Un percorso tra le stanze di Suite-Hope

Recensione a Suite-Hope – di Chiara Frigo

Suite-Hope di Chiara Frigo

Le stanze di Palazzo Pretorio ci accolgono con la sua voce; amplificate da casse, le parole di Chiara Frigo rivolgono agli spettatori delle domande, pongono di fronte a scelte che solo poi, nella prima camera di Suite-Hope, quella degli “omini bianchi”, si manifesteranno come svelamento, intromissione nell’intimità di una persona ma anche ricerca in sé volta a un cambiamento. Suite-Hope è uno «spettacolo per due interpreti e un popolo di carta», come recita il sottotitolo, presentato in una versione site-specific per questo spazio a Cittadella. Le stanze vuote e dalle luci fredde del Palazzo, che per altre occasioni si sono fatte sedi espositive, si sono accostate alle possibilità fornite dalla vicinanza con le danzatrici, in un accerchiamento della scena che ha consentito al pubblico di comprendere il lavoro e unirsi alle interpreti. Il popolo protagonista, e testimone delle azioni coreografiche, è costituito da poetiche sagome stilizzate, omini fatti di carta con una sola piega sulla metà per consentire loro di mantenere una verticalità dal pavimento, unica espressione di vita a loro consentita. Al primo incontro, queste figure sono neutre, bianche. Il colore viene portato in scena dai costumi delle due danzatrici, Chiara Frigo e Marta Ciappina – danzatrice che ha collaborato con lei nell’intimo e poetico Nonsostare dello scorso anno –; i loro sono vestiti quotidiani, larghe t-shirt e pantaloni dalle tinte sgargianti. A partire dalla ricerca coreografica cara a Frigo, il gesto quotidiano viene estrapolato dal suo contesto e rielaborato per lasciare che non ne rimanga altro che una labile traccia nel linguaggio coreutico. A dominare le stanze di Palazzo Pretorio è la sola concentrazione di energia ed emozione che trapela dal gesto. Un movimento che si indirizza a tratti verso una sincronia, una simultaneità che verrà in poco tempo annientata per tornare alla dilatazione dell’azione dell’una rispetto all’accelerazione dell’altra, in un continuo incontrarsi per perdersi di nuovo.

Suite-Hope si costruisce per passaggi, veri e propri trasferimenti da uno spazio all’altro, ma anche per slittamenti concettuali tra le diverse condizioni umane. Al popolo di carta è assegnato il ruolo di guida in questo percorso; simboli di cambiamenti, mutazioni e “amputazioni” alle quali sono stati sottoposti incondizionatamente dalla società contemporanea, gli omini compongono una scrittura a terra che si accosta fluidamente alla danza di Frigo e Ciappina, così come alle bellissime musiche utilizzate (da Alva Noto al compositore berlinese Franf Bretschneider e Leonard Cohen). Un respiro, un segno di speranza e resistenza giunge sul finale e, coerentemente, i protagonisti sono due figure – di carta o reali? – che nonostante tutto continuano a sorreggersi contando l’una sul sostegno dell’altra.

Visto a Palazzo Pretorio, Cittadella

Elena Conti

 

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