arta terme res dartae

Res Dartae. Il soggiorno creativo concluso nel percorso sensitivo

foto di Alessandra Pietramala

foto di Alessandra Pietramala

Un percorso sensitivo, l’esito conclusivo della dieci giorni di residenza artistica Res Dartae, nel prealpino Carnico ad Arta Terme, organizzata dal circuito teatrale Teatronet. Una struttura alberghiera, l’Hotel Savoia (ospitante teatranti, poeti e scrittori) trasformata, anzi travestita coniando un termine caro alla teatralità, da habitat creativo. Dieci mini allestimenti da venti minuti l’uno per un centinaio di spettatori, nei luoghi più disparati della struttura ricettiva, durante la giornata di domenica primo settembre. Un percorso itinerante partorito dalle produzioni concepite nella permanenza. Restituendo al teatro una dimensione abitativo-comunitaria, urbana, d’interazione senza pareti. Traslocando l’azione scenica in ambienti non canonici, mescolando fruitori e attori, domande e risposte. Uno sguardo d’insieme in direzioni altre. Uno sguardo reciproco, a differenza della direzionalità univoca del punto di osservazione che nella tradizionalità dello spazio teatrale si esplicita da platea a palco.
Una comunità, locale ma liberata da confini d’appartenenza, unita dal raccontarsi tramite scene, dialettiche drammatiche, interpretazioni. Con ironia e brio. Un gesto collettivo.
Dieci momenti scenico-performativi a corollario del risiedere: Che noia che Barba da Anton Checov di e con Margherita Fusi e Annika Strohm; Enciclopedia della donna di Margherita Fusi, con Rafael Montero Porras, Dalila Cozzolino, Margherita Fusi; Tu di Giacomo Fanfani con Rafael Montero Porras e Flavia Pezzo; La giuria di Compagnia Ragli e Compagnia Topi Dalmata con Margherita Fusi, Alberto Massi, Rosario Mastrota e Dalila Cozzolino; Pane nostro di Rosario Mastrota con Ernesto Orrico; X Three di Saba Salvemini con Saba Salvemini; Il confine spettacolo collettivo esito dal laboratorio di scrittura creativa con tutti gli attori.
Precedenti agli allestimenti una performance danzante di Nadia Scarpa, la musica della big jazz band, e le sonorità delle officine ritmiche di Roberto Sgugli.

Che noia che barba
Un duetto attoriale nel bistrot dell’Hotel. “Perché quando cominciamo a vivere diventiamo tristi”, tra le prime battute della performance umida del succo delle riflessioni cecoviane sulla condizione umana, quel pessimismo contratto da introspezioni approfondite e didascalie su gesti e movimenti d’abuso quotidiano. Un botta e risposta tra una donna in attesa e un’altra con pargoletta in passeggino a seguito. Dal tono del pettegolezzo e dalle diciture per massime: “la gente mangia, dorme, beve, crepa, e mette al mondo altra gente che fa la stessa cosa”. Slang d’uso e tipicità dialettali (l’uso del Toscano di Margherita Fusi) confezionano un piccolo atto dal ritmo incalzante.

Enciclopedia della donna
Dall’Enciclopedia della donna un saggio sul galateo che non ti aspetti. Perché la forma precede la sostanza, a volte la sostituisce, e il ‘bon ton’ è “chiave dell’esistenza in un mondo sempre più difficile”. Margherita Fusi nel salone di rappresentanza dell’albergo imbandisce una tavola apparecchiata per dieci invitati e suggerisce comicamente le regole della buona creanza. Perché i convenevoli sono i meccanismi di approvazione sociale… Spettatori coinvolti quali componenti della scena. Un quarto d’ora abbondante da teatro di rivista. Goliardico. Conviviale.

Tu
Si entra nelle trame del (con)vivere, nel piccolo dramma borghese, genere caro alla composizione drammaturgica di Giacomo Fanfani, nell’intimità del retro salone di rappresentanza. Un non luogo che potrebbe essere un interno sezionato dagli attori mossi nelle geometrie dell’accenno registico. Minimo e funzionale alla dimensione (brevità e immediatezza) ma presente. Dialettica serrata, pop, rimandante a stilemi pinteriani, una costruzione lineare e ‘accademica’ (ambiente → personaggi → azione) sulle putridità della coppia in decomposizione naturale e l’apparenza (non solo teatrale) del dovere di facciata. Materialismo, attenzione alla posizione sociale, negazione dell’individualità tra i temi sottesi dal battuto. Intelligente. Con Flavia Pezzo e Rafael Montero Porras.

La giuria
Esempio di scrittura collettiva. Di commistione di stili e caratteristiche geo-artistiche. I calabresi d’esportazione Ragli e i senesi da generazioni Topi Dalmata. Il risultato, una simpatica scannerizzazione sul mondo del teatro nello specifico del settore ‘critico’. Più per addetti ai lavori che per un pubblico ampio che nonostante il cenno poco serio si minimizza in lungaggini di sorta e poca snellezza dinamica. I quattro attori Albero Massi, Dalila Cozzolino, Rosario Mastrota e la Fusi sono i giurati, critici teatrali, di un concorso di drammaturgia intitolato alla maggiore poetessa di Arta Terme (Gina Marpìllero). Concorso truccato, non solo teatralmente…

Pane nostro
Il teatro che si fa sociale. Direttamente. Senza metafora. Se non quella di fingere la vita senza falsità. Ernesto Orrico nei panni di un panettiere calabrese nell’hinterland di Milano sottoposto a pizzo. Copyright della premiata consorteria calabra primo prodotto d’esportazione extra regionale. Ma non la solita fotografia sulla ‘ndrangheta come cliché e feticcio esotico di attrazione, piuttosto un neorealistico intervento di destrutturazione dall’imitare (e mimetizzare) l’accaduto. La penna di Rosario Mastrota dipinge ancora una volta scenari drammaturgici intensi, vivaci, roboanti. Una contrapposizione istintiva, seppur sotto il giogo dell’imposizione prepotente, che sfocia nel reagire tutt’altro che civile. La violenza scaturita dalla miseria senza cui non esisterebbe il giusto… Bella prova di Orrico, in ‘abiti’ scenici inconsueti.

X Three
Il migliore tra i lavori. Senza nulla togliere al resto. Per coniugazione di elementi d’intrattenimento e di significato. Saba Salvemini, che si sveste delle maschere quotidiane, dalla personalità, dall’ansietà della prova, da tutte le sovrastrutture del quando non si recita, per evadere (e far evadere) sulla scena. Regala una ventina di minuti, nei sotterranei della struttura, di forte coinvolgimento sensoriale. Il futuro e prossimo papà – nella vita reale – interpreta una piccola creatura, di sesso ancora incerto, nel ventre materno. Interrogatosi sulla sua discendenza, fino ad arrivare ad Adamo ed Eva, e considerarsi dunque fratello di tutti i futuri nascituri. Con qualche citazione cinematografica e una caratura attoriale di alto livello, ‘plastica’, sciolta, da caratterista purosangue.

Lo spettacolo d’addio, o arrivederci, coinvolge tutti gli attori presenti ad Arta Terme. A dare voci a frasi, più in prosa che in drammaturgia, come fossero didascalie di strisce di story-board. Nella piscina, indoor, dell’Hotel Savoia, inutilizzata, un luogo di suggestione visiva e auditiva (modulando sul riverbero di una pessima acustica) dieci attori e movimenti di impercettibile valore prossemica e un forte, determinato senso: i confini non esistono.
Res dartae. Res pubblicae.

Emilio Nigro