Redazione

Intervista a Chiara Frigo

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Abbiamo in incontrato Chiara Frigo, giovane coreografa emersa nel concorso GD’A Veneto 2008, tutt’ora impegnata nella creazione di Non so stare un nuovo lavoro di cui ha presentato qualche estratto a fine Marzo scorso. Insieme a lei in scena e durante la residenza al Teatro Fondamenta Nuove, Silvia Gribaudi anche lei impegnata nella creazione di un percorso personale Waiting. Chiara ci parla dell’esperienza comune, e di questo primo tentativo di intrecciare due linguaggi profondamente diversi.

Fascino dal “nero”

foto di Paolo Lafratta

Recensione a  Il fascino dell’idioziaCompagnia Zaches Teatro

Le “pitture nere” di Francisco Goya sono alcune delle rappresentazioni più libere dell’artista spagnolo: sono scene di stregonerie, esorcismi e inquisizioni, avvolte in un’oscurità da incubo. Le pitture del ciclo – esterne ad ogni commissione – ricoprono le pareti della sua casa di periferia.

Una densa oscurità e una potente forza suggestiva ed immaginifica scaturiscono da questi dipinti che la giovane Compagnia Zaches Teatro sceglie come punto di partenza da indagare per la creazione de Il fascino dell’idiozia. Spettacolo nato con la volontà di dar forma ad un lavoro sulla “percezione costretta dalla menomazione dei sensi” in cui l’idiozia è intesa come “visione del mondo come universo personale, anzi privato e inafferrabile, e quindi incompreso”. Questo interessante lavoro testimonia una ricerca di un linguaggio affascinante e pulito: dal buio emergono arti, schiene, parti del corpo nude assemblate disordinatamente, tra le quali appaiono anche dei volti che staccandosi dal buio diventano teste sospese, in un meccanismo presto monotono, seppur affascinante. Pochi, infatti, sono i quadri davvero sorprendenti e inaspettati di sconosciute combinazioni anatomiche in trasformazione.

foto di Paolo Lafratta

Sfruttando la luce a pioggia tagliente tipica della tecnica su nero (che lascia emergere solo ciò che si vuol mostrare, lasciando le altre parti del performer nell’oscurità), la coreografia di Luana Gramegna scandisce con rigore le suggestive apparizioni, in una danza onirica amalgamata da un suono rituale e coinvolgente realizzato con musica elettronica dal vivo da Stefano Ciardi. Il flusso di apparizioni complessivamente si allontana dalle suggestioni del pittore spagnolo, puro punto di partenza, che non riemerge mai in modo riconoscibile e neanche vagamente allusivo.

Nonostante la specificità della suggestione di partenza, Il fascino dell’idiozia risulta complessivamente un lavoro disomogeneo: all’affascinante flusso di apparizioni iniziale seguono brevi differenti scene a sé stanti, danze ed infine la visione di una donna animale realizzata con silouette in controluce e proiezioni. Ma le diverse fasi di linguaggio, seppur potenzialmente efficaci ed indipendenti, mancano di consistenti elementi di continuità e fanno emergere una generale debolezza drammaturgica: la dimensione narrativa non prende vita, quando avrebbe potuto respirare ampiamente una folle atmosfera visionaria o disordinatamente onirica come proprio solo in un incubo sarebbe concesso vivere, all’interno della sua libera natura inconscia e perturbante.

Visto al Teatro PIM Spazio Scenico, Milano.

Agnese Bellato

Istinto animale e umana passione

Recensione a Il baciamano – Laura Angiulli

Il teatro di Manlio Santanelli, autore de Il baciamano, affonda le radici nella Napoli efferata e affamata della Rivoluzione Partenopea del 1799, quando i lazzari — giovani della classe popolare – organizzarono una fortissima resistenza contro l’avanzata francese dei Giacobini in nome dei Borbone.

L’istinto puro anima i popolani, fino a toccare i limiti dell’umana comprensione, fino a regredire allo stato animalesco di cacciatori in cerca di prede da mangiare. Ma la preda qui è un uomo, un Giacobino; catturato e legato mani e piedi si confronta con il suo carnefice, Janara,in dialetto, strega. Uomo affettato dal linguaggio alto borghese il Giacobino dapprima cerca uno spiraglio nella rudezza di lei, poi capisce che il peso della violenza e della miseria che Janara porta con sé è troppo forte per lasciare spazio alla compassione.

I due mondi non possono incontrarsi ma per un attimo si sfiorano in un dolce e sublime gesto, quel baciamano che per lui è un complesso rituale, per lei è semplicemente l’unico fugace momento della sua vita in cui si sente finalmente trattata come una donna, con gentilezza.

La regia di Laura Angiulli è la perfetta trasposizione scenica della tensione drammaturgica del testo da cui a tratti traspare il sarcasmo con cui Janara apostrofa le finezze del Giacobino marcando nettamente il divario tra le due classi sociali. Questa donna dura ma indifesa non poteva trovare migliore interpretazione che in Alessandra D’Elia, corpo e voce al servizio del teatro. In una riuscitissima prova d’attore la D’Elia aggiunge all’asprezza della parole una fisicità altrettanto forte; le contrazioni delle sue mani sono cariche di esasperazione, le vene gonfie sul collo e sulle tempie sono cariche di sofferenza, ma nei suoi occhi si legge anche la tenerezza di chi ha rinunciato a sperare. Fernando Siciliano, il Giacobino, è la brillante controparte; entrambi lottano, l’uno per l’onore, l’altra per la fame.

Forse la Napoli di ieri è un po’ la Napoli di oggi, quella che si legge nelle pagine di Saviano, dove la causa della rivoluzione ha lasciato il posto alla camorra, sicuramente con ben altri principi ma con la stessa vena sanguinaria che si rispecchia nel cannibalismo di Santanelli, come “esasperazione paradossale dell’istinto di sopraffare il proprio simile”.

Visto al Teatro Galleria Toledo, Napoli

Stefania Taddeo

Nero su bianco

Recensione a Periodonero – Cosmesi

Foto di Laura Arlotti

La sala del Teatro San Giorgio di Udine è gremita di spettatori in occasione della prima regionale di Periodonero. In scena un grande e luminoso schermo bianco da cui – come fosse un calderone virtuale – emergono immagini, forme e figure nere, vere protagoniste della nuova creazione della compagnia Cosmesi (compagnia in residenza triennale al CSS Teatro Stabile d’Innovazione del Friuli Venezia Giulia).

In questa performance di Eva Geatti e Nicola Toffolini, i due colori del bianco e del nero vengono manipolati in video, composti e scomposti all’interno della “tela” luminosa in un gioco di immagini e suggestioni dove non esistono né arcobaleno, né sfumature. Solo tagli netti di bianco e nero, che si compongono ed infrangono, si trasformano e si sbriciolano sullo schermo, generando personaggi e disegni: croci-fiori che ondeggiano, mostri d’ombre che inghiottono,  suoni e rumori, parole… Il gusto è ironico, cinico, elegante.

foto di Laura Arlotti

Tra le presenze che come buchi neri affondano nel bianco, c’è anche il corpo vivo – l’unico in scena – della performer Eva Geatti. Come fosse l’ultima superstite di una cruda battaglia tra un mondo di sagome ed il mondo a tre dimensioni, la performer agisce da una parte all’altra dello schermo, interagendo con le animazioni del video. In questa creazione la ricerca espressiva e del movimento di Eva Geatti crea la maggior suggestione dietro allo schermo, quando l’artista è  immersa nel mondo delle sagome nere che popolano lo spazio bianco, piuttosto che nei momenti in cui si trova sul palco, vestendo il proprio corpo di carne ed ossa. Qui infatti la performer appare quasi un personaggio fuori posto, fragile e sottile, come proiettato in un mondo che non le appartiene. Il movimento non pervade l’intero corpo, dall’interno, ma si sofferma ai contorni; l’energia del gesto pare ne tracci  appena

foto di Laura Arlotti

il profilo (nero). I suoi lineamenti fisici appaiono sfuggenti, imprecisati;  i bellissimi capelli le si riversano a pioggia sul volto, mai reso realmente noto. Pare che il corpo dell’artista acquisti maggior pienezza, brillantezza e  forza scenica nell’affascinante mondo bidimensionale delle ombre, in cui la sua sagoma nera in movimento appare ancor più nera e più bella delle altre.

L’effetto suggestivo tra i due colori che animano con svariate forme lo schermo e l’interazione del corpo vivo con essi è frutto di una scelta artistica originale ed innovativa. Per renderla possibile, Eva Geatti e Nicola Toffolini si sono avvalsi dell’utilizzo di nuove tecnologie, realizzate collaborando con ZKM – Center of Arts and Media Karlsruhe. La compagnia Cosmesi ha inoltre coinvolto nel progetto diversi artisti:  Emanuele Kabu (animazioni video); Frank Halbig e Olivia Toffolini (programmazione interattiva ed elaborazione sonora e visiva); danXzen e Stefano Paron (grafica video); Carlo&Margot e Rotorvator (frammenti sonori); Giovanni Marocco (collaborazione tecnica).

Foto di Laura Arlotti

Periodonero è stato scelto come secondo appuntamento per Cortocircuiti (sezione di eventi all’interno della stagione Teatro Contatto in cui, a performance terminata, il teatro “cambia abito” divenendo spazio lounge e dancefloor con aperitivo e  dj set) proprio in occasione della Giornata Mondiale del Teatro (prima edizione in Italia, 27 Marzo 2010): la scelta può anche essere letta come un amaro richiamo sotto forma di evento artistico al periodo nero che incombe attualmente su teatro ed arti performative nel nostro Paese.

Visto a Teatro San Giorgio, Udine

Laura Silvestrelli

Incontri interiori

Recensione a Internal Ontroerend Goed

Volete un teatro travolgente, che vi sconquassi lo stomaco, tolga le vostre certezze e vi faccia scoprire la vostra natura? Tutto questo è Internal, spettacolo – vincitore del Fringe First e dell’Herald Angel Award al festival di Edimburgo 2009 – del team belga Ontroerend Goed. Il collettivo di artisti da anni coltiva la ricerca di un teatro che affronti con sempre maggiore intimità il rapporto performer e spettatore, privilegiando il frutto che può emergere da questa interconnesione fondamentale, senza la quale non c’è teatro.

Ospiti all’Uovo Performing Arts Festival 2010 (manifestazione ogni anno più breve, a causa dei tagli imposti dai tempi bui dell’economia e della cultura italiana), gli Ontroerend Goed propongono uno spettacolo che è un vero e proprio appuntamento: ogni mezz’ora, cinque spettatori alla volta vengono fatti disporre sopra delle X bianche sul pavimento, di fronte a una tenda nera. La tenda sale ed ognuno trova davanti a sé il proprio potenziale partner. Gli sguardi si incontrano e si scelgono. Tacitamente vengono formate le “coppie”, da ora il confronto avviene a due, in luoghi appartati e accuratamente predisposti per essere confortevoli con tanto di tavolini, luce soffusa, ottimo vino e musica. Viene creato un rapporto estremamente intimo, un gioco in cui ogni performer accompagna il proprio partner, se ne prende cura, lo studia, lo interroga e lo invita a cercarsi. Il confronto, poi – senza preavviso –, diventa collettivo: tutti vengono disposti in cerchio su delle sedie, come in una seduta di psicoanalisi di gruppo, in cui i performer sono i primi a introdurre gli spettatori uno all’altro, ma poi coivolgono e cedono la parola ai loro “ospiti”. Gli Ontroerend Goed creano con abilità e delicatezza un’occasione di scoperta, è un momento, per ogni spettatore, di mettersi in gioco come protagonista di uno spettacolo – di questo spettacolo – parlando di sé e del rapporto con l’altro, guardandosi negli occhi tra sconosciuti. È l’occasione in cui scegliere se essere aperti e trasparenti, restare dietro la propria quotidiana maschera (il proprio “ruolo”), oppure di essere chiunque altro. Teatro, quindi, che dà la possibilità di essere ciò che si desidera, di restare ciò che si lascia apparire, o essere veri, in un modo mai prima immaginato. Infatti attraverso il riscontro che si ottiene dagli altri, si può delineare una nuova visione di se stessi, sorprendente.

Internal2©OntroerendGoed

Rispetto alla maggior parte delle forme teatrali, in performance come Internal, ogni fruizione è ancor più personale e irripetibile: il protagonista è ogni spettatore ed è impossibile tirasi indietro o non rispondere, perché di lui e con lui parleranno i performer. È lui l’argomento dello spettacolo.

La performance collettiva proposta esce dalle peculiarità  teatrali tradizionali. Anzi è un teatro che non è più – o almeno non solo – “luogo della visione”, ma tende anzi a coivolgere sempre più fisicamente ed emotivamente il pubblico, in una oramai non più nuova corrente di teatro che punta soprattutto al coinvolgimento diretto dello spettatore, spesso “singolo” cioè “unico”. Basti pensare al Teatro del Lemming o al Teatro de Los Sentidos, realtà che hanno messo al centro delle loro priorità la personale percezione dello spettatore.

Non mancano incomprensioni o provocazioni in Internal, né risate, balli e abbracci. Ma la mezz’ora del turno è già passata: ognuno viene accompagnato sulla propria X bianca. Da qui è sufficiente uno sguardo per salutarsi e ringraziare dei volti sorridenti. La tenda nera scende, separando nuovamente le due realtà. Il gioco e la magia finiscono e icinque spettatori, non più estranei tra loro, ora si guardano e sorridono, trasformati da questa esperienza. Cambiati, forse, da un teatro che lascia adrenalinici, con un groppo allo stomaco, con la voglia di ricominciare nuovamente, comprare un altro biglietto (come più di qualcuno farà) e con la sensazione di aver condiviso davvero un’esperienza intoccabile e indimenticabile con gli spettatori al proprio fianco.

Visto al Teatro dell’Arte, Milano.

Agnese Bellato

La difficoltà di incontrarsi

Recensione a Cronache da un tempo isterico – Armando Pirozzi

foto di Marco Ghidelli

Le assurde disquisizioni dei due protagonisti di Cronache da un tempo istericosembrano tratte direttamente dal teatro beckettiano e, in effetti, il loro modo di rapportarsi col mondo esterno, con la realtà, appare estraneo e rarefatto come se ciò che accade fuori da quelle mura non gli appartenesse.

Armando Pirozzi, autore e regista dello spettacolo, prende spunto da un romanzo di Flaubert, Bouvard e Pecuchet, e mette in scena la storia di un uomo e una donna tanto strani quanto semplicemente reali: ansie, paure, ossessioni e stravaganze sono solo la conseguenza di quello che la società ha loro da offrire.

Il testo scivola con ironia ma non manca di profondità; lo smarrimento provato dai due è evidente, ma non c’è desolazione. In una stanzetta essenziale, A (lui) e B (lei) si ritrovano per caso – o forse no – a convivere in casa di un amico comune. Infastiditi per la reciproca presenza, decidono di ridurre al minimo la conversazione ma, quando scoprono di essere impegnati nella stessa attività, diventano sempre più curiosi l’uno dell’altra. Lei sta scrivendo un romanzo, un racconto d’amore; lui, invece, si dedica a una bizzarra quanto inutile catalogazione di cose, come la classifica dei cani più oziosi, che definisce un’enciclopedia personale, per il suo pubblico interiore. Ed è lì che si è rifugiato, dentro se stesso, per non rischiare. Sarà lei a farlo aprire: l’enciclopedia diventa un progetto comune, un punto d’appoggio e una scusa per stare vicini e parlare. A poco a poco, lei si avvicina a quest’uomo in maniera sempre più esplicita; il suo tono acido e irritato e quello di lui sarcastico e freddo sono totalmente cambiati, in modo lento e progressivo ma significativo.

Giovanna Giuliani (lei), magnetica dall’inizio alla fine, placa il suo incalzare stizzoso con un rigoroso controllo della voce per rivelare la tenerezza di una donna che non si lascia scoraggiare, non evita il confronto con l’esterno anzi, lo cerca, dolce ma decisa. Tony Laudadio (lui), espressività fortemente caratterizzata con un’aria sorniona e contegnosa insieme, si esprime al massimo nei momenti di imbarazzo, fino a sciogliersi del tutto nel lieto fine.

Alienazione e incomunicabilità: Armando Pirozzi descrive il nostro “tempo isterico” attraverso due soggetti paradossali che però appassionano perché, in fondo, sono espressione di tutti coloro che hanno ancora tanto, molto di più da offrire di quanto non abbia la società.

Visto al Nuovo Teatro Nuovo, Napoli

Stefania Taddeo

Il mito e il dionisiaco

foto di scena di Marianne Boutrit

Recensione a La caccia – Luigi Lo Cascio

Nota come la tragedia delle donne folli travolte dall’entusiasmo del dio del teatro e del piacere, Le Baccanti di Euripide tratta soprattutto della cruenta vendetta di Dioniso nei confronti di Penteo, re di Tebe, il quale patirà umiliazione e morte per non aver riconosciuto le origini semidivine del cugino. Penteo dà la caccia a Dioniso e lo arresta. È anche, però, desideroso di spiare le donne tebane compiere i riti bacchici, e viene convinto dal dio a travestirsi da donna per salire sul monte dove verrà squartato e ucciso dalle baccanti e – prima tra tutte – da sua madre.

Luigi Lo Cascio con La caccia filtra la tragedia euripidea con il suo sguardo sensibile e sceglie di mettere in luce la figura dell’antagonista, ma anche vittima della vicenda: Penteo. L’attore propone una visione intima del re: mostra un personaggio deciso, tremendo e sfrenato, ma anche vulnerabile e sensibile. La regia rende visibili gli incubi di Penteo, le premonizioni, esplicita i desideri nascosti e mostra il re anche nella sua dimensione folle e tenera, quasi infantile. Penteo desidera catturare l’idea stessa del “dionisiaco”, imprigionarla, ma sulla sete di controllo vince la curiosità, la bramosia di avvicinarsi a questa visione, di toccare l’esperienza della libertà oltre ogni regola e finalmente lasciarsi cadere nel vuoto dell’oblio. È il re tebano a scegliere la propria fine: piacere e morte insieme. Seppure proverò un grande dolore, vorrei sorprenderle in stato di ebbrezza” dice Penteo-Lo Cascio. Indimenticabili le lunghissime e grandi braccia – disegnate con il gessetto – che si tendono verso la testa dell’attore: sono della madre, Agave, che sta per dargli inconsapevolmente la morte.

foto di scena di Marianne Boutrit

Molte le scene poetiche e oniriche, grazie anche ad Alice Mangano e Nicola Console che firmano scene, disegni e art direction, in uno scenario mutevole ed efficace, elegante e profondamente teatrale nonostante l’uso di nuove tecnologie. Gli ammirabili monologhi di Lo Cascio sono folli e brillanti e svelano i moti interiori contrastanti del sofferente re tebano. (Nel 2008, con La caccia, Lo Cascio vince il premio Hystrio all’interpretazione.) Il regista, anche se unico attore fisicamente in scena, non è l’unico interprete dello spettacolo: il piccolo e bravissimo Pietro Rosa è il primo vero referente dello spettatore. Il giovane attore compare solo in video, calato nella figura di un dotto critico che vuol introdurre e spiegare la tragedia agli spettatori, ma è anche parte della tragedia stessa, è Dioniso: in dialogo e interazione con l’attore in scena. Gli interventi critici del video inframezzano le performance dal vivo dell’ottimo attore, tra le quali, inoltre, acutamente, si inseriscono – a creare uno straniamento ad intermittenza – degli spot televisivi esilaranti che ironicamente esemplificano, condensandole, le debolezze dell’uomo moderno nella sua fatua ricerca della felicità nel raggiungimento di vuoti modelli sociali.

Il linguaggio de La caccia è ricco ed elegante, seppur molto vario: densa presenza attoriale, essenziale ed efficace scenotecnica, disegni dal vivo (con il gessetto) e video d’animazione, uniti a videoarte e suoni elettronici, trasformano la tragedia euripidea in un viaggio organico e visionario completo di un mondo immaginario intenso e moderno. Morte e sofferenza, incubo e desiderio sono fusi in linguaggi teatrali innovativi e tradizionali, in un risultato memorabile, dal quale emerge – non del tutto estinta – l’atmosfera del mito che nutre i nostri sogni.

Visto al Teatro Elfo Puccini, Milano.

Agnese Bellato

A lezione di Maieutica con Pessoa

Recensione a Il banchiere anarchico – regia di Marina Spreafico

foto di Giacomo Tincani

Flusso di persone all’entrata: il pubblico si accomoda su rigide sedie nere e, senza quasi badarci troppo, si trova seduto attorno ad un tavolo, sotto ad un lampadario in vetro bianco in perfetto stile rococò veneziano. Il palco è nascosto da un drappo di velluto rosso. La scena si sviluppa nel mezzo della sala: un lungo tavolo nero ricoperto di carta da rotocalco irrompe a zig-zag lo spazio solitamente dedicato al pubblico; in questo modo le persone che assistono allo spettacolo prendono parte attiva, partecipando come comparse e divengono così clienti di un lussuoso ristorante.

La regista de Il banchiere anarchicoMarina Spreafico, ha sapientemente rielaborato il testo in prosa del poeta Ferdinando Pessoa, scritto e pubblicato nel 1922. Si tratta di un testo di stampo filosofico e politico non certo facile, ma abilmente tradotto e reinterpretato dagli attori Mario Ficarazzo, nella parte del banchiere, Mattia Maffezzoli, un giornalista e Vanessa Korn nell’allegoria dell’Anarchia. Il protagonista – Mario Ficarazzo –, dirige come un maestro i giovani attori in scena che lasciano intravedere la loro preparazione artistica ancora work in progress, ma le piccole imperfezioni tecniche di timbri vocali non vanno a smorzare lo scambio di battute e di energie, che presenta un ritmo sostenuto durante tutto l’arco della diatriba sull’Anarchia.
Il gioco dialettico è perfettamente bilanciato dal piatto scenico, gli attori si muovono sulla spazio e lo plasmano abilmente. Lo scambio delle battute si basa sulla struttura del dialogo platonico: muovendosi attraverso difficili giochi di tensione dialettica, ogni affermazione è il contrario di se stessa, ogni risposta presuppone l’insorgere di un’ulteriore questione. E cosìbanchiere e giornalista tengono il pubblico impegnato e attento, e rendono l’interessante dialogo estremamente veloce e movimentato grazie ad un ulteriore espediente tecnico: il tavolo, che viene spezzato, spostato, trascinato in continuazione dagli attori. È un tavolo che va a creare situazioni scenografiche, come unadiapositiva di cambio scena,simbolo delle finzioni sociali e della rottura delle convenzioni sociali. Messaggio insito nello spettacolo reso con l’oggetto scenico.

foto di Giacomo Tincani

foto di Giacomo Tincani

Assistendo allo spettacolo di Arsenale-lab, il pubblico si rende conto improvvisamente di prendere parte allo spazio scenico, ma non solo; ben presto realizza anche che sta assistendo ad una lezione di maieutica, in cui gli attori, come arguti sofisti, stanno presentando delle verità assolute, attuali, vere, paradossali. Marina Spreafico definisce Pessoa come “una mente lucida del Novecento”; traducendolo nuovamente e reinterpretandolo in scena, rende lo scrittore portoghese estremamente attuale e vero. La verità assoluta propinata al pubblico è la finzione sociale più influente del nostro tempo: il denaro. E averne in quantità sembra essere l’unico modo per soggiogare in modo del tutto anarchico questo colosso. Il pubblico esce di scena con un sorriso ironico e con una consapevolezza nel volto che riflette i terribili paradossi del nostro tempo e di sempre, dal tempo di Platone, di Pessoa e del teatro d’oggi. «Gran finanziere, faccendiere: io sono anarchico in teoria e in pratica» afferma l’anarchico banchiere.

Visto al Teatro piccolo Arsenale, Milano

Elisa Da Rin Puppel

Dialogare nella Danza

Appunti sul Gruppo Contact Improvisation Friuli Venezia Giulia

Occorre solo uno spazio adatto ad accogliere la danza ed il movimento, affinché un gruppo di persone possa dare vita ad una jam. Questo tipo di evento non nasce a scopo performativo: è invece un momento di incontro tra individui che decidono di dialogare con il linguaggio della danza, più specificatamente della contact improvisation. Per il desiderio di danzare insieme, per mettersi in gioco, per conoscersi ed interagire a partire dalla materia, dalla tangibilità del corpo.

Gruppo Contact FVG

La contact improvisation si basa infatti sulla ricerca del costante contatto con l’altro. È una danza d’improvvisazione, in cui il movimento non si accorda verbalmente ma emerge da solo, naturalmente, attraverso l’ascolto degli impulsi del corpo, in un continuo scambio di ruoli tra chi offre il proprio peso e chi lo riceve. Un travaso di energie, un gioco in cui diversi elementi si mescolano tra loro: la fluidità e l’abbandono dell’acqua, la tenuta della terra, l’equilibrio e la sospensione dell’aria.

In Friuli Venezia Giulia assai rilevante è l’attività di Debora Sbaiz (danzatrice, danza-movimento terapeuta, professional counselor). Quest’ultima, dopo anni di studio negli Stati Uniti, paese natale della contact improvisation, ha infatti piantato il seme di questa danza in regione, operando vivacemente per la sua divulgazione attraverso seminari ed eventi – primo fra tutti e di richiamo internazionale l’Adriatic Jam, a Lignano: estiva e suggestiva esperienza residenziale, tra contact improvisation ed aria di mare. Importante è anche l’impegno nell’unico corso settimanale in regione, interamente dedicato a questa forma di danza.

È dall’impulso di Debora ed alcuni dei suoi più fedeli allievi (Caterina Gottardo, Marco Pericoli, Leonardo Bianchi Quota, Valentina Rivelli, Ivan Vergendo, Enzo Uliana) che è nato il Gruppo Contact Improvisation Friuli Venezia Giulia. Il gruppo da qualche mese organizza periodicamente jam nel territorio. Gli incontri durano circa 3 ore: prima di dare il via alla jam libera, i componenti del gruppo guidano una sorta di riscaldamento che introduce alla jam e funge da guida a chi si approccia per la prima volta all’iniziativa.

L’esperienza della jam, per la sua capacità di aggregazione e parità di ruoli tra i partecipanti, racchiude in sé valori positivi anche a livello sociale. Questa danza infatti è possibile solo nella dimensione del Noi: l’Io ed il Tu trovano soluzioni di movimento nell’interdipendenza, creando così flusso e circolarità. Il messaggio che la contact improvisation porta, va ben oltre al piacere del movimento, all’utilizzare il proprio corpo per danzare con altre persone; è bensì – come afferma Steve Paxton, padre di questa forma d’espressione: “una filosofia di cooperazione e comunicazione trasposta in danza”. Contact improvisation è affidarsi all’altro e permettere che l’altro si fidi a sua volta, senza coinvolgere il pensiero ma scoprendo ed affinando l’intuito, la sensazione, la percezione.

Gruppo Contact FVG

Abituati a relazionarsi ponendo muri, attraversabili soltanto da un ponte fatto di aria e parole, si ha spesso paura di quanto possa essere terreno, concreto, diretto e soprattutto reale, un confronto che parte dalla materia – pelle, muscoli, ossa – e di come attraverso di essa l’incontro possa raggiungere un livello di grande profondità.

È da alimentare con entusiasmo la nascita del giovane Gruppo Contact Improvisation Friuli Venezia Giulia che, attraverso il circuito delle jam, permette alla danza di esistere in regione in una formula libera, facilmente accessibile a chiunque creda che la danza possa essere non soltanto  movimento ma sincera forma di comunicazione.

Laura Silvestrelli

SEMIRAMIS: rosso su bianco

Recensione a SEMIRAMISMenoventi

 

Menoventi: temperatura e compagnia teatrale. «– 19: guardando al contrario il termometro del proprio salotto. – 18: in realtà sta a capo all’ingiù la realtà. – 17». E così via, a scalare: «il pubblico esiste? I temi ricorrenti ci rincorrono. Qui ed ora» fino allo zero «ancora un po’ freddino».

Lo spettacolo di Menoventi diretto da Gianni Farina è un crescendo di temperatura,azioni e pathos. La scena: una stanza, pareti bianche e fredde, luce al neon. Semiramide al centro fasciata di bianco, scrive per terra con le dita dei piedi: “QUI?”. Uno scatto improvviso, l’unica protagonista si alza affondando i piedi nello spazio scenico, ogni suo movimento provoca un suono sordo nella stanza completamente spoglia, si lancia contro la parete e inizia ad inciderla con scritte atroci, a completare la profezia: “Sei da violenza, violenza, e con violenza.È questo che farà durante tutto lo spettacolo: imbratterà le pareti bianche con colore carminio, con il rossetto, con il mascara, con il fondotinta, lo farà anche su di sé, sul suo viso. Il pubblico assiste a questo stupro volontario, della donna e delle candide pareti proiezioni del proprio io di una Semiramide imprigionata dentro uno spazio vuoto che diviene la culla delle sue paure e perversioni, rimembro del suo passato indelebile.

Lo spettacolo SEMIRAMIS prevede che il pubblico conosca già la storia: il mito della ninfa Derceto violentata da un cacciatore, il mito di una bellissima figlia rinchiusa per vent’anni in una grotta e sorvegliata dal profeta Tiresia, poi fuggita con Menone, per divenire imperatrice di Babilonia. È un gioco di potere e lussuria, che ha insito in sé qualche cosa di sporco e perverso. È un’opera di Calderon de la Barca, drammaturgo barocco della Spagna del ‘600, autore in bilico tra fantastico e mitologico. La compagnia Menoventi sotto la direzione di Gianni Farina riesce a rielaborarne lo scritto prolisso, e a farlo scorrere senza respiro.

Lo spettacolo ripercorre le tappe del mito in modo del tutto autonomo: il pubblico assiste alla follia di una donna nata dal dolore, spia nelle stanze bianche della sua memoria. Consuelo Battiston, alias Semiramide, riesce a rendere la storia mitica dell’imperatrice completamente sola, con l’ausilio della propria immaginazione e follia. Crea delle vie di fuga sfondando le pareti, parla con se stessa, si rivolge al pubblico, ottiene risposte precise come un’eco, un battito di ciglia, un applauso indeciso, una linea rossa nel test di gravidanza: sì. “Sono sempre io”,  ghigna Semiramide.

Il pubblico non può che restare esterrefatto dalla potenza dell’immaginazione, dal continuo richiamo simbolico dei pochi oggetti presenti in scena, che si trasformano, colorano, truccano, sono creazioni della mente che storpiano la realtà. Semiramide corre verso la fuga, la soluzione dell’enigma: “Sei nata da violenza – capita. Semini violenza – qualche volta. E con violenza morirai”.

Visto a Teatro i, Milano

Elisa da Rin Puppel