Ad aprire Primavera dei Teatri domani sera Teatro Sotterraneo. Riproponiamo l’intervista a Daniele Villa, dramaturg del gruppo fiorentino, condotta a Modena in occasione del debutto dell’ultimo episodio di Dies Irae_5 episodi intorno alla fine della specie.
Recensione a Lo sguardo di Amleto – Effetto Larsen
Effetto Larsen sotto la guida di Matteo Lanfranchi, affronta Amleto di Shakespeare, indagando il dramma dal punto di vista del principe di Danimarca (Lo sguardo di Amleto appunto) e concentrandosi sul rapporto tra piano reale e piano onirico che può emergere dal filtro distorto che è la mente del protagonista.
Le visioni del principe, i suoi incubi, i deliri ad occhi aperti, trovano concretezza sotto-forma di ombre. È il semplice e antico gioco che crea la retroilluminazione su un telo bianco e che permette di deformare le silhouette dei personaggi. Così si crea – seppur poco efficacemente – lo spettro del re e si tentano di risolvere le scene topiche della tragedia: dall’assassinio di Polonio, allo spettacolo dei comici e, alzato il telo da una parte, si svela una poco convincente pazzia di Ofelia. È sempre Matteo Lanfranchi a curare l’adattamento drammaturgico: il regista riduce e ricompone il testo originale e inserisce altri brani in un’ardua operazione di riscrittura che tenta, probabilmente, di avvicinare il testo a sé o al pubblico. Ci si chiede se sia davvero necessario modificare o “aggiornare” l’immortale linguaggio di Shakespeare, seppur parzialmente. Infatti riscrivere un capolavoro è un terreno scivoloso e anche solo facendo aggiunte si rischia di spaccare la parola in due registri separati e stridenti.
foto di Angelo Mengoli
Da Lo sguardo di Amleto emerge un’innegabile sensibilità registica, le cui intuizioni spiccano seppur intermittenti. Infatti è suggestiva la confusione sonora e visiva provata da Amleto durante il duello finale, in cui è tormentato dalle voci dei suoi “fantasmi”: dalla vendetta ordinata dal padre, alla voce della madre, alle ultime parole di Ofelia viva, allo zio e Laerte. Affascina anche il momento in cui Ofelia (Francesca Botti) attraverso la semplice gestualità si auto-infligge la morte e affoga. Le dinamiche tra i personaggi, però, poco approfondite, sono basate su atteggiamenti prevedibili in cui mancano originalità, forza e – spesso – pulizia di gesto e azione. L’impressione è che l’idea registica non sia stata tradotta efficacemente in azione e visione, rimanendo soprattutto potenziale. Lanfranchi va a disegnare uno spettacolo dalla superficie cedevole e a tratti maldestro: un lavoro che cade in cliché, gesti approssimativi e atteggiamenti oramai desueti che rimandano a un vocabolario teatrale molto tradizionale e poco credibile. Il coraggio inizialmente posto nell’indicare una nuova prospettiva su Amleto non è supportato da una forza comunicativa altrettanto originale e decisa.
Proposta come: “tragedia onirica per Piccolo Principe”, Lo sguardo di Amleto non è poi così lontano da una versione tradizionale e non molto convincente. Ma avrebbe potuto essere davvero un nuovo Amleto, forse rivoluzionario, attraverso la cui innocenza poter vedere un mondo trasformato, filtrato dai suoi occhi e dalla sua mente. Diverso dalla Danimarca shakespeariana che già conosciamo. Probabilmente irriconoscibile.
È la famiglia italiana al centro di Fine Famiglia diAnimanera, con le sue ipocrisie, contraddizioni e consolidate dinamiche. La “madre” che usa l’amore come arma di ricatto, che elemosina affetto e complicità nei figli come dovuta ricompensa ai sacrifici di una vita. La “figlia”, eterna e irritabile ribelle, dichiarata ex bulimica e autolesionista che vuol sempre creare disagio, per non ammettere di aver solo bisogno di attenzione. Il “figlio”, ipersensibile e sociofobico, che fa il supplente a scuola e insegna ai bambini a disfarsi dei genitori, perché – dice lui – solo gli orfani riescono a sviluppare capacità da supereroi. Infine, la figura del “padre”: marito infedele, uomo saccente e genitore superficiale, che non riesce a dialogare con i figli, ma si illude di essere moderno perché cerca di far parlare l’inglese alla famiglia. Il testo della giovane Magdalena Barile – terzo lavoro che firma per la compagnia milanese – è acuto, spiritoso e non banale, nonostante il facile rischio di calcare cliché universalmente noti. E il quadro, creato dalla divertente regia di Aldo Cassano, è vicino al pubblico (complici i rimandi sonori del mondo televisivo di vent’anni fa e non solo), coinvolge e crea risate contagiose, puntando con ironia – nonostante l’innocua apparenza – a far riflettere su lati a volte trascurati delle vicende familiari oggi, o comunque a riderne.
La vera protagonista rimane lei, la mamma (una brava Debora Zuin): diabolica e santa, martire e accentratrice, ignorata, bistrattata e tuttavia onnipotente capofamiglia, capace persino di far sparire la porta di casa con una preghiera. È la mamma l’unica disposta a mettere in campo tutto il suo potere pur di tenere insieme il nucleo familiare, nonostante tra loro sembra ci sia solo incompatibilità.
Fine Famiglia è infatti l’ultima cena – la sera di Natale –, l’occasione in cui i componenti della famiglia, dopo tanti anni di forzata e insopportabile convivenza, decidono civilmente e di comune accordo di dirsi addio.Ma la mamma, nel tentativo di non lasciarli andare, tenta infine l’entusiasmante “magia degli zuccheri” che rende tutti temporaneamente affabili e felici (l’arma del dolce-fatto-in-casa che ogni madre sa bene quando sfoderare). Vano tentativo: una volta digerita – o vomitata – la porzione di torta ammaliatrice, la lucida esigenza di evadere torna impellente. Tutto come prima.
Sostenuti da un pubblico in costante espansione, Stefano Ricci e Gianni Forte, dopo la forza devastante di Troia’s Discount, portano a Milano il loro ultimo lavoro: Macadamia nut brittle (dal nome del popolare gusto di gelato della Haagen Dasz), forse lo spettacolo che, con la sua stupefacente schiettezza, riesce ancor più dei precedenti a parlare oggi, dell’oggi. Quattro ragazzi aprono i loro cuori ai microfoni e nel costante talent-show della vita gareggiano nel raccontarsi. Sono ragazzi fragili che cercano appigli alle proprie insicurezze nel confronto con il fittizio e beffardo mondo televisivo: immaginario illusorio che è diventato inevitabile nutrimento sociale per tutte le fasce d’età. Oltre alla sfrenata sessualità e agli eccessi – che sempre più contraddistinguono non solo gli adolescenti – spicca il ritratto di generazioni che non affrontano con concretezza la realtà, spesso dolorosa, della loro vita, ma si celano dietro serie-tv (da Lost a Desperate Housewives) e cartoni animati. Perché nel percorso senza guida e direzione in cui si trovano abbandonati, la televisione è l’unica confortante certezza che finisce per costituire il massimo riferimento del loro immaginario, base del loro vocabolario e fonte dei modelli su cui basare le proprie relazioni, le proprie identità, la vita e la morte.
A partire dalle atmosfere letterarie dello statunitense Dennis Cooper, Ricci/Forte parlano di un’umanità insicura e mutevole perché affamata d’amore e che, ben lontana dal ricercare una matura e consapevole identità, tenta di piacere agli altri, di essere diversa da sé, credendo di trovare, in questo, un senso alla propria esistenza. Nel finale i quattro attori, nudi e ricoperti di sangue, si infilano in testa le maschera dei personaggi della famiglia Simpson, e dopo averle costruite, si chiudono dentro delle casette (tendine per bambini di Winnie the Pooh, Barbie e personaggi Disney). Vince la tragica realtà di una gioventù disincantata, ma illusa, sofferente e immatura, romantica, ma arida. Sola.
Foto di Alvise Nicoletti
La scrittura di Ricci/Forte è vicina, è uno schiaffo di attualità, verità dissacrante in cui le persone del pubblico si riconoscono, perché parla di loro, con loro.
I quattro bravissimi attori (Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Mario Toccafondi) si provano fortemente in tutti i sensi, commuovendo la platea gremita. Attraverso la recitazione e i movimenti scenici vivi, violenti e profondamente corporei – curati da Marco Angelilli –, trova completezza il linguaggio teatrale dinamico e giovane, ricco e destabilizzante che la regia di Stefano Ricci compone con forte originalità. La popolarità crescente e l’apprezzamento della critica rispetto alla compagnia romana testimoniano il bisogno di un teatro vivo che – come Macadamia nut brittle – comunichi empaticamente al pubblico disagi e sofferenze della società in cui oggi viviamo, che colpisca profondamente e lasci lo spazio al pensiero. Perché oggi, di un teatro che offra solo confortante intrattenimento non c’è davvero bisogno.
Abbiamo incontrato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia Gianni Farina, impegnato con la sua compagnia Menoventi in una residenza per la rassegna Movimenti del teatro lagunare. La giovane compagnia, fondata nel 2005 da Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele, dopo aver presentato al pubblico veneziano Invisibilmente, ha abitato questo teatro per un’intensa settimana di residenza/laboratorio/audizione. Al lavoro di ricerca per sviluppare il nuovo spettacolo, Menoventi ha affiancato un’esperienza laboratoriale aperta ad attori professionisti tra i quali verranno scelti i futuri collaboratori del nuovo progetto di Menoventi, presentato in forma di prova aperta a conclusione della loro permanenza al Teatro Fondamenta Nuove: UBIQ.
Recensione a Hey, Jax! Partitura scenica di un amore –Riccardo Palmieri – V.d.A. Teatro
Tecmessa, Aiace, Atena. Questi i tre protagonisti di Hey, Jax! Partitura scenica di un amore, performance ideata da Riccardo Palmieri. Durante i cinquanta minuti di scena, i personaggi offrono la loro versione di una tragedia di Sofocle, Aiace. L'opera originale, risalente al 450 a.C., è uno dei primi esempi dell'importante innovazione introdotta dal drammaturgo greco: l'utilizzo del monologo, che permette ad ogni personaggio di esprimere direttamente i propri pensieri e di approfondire così la propria "psicologia". Il regista della compagnia V.d.A Teatro mette in luce in particolare il rapporto tra Aiace e la sua compagna Tecmessa che, mossa dalla disperazione, lo esorta a non compiere il tragico gesto del suicidio. Aiace, manovrato dalla mano divina di Atena, è spinto infatti da un incontrollabile impulso di vendetta nei confronti dei Greci che gli hanno negato le armi del defunto Achille, rendendosi colpevole di una sanguinosa strage di bestiame. Una volta rinsavito, Aiace prende coscienza della sua azione insensata e priva di virtù d'eroe, e decide di compiere il suicidio, l'unica soluzione che potrebbe conferirgli nuovamente dignità.
La proposta registica di Riccardo Palmieri vuole mettere in evidenza la fragilità dell’animo umano, che può cogliere anche un eroe di virtù ed integrità come Aiace e non concede spazio al pathos ed alla drammaticità propri della tragedia greca classica. I corpi degli attori (Simona Iannone, Daniele Paganelli, Riccardo Palmieri), tutti e tre presenti sul palco per l’intera durata della performance, agiscono ed interagiscono tra loro con gesti caratterizzati da una certa freddezza; nonostante il tema trattato sia colmo di tragicità, essi appaiono quasi distaccati, come fossero immersi nel proprio ruolo solo per metà. La presenza scenica dei performer è d’effetto però grazie all’utilizzo di maschere di animale (il leone per Aiace, il cavallo per Tecmessa) che coprono i volti per quasi tutta la durata dello spettacolo. Tutto in scena vibra di una forza e di un’enfasi lineari, l’energia è costantemente dosata, per questo il coinvolgimento emotivo del pubblico ne risente. I cambi di ritmo ed energia sono talvolta dettati dalle musiche, che spaziano dalle canzoni italiane, alla techno, alla lirica, al pop.
Tecmessa, prostrata a terra, si concede un attimo di delicatezza quando, a voce sussurrata, dalla profondità della sua grande testa di cavalla pronuncia verso Aiace “Amami ancora, fallo dolcemente, un anno, un mese, un’ora, perdutamente…”: le parole della canzone Amandoti dei CCCP, riecheggiano dolcemente dalle viscere della maschera come giungessero dalle profondità di una grotta.
Nonostante l’atmosfera artificiosa e costruita che caratterizza i personaggi e le loro azioni, la scenografia è povera (un ampio tavolo, alcune sedie, dei grandi secchi e catini). Inoltre, due elementi vitali — acqua e sangue — accompagnano la performance, rimandando agli antichi sentimenti della tragedia classica. Il sangue versato da Aiace nell’impeto della sua ira e quello dell’eroe stesso che — invisibile alla scena — si toglie la vita; il sangue inoltre di cui le mani di Atena sono macchiate. L’altro elemento è l’acqua. Innanzitutto l’acqua del mare in cui la tragedia originale è ambientata. Poi l’acqua che caratterizza il personaggio di Tecmessa: sotto forma di lacrime di dolore e poi come elemento purificatore simbolo del tempo, degli eventi che accadono e scorrono, anche se spesso dolorosamente. Una volta presa coscienza del volere di Aiace, Tecmessa versa acqua su grandi secchi presenti in scena, togliendosi finalmente la maschera.
La performance Hey, Jax! Partitura scenica di un amore fa parte della rassegna di teatro-danza Segnali (a Modena, dal 10 al 24 Aprile 2010). Il programma della quarta edizione, dal titolo Who’s afraid of Pina Bausch? è dedicata alla grande madre del Tanztheater e prevede performance all’insegna del teatro-danza italiano, seminari, conferenze sull’artista tedesca scomparsa l’estate scorsa, il concorso per giovani compagnie italiane emergenti STUKE-frammenti diteatro-danza e la mostra fotografica Pina Bausch di Maarten Vanden Abeele a cura di Sonia Schoonejans.
Teatro Aurora di Marghera (VE). Commenti a caldo del pubblico dopo lo spettacolo Il ragazzo dell’ultimo banco di Juan Mayorga, messo in scena da Adriano Iurissevich
Teatro G.B.Poli di Santa Marta, Venezia. Commenti a caldo del pubblico dopo lo spettacolo Sogni d’oro. La favola vera di Adriano Olivetti di e con Roberto Scarpa