Uomini fra la scena e la vita

 

Gioco di mano è una storia di uomini. Anzi, è le storie dell’uomo. Un individuo si fa portavoce in prima persona di diversi momenti cruciali dell’esistenza umana (ma è meglio specificare maschile): l’infanzia e l’accesso alla vita adulta, i rapporti di potere e l’affetto famigliare, la morte e la solidarietà. Sul palcoscenico – attraverso la presenza di Gabriele Di Luca, autore e interprete dello spettacolo con l’accompagnamento musicale del pianoforte di Daniel De Rossi – prendono vita i diversi uomini che compongono la famiglia e la genealogia del protagonista: un figlio con la passione dei film porno, un padre che non è mai stato felice, un nonno assurdamente mutilato in guerra, un bisnonno che è invecchiato in un giorno solo. La prospettiva è quella del figlio, protagonista e narratore, vortice in cui si convogliano anche tutte le altre vicende, a travolgersi e a confondersi, infine, in un’unica figurazione dell’umano. Non c’è personaggio in questo spettacolo, ma piuttosto un montaggio composto di mutamenti di intensità, che conduce lo spettatore da una dimensione chiaramente esposta (quella della gerarchia padre-figlio), in cui i confini sono riconoscibili, a un progressivo cortocircuitare di spazi, tempi ed emozioni, in un crescendo allo stesso tempo surreale ed iper-realista in cui non è più possibile identificare chi sta parlando di cosa.
Gioco di mano
è un passepartout che intende aprire molte finestre, porte e spiragli su mondi diversi: la masturbazione – a cui Di Luca si riferisce con l’eufemismo del titolo – è l’atto destinato a mettere in contatto le generazioni successive di una stessa famiglia, leitmotiv universale e punto di contatto personalissimo, soglia e amuleto. In questo momento rappresentativo del passaggio all’età adulta, quasi un rituale iniziatico-chiave dell’adolescenza, si formano gli uomini del passato e il protagonista coglie, in maniera umanissima, prossimità e somiglianze, solidarietà e comuni esperienze di vita. Il figlio, punito dal padre durante un atto masturbatorio, scopre in seguito che il padre stesso, e suo nonno e suo bisnonno prima di lui, sono stati protagonisti dello stesso processo: uno in spiaggia e l’altro in cantina, accusati dal genitore, puniti, e poi, cresciuti e padri a loro volta, condotti a punire il proprio figlio per lo stesso motivo, in una catena adolescienzial-genealogica che potrebbe risalire all’origine dei tempi e che arriva, infine, fino alla morte. È una ritualità che si ripete, che accomuna e intreccia, quella proposta da Carrozzeria Orfeo, in cui ricordi realistici si fondono a frammenti di vivace immaginazione, tragico e comico si incontrano, visioni estremamente surreali sono contrappuntate da profondi affondi emotivi.
C’è un che di “leggendario” nella saga minimal e popolare di Gioco di mano, vuoi per la cornice ancestrale, arcaica eppure così prossima, in cui si inseriscono le situazioni che compongono lo spettacolo (dalla morte del nonno alla solidarietà paterna ai modi di trasmissione del sapere); vuoi per l’efficacia delle citazioni e dei riferimenti di cui lo spettacolo è costellato, profili di un immaginario pop umanissimo, che si muove fra playstation, ricette di cucina, giornate in spiaggia. Ed è questa una nota da segnalare a proposito del lavoro drammaturgico all’origine di Gioco di mano, oltre il dispositivo compositivo che si sviluppa per inneschi e la cura per i dettagli: si tratta della pregnanza del rapporto fra scrittura e realtà. Ritmi calcolatissimi che tengono l’attenzione dello spettatore incollata al palcoscenico per un monologo di una certa lunghezza, cambi di registro frequenti, un’integrazione piacevole fra parola e musica, sono alcuni degli elementi che fanno di Gioco di mano una performance d’attore capace di incastonarsi all’interno dell’immaginario e dell’emotività del proprio pubblico, anche andando a deviare i rischi, che a volte si possono presentare, di dispersione fra un frammento e l’altro, fra le pieghe dei dettagli o i mutamenti di prospettiva che innescano itinerari autonomi e corrodono, in qualche caso, le centricità della struttura dello spettacolo.

Roberta Ferraresi

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