Elena Conti

Elena Conti laureata in Storia dell’Arte al Dams di Firenze, ha conseguito la magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro allo Iuav di Venezia con una tesi sulle pratiche di trasmissione teatrale. Ha lavorato con la Compagnia Virgilio Sieni e con il centro di ricerca artistica CANGO Cantieri Goldonetta di Firenze. Collabora con Il Tamburo di Kattrin dal 2010.

Glossolalie e respiri a Contemporanea Festival 16

Una piazza che si anima di arte, che vive della performatività degli artisti che per una sera coabitano uno spazio pubblico, in cui le voci dei bambini si sommano e accostano alla gestualità dei danzatori. Dalle piazze ai musei, dalle chiese agli edifici in disuso (o ex industriali), la messa in discussione dello spazio teatrale e dell’osservatore ideale è divenuta per la performance una questione assodata che vibra tuttavia di una necessità e di una prospettiva che permane tanto nel lavoro di un artista, quanto nelle proposte culturali di un paese. Si è aperto così Contemporanea Festival 16.

Danse de nuit di Boris Charmatz - ph. Simone Ridi

Dance de nuit di Boris Charmatz – foto Simone Ridi

Lo scorso 23 settembre, Piazza Santa Maria delle Carceri a Prato ha ospitato Danse de nuit del coreografo francese Boris Charmatz, già noto in Italia nonché presente in quest’occasione grazie al network Finestate Festival. Impegnato da anni in un’indagine che ridefinisce la relazione tra luogo, arte e pubblico – la cui massima sintesi è rappresentata dal Musée de la danse – Centre chorégraphique national de Rennes et de Bretagne di cui è direttore artistico – Charmatz ha presentato al festival un lavoro appositamente ideato per spazi urbani.
Sei danzatori con partiture autonome richiamano il pubblico in stazioni disegnate dalla loro presenza. Il tappeto sonoro creato dalle loro voci appare inizialmente confuso, sovrapposto, mixato, fino a farsi ritmo, composizione ed elemento d’unione, per una drammaturgia composta da pensieri riconducibili alla contemporaneità, in una “glossolalia improvvisata dai danzatori”, come si legge nelle note di regia. È così che il primo concetto che raggiunge il pubblico in maniera più nitida riguarda Charlie Hebdo e il disegnatore Charb, ma emergono anche estratti da Starfucker di Tim Etchells in cui star hollywoodiane vengono immaginate impegnate in scene inusuali e slegate dalla loro celebrità. Frasi come lampi di pensiero che trovano corrispondenza nella veloce dinamica gestuale. Parole sovrapposte, intermittenti, a volte sfuggevoli, spinte fino all’incomprensibile, enunciate da corpi i cui gesti conservano piena vitalità per tutta la rappresentazione.

Il movimento del pubblico segue lo sviluppo del lavoro divenendo esso stesso corpo fluttuante, ricettore di un ipotetico disegno che, pensato a volo d’uccello, traccia nella piazza cerchi e ellissi che si dissolvono continuamente per lasciare posto a nuove figure. A illuminare la “danza di notte” di Charmatz, luci viventi, fari portati a spalla da alcuni interpreti che si muovono tra pubblico e performer, creando un ulteriore elemento di connessione nella complessa struttura che, pur lasciando piena conduzione alla danza, non accetta lo sguardo unidirezionale e passivo dello spettatore e intende il palcoscenico come superficie da coabitare. Una questione su cui gli spettacoli ospitati al festival affondano con ulteriore precisione nel secondo fine settimana (Contemporanea Festival 2016 a Prato: Spettatori/Attori di Roberta Ferraresi).

The Forgetting of Air di Francesca Grilli – foto Simone Ridi

Dall’uso della voce al respiro, dalla necessità di seguire fisicamente il continuo ricostituirsi della scena nel lavoro di Charmatz, fino al gravoso fluttuare del pensiero in The Forgetting of Air di Francesca Grilli. Quest’ultima performance ha debuttato al MAXXI di Roma lo scorso 11 ottobre, ma è stata presentata in anteprima al festival di Terni e a Contemporanea. Le silenziose stanze dell’Istituto Culturale Lazzarini di Prato hanno accolto i quattro performer per una drammaturgia del respiro, divenendo luogo di un candore asfittico.
The Forgetting of Air è un ulteriore tassello della ricerca sulla voce che Francesca Grilli sta sviluppando da tempo (solo per citare alcune opere, Enduring Midnight; Palco; Fe2O3, Ossido ferrico), raggiungendo ora un delicato bilanciamento tra la forza poetica e politica che, se alla 55a Biennale Arte di Venezia dialogava e “corrodeva” la materia inanimata del ferro, mira ora, con grande incisività, all’anima dello spettatore.
La tragedia della migrazione contemporanea, con i suoi sbarchi, le sue morti e i suoi sopravvissuti, viene privata di retorica e moralismi. Lo fa lasciando emergere dalla nebbia i corpi neri degli interpreti, che reiterano – con piccoli spostamenti nello spazio – un’unica azione: respirare all’interno di un megafono. È questo uno strumento artigianale e allo stesso tempo magico, che richiama per forma e materia l’uomo di latta di Alice nel Paese delle Meraviglie, ed è l’unico elemento della scenografia assieme al basilare tubo che attraversa a terra la stanza e lascia fuoriuscire aria emettendo – a tratti – un rumore meccanico della macchina.

ph. Simone Ridi

foto Simone Ridi

Un ritmo casuale sembra dettare la presenza dei performer, in cui sono praticamente assenti momenti di incontro. Non vi è alcun punto di vista predefinito, gli spettatori possono muoversi o stanziare, accerchiando la scena, fino ad accorgersi che, seppure protetti e con le spalle ben puntate al muro, nessuna posizione potrà negare la responsabilità di una presenza. E anche questo avviene senza alcuna violenza: un semplice avvicinarsi del performer che per una piccola pausa può sedersi tra il pubblico, aspettare un segnale invisibile (forse dettato solo da un sentire personale), appoggiarsi alla parete guardando ciò che sta accadendo e continuare a respirare senza l’amplificazione del mezzo scenico, valorizzando quel gesto vitale compiuto da ogni presente.
Il rimando teorico di Francesca Grilli guarda al pensiero di Luce Irigaray, alla concezione del respiro come primo gesto di autonomia del vivente, “respirare senza dipendere dal respiro altrui”. The Forgetting of Air pone in evidenza come ciò che dovrebbe corrispondere alla libertà di un individuo viene costantemente dimenticato o oppresso, una libertà che viene ridotta fino a invalidare la dignità e i diritti dell’essere umano.

e gli occhi non videro, non videro la luce
non videro la messe, che altri non l’avesse
e il cielo fece nero, e urló la nube al cielo
e s’affamó d’abisso, che tutti ci prendesse […]
S.S. dei Naufragati, Vinicio Capossela

Il contrasto buio/luce (nero/bianco) è un elemento importante nell’impianto visivo della performance ideata da Francesca Grilli: la piccola stanza, con le pareti chiare e satura di vapore, lascia immaginare all’orizzonte quella “pozzanghera” di mare che non cessa di essere al centro di un dibattito politico che arranca nel trovare soluzioni e sostegno per far fronte alle tragiche morti del Mar Mediterraneo. Ma il respiro affannato che risuona al suo interno, non è quello della politica che in The Forgetting of Air tace. L’artista scarnifica la parola e si affida al silenzio del respiro e allo sguardo, “all’abilità di vedere nell’oscurità ciò che, nonostante tutto, appare”. Ed è forse questo che emerge con maggior forza, e che trova corrispondenza nella possibilità del singolo spettatore di stabilire la durata della performance: un lento prevalere della prossimità tra pubblico e performer sull’iniziale e gravoso fluttuare del pensiero nell’abisso del mare, un mare al quale non possiamo delegare alcuna responsabilità sulla vita di coloro a cui non riusciamo a garantire la sopravvivenza. Né il respiro.

di Elena Conti

Per approfondire
> Intervista a Francesca Grilli di Piersandra Di Matteo (Artribune)
> Intervista a Francesca Grilli di Giuseppe Di Lorenzo (dal laboratorio “Per uno spettatore critico” curato dalla redazione di Altre Velocità)

Contemporanea Festival 16 su Il tamburo di Kattrin
> Tamam Schud: l’irrisolto di Nicoletta Lupia
> Contemporanea festival 2016 a Prato: Spettatori/Attori di Roberta Ferraresi

I progetti curatoriali di Màntica 2014

Lucia Amara, teorica del teatro; Giovanni Leghissa, filosofo ed epistemologo; Sonia Massai, studiosa di letteratura inglese ed esperta di teatro shakespeariano; Simone Menegoi, critico e curatore d’arte; Sandro Pascucci, filosofo di estetica della musica; Enrico Pitozzi, teorico della corporeità e del movimento. Sono loro i protagonisti di Màntica, l’ultima edizione del festival di ricerca teatrale e musicale diretto da Chiara Guidi, che si è svolto dal 4 al 10 dicembre al Teatro Comandini di Cesena.

Studiosi, filosofi e critici sono stati chiamati per mettere in luce la complessità del lavoro artistico, per instaurare un dialogo tra il pubblico e l’opera, nella definizione di un “luogo in cui l’opera d’arte diventi leggibile”. Sono stati inoltre invitati a proporre i nomi di coloro che in seguito, nelle giornate di Màntica, avrebbero “aperto” la loro opera agli spettatori, attraverso proposte laboratoriali, incontri o prove aperte.

Abbiamo cercato di approfondire le “letture” che sono state proposte dai curatori, chiedendo loro come è stato accolto l’invito di Chiara Guidi e come si è sviluppato il progetto curatoriale. Di seguito i contributi ricevuti – in forma scritta – ad opera di Lucia Amara, Sonia Massai, Sandro Pascucci e Enrico Pitozzi.

Leggi i contributi di:

> Lucia Amara >>>

> Sonia Massai >>>

> Sandro Pascucci >>>

> Enrico Pitozzi >>>

>  Vai all’intervista a Chiara Guidi su Màntica 2014

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Lucia Amara

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Das Spiel (Il Gioco). Un rito di guarigione di Alessandro Bedosti

Con Alessandro Bedosti c’è una lunghissima frequentazione amicale. All’interno di questo recinto intimo, come in tutti i rapporti di amicizia, si muovono tante cose. Chiara Guidi conosce i modi in cui si sviluppa la nostra relazione di pensiero e per questo ci ha proposto di esseri presenti a Màntica con la stessa modalità. Il dialogo tra me e Alessandro è paritario, nel senso che non ha ruoli definiti a priori (lui l’artista e io il pensatore/teorico) e spesso nasce da esigenze pratiche. Alessandro lavora da anni nella scuola dove insegno Lettere, a Zola Predosa (in provincia di Bologna) e, insieme, abbiamo sviluppato diversi progetti con gli adolescenti, tra cui una Compagnia Teatrale della Scuola, un gruppo di ragazzi che con noi lavora su testi shakespeariani. L’ultimo impegno è stato incentrato su Romeo e Giulietta che imperituramente immortala la condizione dell’adolescente nel rapporto con un adulto non-dialogante e chiuso nei propri protocolli di violenza e imposizione. Gli adolescenti ci pongono domande continue e noi ne facciamo nutrimento del nostro pensiero, cercando di sfuggire agli obiettivi condivisi dalla scuola per ricrearne di nuovi che, poi, danno forma ad altre immagini volutamente spostate in luoghi che vogliamo indagare e che riproponiamo ai ragazzi, anche se non in maniera esplicita. Vige una specie di segreto sui processi sotterranei.
Il dialogo con Alessandro Bedosti si alimenta anche attorno ad un altro nucleo fondamentale, non staccato dalla pedagogia, che è la letteratura. Laddove si crea il vuoto e la sottrazione, luoghi fondamentali della ricerca di Alessandro, il soccorso viene dalla parola letteraria che sostiene e stampella quel possibile scomparimento a cui questo artista spinge con tenacia la sua opera. Per questo l’iscrizione – HO SCELTO IL NULLA – in calce a un quadro descritto ne L’Iguana di Anna Maria Ortese è divenuto per noi un’immagine “curativa”, in un certo qual senso. Ci sono molti libri che hanno “educato” il dialogo tra me e Alessandro. L’Idiota di Dostoevskij è un ormeggio sicuro. Nel caso specifico del lavoro esposto a Màntica, Das Spiel (Il Gioco). Un rito di guarigione, si profila a tratti il Cristo di Holbein, immagine che appare all’Idiota Principe Myskin nella parte centrale del romanzo. Il dipinto raffigura una deposizione adagiata su una tela di due metri di lunghezza e trenta centimetri di altezza: non c’è scampo, non c’è movimento possibile, la fine è una questione di spazi, una cattura ineluttabile. Altri testi letterari di cui ci nutriamo sono i carteggi d’amore tra poeti, come quello tra Rainer Maria Rilke e Lou Salomé o Marina Cvetaeva, tra Paul Celan e Ingeborg Bachman.
Per questo Alessandro ed io abbiamo deciso di non fare una conferenza al pubblico ma di allestire un tavolo sul quale posare questa materia di libri esponendo uno dei luoghi materiali della “nostra cura” e che io ho vegliato durante la permanenza di Alessandro a Màntica. Il pubblico poteva girare attorno o guardare o toccare o, con la lettura, rubare fugacemente uno stralcio. Si tratta di “trovare le parole” – come si dicono Ingeborg Bachman e Paul Celan nel carteggio che li accompagnò tutta la vita.

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Macbeth su Macbeth su Macbeth di Chiara Guidi

Macbeth su Macbeth su Macbeth di Chiara Guidi

Sonia Massai

La mia partecipazione a Màntica è scaturita da una conversazione con Chiara Guidi cominciata nella primavera dell’anno scorso a proposito di Macbeth su Macbeth su Macbeth e poi sviluppata in occasione di un incontro col pubblico dell’Arts and Humanities Festival che si tiene ogni anno al King’s College London in ottobre. Io sono particolarmente affascinata dall’originalità dell’approccio di Macbeth su Macbeth su Macbeth che non esclude, ma anzi rende necessaria, una rilettura attenta del testo Shakespeariano. L’invito a Màntica mi ha consentito di confrontare la mia (ri)lettura dell’opera teatrale e del testo Shakespeariano con le reazioni del pubblico. Le mie domande, mirate a capire cosa avesse suscitato interesse, sorpresa, o stupore, hanno messo in luce la diversità dei “punti d’accesso” all’opera e l’utilità di uno spazio che permetta all’artista, al pubblico, e al critico/curatore di riflettere sui vari livelli di leggibilità dell’opera. Nel momento in cui l’esposizione all’opera diventa occasione per un confronto collettivo, l’interpretazione acquista un valore che va oltre l’ermeneutica poiché trasforma gli spettatori in “comunità interpretative” (Stanley Fish).

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MÀNTICA 2014. Le briciole di Pollicino.
di Sandro Pascucci
Gennaio 2015

Pongo, preliminarmente, una breve riflessione sul (mio) ruolo di curatore, all’interno di una delle sezioni di Màntica 2014 “Stele di Rosetta”. Lo faccio con un esplicito riferimento all’ultimo libro di Giorgio Agamben L’uso dei corpi (Vicenza 2014): “… ciò di cui ci si prende cura è il soggetto stesso delle relazioni di uso con le cose e con gli altri… ciò sembra implicare qualcosa come un circolo… che non conosce soggetto e oggetto, agente e paziente.”

La circolarità dell’incontro tra l’opera di Cage – in contrappunto con i suoni di Bach e Liszt –, la proposta esecutiva compositiva di Fabrizio Ottaviucci (al pianoforte) e Daniele Roccato e il Ludus Gravis Ensemble (ai contrabbassi), l’ascolto ricettivo interpretativo del pubblico (e del curatore) prefigurano uno spazio di comprensione e contemplazione più che dialogico e dialettico, più sincronico che diacronico, più di prossimità che di confronto, più di presenza(e) che di rappresentazione(i).

Daniele Roccato

Daniele Roccato

Ludus Gravis Ensemble

Ludus Gravis Ensemble

Fabrizio Ottaviucci

Fabrizio Ottaviucci

Attraverso Cage – nomen omen –, si apre la gabbia delle convenzioni che spartiscono il campo della creazione tra arti autografiche – la pittura, la poesia, il cinema… – e allografiche – la musica, il teatro, la danza… Così l’esecuzione di una delle pagine del Concerto per Piano e Orchestra (nella versione di 63 fogli mobili per solo pianoforte – lo Steinway gran coda suonato da Ottaviucci nella sala del Conservatorio Maderna (!) ) “eseguibile integralmente o parzialmente in qualsiasi sequenza”; o i Four6 affrontati dai cinque contrabbassisti, ciascuno con il proprio strumento diverso per fattezza e età, assieme al pubblico chiamato ad intervenire per adempiere al dettato dello spartito “per qualsiasi modo di produrre suoni” (nel riverberante salone ottocentesco di Palazzo Ghini): tutto ciò ci riconduce, forse, all’origine autografica di ogni linguaggio artistico (Nelson Goodman), e le scansioni proprie della creazione musicale – la composizione trascritta e codificata e la sua interpretazione – dall’esecutore all’ascoltatore – si riposizionano in uno spazio antigerarchico e antidiacronico, aderendo al suono/i, epifania sensibile dell’esserci, fenomenologia musicale del rapporto io-mondo, del “mio non alibi nell’essere” (Michail Bachtin).

Autografia. Allografia. Omeografia: modulazioni aspettuali e tensive dell’estetica.

Ritorno alla metafora del viaggio (già nel dialogo tra me e Chiara in apertura dell’opuscolo di Màntica 2014), per i molti aspetti significativi che possono riguardare e risuonare inbetwinn l’interpretazione dell’opera d’arte come esperienza estetica. In primo luogo il viaggio presuppone un tragitto, uno spostamento da un punto di partenza all’altro, verso una meta. Meta come approdo sicuro nella misura in cui vi ritroviamo in essa qualcosa che ha a che fare con il nostro luogo di origine (del viaggio). E l’idea di arrivare in un luogo che ci dia sicurezza rinvia ai rischi, agli imprevisti del viaggio, che possono compromettere l’itinerario, fino a portarci a smarrirci. E, infine, il poter raggiungere felicemente la meta che ci siamo dati, implica un sapere, una tecnica, una comune passione.

L’opera d’arte sta all’inizio e alla fine del nostro viaggio perché è essa stessa viaggio; punto di partenza e insieme meta transfigurata attraverso il suo vitale transito ermeneutico; esperienza estetica che è sinonimo di prassi sensibile: “La musica non ha un senso, ma un significato che si svela nel praticarla, nell’usarla… Esperienza, uso, prassi d’autore. E di esecutore. Ma anche, e massimamente, esperienza, uso e prassi di fruitore…, per eccellenza, esperienza collettiva collaborante. Happening” (Edoardo Sanguineti).

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Strata di Maria Donata D'Urso_Foto Laura Arlotti

Strata di Maria Donata D’Urso_Foto Laura Arlotti

Enrico Pitozzi

L’invito da parte di Chiara Guidi è stato per me l’occasione per andare a fondo rispetto ad una direzione che mi appartiene e che ha la forma di un dialogo a più voci, sia con Chiara che con Maria Donata D’Urso, la coreografa da me proposta per Màntica: pensare l’opera secondo una prospettiva aperta, che metta cioè in luce la fitta rete di relazioni che essa instaura con il mondo. Ciò significa tornare – in modo radicale – ad avere una certa sensibilità per le cose impalpabili, che si sottraggono all’economia del commento.
Per fare questo serve un’altra andatura, una condotta nuova, in cui il curatore contribuisce a far emergere – in sintonia con l’artista – il pensiero implicito in ogni opera e che affiora secondo le sue leggi: un pensiero fatto d’immagini, di atmosfere: un pensiero che avvolge.
Per andare in questa direzione è necessario – così si è diramato il progetto curatoriale – condividere con l’artista una sensibilità di visione delle cose, che si esprime anche attraverso una organizzazione comune di momenti laboratorio, in cui l’interno e l’esterno, dell’opera divengono l’oggetto dell’analisi.

È qui che l’opera si fa spazio affettivo capace di trascendere chi l’ha creata. Affiora dal tessuto del mondo per farci vedere in modo nuovo ciò che abbiamo da sempre sotto gli occhi.
Ciò afferma con forza un principio: oltre alla distanza che esiste tra noi (curatori o spettatori poco importa) e l’opera, una distanza vissuta – come la chiama Merleau-Ponty – ci collega alle cose che per noi contano davvero, per le quali abbiamo un affetto che non possiamo spiegare a parole, ma solo circoscriverlo per allusioni, rinvii, ellissi. L’opera parla sempre di noi. E della comunità che in essa si aggrega.
Questa distanza incommensurabile – priva di geometria – testimonia in ogni momento la portata della nostra esistenza, dell’esatto punto che occupiamo nel mondo.
O bagliore improvviso che fa vedere le cose, o il nulla.
Credo sia questa, oggi, la sfida alla quale risponde un curatore.
Credo sia questa, oggi, la sfida che ogni spettatore accoglie.

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Torna all’intervista a Chiara Guidi
Màntica 2014: la leggibilità dell’opera d’arte

a cura di Elena Conti

Màntica 2014: la leggibilità dell’opera d’arte. Intervista a Chiara Guidi

Lo scorso dicembre, si è svolta al Teatro Comandini di Cesena, la 7ª edizione di Màntica. Il festival ideato e diretto da Chiara Guidi / Socìetas Raffaello Sanzio, da sempre fondato sul dialogo serrato tra musica e teatro, si è presentato in una nuova versione: a guidare la scansione delle giornate è stata infatti la necessità dell’ideatrice di restituire allo spettatore il fenomeno artistico in tutta la sua complessità, volgendo lo sguardo verso la creazione di un Osservatorio sperimentale. A questo è corrisposto il coinvolgimento di filosofi, studiosi e critici chiamati da Chiara Guidi a curare un proprio percorso di visione all’interno di Màntica, a fornire una lettura – aperta e in forma dialogica – di un processo di lavoro di un artista ospite. Alla visione degli spettacoli, sono così seguiti momenti di incontro e approfondimento, ma anche percorsi di conoscenza del lavoro dell’interprete attraverso proposte laboratoriali. Quello che segue è il frutto di un incontro con Chiara Guidi, un’intervista in cui si è cercato di approfondire il suo lavoro artistico, ponendo la sua ricerca in stretta connessione con la direzione di Màntica.

Immagine Màntica 2014 L’ultima edizione di Màntica ha visto una svolta importante, è stata cancellata la parola “festival” per assumere invece quella di Osservatorio sperimentale. Qual è stata l’idea fondante di questa settima edizione?
Màntica è nato sette anni fa in relazione a un corso di formazione che feci con sedici persone interessate a una ricerca sulla voce intesa come strumento musicale che portò alla realizzazione del Madrigale appena narrabile. Il corso lo costruii intrecciando la mia ricerca sulla voce con quella di altri artisti e pensatori cercando di creare, intorno agli interrogativi che la voce poneva, un sistema in grado di evidenziare la complessità e l’impossibilità di dare alla voce un significato.
La realizzazione finale del Madrigale chiese la presenza del pubblico e lì nacque l’idea di festival, ossia di un luogo che raccogliesse l’eredità laboratoriale del corso e la mettesse a disposizione del pubblico ancor prima dello spettacolo.
Il festival doveva essere prima di tutto un grande laboratorio per un pubblico chiamato a vedere non solo spettacoli o concerti, ma anche a sperimentare quei processi di lavoro che avevano preceduto i lavori conoscendo “da vicino” l’artista.
Quest’anno è avvenuto un cambiamento.
Se Màntica per sei anni ha creato una relazione intima tra pubblico e opera attraverso la presenza dell’artista, ora il curatore e il critico si collocano in modo prioritario tra opera e pubblico per creare una relazione tra il linguaggio dell’opera e il potere di intendere dello spettatore.
Il potere manifestativo della musica diventa paradigmatico per leggere l’intimità di un’opera. L’anima di Màntica, la musica, deve ispirare lo sguardo critico che non può spiegare, non può illustrare ma può cogliere la forza di quanto viene rappresentato attraverso domande alle quali non si può dare risposta e che, tuttavia, generano conoscenza.
Il pubblico in quanto tale ha una responsabilità critica.
Màntica la chiede con l’aiuto e la guida di un critico.
Tra le edizioni passate e quella di quest’anno c’è una forte continuità ma l’attenzione si sposta completamente sulla capacità del pubblico di osservare e leggere.
Per cui Màntica non è più un festival ma un osservatorio.
Per realizzarlo occorre abituare lo sguardo.
Con esercizi.
Esercizi critici.

Non so cosa accadrà il prossimo anno.
Sogno la creazione di un’accademia stabile, con dei principi che pur regolandone l’esistenza, non cessino di sovvertire l’unicità del giudizio.
Non cerco un unico discorso inglobante, ma nel solco della tradizione mi pare sostanziale, oggi, poter prendere singolarmente posizione. Scegliere.
Occorre fare esercizio di apertura, sovvertimento, dislocamento… in una accademia con 13 proposizioni in cui abituare lo sguardo e l’ascolto a un diverso approccio con la realtà e con il proprio desiderio.
Per farlo occorre uno spazio reale che contenga una tensione. Quella del nostro tempo.
In questa edizione di Màntica ho guidato un laboratorio ispirato agli animali.
Uno, in particolare, mi attrae: l’insetto-capricorno la cui larva, per tre anni, abita il tronco della quercia e vive lo spazio che mangia per cui, crescendo dilata lo spazio in cui vive.
Vorrei concepire in questo modo lo spazio dell’accademia e viverlo in base al movimento che si produce. Vivere lo spazio che mangio ed escludere lo spazio che non mangio.
Entro nell’accademia mettendo in moto il mio desiderio.
Creo lo spazio con la mia presenza. Lo spazio non è affidato a chi mi accoglie e mi guida.
Il mio desiderio forma l’accademia e mi forma.
Agli artisti posti alla guida dell’accademia il compito di disgregare, di aprire, spezzare.
Ogni libro deve essere frantumato e ogni storia deve poter generare mille storie.

Màntica si distingue per il rapporto che instaura tra artista-curatore, curatore-pubblico e artista-pubblico. Si esplicita un dialogo aperto pur nella chiara identificazione che può tracciare la linea del curatore. Come si è sviluppato il lavoro con Sandro Pascucci, Enrico Pitozzi, Simone Menegoi, Giovanni Leghissa, Lucia Amara e Sonia Massai?
L’artista deve tacere. Non deve porsi tra la sua opera e il pubblico.
Per questo ho bisogno di studiosi, curatori, critici.
A loro ho affidato Màntica e ciascuno di loro si è posto di fronte alla questione “come relazionare l’opera e il pubblico”: Simone Menegoi, ad esempio, l’ha messa in scena.
Il teatro si attua nel presente, nel pubblico c’è il presente eppure questo presente va reso inattuale.
Per non restare incastrati in un giudizio che nell’immediatezza porta con sé il peso del cliché e del luogo comune.
La complessità di ogni linguaggio artistico sposta la visione della realtà ed esige uno sforzo che il critico non può semplificare dando delle informazioni, delle spiegazioni che riducono la complessità.
L’osservatorio non può riunire le opere in un unico tempo e renderle omogenee in un unico spazio.
Anche il linguaggio critico deve, ogni volta, conservare con un’invenzione la specificità propria e dell’opera.
Màntica chiede a Sandro Pascucci, Enrico Pitozzi, Simone Menegoi, Giovanni Leghissa, Lucia Amara e Sonia Massai questo sforzo.
Per non rinunciare alla bellezza dell’opera.

Ludus Gravis Ensemble Performance con coreografie di Italo Zuffi / Simone Menegoi Italo Zuffi Strata di Maria Donata D'Urso II - Foto Laura Arlotti Fabrizio Ottaviucci

*alcune immagini da Màntica (clicca per ingrandire)

Màntica ha assunto il titolo Stele di Rosetta e il sottotitolo La leggibilità dell’opera d’arte. Traspare la volontà di dare respiro allo spettatore, al suo ruolo in relazione all’opera. Quest’attenzione è punto centrale anche della sua ricerca: lo scorso anno le è stato conferito il Premio Speciale Ubu per “la pluriennale ricerca […] – si legge nella motivazione – capace di porre sempre nuove domande al mondo del teatro. E per i festival Màntica e Puerilia, la cui concezione si connota come laboratorio e condivisione del proprio processo creativo, in dialogo con differenti artisti e con portatori di altri saperi”. Si annulla ogni possibile confine temporale in cui racchiudere un festival, ma pur nella brevità, Màntica ha un ruolo importante, ovvero quello di divenire luogo esperienziale.
Mi affascina in Shakespeare il suo costante interrogarsi sull’arte mentre la poesia traccia il racconto.
All’interno di un perimetro narrativo, di un confine estetico pone contemporaneamente domande all’uomo e all’arte. Colloca bellezza e orrore vicini sospendendo il giudizio per testimoniare, con l’arte, la ferita. Il dilemma tra bene e male, tra bello e brutto.
E lì creare una tensione che deve rimanere tale, rinnovandosi continuamente per non cedere all’abitudine.
Questa tensione credo sia la forza esperibile dell’arte.
La si può non solo vedere, osservare, ascoltare ma viverla perché ci riguarda.
Tocca ciò che cerchiamo, desideriamo.
Desideriamo?

Il mio lavoro mira costantemente alla creazione di un confine dentro cui collocare il mio desiderio: cercare una voce.
Ogni spazio è, perciò, per me il suono di una voce.
La decifrazione della stele annulla la molteplicità delle voci e lo spazio della stele diventa uno.
Màntica deve porre sempre nuove domande e, per farlo, deve cambiare, sfuggire alla rigidità di una sola interpretazione e assumere le cose della realtà dal loro punto di vista.

Nel corso di Màntica abbiamo avuto l’occasione di assistere a Macbeth su Macbeth su Macbeth. Uno studio per la mano sinistra [leggi la recensione], al quale è seguito l’incontro con Sonia Massai e in cui è stato osservato come dalla frammentarietà del testo lo spettacolo riesca a restituire unità all’opera. Come si è sviluppato il lavoro sulla drammaturgia?

Macbeth su Macbeth su Macbeth - Foto di Luca Del Pia

Macbeth su Macbeth su Macbeth – foto Del Pia

Ho un’attrazione verso questo testo da tantissimo tempo, poi cinque anni fa ho incominciato a leggerlo avvalendomi di più traduzioni. All’inizio ho lavorato intorno a Macbeth con i ragazzi delle scuole superiori di Cesena ma senza raccontare loro la trama; doveva nascere da loro il desiderio di andare a scoprire la storia.
Con il passare del tempo il testo mi si è spezzato tra le mani e alcune frasi si sono ingigantite.
La prima è stata “Nulla è per me tranne ciò che non è” che andava a congiungersi con una frase di Conrad a cui, in quel periodo, pensavo spesso e che diceva più o meno così: quando scrivo devo rendere giustizia alla realtà, mettere nella scrittura anche ciò che non si vede.
Mi capita spesso di sentire che ciò che si vede è spinto da ciò che non è visibile grazie all’esperienza di lavoro avuta con Scott Gibbons nella preparazione dei suoni costruiti per la Tragedia Endogonidia.
Le tracce che avevamo ideato avevano una struttura talmente stratificata che, a seconda dello spazio nel quale venivano suonate, ogni volta cambiavano mettendo in luce sonorità che erano sempre presenti ma che lo spazio rendeva inudibili.
C’è stata una seconda fase di lavoro di Macbeth, nata dall’incontro con gli attori dell’ultimo anno di una scuola di Rennes. In quell’occasione unii Macbeth all’ornitologia.
Eppure tutte le fasi di lavoro di Macbeth non hanno mai cercato il finale.

Ho accumulato pensieri, trascritto azioni, selezionato movimenti finché ho incominciato la produzione vera e propria dello spettacolo con Anna (Molina) e Agnese (Scotti) in uno spazio completamente spoglio. Lì dovevo vedere la traccia nascosta.
Lì dovevo sentire la presenza del fantasma.
Dovevo vedere ciò che non c’è.
Macbeth tradisce, ossia sposta il Re da un’altra parte.
In questa tragedia il Re si sposta continuamente, da una bocca all’altra. Da un corpo all’altro.
Io stessa ho tradito l’opera entrandovi dentro e divorandone – come l’insetto-capricorno – solo una parte.
Come si può pensare di mettere in scena un classico se non riconoscendo che lo si può fare solo in parte?
Per poterlo cercare continuamente.
Entrare in Macbeth è stata un’esperienza che mi ha mutato. E una parte di me si è consumata.
Per questo alla fine metto in scena la mia morte creando un sottile equivoco: rompere l’illusione e far credere che mi sento davvero male. Il reale bussa e l’arte lo accoglie.

Macbeth su Macbeth su Macbeth - Foto di Luca Del Pia

Macbeth su Macbeth su Macbeth – foto Del Pia

In Macbeth vi è un continuo (tutt’altro che impertinente) dialogo con il pubblico: dalle attrici che entrano in scena per nascondersi, fino al richiamo finale di un “noi”. Un modo di portare dentro lo spettatore – anche con le immagini – ma senza alcuna imposizione, appunto allontanando il voi ed evocando un noi.
Macbeth siamo tutti noi. Non uccidiamo il re ma desideriamo e per il desiderio che portiamo compiamo degli spostamenti. Il to make ha una notevole frequenza in questa tragedia: Macbeth è dannato al fare anziché all’essere, ma il fare non ha nome per cui, non potendolo nominare e conoscere si avvicina al suo contrario: non fare. Tra fare e non fare si rinnova ostinatamente l’incontro con le sorelle fatali. Un continuo inizio e una continua fine.
Credo che “Macbeth” ci chieda di stare tra fare e impossibilità del fare, nel vuoto che l’attimo del tra crea.
Il tra è come la piccola macula cieca del nostro occhio.
Lì il giudizio è sospeso e ritorna il caos delle possibilità. Tra agire e non agire, tra bello e brutto, tra bene e male, tra un Re e un altro Re c’è un uomo, noi, Macbeth.
Non solo.
Stare nella macula cieca è la scelta che Macbeth rivolge all’arte oggi: aprire una ferita sapendo di non poterla risanare, per testimoniarla come palpito, come lacerazione.

Nello “spazio” del Macbeth, sono tante le collaborazioni che si sono instaurate…
In quello spazio perdo il mio nome. Voglio perderlo il mio nome. Cercare altri nomi e suddividere con loro il peso di questa ricerca che non può avere una fine. È un atto senza nome

Tornando a Màntica, la leggibilità dell’opera d’arte a cui i curatori assegnano differenti esperienze nel corso di questa edizione, porta anche a delle scelte nei confronti dei soggetti coinvolti – penso ad esempio all’incontro che ha seguito la visione del lavoro di Alessandro Bedosti, rivolto agli adolescenti.
Lo sguardo ha un’età e all’età si addicono certi discorsi.
La potenza della fragilità del lavoro di Alessandro non poteva reggere un discorso adulto.
Lo avrebbe soffocato.
E ha scelto l’apertura dei giovani.
Florenskij, prima di morire, ha scritto una lettera ai suoi figli invitandoli ad avere uno sguardo in grado di cambiare continuamente punto di vista rispetto all’oggetto analizzato.
Sì, occorrono più ottiche. È necessario uno sguardo metrico che metta accenti e isoli le parole per poi entravi dentro.

C’è un ricordo, un’immagine capace di raccontare la storia di questi sette anni di Màntica?
In questi anni Màntica ha ospitato bravi interpreti che mi hanno dato la possibilità di dimenticare Màntica e il pensiero che lo regge.
Ci sono stati momenti di emozione inaspettata. Arriva, passa e va, generando il puro piacere dell’essere.

Intervista a cura di Elena Conti

In seguito all’incontro con Chiara Guidi, Il tamburo di Kattrin ha proseguito la riflessione andando ad approfondire i progetti curatoriali ideati per Màntica 2014. Continua a leggere:I progetti curatoriali di Màntica 2014
I contributi di Lucia Amara, Sonia Massai, Sandro Pascucci e Enrico Pitozzi.

 

L’Alcesti e il sacrificio per l’altro: intervista a Massimiliano Civica

Una messinscena scarnificata in cui essenzialità e necessità, anche a distanza di tempo, spingono a soffermarsi su Alcesti, l’ultimo lavoro di Massimiliano Civica (leggi la recensione) che per un mese ha restituito vitalità a uno spazio non teatrale molto speciale come il Semiottagono dell’ex carcere delle Murate di Firenze. Quella di Alcesti è una storia di amore e sacrificio, di dolore, di voglia di vivere – e morire – per l’altro, una tragedia greca (a lieto fine) che Civica ha riletto e adattato per le attrici Daria Deflorian, Monica Piseddu e Monica Demuru. “Semplici” sono i concetti su cui si interroga: “una vita ha senso se si è pronti a sacrificarla per le persone che si amano”, proprio come ci spiega il regista. Semplice è il desiderio che ci ha spinto a comprendere a fondo il progetto, a incontrare e approfondire il lavoro con Massimiliano Civica a pochi giorni dal termine delle repliche, provando ad addentrarci in quello che è stato ideato come accadimento – non ripetibile altrove – e andando oltre.

Daria Deflorian e Monica Piseddu (foto di Duccio Burberi)

Daria Deflorian e Monica Piseddu (foto di Duccio Burberi)

Nella scelta di allestire l’Alcesti parli di “un gesto semplice volto a ricreare il contesto giusto dell’andare a teatro”. Come sei approdato a questo testo?
Il testo lo conoscevo già, mi piace il mondo greco, sono quindi cose che frequento e la scelta di questo allestimento ha riguardato un momento della mia vita, credo comune a tutti, in cui ho sentito il dovere e il bisogno di dire qualcosa, qualcosa in cui credo. L’unico teatro politico possibile è un teatro in cui fai una domanda sincera, in cui poni e ti poni delle domande sulle questioni eterne e persistenti dell’uomo. Oggi sono assillato da questa domanda: se debbo morire, cosa può dare senso alla mia vita?
L’Alcesti parla di morte e amore, e di sacrificio. Per molto tempo mi sono interrogato su perché faccio teatro e perché vivo, ma ho scoperto che sono domande sbagliate; sarebbe meglio chiedersi per chi fai teatro e per chi vivi. Solo quando c’è un altro ha senso vivere, solo se si smette di preoccuparsi del proprio Io e si incontra l’altro, la morte è affrontabile. L’Alcesti pone spietatamente una domanda angosciosa di senso, ci chiede di decidere quand’è che una vita ha valore, e credo, ma non ne ho la certezza, che Euripide faccia balenare una risposta che oggi suona scandalosa: una vita ha senso se si è pronti a sacrificarla per le persone che si amano.
Dire che è uno spettacolo “semplice” equivale per me a dire che è un lavoro che riposa sui fondamenti del teatro – sullo spazio, sul testo e sull’attore – e che parla di cose semplici, non per questo banali, che riguardano tutti: la morte, l’amore e la necessità di fare delle scelte. Scegliere è perdere. Non posso avere tutto, fare tutto, essere dappertutto. Non sono immortale. Debbo compiere delle scelte, e fare una scelta vuol dire perdere (veder morire, in un certo senso) tutto quello che non ho scelto. Scegliere vuol dire rinunciare a delle possibilità, ma è l’unico modo possibile di avere “una” possibilità. Oggi mi sembra che si vada invece affermando l’idea per cui non c’è niente da perdere, non è importante prendere delle decisioni perché abbiamo eternamente tutte le possibilità a portata di mano, non si deve più scegliere come vivere perché la società ha reso la morte un tabù a cui è proibito pensare; perché pensare alla morte ci renderebbe dei “cattivi consumatori”, rischierebbe di minare la bulimia da consumo che sostiene le “sorti progressive” di un mondo che sposta sempre più in là “l’ultimissima versione” dei nostri desideri e del nostro appagamento. E allora con Alcesti proviamo a dire cose semplici: c’è la morte, si devono fare delle scelte e (probabilmente) l’unica cosa che dà senso alla vita è vivere per / insieme a qualcun altro.

Al tuo lavoro di traduzione e adattamento dell’opera di Euripide, si è in seguito affiancata la presenza di grandi attrici – Daria Deflorian, Monica Demuru e Monica Piseddu – che hai definito “co-creatrici” della messinscena. Come si è sviluppato il lavoro dalle prove al Rialto Sant’Ambrogio fino all’arrivo al Semiottagono dell’ex carcere delle Murate?
Il lavoro delle prove è sempre molto intimo, è un momento in cui si ha il diritto di annoiarsi o di sbagliare. Non è successo nient’altro che un percorso molto naturale, anche poco tangente al teatro in fondo, di conoscenza reciproca tra me e le attrici.
Il loro apporto alla creazione riguarda il fatto che sono state totalmente libere rispetto al testo, non ho mai dato indicazioni sull’intonazione, ogni sera lo spettacolo è letteralmente diverso. Ho chiesto loro solo di ascoltare ciò che viene detto dal collega e di rispondere, in questo modo – stando a teatro in quel momento, con quel dato pubblico – vengono attraversate da sentimenti, da motivazioni diverse.
Per fare questo è necessario avere prima di tutto grandissime attrici, non attrici-interpreti ma attrici-artiste che ogni sera, andando in scena, si rendono disponibili agli influssi della sala e aperte rispetto al proprio percorso emotivo. Questa fiducia rispetto al fatto che qualcosa accadrà è propria solo di grandi attori.

Come nell’improvvisazione jazzistica…
È esattamente questo: hanno una partitura fisica che è assolutamente rigida, ma lascio a loro decidere il tempo e la qualità con cui compiere un determinato gesto. E non hanno alcuna intonazione prefissata. L’unica regola è quella “dell’ascolta e rispondi”. Non parlano, bensì rispondono in continuazione; solo nella risposta può esserci coerenza rispetto a una domanda fatta.

È quindi un crearsi dello spettacolo sera dopo sera ma, dal 30 settembre siamo quasi giunti al 26 ottobre (l’intervista è stata realizzata a pochi giorni dal termine delle repliche, ndr), cosa è accaduto allo spettacolo in questo mese?
Lo spettacolo è cresciuto in maniera esponenziale, è aumentata la qualità dello stare in scena delle attrici, si sono impadronite totalmente del lavoro. C’è sempre un margine di controllo ma c’è anche la possibilità di esplorare alcuni aspetti di ciò che sentono, dei loro personaggi.
È solo dopo un mese di vero confronto con il pubblico che lo spettacolo inizia ad esserci; le attrici portano ora addosso un vestito che sta loro bene, che sanno portare. Ci vorrebbe sempre questo tempo.

Alcesti Daria Deflorian Monica Piseddu 2 ph D. Burberi

Daria Deflorian e Monica Piseddu (foto di Duccio Burberi)

Come si è sviluppato il lavoro con Andrea Cavarra?
Questo è il terzo spettacolo in cui collaboro con Andrea [Cavarra ha realizzato precedentemente le maschere per Il mercante di Venezia e Un sogno nella notte dell’estate, ndr]. In questa occasione abbiamo però discusso più a lungo e più animatamente del solito, anche se poi, ascoltandoci, ognuno ha accettato di concedere qualcosa all’altro e siamo arrivati al risultato che vedete in scena.
Il punto di disaccordo nasceva dal fatto che secondo lui le maschere che chiedevo erano troppo neutre, volevo infatti che venissero lavorate solo con il colore, senza rughe di espressione. Ha insistito perché riteneva che non sarebbe bastato e mi ha chiesto di fidarmi, non avrebbe toccato le linee in senso plastico, ma – nello specifico – era importante scartavetrare il naso, le sopracciglia e la bocca. Siamo arrivati quindi a dei compromessi, ma lui è stato bravissimo. Ad esempio, ero convinto – un altro procedimento tecnico – che le maschere non andassero bitumate perché credevo che in questo modo venissero segni troppo forti. Finita la prima maschera, Andrea ha deciso di bitumarla e ha avuto ragione. È stato un lavoro di ascolto reciproco, le maschere realizzate sono state davvero frutto di un incontro tra me e Andrea.
In teatro è fondamentale una continuità di lavoro con i collaboratori, solo così si sviluppa un linguaggio comune, anche se ci vuole tempo. Io paradossalmente lavoro con Gianni Staropoli, uno dei più grandi light designer in circolazione, per chiederli ogni volta solo un piazzato bianco… Avere Gianni, un poeta della luce, solo per fargli fare un piazzato bianco fisso sembra un’assurdità, ma lui negli anni ha compreso cos’è per me il piazzato e lo fa in maniera incredibile, senza il “suo” piazzato bianco i miei spettacoli perderebbero moltissimo; è un artista che ha imparato a capirmi, tra noi c’è una dialettica in corso. Lo stesso è accaduto con la costumista [Daniela Salernitano, ndr]: loro sanno perfettamente ciò che voglio, ma lo fanno meglio di come io possa dirlo o anche solo pensarlo.

Durante la visione dello spettacolo mi ha colpito molto il lavoro sullo spazio scenico: dalla costruzione di forme geometriche nei movimenti delle attrici, il tracciare quadrati invisibili a terra dei loro passi, fino alla ritualità della vestizione a vista. Giuseppe Distefano, in una recensione allo spettacolo (leggi l’articolo), fa riferimento ad alcuni elementi del Teatro Nō: possiamo relegare questi elementi a un livello di suggestione personale o ne sei stato in qualche modo influenzato?
È una vostra suggestione [sorride, ndr]. Secondo me ha centrato molto bene la questione Attilio Scarpellini (leggi l’articolo): è come se fosse un rito sognato, immaginato. Cerco di costruire una situazione rituale ma, visto che il rito del teatro è perso, quello che accade in scena è un rito da me inventato che può sembrare che faccia riferimento a una struttura tradizionale preesistente, ma che in realtà è solo un’invenzione.
E in questo rito da me sognato non c’è mai un solo riferimento: ad esempio, il comodino da cui le attrici prendono le maschere, se, da un lato, rimanda alla cerimonia eucaristica, dall’altro rimanda al rito dell’attore che in camerino diventa personaggio. Si ha l’impressione di un riferimento a una ritualità preesistente perché al suo interno il sistema che creiamo è coerente, le sue parti si rispondono reciprocamente, e questa compattezza fa pensare che sia stato “copiato” o tolto di peso da una qualche tradizione spettacolare. Ma in realtà non ci sono più riti, e allora ognuno deve inventarsi il suo.

Daria Deflorian, Monica Piseddu e Monica Demuru (foto di Duccio Burberi)

Daria Deflorian, Monica Piseddu e Monica Demuru (foto di Duccio Burberi)

Credo che lo spettacolo sia talmente aperto e chiuso insieme, che riesce a volte a far accedere al piano del simbolico; questo comporta che ognuno possa vederci quello che vuole, perché c’è coerenza del sistema ma non c’è chiusura in un riferimento unico.
Rispetto al “disegnare quadrati a terra” a cui si può pensare nel momento in cui le attrici entrano (o escono) in scena, questo accade invece perché abbiamo ricreato i tre ingressi tipici del teatro greco: al centro c’era la porta del palazzo mentre ai lati c’erano i parodoi, gli ingressi in scena per coloro che arrivavano dalla città (a destra) o da lontano (a sinistra). Le attrici entrano in scena o escono dalla “porta del palazzo” segnata dai due candelabri ma, se arrivano da qualche luogo esterno, entrano salendo dal lato corto della pedana: non ho fatto altro che ricostruire il sistema del teatro greco, motivo – tra gli altri – che mi ha spinto a scegliere proprio lo spazio del Semiottagono.
Ci sono poi tanti altri elementi che si mischiano. È curioso come per l’uso delle maschere in tanti abbiano parlato di Commedia dell’Arte anche se i loro colori seguono l’uso del teatro greco (personaggi nobili con maschera bianca, servi con maschera marrone e divinità con maschere colorate) e i dialetti parlati dai servi, il sardo e trentino, non hanno nulla a che vedere con i dialetti propri della Commedia all’improvviso.

“Essere dappertutto senza fare alcuna scelta”. Questa è solo una delle considerazioni sulle quali si fonda il progetto Alcesti. Pensi sia possibile – e, se sì, come – scindere lo spettatore dal mercato teatrale? Ovvero, l’opposizione alla tournée può tenere sullo stesso piano la visione bulimica imposta dai festival e la possibilità del singolo di fare una scelta? È anche questo un sacrificio?
L’Alcesti è una cosa piccola che abbiamo deciso di fare a Firenze.
Una volta Thomas Richards mi fece una domanda semplice e geniale, mi chiese: “Ma tu di quanti spettatori hai bisogno per essere felice?”. Non è al successo, al numero di spettatori che abbiamo, al numero di repliche che facciamo che possiamo delegare il senso del nostro fare teatro.
Nel teatro all’antica italiana, quando uno spettacolo andava bene, non si diceva che era stato un successo, ma che era stato un “incontro”. Si diceva: “lo spettacolo ha incontrato”. Il fatto che lo spettacolo sia stato visibile solo a Firenze, in un luogo speciale che non è un teatro, e che sia stato fatto solo lì per un tempo definito, tutto ciò ha aiutato lo spettatore a entrare in una qualità d’ascolto non usuale. Lo ha reso più disponibile “all’incontro”. Il teatro è un’arte transeunte e dovremmo arrenderci a questo. Nel suo essere mortale, il teatro è il grande antidoto all’illusione dell’assenza della morte nel mondo contemporaneo.
Una tournée non avrebbe poi senso: ogni dettaglio dell’Alcesti è stato ideato per uno spazio specifico, ad iniziare dai colori dei costumi e delle maschere, che sono stati progettati e realizzati in armonia con i colori del Semiottagono. Creare tutto questo, nel rispetto della struttura architettonica, ha richiesto molto tempo. Un altro luogo darebbe vita a un nuovo allestimento e a un altro spettacolo.
Quando mi si rimprovera di non voler mandare in tournée questo spettacolo, si scambia la causa con l’effetto: è proprio perché, per una compagnia indipendente, è impossibile far girare uno spettacolo, che abbiamo pensato al progetto dell’Alcesti a Firenze.
Voglio poi dire un’ultima cosa. Alcuni operatori e direttori di teatri mi accusano di “voler sottrarre ad un pubblico più ampio” uno spettacolo così bello. Ebbene sono le stesse identiche persone a cui, circa due anni fa, mi sono rivolto per un aiuto produttivo e da cui mi sono sentito rispondere che ero fuori dalla realtà teatrale se pensavo che al pubblico potesse interessare una tragedia greca con, per giunta, gli attori che recitavano in maschera. In pratica, le persone che mi hanno costretto in un angolo, ora mi rimproverano di starmene in un angolo! Tutto ciò, oltre che paradossale, non è anche offensivo?

Intervista a cura di Elena Conti

Daria Deflorian & Antonio Tagliarini “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”

Esplorando B.Motion Teatro > Daria Deflorian & Antonio Tagliarini Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni

Un tentativo di attraversare gli spettacoli di B.Motion Teatro 2014: una rete di questioni, temi, rimandi e pensieri intorno ai lavori in programma al festival. Con la collaborazione di artisti, ospiti, operatori e spettatori.

> fonti
> citazione
> playlist
> extra

fonti
[utilizzate all’interno dello spettacolo]
L’esattore di Petros Markaris

citazione
[una frase tratta dallo spettacolo]
«Il caos è fuori, dentro c’è un semplice no».
«Togliersi la vita è un diritto? Uno può essere disperato o se ne deve vergognare».

playlist
[una canzone dallo spettacolo]


Anthony Quinn – Zorba The Greek di STARDUST72

 

extra
[spunti per approfondire lo spettacolo, il lavoro del gruppo, il percorso degli artisti]

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Rossella Porcheddu («Che teatro fa – Repubblica.it»)
Parla Petros Markaris, “Camilleri” greco: dove sono finiti gli intellettuali europei? C’è solo la voce degli economisti di Vittorio Da Rold («www.Ilsole24ore.com»)

L’Alice di Ilaria Dalle Donne: una “figura” in movimento

è l'ora del thè - foto di Antonella Trevisan

E’ l’ora del thè _foto di Antonella Trevisan

In occasione della residenza artistica a Teatro Fondamenta Nuove, realizzata nel mese di febbraio, Ilaria Dalle Donne ha ideato un percorso di visione per introdurre gli spettatori al “duro” ring di Alice disambientata, una intensa rimeditazione fisica e mutante dell’omonimo libro di Gianni Celati. Nell’arco di pochi giorni è stato possibile, infatti, fare una breve sosta allo spazio WeCrociferi (un bellissimo palazzo veneziano) per la performance È l’ora del thè, e assistere alla presentazione del lavoro. A partire dalle bambine con marshmallow e mele candite, intente a suonare il violino o a bere del tè, Ilaria Dalle Donne ci ha guidati nella ricerca di una Alice meno fantastica anche se fantasmagorica. Terrenamente “disambientata”. Oltre a raccontarci l’esperienza veneziana, l’autrice e interprete veronese ha approfondito anche il processo creativo e la sua ricerca artistica.

Da cosa è scaturito il desiderio di creare un percorso – attraverso delle tappe d’incontro – prima della presentazione di Alice disambientata a Teatro Fondamenta Nuove?
Alice disambientata è uno spettacolo solista; per Alice è un ritrovarsi da sola e prenderne coscienza. Ho trasferito questo pensiero in teatro: tutti fanno il proprio lavoro, hanno un luogo da gestire, uno spettacolo da fare, e si formano così dei nuclei molto chiusi, autistici.
Mi piacerebbe che si creassero delle reti tra Venezia e Verona, tra Verona e Milano, ecc. perché credo che funzionerebbe meglio. Le occasioni che possono far nascere queste relazioni esistono già, ma chi lavora all’interno di un contesto ne perde i confini. Questo è diventato per me un micro-obiettivo: per far girare uno spettacolo e farlo vedere al maggior numero di persone, “io” divento un mezzo e, come Pollicino, creo un percorso e dei contatti.
Gli appuntamenti veneziani sono stati un esperimento; lo scorso anno ero già stata al S.a.L.E. Docks con #2 Appunti scritti a penna sul palmo della mano, un primissimo embrione di Alice e questo precedente ha consentito di tracciare un legame con Teatro Fondamenta Nuove. La massima collaborazione ha consentito di fare incontrare diversi pubblici.
Questo concetto è presente anche in Alice nel paese delle meraviglie: Gianni Celati scrive che «Alice è figura in movimento», questo crea già una rivoluzione (non politica), genera uno spostamento che travolge le cose inserite in una geometria. Lo stesso vale anche per lo sport: l’atleta è legato al movimento, anche se più fisico e meno concettuale, l’obiettivo è fissato nello spostamento da un punto all’altro. Cercare l’altro, non voler marcare un punto, vuol dire per Alice disambientata togliersi di dosso tutte le regole istituzionali e familiari, le identità posticce, perché soltanto nel nulla vi è la coscienza di ciò che si è. Alice trova questo nel tè delle cinque, dove non c’è il tempo, in quell’unico momento di non controllo, c’è controllo.

Alice disambientata_foto di Davide Provolo

Alice disambientata_foto di Davide Provolo

Come hai lavorato sull’Alice disambientata di Gianni Celati?
Il testo di Celati è uno scritto collettivo, sono quindi tutte frasi spezzate. La prima volta l’ho letto dall’inizio alla fine, come mi hanno insegnato, poi ho iniziato ad aprirlo casualmente. È stato un lavoro di ascolto sulle parole scritte, sui pensieri che non volevano mai porre di fronte a una conclusione, ma erano solo delle suggestioni. Tra i riferimenti su cui ho lavorato vi è certamente la concezione di Alice come una figura (non diventa mai un essere umano, un qualcosa di finito); l’idea di un contenitore, di un percorso a zig-zag, di una ricerca emotiva (molto affettiva), una ricerca di un’identità abbandonata e persa; e ancora, tutte le suggestioni sul Bianconiglio.
Ho cercato di tener presente tanto il testo quanto quella che era la mia ricerca, un’indagine su una nuova forma, un modo di stare, di parole da dire ma senza dirle. Alice disambientata sottolineava proprio il fatto che la parola stessa è una regola convenzionale e questo mi ha dato la forza di seguire il mio cammino senza la parola, mettendomi in bocca un paradenti.
La mia volontà era di consegnare alla parola la stessa sostanza diretta di un sogno; come quando lo si racconta – quando è ancora sotto la lingua e se ne sente il gusto – e nel descriverlo con le parole non è mai ciò che si è vissuto, sembra sempre un po’ troppo poco brutto o un po’ troppo poco bello. Alice disambientata deve restare sottopelle, è il suo unico posto perché non può essere nello stomaco, nel cuore o nel cervello, Alice ha bisogno di appropriarsi e andare via.

Dai 20 minuti presentati alla finale del Premio Scenario 2013 a Santarcangelo, allo spettacolo che hai portato a Fondamenta Nuove, Alice disambientata ha seguito un’evoluzione, un cambiamento. Qual è stato il lavoro di questi mesi?
La necessità di cercare una mia forma, di affondare la lama su questo esempio del sogno, mi ha aiutato tanto nella creazione. Ho iniziato a pensare a cosa, questa suggestione, si potesse avvicinare di più nella vita quotidiana: non volendo attribuirgli alcun riferimento onirico ho escluso la poesia, e la cosa che ho trovato più simile (e terrena) è stata la musica. Anche un brano commerciale riesce a muovere qualcosa dentro di te; la sonorità, i bassi uniti agli alti, le sette note… credo sia questa l’unica cosa che ti entra o ti respinge, che può diventare un bellissimo o un bruttissimo sogno.

Alice disambientata_foto di Davide Provolo

Alice disambientata_foto di Davide Provolo

È stato questo il motivo che ti ha spinto a lavorare sul rapporto tra musica e scena?
Sì, sto lavorando tanto sulla musica. Lo spettacolo è diventato prima musicale, una colonna sonora. Quando trovavo le canzoni adatte e ne andavo ad analizzare il testo, anche le parole erano perfette, si adattavano perfettamente ad Alice: la doppia voce – maschile e femminile – di Baby’s on fire (di Die Antwoord, ndr), è Alice e il Gatto del Cheshire; Digital Versicolor di Glass Candy, è l’entrata nel mondo di Alice; per non parlare poi di In Heaven (da Eraserhead di David Lynch, ndr) o di Crying di Roy Orbison. Quest’ultimo brano è stato scelto anche in riferimento al primo, sono infatti la prima e ultima canzone di Gummo di Harmony Korine, un film tanto lavorato sulla colonna sonora.
Ora sarà fondamentale approfondire la costruzione e la geometria del movimento in relazione alla musica, così come la parte finale in cui la parola si appoggia alla canzone. Anche in SWEET HOME  ho lavorato con l’immagine e il suono, come se la musica lasciasse più spazio al pensiero e ti mettesse in collegamento con ciò che senti.

Trasversalmente alla creazione, stai realizzando anche dei progetti laboratoriali, in collaborazione con l’Ospedale di Borgo Roma di Verona.
È iniziato questo percorso molto spaventoso ma estremamente interessante, in due reparti dell’Ospedale. Ero stata chiamata inizialmente per il reparto di Neuropsicologia in cui fanno tanta fisioterapia perché la maggior parte dei pazienti ha subito degli ictus e ha quindi una parte del corpo paralizzata da riabilitare, da riabituare. In tanti casi non ci sarà una guarigione totale, anzi nell’ictus si verifica una suddivisione netta tra la persona di prima e la persona di oggi, quest’ultima si riconosce solo in ciò che era.
All’interno di questo reparto vi è l’associazione A.l.i.c.e Verona Onlus che mi ha chiesto di fare un laboratorio teatrale senza alcuna pretesa rispetto alla consapevolezza di questo nuovo sé, ma semplicemente per dare la possibilità di uscire da una dinamica di ospedalizzazione pesante. Per loro infatti, la cosa più bella del mondo è essere messi in una macchina che ricrea il movimento e, di conseguenza, vorrebbero essere una macchina. Dopo vari colloqui con i medici e i fisioterapisti, ho pensato di proporre un laboratorio legato totalmente al movimento, senza alcuna finalità, quasi psicomotricità, tutto però seguendo la musica. Quando mi muovo io ho un mio ritmo, ho degli impulsi legati al carattere, non sono fluida, loro sono molto più a zig-zag di me, questo è dettato sia dal loro movimento odierno, sia da una carica emotiva molto forte. Si crea così un altro ritmo, una loro musica.

E poi vi è l’altro laboratorio…
In seguito alla presentazione del laboratorio in Neuropsicologia, una dottoressa del reparto di Disturbi del Comportamento Alimentare (sempre in Borgo Roma) mi ha proposto di fare un laboratorio di 10 incontri con le ragazze. Ho cercato di trovare una linea laterale al problema perché quando lavori in situazioni di terapia, il rischio è che diventi “teatro curativo”.
Ho cercato allora di strutturare il laboratorio in modo non inclusivo, ma sempre rivolto al movimento, esterno, da un punto verso un altro. Ho chiamato questo percorso Fallen princess, facendo riferimento a un progetto graffiante della fotografa Dina Goldstein (www.fallenprincesses.com), con fotografie di principesse – da Cenerentola a Biancaneve – rappresentate nel momento della loro fine.
Le ragazze sono tutte giovanissime, dai 16 ai 21 anni, e hanno occhi che sembrano urlare una necessità di espressione, senza però sapere come sia possibile farlo. Questo è l’aiuto che sembrano chiedere.

E come possono essere sufficienti 10 appuntamenti con loro?
Non bastano.

Va riconosciuta tuttavia all’ospedale un’apertura, l’attenzione verso un teatro che non sia unicamente inteso come terapia…
Questo è molto bello e la paura è legata al non cadere mai nel facile. È uno stimolo continuo a non fermarmi alla prima idea perché non è mai quella giusta. Questo dovrebbe valere anche nella creazione di uno spettacolo, indagare e andare oltre la prima suggestione.
E poi imparo, imparo da tutte e tutti loro.

Intervista a cura di Elena Conti

Le possibilità di abitare un territorio: l’esperienza del Teatro Astra di Vicenza

Lo scorso dicembre, in occasione di una residenza artistica dei Fratelli Dalla Via al Teatro Astra di Vicenza, abbiamo avuto la possibilità di riflettere con gli artisti e con la direzione sulle molteplici sfaccettature che emergono dalla programmazione dell’Astra: dalla relazione con il territorio al dialogo instaurato con il contesto nazionale, si manifesta un percorso volto ad annullare alcune distinzioni oramai remote, lasciando emergere le specificità della realtà vicentina. All’incontro erano presenti Carlo Presotto, direttore artistico de La Piccionaia – I Carrara Teatro Stabile di Innovazione, Sergio Meggiolan che, affiancato da Nina Zanotelli, cura la programmazione del teatro e Gloria Marini, responsabile della comunicazione.

teatro_astraIl fil rouge che collega la stagione 2013/2014 al percorso che da alcuni anni sta intraprendendo il Teatro Astra nel tentativo di raccontare un’umanità attraverso i linguaggi del contemporaneo, si declina quest’anno nel titolo SIAMO UMANI. Homo sum. Humani nihil a me alienum puto – ovvero – siamo esseri umani, niente che sia umano ci è estraneo.
Da Saverio La Ruina a Tindaro Granata, dai Motus a Fanny & Alexander, i protagonisti della stagione si mettono in dialogo con i molteplici soggetti coinvolti nei percorsi di formazione e approfondimento ideati dall’Astra. Generi e generazioni a confronto per ripensare il rapporto tra palco e platea e per restituire, sia al pubblico appassionato che alle realtà del territorio con le quali sviluppare tematiche e riflessioni, il valore dell’opera teatrale.

«Abbiamo iniziato a condividere dei percorsi, a fare strada insieme alle varie comunità di spettatori, perché – racconta Carlo Presotto – a un certo punto ci siamo interrogati sulla responsabilità verso coloro che consideravano la nostra presenza come un collettore, uno snodo di rete nella ricerca sui linguaggi artistici tra il resto del mondo e Vicenza, e viceversa. Il nostro pubblico è molteplice per età e motivazione: giovani e adulti; genitori e bambini che si interrogano sul loro rapporto tra generazioni e, per crescere insieme, cercano esperienze da condividere; poi persone che si occupano di educazione e formazione, e infine tutta l’area del sociale ovvero il teatro che crea comunità. Tutti questi elementi fanno sì che si crei una piazza».

Nasce in questo contesto il progetto Fabbricateatro, un percorso laboratoriale-formativo curato da Ketty Grunchi, che incrocia le tematiche degli spettacoli e vede la partecipazione di alcuni degli artisti in cartellone. Come anticipato, la circostanza che ci ha fatto confluire a Vicenza, è stato infatti un appuntamento inserito all’interno del progetto in cui i laboratoristi hanno avuto l’occasione di incontrare Marta e Diego Dalla Via, impegnati a lavorare allo spettacolo Mio figlio era come un padre per me, progetto vincitore del Premio Scenario 2013.

Mio figlio era come un padre per me - Fratelli Dalla Via

Mio figlio era come un padre per me – Fratelli Dalla Via

Se alla grande richiesta di persone che vogliono fare teatro, le realtà teatrali vicentine rispondono con una molteplicità di proposte di formazione, Fabbricateatro cerca di ampliare la sua progettazione districando una delicata questione che riguarda la partecipazione e la fruizione di spettacoli da parte di coloro che il teatro lo vorrebbero fare: «Abbiamo cercato di articolare la proposta formativa – spiega Sergio Meggiolan – cercando un modo per portare a teatro chi il teatro lo vuole fare, a vedere lavori riconosciuti a livello nazionale e linguaggi differenti, costruendo una scuola non con l’obiettivo di arrivare a un progetto finale che ha sì un’identità artistica che è quella di Ketty, ma che possa fare interagire questi ragazzi anche con altre modalità, che sono quelle degli artisti che passano all’Astra, rendendoli più partecipi».

Continua a ripresentarsi il concetto di partecipazione, lo stesso che consente a Presotto di fornire una lettura lucida dell’idea di “visibilità” non in quanto potere astratto, ma come poter fare. «La visibilità è crudelissima, chiede di stare dentro a delle cornici imposte dal linguaggio del visibile (come può essere quello dei media), l’altra strada è invece quella dell’invisibilità: lavorare non solo sul linguaggio dell’arte, ma sulla domanda che genera una necessità di mettere in scena degli argomenti. Quando si riescono a cogliere le richieste di un territorio e a portare in scena quel tema forte, il pubblico partecipa non perché richiamato da un meccanismo di convocazione mediatico ma perché vi è un passaparola a livello orizzontale. Si creano intrecci culturali grazie a dei percorsi che mettono in relazione abitanti e artisti, e per fare questo è necessario abitare tanti luoghi fuori dal teatro».

Gloria Marini si sta occupando di capire come presentare il lavoro al territorio, cercando di trovare di volta in volta delle strutture di riferimento che possano avere necessità di seguire la programmazione dell’Astra non tanto per il fatto che questi soggetti “comprino un biglietto”, quanto piuttosto per attivare una riflessione importante sul coinvolgimento di realtà interessate, con le quali sia possibile ideare progetti futuri.
ASTRAGRANDE«La comunicazione è una cosa in sé – spiega Gloria – né scontata né facile, per la quale è molto importante conoscere la realtà in cui si lavora, sia a livello locale che nazionale. Io vedo una prospettiva lunga e positiva su cui lavorare per fare emergere le connessioni possibili, aprire e moltiplicare queste reti, volta alla creazione di una mappatura, fondamentale per un terreno in grado non solo di ricevere ma anche interagire con la proposta teatrale».
Ciò che è importante quindi, e che emerge da questo prezioso confronto, è la qualità del mettersi in ascolto con il territorio, che contraddistingue il lavoro de La Piccionaia. È una situazione strettamente connessa alla specificità territoriale di Vicenza che – come viene sottolineato – ha vissuto negli ultimi 10 anni un’esperienza di democrazia partecipativa nata dal tema della base americana. «Sembra che non c’entri niente con il teatro, in realtà – conclude Presotto – dato che è il terreno in cui si lavora, questa esperienza ha creato occasioni in cui le persone si sono confrontate tra loro, tra diverse generazioni e diversi linguaggi sul singolo rapporto della persona con il mondo e questo ha generato una specie di laboratorio di cittadinanza. Se il sistema teatro si arricchisce di queste componenti, è naturale che gli artisti abbiano occasione di abitare i luoghi del territorio. Questa peculiarità di Vicenza, forse provvisoria, fa sì che il teatro possa essere uno degli elementi per dare voce a ciò che senti».

Elena Conti

Scenario 2013: canti e preghiere della nuova Generazione

Mio figlio era come_8piccola

Mio figlio era come un padre per me_foto Fratelli Dalla Via

Lo scorso dicembre, al Teatro Franco Parenti di Milano, ha debuttato la Generazione Scenario 2013: degli studi scenici di venti minuti dei progetti vincitori e segnalati del Premio che abbiamo seguito nel mese di luglio alla finale svoltasi a Santarcangelo, sono stati presentati ora i lavori compiuti.
Se si parla di prime rappresentazioni «è perché – come si legge nel comunicato dell’Associazione Scenario – il Premio, da questo momento passa il testimone, augurandosi che la scena italiana raccolga la ricchezza dei suoi risultati». Un percorso che nella sua complessità affascina e incuriosisce: il progetto nazionale infatti, attento ai linguaggi teatrali delle nuove generazioni, si sviluppa attraverso tappe di selezione (dalla fase Istruttoria affidata a Commissioni zonali, alla Finale) consentendo ai giovani artisti di accostare la creazione artistica a importanti momenti di incontro e confronto con i soggetti teatrali che costituiscono il gruppo associato di Scenario.
Questa è la storia – forse pretenziosa nel tentativo di unire brevità e chiarezza – del Premio che, giunto oggi alla 14esima edizione, ha contribuito a fare emergere artisti quali Emma Dante, Babilonia Teatri, Scena Verticale, Teatro Sotterraneo, Anagoor e molti altri.
Il processo del Premio ha reso possibile la visione degli studi scenici con appuntamenti aperti al pubblico nelle diverse fasi di creazione e al debutto milanese ha messo in luce una co-responsabilità, tanto degli artisti quanto degli spettatori, nella lettura della contemporaneità attraverso il linguaggio teatrale. A coloro che fino a questo momento hanno incontrato e selezionato i progetti, i membri dell’Associazione, è legato invece, anche se solo in forma di buon senso e non di regolamento, l’interessante percorso di accompagnamento che molteplici realtà hanno deciso di intraprendere con le compagnie selezionate.

Tornando a Milano, il dialogo ha riguardato principalmente scena e platea. Stazionare, lasciarsi guidare dai tempi di passaggio da un lavoro all’altro, guardare e ascoltare i protagonisti, comprendendo inoltre le difficoltà tecniche in una così complessa organizzazione, ha caratterizzato la giornata in cui sono stati presentati tutti e quattro gli spettacoli. Ben lontano da una maratona teatrale, l’evento al Franco Parenti si è rivelato fondamentale per comprendere cosa si intenda per “passaggio di testimone”: dalla finale al debutto i lavori si sono ridefiniti, sono cresciuti, hanno in alcuni casi dissolto ipotesi di sviluppo di coloro che ne avevano immaginato una conclusione a Santarcangelo ma, ancora più importante, la consequenzialità ha consentito di porre in risalto la corrispondenza di tematiche e poetiche nei diversi progetti che ha portato la Giuria a declamare i vincitori.

M.e.d.e.a. Big Oil_foto marie roual_Collettivo InternoEnki

M.E.D.E.A. Big Oil_foto Marie Roual

I concetti di religione e di tempo sembrano emergere con forza dalla visione: dal Gesù Cristo che “quatto quatto” ha abbandonato la terra lucana in M.E.D.E.A. Big Oil del Collettivo InternoEnki alle preghiere che si susseguono nei diversi lavori, una fede atea si presenta sulla scena in contrapposizione a una sfiducia apatica, inaccettabile per questi sguardi sul presente.
Elemento peculiare per la drammaturgia della Generazione Scenario 2013 è il recupero di una forma di scrittura permeata di crudezza e ironia che oltre a trarre riferimenti dai linguaggi mediatici dell’oggi consente uno slittamento di significato attraverso l’adattamento di testi religiosi: la parola si accosta all’energia esplosiva del gesto e sentimenti quali il dolore, l’ira, la paura e la rabbia trovano espressione nella reinterpretazione di preghiere e canti.
Il Padre Nostro che ha come soggetto un padre di famiglia, falegname e imprenditore veneto, nella riscrittura dei Fratelli Dalla Via di Mio Figlio era come un padre per me; il canto corale degli invitati alla festa di matrimonio in trenofermo a-Katzelmacher di nO (Dance first. Think later) con cui si declama tutta la rabbia provata per coloro che non sono benvenuti alle nozze; la preghiera di M.E.D.E.A. Big Oil con cui l’autrice Terry Paternoster recupera un legame profondo tra terra e cielo, fede e vita, sono la reinterpretazione di filastrocche dal carattere religioso per esprimere enunciati di ribellione grazie alla ritmicità delle parole.

Nei tre lavori finora citati si imprime con altrettanta incisività il concetto di tempo nello sviluppo scenico dello spettacolo. Il vincitore Mio figlio era come un padre per me, un’istantanea amara di un nordest che sta attraversando una crisi economica, sociale e generazionale, presenta Marta e Diego Dalla Via – autori e interpreti – immobili pur nella frenesia di un movimento inquieto, per noia o insofferenza. Gesticolazioni ampie, passi ginnici, movimentazione della scenografia a vista – pile di cassette d’acqua a formare totem o croci, simboli che rimandano al discorso religioso – accostati a un linguaggio diretto e spezzato, forte e incisivo in un tempo sospeso.
Circolare, a tratti ridondante ma certamente emozionante, è la ritualità che caratterizza M.E.D.E.A. Big Oil. Terry Paternoster alla guida del Collettivo InternoEnki, vincitore del Premio Scenario per Ustica, fornisce una cruda rappresentazione della Basilicata odierna attraverso la rielaborazione del mito di Medea. In un luogo devastato dalle trivellazioni, in cui la Madre-Terra sembra ora tradire e avvelenare i suoi abitanti, il gruppo presenta con forza il parallelismo tra ostinazione e impossibilità di reazione grazie all’alternanza di coralità e singolarità. Dalla voce che si infrange in un sottofondo di lamentazione, all’apertura e chiusura che scandisce la coreografia, la struttura del lavoro si sviluppa per quadri, presentando un ritmo fortemente dettato.
Bloccati, nel vero senso della parola, sono invece i ragazzi di trenofermo a-Katzelmacher, il lavoro riconosciuto con una segnalazione speciale del Premio Scenario 2013. Nella riscrittura del testo di Fassbinder, la compagnia nO (Dance first. Think later) utilizza il dialetto privandolo di qualsiasi velleità poetica o teatrale, le barriere che dividono teatro e realtà vengono frantumate per restituire lo spaccato di un paese del Sud in cui qualunque cosa può accadere senza lasciare traccia. Vecchi binari di una ferrovia, un altoparlante e dieci attori per raccontare l’evanescenza e la fragilità umana e sociale.

W (prova di resistenza)_foto di tomaso mario bolis_Beatr (2)

W (prova di resistenza)_foto Tomaso Mario Bolis

L’ulteriore segnalazione speciale è andata a W (prova di resistenza) di Beatrice Baruffini a cui non è stato fatto ancora riferimento. Se la visione degli spettacoli finora presentati ha consentito di tracciare facilmente dei punti di relazione e contatto con la contemporaneità, questo lavoro segna innanzitutto una distanza temporale, raccontando la resistenza degli abitanti di Parma all’aggressione dei fascisti guidati da Italo Balbo nel 1922. Ma a fare la differenza non è stata unicamente la tematica trattata: sul palcoscenico del Franco Parenti la poesia e la delicatezza che aveva caratterizzato il progetto alla finale di Santarcangelo ha risentito della dilatazione e l’autrice e interprete parmense non è riuscita a raggiungere il pubblico con la stessa energia. Se «capita raramente – come recita la voce narrante di W (prova di resistenza) – che un intero gruppo di mattoni forati riesca a resistere a un carico studiato apposta per sgretolarli. Quando questo succede è una rivoluzione», lo stesso augurio è rivolto alla Generazione Scenario 2013.

Elena Conti

Gli articoli sulla Generazione Scenario 2013:
Premio Scenario 2013: sguardi rivolti alla contemporaneità
→ Intervista alla Generazione Scenario 2013
Souvenir#1 dal Premio Scenario 2013
Souvenir#2 dal Premio Scenario 2013

Marketplace 76: i brandelli della società contemporanea

foto di Wonge Bergmann, Ruhrtriennale 2012

foto di Wonge Bergmann, Ruhrtriennale 2012

Un anno fa, nella piazza del mercato di un piccolo paese, esplose un bombola del gas che causò la morte di 24 persone, tra cui tanti bambini.
Inizia così, con la narrazione di una tragedia, Marketplace 76, il lavoro che Jan Lauwers ha presentato al 42. Festival Internazionale del Teatro di Venezia. Al centro della scena una fontana: il vuoto che si crea dal disegno perimetrale di tavoli disposti a quadrato, una «fontana che dovrebbe donare amore, ma è arida come l’anima di un piccione morto». Attorno: molteplici stazioni teatrali per restituire una visione multifocale, cifra stilistica propria della Needcompany, riproposta in questo nuovo progetto a riprova del fatto che «nel palco non c’è un centro unico – come racconta il regista all’incontro svoltosi a Ca’ Giustinian, il giorno seguente la rappresentazione – il pubblico può scegliere cosa guardare. Non si comunica con la platea, ma con lo spettatore singolo».
Dopo Isabella’s room – lavoro del 2004 ospitato dalla precedente edizione della Biennale Teatro (2011) – la poetica della compagnia belga torna a investire lo spettatore che, se da un lato si trova sovraccaricato dal susseguirsi di informazioni, dall’altro può lasciarsi catturare dall’immaginario che Lauwers costruisce. Partendo da un fatto ambientato in un non meglio specificato paese, il regista esplora dinamiche ed eventi propri della società contemporanea, esasperandone le declinazioni fino all’esplosione psicologica degli abitanti di questo mondo.
Dalla festa di commemorazione per le vittime dell’incidente, Marketplace 76 sviluppa una serie di microstorie – concatenate e allo stesso tempo drammaturgicamente autonome – provocatorie ed eccessive, ma così plausibilmente vere da apparire pungenti: storie di reclusioni e violenze, pedofilie e stupri, omicidi e suicidi, il tutto risolto in scena dagli attori con la continua – e ironica – ricerca dell’elemento drammatico.

«Tutto finirà in una patetica bevuta».
Dal dolore intimo e personale del lutto familiare, alla voce spezzata di una mamma che ha perso la propria figlia; dall’intromissione esasperata della figura femminile conosciuta in tutto il paese, alla presenza dello spazzino – quasi un angelo (in uniforme arancione) in cui trovare riposo, tutto concorre verso la costruzione di un ritratto della piccola comunità chiusa ed egoista. La lucidità degli abitanti, tanto incapaci di trovare conforto nella propria vita quanto complici e generatori di nuovo dolore, viene continuamente messa in gioco, nascosta dall’alcolismo, come a identificare una condizione accettabile solo in uno stato di ubriachezza. E «tutto finirà in una patetica bevuta».

Marketplace76_mariagiulia

Un dramma, dunque, ma colorato e vitale grazie all’energia degli attori e del regista (in scena). La copresenza di danza, musica e performatività fanno di Marketplace 76 una possibilità teatrale per fare entrare lo spettatore nel lavoro, in un clima di festa. Un’irrequietezza di composizione – così come definita dal regista – che consente uno scambio di energie sulla scena e lascia interagire tutti questi elementi in un’unica opera provocando una situazione in cui l’attore può trovare la propria libertà. «Si ha un buon teatro – dichiara Jan Lauwers – quando c’è un bravo performer che distrugge l’autorità del regista. Nell’ensemble è importante instaurare un equilibrio tra produzione e riproduzione, tra performer – attento alla produzione – e attore – macchina per la riproduzione. Scrivo sulla pelle di attori e performer e la loro pelle è per me, la pelle del mondo».

 

Visto alla 42° Biennale Teatro di Venezia

Illustrazioni di Mariagiulia Colace

 Elena Conti