dante sceglie alcuni dei versi di William Shakespeare per descrivere la regina Mab: colei che “di notte intreccia le criniere dei cavalli, facendo coi loro luridi crini nodi d’elfi che a scioglierli porta grave sventura. È lei la strega che se trova vergini supine le copre, insegnando loro come sopportare un peso, rendendole donne di buon portamento“.

La levatrice delle fate canta una ninna nanna e, attraverso la canzone, chiama a raccolta le sue fatine: delle buffe bambole snodate armate di peni magici invece che di bacchette. Affida loro il compito di prendersi cura – almeno per il tempo di un sonno – di cinque prostitute (“pulle” in palermitano).

Mab, cantando, presenta le pulle, ognuna ha il suo nome da uomo, un nome d’arte, e una storia. Emma Dante (regista e autrice del testo) racconta, con ironia e con cuore, di quattro travestiti e un trans: creature che si offrono al pubblico ad inizio spettacolo, che a turno aprono una breccia nella superficialità luccicante e negli atteggiamenti provocanti, per far conoscere una profonda e dolorosa verità. Con prorompenti ritmi fatti di danze, canzoni e trasformazioni, vengono esibite anche le paure e i ricordi feroci, le confessioni e le speranze sofferte, invocate con laceranti lacrime: c’è la pulla anoressica, quella venduta dalla madre fin da dodicenne, c’è colei che ama la danza e sogna il suo principe del lago dei cigni, mentre subisce uno stupro.

foto di Giuseppe Di Stefano

Esasperata e sfacciata la sessualità fin dalprimo impatto, ma il gioco provocatorio e dissacrante colpisce bene. Infatti, assorbita la cortina di luccichini, piume, peni finti e bambole gonfiabili, il pubblico apprezza la delicatezza e la profondità dimostrate dalla regista. Il ritmo crea entusiasmo e vivo interesse grazie ai puntuali stimoli, ai cambi di atmosfere, alle mescolanze continue tra le sessualità delle fatine e delle stesse pulle. Le aiutanti di Mab giocano con loro, le guidano o provocano facendo rivivere loro paure e vecchie esperienze, condividendo sentimenti e sogni, entrando e uscendo dalle parti con elasticità e magia, in equilibrio tra metempsicosi e gioco.

Il delicato finale svela l’essenza, triste e dolce delle pulle: sono bambole, bambole svuotate. Che vorrebbero essere donne. E invece sono uomini con sogni e desideri di bambine.

Visto al CRT Teatro dell’Arte, Milano

Agnese Bellato

Pornobboy: zapping teatrale

Recensione a PornobboyBabilonia Teatri

foto di Adriano Boscato

Tra sperimentazione, performance e impegno sociale, i Babilonia Teatri emergono ancora come una delle più interessanti e audaci rivelazioni della scena italiana. L’ultima provocazione della giovane compagnia veronese, Pornobboy, è un’opera travolgente e intensa nella sua essenzialità, un abilissimo lavoro di costruzione linguistica e di decostruzione scenica. Lo spettacolo deriva, infatti, da due studi preliminari; tolti i water, tolte le stampanti, tolti i palloncini, resta l’ossatura, una cascata di parole. Scritto da Enrico Castellani e Valeria Raimondi, Pornobboy è uno zapping isterico e convulso, un condensato del bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti quotidianamente. È dedicato alla carta stampata, segno ridondante attraverso i manifesti sullo sfondo, alla politica, alla religione, al gossip, ai media.

Al centro della scena, sguardo fisso nel vuoto, i tre protagonisti, non personaggi, ma anch’essi solo mezzi di espressione; la loro fissità, l’immobilismo che li caratterizza, rispecchia perfettamente lo stato ipnotico in cui cade il pubblico. In contrasto con questa paralisi scenica, l’irruenza della parola.

A metà del duro e sarcastico monologo a tre, viene voglia di alzarsi e gridare storditi dal suono monotono delle voci cantilenanti, ma la cosa più fastidiosa è che man mano che procedono ti accorgi che è proprio così, quello che dicono è davvero il mondo in cui viviamo: l’ossessione per i dettagli raccapriccianti invece di un rispettoso silenzio, la ricerca forsennata dell’ultima foto scandalo invece della dovuta discrezione, chi sciorina la propria vita privata e chi specula su quella degli altri.

I Babilonia Teatri si confermano eccellenti interpreti della realtà e intelligenti sperimentatori e con Pornobboy disegnano con tratti freddi e lucidi le ossessioni, le contraddizioni e le follie del nostro tempo, permettendo al pubblico di scontrarsi con questa realtà e di riflettere un po’ anche su se stessi.

Visto al Teatro Aurora, Marghera

Stefania Taddeo

AREAREA in viaggio con Corto Maltese

Recensione a Ballata – Arearea

Ballata si ispira al celebre fumetto di Hugo Pratt Corto Maltese, evocando le caratteristiche atmosfere e suggestioni del mare aperto, di luoghi lontani: un’evasione dalla realtà attraverso avventure dai colori e dalle magie esotiche. Per presentare l’anteprima della seconda versione di Ballata (la prima risale al 2008), gli Arearea hanno scelto un luogo per loro molto familiare: Lo Studio, spazio promosso e diretto dalla compagnia udinese; un centro di danza contemporanea dove, tra le varie attività, gli Arearea organizzano seminari ed eventi.

Ballata è una performance per soli due danzatori: Luca Zampar è Corto Maltese, marinaio affascinante e misterioso. Nato a La Valletta da madre gitana e padre scozzese, egli è l’emblema del viaggiatore vero, che sempre traccia nuove rotte (o nuovi sogni) verso l’ignoto. Roberto Cocconi (danzatore e coreografo fondatore della compagnia) è invece Rasputin, oscuro personaggio di origine siberiana che accompagna Corto in diversi episodi. A volte è amico e a volte è ombra, spesso è doppio. I danzatori evidenziano il rapporto complesso e profondo che lega e tiene in vita i due personaggi nati dalla mano di Pratt, con una performance che si “sfoglia” come un fumetto a tre dimensioni, in cui il corpo è linea e matita insieme. Così, il pubblico può partecipare con divertimento alle avventure di Corto e Rasputin attraverso viaggi, inseguimenti, battibecchi… duetti. Gli Arearea ci presentano brevi frammenti a colori del mondo (da Samarcanda al Deserto del Gobi, dall’India alla Scozia e passando per Venezia, i danzatori spaziano liberamente, ispirandosi a diversi episodi del fumetto). Luoghi e momenti in cui i due personaggi si incontrano, si scontrano ma anche si confrontano ed affrontano i loro lati nascosti: maschere, paure ed ombre sempre li accompagnano in ogni movimento, passo o viaggio, reale o meno che sia.
Il tutto viene narrato attraverso lo stile di teatro-danza proprio della compagnia: nella poetica degli Arearea il linguaggio del corpo si svela attraverso una danza priva d’intellettualismi superflui, che talvolta prendono il sopravvento nelle nuove forme e sperimentazioni di quest’arte. Accade in questi casi che il corpo del danzatore  non divenga canale, ponte di congiunzione tra il sentire dell’esecutore ed il sentire del fruitore, bensì strumento di congetture mentali che, tramutate in movimento, giungono sterili e noiose agli occhi dello spettatore. Il corpo danzante negli Arearea è invece un corpo che racconta, evoca; ogni gesto ha un’intenzione, un messaggio da comunicare. Così lo spazio interiore di chi fruisce è libero di partecipare, vibrare durante lo spettacolo.

In  Ballata il coinvolgimento è assicurato anche grazie alle musiche e all’interazione dei due danzatori con i video di Michele Innocente. La scena è infatti divisa in due parti da un velo semitrasparente, quasi una filigrana che separa due mondi, quello dorato dei sogni e quello della realtà di piombo. Corto e Rasputin danzano da una parte e dall’altra del velo, giocando con la nera trasparenza su cui spesso sono proiettate immagini del fumetto, cartine geografiche, dialoghi. Musiche, scenografia, video e costumi contribuiscono quindi alla creazione dell’incanto di cui quest’arte è capace. Attraverso un utilizzo sapiente di tali aspetti scenici, il corpo non rischia di venire sovraccaricato o nascosto, risulta bensì rafforzato nel messaggio che vuole portare: tutti questi ingredienti creano la poesia del movimento e fanno sì che nello spettatore, a spettacolo concluso, risuoni l’eco dell’esperienza vissuta.

Visto a Lo Studio, Udine


Laura Silvestrelli

In-Stallo e in attesa

Stallo - studio per un'anticamera -

Recensione a Stallo – studio per un’anticamera – / Korekané ed Elisabetta Gambi

Quattro paia di piedi nudi sporgono da bianche lenzuola. Due donne, un uomo e un uomo che si crede un cane, in un luogo vuoto e indefinito, passano il loro tempo restando in silenzio, senza curiosità né confronto, o tra passatempi sterili, violenti sfoghi e la rabbia incontenibile dell’inquietante uomo-cane. Persone dai profililievemente accennati, personaggi che non toccano lo spettatore, a volte incuriosiscono, ma come privi di mistero. Uomini e donne disincantati e frustrati il cui condividere forzatamente uno spazio è un arido dimostrare distacco, violenza, insofferenza per la diversità  e soprattutto la non volontà (o incapacità) di relazionarsi.

Il non-luogo in cui le quattro presenze si destano è un obitorio, o forse proprio un inferno che gli stessi personaggi autonomamente determinano, consapevolmente o meno.  Proprio come nella descrizione infernale narrata da uno di loro, infatti, incarnano perfettamente i condannati  per l’eternità ad una tavola imbandita che, incapaci di “imboccarsi” a vicenda con i lunghi cucchiai di cui sono provvisti, si condannano ad appassire e divorarsi vicendevolmente.

Stallo - studio per un'anticamera -

Lasciando aperte interpretazioni ed enigmi, lo spettacolo trova una sua conclusione. Ma al termine di Stallo ci si ritrova sorpresi ad aver già finito un viaggio non ancora davvero affrontato. Chiara Cicognani ed Elisabetta Gambi (insieme nella regia) costruiscono una riuscita dimensione spazio-temporale claustrofobica dal carattere inevitabile quanto concreto, ma il disegno drammaturgico appare incorporeo e fragile nonostante i richiami a Bergman e a Sartre (che rientrano nelle loro dichiarate suggestioni). Le registerischiano di affidarsi a meccanici cambiamenti di linguaggio senza aver prima fatto scivolare con convinzione lo spettatore nel “limbo”, in particolare nel tentativo di creare scene d’inquietudine e smarrimento e nel proporre ciclicamente l’attesa al temuto appello (giudizio) finale.  L’attesa di senso e la vacuità volontariamente evocate tengono fin troppo a distanza il pubblico. I nudi piedi, scoperti ad inizio spettacolo, e la loro silenziosa immobilità rimangono, inaspettatamente, la sensazione maggior pregna di senso.

A lungo i quattro corpi ricoperti da lenzuola candide, illuminati da una luce fredda e fioca, attendono. Mortalmente immobili. Attendono il proprio risveglio, indispensabile per fare del primo e crudo contatto l’inizio verso una dimensione nuova, oltre la vita.

Visto al teatro PiM Spazio Scenico, Milano

Agnese Bellato

Commenti del pubblico su Emerald City di Fanny & Alexander

Teatro G.B. Poli di Santa Marta, Venezia. Commenti a caldo del pubblico dopo lo spettacolo Emerald City di Fanny & Alexander

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Commenti del pubblico – Pink, me & the Roses di Codice Ivan

Teatro Aurora, Marghera (VE). Commenti a caldo del pubblico dopo lo spettacolo Pink, me & the Roses di Codice Ivan

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Stasera va in onda il sequestro

Recensione a Sequestro all’italiana Teatro minimo

Vittorio Continelli e Michele Sinisi

“Ci interessa poco la denuncia, ci interessa l’approfondimento di quella denuncia e ci interessa capire come questi fatti intervengano sulle persone e sui comportamenti delle persone”. Michele Santeramo, autore attento e scrupoloso che riesce a coniugare una scrittura prettamente scenica all’attualità che racconta, spiega così l’essenza di Sequestro all’italiana durante un’intervista. L’interesse per la parola è anche ciò che lega la sua ricerca teatrale a quella di Michele Sinisi, che firma la regia dello spettacolo e con il quale ha dato vita, nel 2001, alla compagnia Teatro minimo.

Sequestro all’italiana rappresenta per Santeramo un modo per indagare l’italianità: i nostri modi di fare, il non prenderci mai troppo sul serio, la nostra malinconica ironia, le contraddizioni che caratterizzano il nostro modo di pensare. Forse è proprio una contraddizione questo sequestro, è una provocazione, un pretesto, un modo per farsi notare, ma c’è davvero bisogno di arrivare a tanto? I due protagonisti ne sono davvero capaci? Ottavio e Adriano – fermo e risoluto il primo, preoccupato e ansioso il secondo – sono due uomini qualunque, due esempi dell’italica brava gente, costantemente al limite tra la rassegnazione e la ribellione. Ad impersonarli, Vittorio Continelli e Michele Sinisi che con la giusta dose di sentimentalismo restano convincenti per tutto lo spettacolo facendo ben percepire lo sconforto e la desolazione dell’uomo moderno.

Prendono in ostaggio una classe di bambini, qualcuno dovrebbe avvisare la polizia, anzi no, la televisione, perché è così che oggi si affrontano queste cose, male che vada puoi sempre concedere un’intervista in esclusiva e recitare un reale pentimento. Quindi i due aspettano, guardano continuamente fuori dalla finestra, una finestra sospesa nel nulla, forse semplicemente perché non c’è nulla da guardare; controllano i bambini e si raccontano. Attraverso incalzanti battibecchi si scoprirà la vera natura dei due rapitori e il sottotesto di questa messa in scena, fatto di problemi familiari ed economici, rabbia, impotenza e un unico desiderio: parlare con il sindaco. Hanno preparato un discorso, la dichiarazione è forte, sentirsi inutili e andare avanti, ma non può esserci alcuna risposta perché non c’è alcuna domanda. È uno sfogo, non propone un dialogo e  le loro parole risultano inconcludenti spegnendosi in questioni personali non inerenti alla loro denuncia, e così fino all’epilogo. Il finale è a sorpresa ma si trascina un po’ e il testo perde la forza iniziale che faceva presagire più audaci risvolti: ogni minima motivazione seria rimane un vago abbozzo.

Visto al Teatro Galleria Toledo, Napoli

Stefania Taddeo

Le Scimmie che mettono l’uomo a nudo

foto di Margherita Busacca

Recensione a MACCHINE. Sinfonietta per corpi e voci di Scimmie Nude

La compagnia milanese delle Scimmie Nude nasce nel 2003 ispirandosi allo studio zoologico che Desmond Morris compie sull'”animale uomo” nel famoso saggio del ’67 La scimmia nuda. Il gruppo indaga il rapporto che l’uomo ha con i propri istinti primari, i quali, nonostante l’arco evolutivo trascorso, rimangono tali e quali a quelli dei nostri “pelosi” antenati.
Non è possibile scegliere il proprio corpo, come spesso accade per il destino. È un corpo che non sempre si muove o non sta al passo come si vorrebbe, che non si può controllare, è un corpo che morirà.
Ripartendo dalla fisicità come unità di base, le “Scimmie”, con la guida registica di Gaddo Bagnoli, continuano il loro percorso sperimentale con MACCHINE. Sinfonietta per corpi e voci. Qui trovano sviluppo le dinamiche dell’animale uomo: nella nostra società, fatta di regole comportamentali, distanze sociali e ruoli apparenti, si svelano gli istinti primordiali di uomo e donna che, concretizzandosi in azioni, ne svelano anche i nascosti desideri. Lo studio va a fondo scoprendo caratteri e sentimenti, partendo dagli impulsi primari e dal loro manifestarsi concreto.

Questo è ciò che emerge dall’incontro di tre personaggi vestiti di bianco: due uomini e una donna, su di un prato verde, si guardano, si studiano, si annusano, si attraggono e respingono. Conoscono.
Con grande ironia, ma al contempo sensibile profondità, le Scimmie Nude coinvolgono lo spettatore nelle dinamiche dell’uomo, le dinamiche di ognuno, le più comuni e vere: come incontri tra estranei e relazioni sentimentali. Il corpo cerca di rimanere – o a volte rientrare – nella coreografia prefissata della quotidianità che gli è imposta, ma spesso sbaglia, perde il ritmo per poi rincorrere il tempo e cercare di recuperare. Concetto reso esaustivamente dalle partiture fisiche corali eseguite dagli attori che esprimono gli automatismi della nostra corsa all’interno dei rigidi binari della società.

foto di Margherita Busacca

L’ampia attenzione rivolta al corpo non compromette però l’ingresso della voce, che trova gradualmente la sua collocazione nel susseguirsi delle scene: inizialmente con i soli respiri, versi e smorfie, per poi nascere con le prime sincere parole, fino allo sciogliersi in monologhi, dialoghi, urla. La parola diretta svela i pensieri, i desideri e le paure propri dell’uomo. Grazie alla varietà dei molteplici quadri proposti, emergono da differenti contesti altrettante riflessioni più o meno esplicite sull’esistenza. Spesso, però, la grande varietà di linguaggi teatrali – distanti tra loro -, che trasformano il terzetto in infiniti personaggi, rischia di rallentare e inceppare il ricco svolgersi dello spettacolo.
Espressivi e flessibili i protagonisti: Andrea Magnelli, Marco Olivieri e in particolare Claudia Franceschetti che dà prova di un’ampia e duttile padronanza nell’uso della voce.

Visto al Teatro della Contraddizione, Milano.

Agnese Bellato