Emilio Nigro

Emilio Nigro (Cosenza 1981) scrittore e giornalista, critico teatrale. Autore di "Incessanti maree silenziose" (Falco editore, 2005 Cosenza) "Elisir di luna" (Aletti editore 2007 Roma) "Alterazioni di colore" (Coessenza editore, 2009 Cosenza), presente in due antologie di narrativa a tiratura nazionale (Guasco editore 2012; Palzari edizioni Lecce 2009;) collabora con il trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio ( Milano); il Quotidiano della Calabria; la rivista online di critica teatrale Il Tamburo di Kattrin. Critico di Teatro, zooma inoltre su cinema, musica, arte visiva. Premio nazionale Nico Garrone 2011 “ai critici più sensibili al teatro che muta”; Premio nazionale Guasco 2012 “scritture contemporanee”; Premio della giuria popolare e menzione speciale della giuria al miglior testo concorso nazionale per monologhi Residenza Teatrale Orizzonti Meridiani; Premio nazionale NonfermARTI 2011 categoria scrittura creativa; Premio Galarte 2007 per la poesia. È inoltre autore e interprete dello spettacolo "Teatranti" (2009) e "Rifarmi – soluzioni al precariato" (2012); firma di diverse drammaturgie tra cui "Visionaria"; "L' indifferenza dei passanti"; "Donne & Iene". Collabora con la compagnia teatrale La Barraca; con il Centro Teatro Calabria. Allievo di Edoardo Erba, Francesco Suriano, Ivo Milazzo.

Fondazione Teatro Valle Bene Comune: un’intervista

Abbiamo intervistato Simona e Hossein, occupanti della prima ora del Teatro Valle − che preferiscono essere presentati solo con il nome proprio − per farci meglio spiegare le decisioni e le motivazioni che li hanno portati, insieme agli altri artisti e cittadini, a costituire la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, componendo una riflessione più ampia sulle attuali condizioni teatrali nostrane, all’indomani della conferenza stampa di presentazione della stagione Altresistenze, «una programmazione artistica lunga tutta una stagione – comunicano – ma anche un progetto culturale, creato e co-gestito da artisti».

valle2Come siete arrivati all’istituzione e all’idea di Fondazione del Teatro Valle Bene Comune?
Simona: L’idea di creare una nuova istituzione che potesse forzare il sistema esistente c’è stata dall’inizio: sin dai primi giorni dell’occupazione abbiamo coinvolto Ugo Mattei e con lui studiato quale potesse essere la forma più giusta che consentisse maggiori forzature e paradossalmente si è individuata come unica possibilità quella di costituire una Fondazione. In un secondo momento Stefano Rodotà ha accolto la nostra proposta e insieme a Mattei sono state scritte le fondamenta dello statuto. Siamo partiti da riflessioni quali: cosa vuol dire occupare un teatro storico, che appartiene al comune, che sta per essere chiuso, che non si sa che fine farà? Se abbiamo resistito due anni e mezzo è perché un’ampia comunità di cittadini e artisti ci ha sostenuto. E insieme a loro ci siamo chiesti se non fosse arrivato il momento di creare un’istituzione diversa, considerato che tutto quello che ci sta intorno non ci piace e non funziona più. Ci troviamo di fronte a una riduzione sostanziale dei fondi statali che vengono dati alla cultura, anzi che vengono tolti. Lo statuto è sempre stato on-line – ormai da due anni – ed è stato emendato non solo da noi ma anche da cittadini e artisti, toccando criteri nodali, punti sostanziali di quello che è il problema delle istituzioni che si occupano di cultura. E ora che lo abbiamo presentato pubblicamente c’è stato un attacco diretto.
Hossein: Il problema è che la Fondazione non è soltanto una velleità di un gruppo o di una generazione di artisti che tenta di mettersi alla ribalta cercando di affermare i propri valori, è proprio una rivoluzione del sistema, un processo che probabilmente nemmeno noi possiamo esaurire, che mina profondamente l’esistente e quello che attualmente vige dentro il teatro italiano e dentro l’istituzione culturale italiana. Questa cosa all’inizio non era stata forse ben compresa, nel senso che, quando si parlò di dare vita a una Fondazione Teatro Valle Bene Comune molti pensavano fosse una Fondazione tradizionale come quella che ad esempio sta oggi governando il Teatro La Pergola. Non si è capita la reale portata della protesta in atto, né quale fosse la fase costruttiva avviata all’indomani dell’occupazione. La Fondazione Teatro Valle Bene Comune mina alcune certezze come quelle delle nomine dall’alto, come la possibilità da parte di un consiglio d’amministrazione di decidere le sorti di un luogo pubblico di cultura e dei soldi pubblici stanziati per esso; mina soprattutto un potere della politica rispetto a delle nomine, rispetto a quei passaggi fondamentali nella politica culturale di una città; parte dal concetto che quello che viene generato dal basso con il senso di responsabilità che operatori e cittadini assumono grazie al proprio impegno, diventa automaticamente ragione di potere decisionale di un patrimonio come il Teatro Valle. Quando questo concetto è diventato chiaro attraverso assemblee e confronti, ed è cominciata la pratica di un sistema funzionante, aperto alle correzioni e quindi vivo, quando si è preso atto che non era più soltanto una enunciazione di principi, molti si sono spaventati. Perché questo presuppone che ogni artista, importante o meno, metta in discussione una parte della sua posizione di rendita, rendita non solo economica, ma anche mentale.

valle3Come rispondete alle critiche che sono state sollevate?
Hossein: Quanto alle critiche di un teatro privato che si domanda il senso di una istituzione così concepita e il suo ruolo di scorretto antagonista, si può cominciare a rasserenare gli animi dicendo che per quanto riguarda il nostro settore non deve più esserci antagonismo ma avanzamento continuo rispetto a delle esigenze, a delle priorità. Se il privato non riesce più a capire in che misura può rapportarsi a questo avanzamento continuo, si sente messo in discussione. Questa paura produce attacchi talmente grossolani che danno l’idea di quanto si sia impoverito il dibattito culturale, quanto vuoto sistematico ci sia dietro. Attacchi scomposti, che partono dal principio di legalità. Un operatore teatrale che pone un principio di legalità è quasi un controsenso. Sappiamo benissimo come la maggior parte dei teatri privati a Roma abbia bisogno dell’occhio socchiuso da parte degli enti preposti al controllo e alla sicurezza, uscite di sicurezza che vengono eluse perché i locali non ne hanno possibilità, la capienza, la situazione contrattuale dei lavoratori… Insomma, l’illegalità vige nel teatro italiano molto più di quanto se ne dica per il Valle. Questo è uno dei problemi da cui ripartire per delineare un nuovo sistema. Cominciamo a ragionare su come si possa ristabilire una ‘legalità’?
Il secondo problema che ci viene posto è quello dei pagamenti: la Fondazione questi pagamenti li vuole affrontare, li deve affrontare, li affronterà a patto che le condizioni comincino a essere pari per tutti: il teatro italiano, pubblico o privato, vive di sovvenzioni quindi occorrono giuste ed eque economie, altrimenti è un gioco al ribasso e al massacro tra teatri.

E per quanto riguarda il rapporto con la SIAE?
Hossein: Anche qui si è capito male, e abbiamo anche noi una pesante responsabilità; non ce l’abbiamo contro la Siae per il suo ruolo, ma la nostra battaglia è rivolta piuttosto contro la lobby interna alla società che in questo momento sta imponendo al paese un regime di monopolio, messo in discussione dalle direttive europee; ben venga una società che difende gli autori (forse bisognerebbe scindere autori ed editori, è un’idea un po’ corporativa della società nata nel ventennio dei primi del ‘900) ma dovrebbero esistere anche altre società in regime di libero mercato che possano occuparsi della stessa cosa offrendo altri servizi e altri governi delle risorse autoriali.
Le nostre posizioni sono articolate, è uno sforzo costante per continuare a offrire ragionamenti; spesso purtroppo le posizioni che ci vengono attribuite sui giornali e le parole di tanti ‘teatranti’ che genericamente ci attaccano non aiutano il confronto e lasciano il tempo che trovano perché spostano il tutto su un altro terreno, quello della polemica, della provocazione, un terreno poco interessante per avanzare qualcosa.
Simona: Non si deve fare confusione tra legalità e legittimità, quello che chiediamo non è di essere riconosciuti noi occupanti, quello che noi vogliamo avviare è il percorso di una nuova istituzione, bene comune, legata a questo luogo. E come si rapporta questo luogo alle istituzioni pre-esistenti? È questo che vogliamo cominciare a fare, nella maniera più trasparente possibile. Vorremmo che si creasse un dialogo, e non è detto nemmeno che saremmo noi a gestire la fondazione appena avremo il nulla osta dalla prefettura. Sarà fatta un’assemblea in cui verranno nominati i consiglieri di rappresentanza. Insomma questa istituzione dal basso, partecipata, condivisa, esistente, che ha uno statuto, come cambia, e come si rapporta? Questo è quello che vogliamo fare.

valle1Un nuovo modello di Fondazione?
Hossein: Noi diverremmo formalmente una Fondazione, esattamente come la Pergola, ma ci saranno differenze sostanziali: nella Fondazione classica è previsto un consiglio direttivo o un vero e proprio consiglio d’amministrazione; noi abbiamo immaginato questo consiglio come un gruppo di coordinamento, un gruppo di 12 consiglieri eletti a turno dall’assemblea ‘comune’, che facilita e rende operative le decisioni, attraverso un lavoro permanente di ascolto, raccolta e restituzione delle mille attività. Non un corpo estraneo alla vita del teatro. Insomma, non l’abbiamo certo immaginato come un luogo dove la politica e i suoi sponsor mettono i propri uomini, dove vengono giocate strane partite amministrative, dove vengono prese decisioni sopra la testa degli artisti e dei lavoratori… Per noi il teatro è un luogo di elaborazione continua, un luogo di governo gestito dal basso secondo i principi del bene comune, dove le decisioni non vengono prese in camere chiuse, ma da un’assemblea aperta a tutta la comunità, partecipata da chi vuole prendersi cura e responsabilità per un teatro, senza motivi di esclusione e senza discriminazioni di sorta. Senza interessi e ragioni individuali da difendere o imporre. Questo le Fondazioni classiche non lo consentono.
Inoltre, abbiamo messo fondamentalmente in discussione il discorso delle economie teatrali: per noi è assurdo che gli organi amministrativi di un teatro assorbano oggi l’80% del budget che la pubblica amministrazione affida a una istituzione culturale. Agli artisti, ai lavoratori, ai tecnici, cosa resta? Rimangono veramente le briciole, se non il nulla.
Prova ne è che i teatri pubblici oggi non hanno più compagnie, non hanno più tecnici, si affidano a delle società esterne… Questa è una distruzione, direi pasolinianamente il genocidio di una grande tradizione, una tradizione che ha fatto storia nel mondo. Non ce lo possiamo permettere. Non possiamo permettere questo dissipamento di risorse, di tradizioni, di valori. Le risorse devono essere distribuite con altre modalità, equamente in primo luogo, tra artisti, tra lavoratori dello spettacolo, tra tecnici, tra comunicatori, tra amministrativi, tra personale di accoglienza e soprattutto tra quei giovani in formazione o appena formati che entrano a far parte di un percorso organico di ricambio generazionale. Ci sono persone da quarant’anni direttori di stabili con stipendi faraonici. Ci sono consigli di amministrazione che sembrano eterni. Poniamo al teatro italiano tanta concretezza, perché è da esso che veniamo. Allora cominciamo a parlare di cose concrete.

Intervista a cura di Emilio Nigro

Monologue, seconda edizione a Cassano allo Ionio

Foto di Luigi Cristaldi

Foto di Luigi Cristaldi

Gianluca D’agostino e Antonio Diana i vincitori della seconda edizione del concorso per monologhi della residenza teatrale Orizzonti Paralleli. Rispettivamente primo e secondo classificato. A Cassano allo Ionio, dove venerdì 20, sabato 21 e domenica 22, si è potuto assistere, gratuitamente, alla competizione tra i partecipanti. Circa mezz’ora ciascuno per dimostrare le proprie doti attorali e drammaturgiche, imbastire uno spazio scenico attraente e cercare di convincere pubblico e giurati. L’esito della votazione è scaturito dalla media dei voti tra consenso popolare e responso di una giuria tecnica. Formata, la giuria tecnica, da Massimo Costabile e Antonella Carbone – la direzione artistica della residenza.

Erostrato interpretato da Gianluca D’Agostino, che riadatta un testo da Jean Paul Sartre, si è aggiudicato il  premio di 500 euro “per la prova d’attore brillante, a confezione di un testo interessante e verboso, non di comoda recitazione, districato con ritmo e scioltezza espressiva. Un resoconto complessivo carismatico, verticale, determinante un climax appassionato. A struttura: un allestimento puro di sobria efficacia”.
Antonio Diana secondo classificato, con Abbascio ‘a grotta, porta a casa 300 euro “per lo spessore emozionale dell’inscenato dalle tinte drammatiche e l’intensità d’impatto, cruda, dettata dalle tematiche. Un testo profondo, incarnato da un lavoro attoriale autentico, immedesimato. Bontà di soluzione estetica, innovativa, a completezza della grammatica drammaturgica”.

Uno spaccato sulla condizione umana nevrotica, la messinscena di D’Agostino. Segno di distanze relazionali, degenerazioni borderline, senza ricusare sullo stereotipo dei tempi attuali. Una osservazione sociologica – il filosofo francese è insuperabile – con un movente narrativo. Sulla omosessualità infantile, indotta con violenza, sopraffazione, senza resistenza, il proposto di Antonio Diana. Confessione/esorcismo di un uomo che rievoca i fantasmi del passato. Dolorosa trasposizione catartica.

Foto di Luigi Cristaldi

Foto di Luigi Cristaldi

Partecipazioni da tutta Italia, spirito di sana competizione, varietà di generi, stili, caratteristiche, e un paio d’ore a serata di gustosi proposti scenici, gli ingredienti della rassegna. Per diffondere la cultura teatrale in zone non immediatamente raggiungibili dai grossi centri meridionali e dai capoluoghi di provincia. Territori abituati a proposte d’intrattenimento, e nemmeno con molta frequenza, commerciali e televisive. Portare a conoscenza l’arte, del fare scenico nello specifico, contribuisce all’arricchimento culturale e propone alla comunità visioni inedite, spettacoli originali.

Nutrito il corollario di proposte pervenute al concorso per monologhi, drammaturgie fresche (inedite), di autori giovani non necessariamente esperti, strutturate su tematiche d’attualità. Il teatro che si fa schermo degli umori condivisi, che indaga sulla collettività senza paternalismi o raccomandazioni di sorta. Senza fare morale, portando in superficie, piuttosto, sensazioni e sentimenti universali. Discreta la partecipazione alle serate. Appuntamento alla terza edizione, la prossima stagione.

Emilio Nigro

La metamorfosi dell’immutabile secondo Piccola Compagnia della Magnolia

Recensione a Atridi/metamorfosi del rito 1° frammento – di Piccola Compagnia della Magnolia, regia Giorgia Cerruti

foto di Ernesto Pierantoni

foto di Ernesto Pierantoni

Un’idea fatta in materia. Materia teatrale. Raccattando per strada, e non metaforicamente, materiale umano. Confessioni, impressioni, chiacchiere. Dalla gente comune. Da chi osserva, chi partecipa, chi ‘sente’. Un furgone, compagnia di otto elementi, viaggi e storie.
La progettualità artistica di Atridi – metamorfosi del rito, della Piccola Compagnia della Magnolia, è un’opera a fasi. Per ora già uscita dal bozzolo, con un accenno d’ali. «Una storia d’amore – ci racconta la Cerruti – grande quanto l’umanità». L’invocazione per Agamennone, invocazione di un assente, l’esplorazione di rapporti familiari degenerati, collassati: l’amore trasfigurata in passione. Indagine puntuale, esatta, dell’immutabilità dei codici antropici dall’universalità del classico, del tragico greco. Metamorfosi dell’immutabile. Archetipi.
La scena si presenta in bianco. Bianco funereo, bianco simbolo di evanescenza, fantasmagoria. Con un’enorme lapide/finta quinta sul fondale. Artigianale, come il resto dell’oggettistica presente nello spettacolo. Il teatro creato dalle mani.
C’è tutto delle cifre codificate: il prologo, il coro (solipsistico), il minimalismo scenico, la trama – l’uccisione accidentale del cervo, il sacrificio di Ifigenia, l’iniziazione al ‘cannibalismo’ tra parenti, l’omicidio di Agamennone, la follia veggente di Elettra, l’accenno alla furia vendicatrice di Oreste. Ma in mimesi, in metamorfosi. Elemento, quello della metamorfosi, determinante imprevedibilità nel trasposto. Adottato come caratterizzante. L’effetto è un risultato non scontato, la contaminatio tra linguaggi, retorici e contemporanei.
Un testo, reso azione dalle scene, poco più di una mezza dozzina, assemblato con dovizia da Dramaturg, districato con una dialettica enfatica, a tratti pantomimica. Pathos smezzato da estetismo e bio-meccanica.
La lentezza, pregnante in questo primo frammento studio di un progetto completo tra un anno. La lentezza non quale fenomeno svilente, piuttosto contemplativo, di compenetrazione reciproca (palco e platea), trasparenza del robusto lavoro di ricerca e (de)costruzione, ossatura dell’allestimento.
La destrutturazione dello spazio, restituendolo in un ambiente tridimensionale, con retro quinta a vista, propone un ulteriore servizio allo spettatore: scrutare la scena a diversi livelli. Predisporla, anticiparla, distraendo l’occhio, quindi i sensi, e la stasi. Aggiunta meccanica a un’estetica d’insieme modulata dal gioco e dalla contrapposizione vecchio-nuovo. Costumi e costruzione visiva di scena che ricorda ambienti di fantascienza (letteraria) post-atomica, di contrasto, antidoto, all’arcaicità del linguaggio recitativo. Nella mortificazione delle tipicità tragiche a favore del cenno, della teatralità, un ennesimo spunto di confronto e superamento del ‘canonico vs contemporaneo’. Segno della ricerca profonda, del mettersi sul palco non come esecutori o intrattenitori, ma nutriti, mossi dalla consapevolezza, dal travaglio, dall’intimità, dall’urgenza, dal sapere e volere fare sapere.

foto di Ernesto Pierantoni

foto di Ernesto Pierantoni

Istantanea della ‘saga’ attraverso i personaggi, i punti di vista degli artefici, e il filo comune della venerazione di Agamennone quale «l’unico Dio che riconoscono i bambini». Fisicamente comparso, e interpretato dall’ottimo Davide Giglio (una conferma), nell’uccisione di Ifigenia, adornata da un’originale maschera riprodotta moltiplicando gli oboli (segno di metamorfosi), e ucciso in seguito dalla moglie adultera Clitemnestra. Ucciso per passione filiale, animale, per avere strappato la femmina dalla sua cucciola.
E la mitomania di Elettra, con un corrisposto (probabilmente) alla ricorrenza di fenomeni reali, attuali, di degenerazioni nervose e megalomanie, di cui lo spazio scenico si fa risonanza. Oppure rimando al servilismo conseguenza della miseria di questi tempi, che fomenta e ridisegna i rapporti in chiave di subordinazione. Come un nuovo culto della personalità.
E l’estraneità di Egisto, come elemento alieno al morbo familiare, carnale.
Dinamismi puntellati da ceri/luci, elementi naturali – acqua, carta, lacrime, sudore – e uso dei colori essenziali (quattro: bianco, nero, rosso, rame).
Essenziale, ma presente, la regia. Volta più al veicolo che all’auto affermazione. Mirata a incorniciare la capacità attoriale, soprattutto di Giglio, a suo agio nella tragedia, in una prova dove a malapena si percepisce la finzione, perché completamente penetrato nella pelle, e le caratteristiche, dei personaggi. In crescita il resto degli attori. Una regia costruita a maglie strette con la drammaturgia. Che senza stravolgimenti ed effetti, piuttosto con intuizione e soluzioni intelligenti, si dipana efficacemente.

Un fare teatro notevole, quello della Piccola Compagnia della Magnolia, di cui sentiremo parlare. Un teatro che parte da se stesso evolvendosi nell’estensione naturale dello sviluppo dettato da tempi e innovazione. Senza per questo sconfinare nella sperimentazione sclerotica o fine a se stessa, né nei tentativi, tantomeno nelle pose avanguardiste Ma frutto, in maturazione, di competenza, dedizione al lavoro, padronanza della materia e talento puro. Un teatro d’arte.

Visto a Festival Benevento Città Spettacolo

Emilio Nigro

 

Res Dartae. Il soggiorno creativo concluso nel percorso sensitivo

foto di Alessandra Pietramala

foto di Alessandra Pietramala

Un percorso sensitivo, l’esito conclusivo della dieci giorni di residenza artistica Res Dartae, nel prealpino Carnico ad Arta Terme, organizzata dal circuito teatrale Teatronet. Una struttura alberghiera, l’Hotel Savoia (ospitante teatranti, poeti e scrittori) trasformata, anzi travestita coniando un termine caro alla teatralità, da habitat creativo. Dieci mini allestimenti da venti minuti l’uno per un centinaio di spettatori, nei luoghi più disparati della struttura ricettiva, durante la giornata di domenica primo settembre. Un percorso itinerante partorito dalle produzioni concepite nella permanenza. Restituendo al teatro una dimensione abitativo-comunitaria, urbana, d’interazione senza pareti. Traslocando l’azione scenica in ambienti non canonici, mescolando fruitori e attori, domande e risposte. Uno sguardo d’insieme in direzioni altre. Uno sguardo reciproco, a differenza della direzionalità univoca del punto di osservazione che nella tradizionalità dello spazio teatrale si esplicita da platea a palco.
Una comunità, locale ma liberata da confini d’appartenenza, unita dal raccontarsi tramite scene, dialettiche drammatiche, interpretazioni. Con ironia e brio. Un gesto collettivo.
Dieci momenti scenico-performativi a corollario del risiedere: Che noia che Barba da Anton Checov di e con Margherita Fusi e Annika Strohm; Enciclopedia della donna di Margherita Fusi, con Rafael Montero Porras, Dalila Cozzolino, Margherita Fusi; Tu di Giacomo Fanfani con Rafael Montero Porras e Flavia Pezzo; La giuria di Compagnia Ragli e Compagnia Topi Dalmata con Margherita Fusi, Alberto Massi, Rosario Mastrota e Dalila Cozzolino; Pane nostro di Rosario Mastrota con Ernesto Orrico; X Three di Saba Salvemini con Saba Salvemini; Il confine spettacolo collettivo esito dal laboratorio di scrittura creativa con tutti gli attori.
Precedenti agli allestimenti una performance danzante di Nadia Scarpa, la musica della big jazz band, e le sonorità delle officine ritmiche di Roberto Sgugli.

Che noia che barba
Un duetto attoriale nel bistrot dell’Hotel. “Perché quando cominciamo a vivere diventiamo tristi”, tra le prime battute della performance umida del succo delle riflessioni cecoviane sulla condizione umana, quel pessimismo contratto da introspezioni approfondite e didascalie su gesti e movimenti d’abuso quotidiano. Un botta e risposta tra una donna in attesa e un’altra con pargoletta in passeggino a seguito. Dal tono del pettegolezzo e dalle diciture per massime: “la gente mangia, dorme, beve, crepa, e mette al mondo altra gente che fa la stessa cosa”. Slang d’uso e tipicità dialettali (l’uso del Toscano di Margherita Fusi) confezionano un piccolo atto dal ritmo incalzante.

Enciclopedia della donna
Dall’Enciclopedia della donna un saggio sul galateo che non ti aspetti. Perché la forma precede la sostanza, a volte la sostituisce, e il ‘bon ton’ è “chiave dell’esistenza in un mondo sempre più difficile”. Margherita Fusi nel salone di rappresentanza dell’albergo imbandisce una tavola apparecchiata per dieci invitati e suggerisce comicamente le regole della buona creanza. Perché i convenevoli sono i meccanismi di approvazione sociale… Spettatori coinvolti quali componenti della scena. Un quarto d’ora abbondante da teatro di rivista. Goliardico. Conviviale.

Tu
Si entra nelle trame del (con)vivere, nel piccolo dramma borghese, genere caro alla composizione drammaturgica di Giacomo Fanfani, nell’intimità del retro salone di rappresentanza. Un non luogo che potrebbe essere un interno sezionato dagli attori mossi nelle geometrie dell’accenno registico. Minimo e funzionale alla dimensione (brevità e immediatezza) ma presente. Dialettica serrata, pop, rimandante a stilemi pinteriani, una costruzione lineare e ‘accademica’ (ambiente → personaggi → azione) sulle putridità della coppia in decomposizione naturale e l’apparenza (non solo teatrale) del dovere di facciata. Materialismo, attenzione alla posizione sociale, negazione dell’individualità tra i temi sottesi dal battuto. Intelligente. Con Flavia Pezzo e Rafael Montero Porras.

La giuria
Esempio di scrittura collettiva. Di commistione di stili e caratteristiche geo-artistiche. I calabresi d’esportazione Ragli e i senesi da generazioni Topi Dalmata. Il risultato, una simpatica scannerizzazione sul mondo del teatro nello specifico del settore ‘critico’. Più per addetti ai lavori che per un pubblico ampio che nonostante il cenno poco serio si minimizza in lungaggini di sorta e poca snellezza dinamica. I quattro attori Albero Massi, Dalila Cozzolino, Rosario Mastrota e la Fusi sono i giurati, critici teatrali, di un concorso di drammaturgia intitolato alla maggiore poetessa di Arta Terme (Gina Marpìllero). Concorso truccato, non solo teatralmente…

Pane nostro
Il teatro che si fa sociale. Direttamente. Senza metafora. Se non quella di fingere la vita senza falsità. Ernesto Orrico nei panni di un panettiere calabrese nell’hinterland di Milano sottoposto a pizzo. Copyright della premiata consorteria calabra primo prodotto d’esportazione extra regionale. Ma non la solita fotografia sulla ‘ndrangheta come cliché e feticcio esotico di attrazione, piuttosto un neorealistico intervento di destrutturazione dall’imitare (e mimetizzare) l’accaduto. La penna di Rosario Mastrota dipinge ancora una volta scenari drammaturgici intensi, vivaci, roboanti. Una contrapposizione istintiva, seppur sotto il giogo dell’imposizione prepotente, che sfocia nel reagire tutt’altro che civile. La violenza scaturita dalla miseria senza cui non esisterebbe il giusto… Bella prova di Orrico, in ‘abiti’ scenici inconsueti.

X Three
Il migliore tra i lavori. Senza nulla togliere al resto. Per coniugazione di elementi d’intrattenimento e di significato. Saba Salvemini, che si sveste delle maschere quotidiane, dalla personalità, dall’ansietà della prova, da tutte le sovrastrutture del quando non si recita, per evadere (e far evadere) sulla scena. Regala una ventina di minuti, nei sotterranei della struttura, di forte coinvolgimento sensoriale. Il futuro e prossimo papà – nella vita reale – interpreta una piccola creatura, di sesso ancora incerto, nel ventre materno. Interrogatosi sulla sua discendenza, fino ad arrivare ad Adamo ed Eva, e considerarsi dunque fratello di tutti i futuri nascituri. Con qualche citazione cinematografica e una caratura attoriale di alto livello, ‘plastica’, sciolta, da caratterista purosangue.

Lo spettacolo d’addio, o arrivederci, coinvolge tutti gli attori presenti ad Arta Terme. A dare voci a frasi, più in prosa che in drammaturgia, come fossero didascalie di strisce di story-board. Nella piscina, indoor, dell’Hotel Savoia, inutilizzata, un luogo di suggestione visiva e auditiva (modulando sul riverbero di una pessima acustica) dieci attori e movimenti di impercettibile valore prossemica e un forte, determinato senso: i confini non esistono.
Res dartae. Res pubblicae.

Emilio Nigro

 

 

 

Da Arta Terme continua Res Dartae

Arta Terme2Carducci tradotto in spagnolo. Un quiz, tutt’altro che serio, per conoscerne vizi e capricci celati dalle cronache ufficiali. Autori contemporanei rappresentati in performance di cinque, dieci minuti. E ancora letture poetiche, slapstick, improvvisazioni. Ad Arta Terme (Ud) l’aperitivo serale si svolge così. Nel bistrot dell’Hotel Savoia, dove alloggiano i teatranti, poeti, scrittori della residenza artistica Res Dartae (un tetto in cambio di arte). La dieci giorni organizzata da Teatronet con il sostegno della Regione Friuli e la partnership dell’amministrazione comunale di Arta Terme, dà i primi frutti, in vista del gran finale di domenica.

Far vivere di arte un posto altrimenti tenuto fuori, produrre collettivamente, piantare semi per futuri raccolti. Con particolare attenzione al pubblico, intercettarne tendenze, aderire allo spirito e i trascorsi del luogo. E non tralasciare la funzione evasiva del fare creativo, il trasposto altrove. Perché è il coinvolgimento del pubblico la traccia universale del mettersi in scena, evitando autoreferenzialità e vetrine di sorta. Pescando nella tradizione tutta italiana dell’adattamento agli umori, alle fisionomie, del posto di rappresentazione. Un po’ guitti e un po’ maestri, insomma.

Formazioni e mentalità di approccio scenico diversificate (una decina le compagnie e gli artisti coinvolti) per un obiettivo comune. Un bene, piuttosto, comune e condiviso. Diverso dal supportare un pensiero unico, un respiro ampio, invece, di libertà espressive, soggettive, apportate a un corpus d’insieme. Molecole di un atomo. Arterie di un unico muscolo pulsante.

Areté Ensemble, Compagnia ‘I Ragli’, I ‘Confusione’, ‘Topi Dalmata’, Filippo Arcelloni, Nadia Scarpa, Ernesto Orrico, Tom Corradini, Flavia Pezzo gli artisti coinvolti. E coinvolgenti. Invertendo termini e tempi della creazione artistica, favorendo un rapporto non mediato, diretto, con il pubblico partecipante attivo. Proseguendo, volendo giocare di rimandi, l’abitudine classico-greca ed ‘elisabettiana’ della platea rumorosa. Leggerezza e brio parola d’ordine.

Partecipazione attiva anche nei laboratori gratuiti (scrittura creativa, teatro, danza, bambini): l’esito dei lavori contribuirà alle ‘tappe’ del percorso ideato per domenica 1 settembre, quando le sale della struttura alberghiera ospitante, si trasformeranno in ‘habitat’ performativi. Mini spettacoli teatrali concepiti dalle compagnie durante il soggiorno tra le alpi carniche. Contaminazione, mescolanza di metodi e culture territorialmente e artisticamente non di compatibilità immediata.

Il teatro che, allineato alle tendenze contemporanee, fornisce cenni, spunti ideali, assottigliando personaggi e composizione drammatica, amplifica l’interazione con luoghi, lascia interpretarsi insinuandosi tra pieghe individuali.
Il teatro che rotolando su se stesso, pur innovandosi in tecniche e fruibilità, continua a riprodurre la vita, continua a far riflettere di e su di noi, materializzando cosa resta generalmente nel profondo, nell’io, nel sotteso oggettivo. Il teatro insomma che ci ripropone in sembianze quali vorremmo, ma non riusciamo a essere. Finestra su questi tempi ‘liquidi’, di monadismo. Non da guardare ma da percepire.

Emilio Nigro

Il soggiorno dei poeti e degli artisti: momenti d’arte nelle Alpi Carniche

Un borgo abitato da teatranti, scrittori, musicisti, poeti.  Animato, anzi. Succede ad Arta Terme, un villaggio di 2300 anime ai piedi delle Alpi Carniche, in Friuli. Dove non accade di solito granché per cui passare alle cronache. Si vive di poco, cordialmente, in corrispondenza diretta con la natura. Arta deve a Giosuè Carducci un po’ di notorietà: il poeta vi soggiornò brevemente nel tentativo di rimettersi da un esaurimento nervoso. L’aria salubre, la tranquillità, l’abbraccio dei monti, favoriscono il rinvigorimento di corpo e mente. Carducci omaggiò con la poesia In Carnia, ispirata a un racconto breve di Caterina Percoto, contessa e scrittrice locale. Nel ricordo di queste due figure, letterarie, il comune di Arta Terme ha organizzato Il soggiorno dei poeti e degli artisti. Ospitalità e sussistenza ai creativi in cambio della loro mercanzia. Oltre un mese di teatro, esperienze performative, concerti, letture sceniche, improvvisazioni e interazioni con la comunità. Lodevole. Giusto. Perché i dotati di talento ed estro in materia d’arte, dovrebbero occuparsene esclusivamente, avendo assegnato all’interno di una società, definita civile, ruoli, mezzi, strutture, salari, così come avviene per il pubblico impiego (e servizio), la sanità o la produzione industriale ad esempio.
Arta Terme3Ad Arta Terme, seppure per poco, avviene tutto ciò.Tra le iniziative, a disposizione degli artisti, dal 25 al 2 Settembre, una intera struttura alberghiera dove produrre, contaminarsi, vivere d’arte. Lasciandosi osservare, acquisendo e fornendo formazione, creando e interagendo.
L’arte e la cultura in latitudini altrimenti avulse. Con tutto quello che (di buono) ne consegue.
Il circuito teatrale Teatronet, capitanato da Rosi Fasiolo, anima e motore della dieci giorni di residenza artistica Res Dartae, ha chiamato a raccolta una manciata di compagnie, convocato scrittori, musicisti, critici, poeti.
Quattro i laboratori attivi e gratuiti dal 26 al 30 Agosto: teatrale (a cura di Saba Salvemini), di danza (tenuto da Nadia Scarpa), scrittura creativa e percussioni (condotto da Roberto Lugli).
Appuntamenti fissi: aperitivo scenico alle 18.00 con letture e improvvisati piccoli atti unici (dal Carducci a Shakespeare passando per Bukowski); performance e musica serali. E tempo libero per produrre collettivamente. Sabato trentuno agosto e domenica primo settembre, verranno presentati al pubblico gli allestimenti prodotti durante la permanenza ad Arta Terme.
Arta Terme2Suggestiva la prima giornata di ‘fioritura’. Brani dal secondo atto di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, riprodotti da Saba Salvemini della compagnia Aretè Ensemble e Margherita Fusi dei senesi Topi Dalmata durante l’aperitivo delle 18.00. Uno spassoso spezzone ‘all’improvvisa’, coniugando mimica e tecnica attoriale duttile alla circostanza: piccola testimonianza di versatilità ingegnosa restituendo abiti nuovi a una scrittura immortale che però potrebbe stonare con il minimalismo dialettico del nuovo linguaggio d’uso drammatico. Il gesto e la caratterizzazione degli interpreti mimetizza questo gap. Sorprendente. In precedenza lettura dal Carducci e dalla Percoto eseguite da Filippo Arcelloni e Margherita Fusi.
A sera le sonorità strumentali (una quindicina di strumenti utilizzati) dei Klim#6 di Stefano Spizzamiglio accompagnate dai movimenti danzanti di Nadia Scarpa nel salone di rappresentanza del Hotel Savoia. Elementi naturali in sonorizzazione, musiche da film, psichedelica retrò e new age contemporanea, sintesi elettronica e artigianalità del suono. Viaggi. Sensoriali.
A presto per nuove da Arta Terme. Res Dartae.

Emilio Nigro

 

Ancora Primavera: tra Iodice e il debutto di Fibre Parallele

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Le note di Gianfranco De Franco calano il sipario sulla XIV edizione della Primavera dei Teatri. È l’alba. Una trentina di impavidi assistono tra sonno e veglia alla performance Volo infermo del musicista cosentino. Raccolti nell’atmosfera mistica delle colonne del Protoconvento Francescano, location storica della rassegna. De Franco fa suonare una dozzina di strumenti, elettronici, tradizionali, popolari. Lo accompagna nell’esecuzione Ilaria Montenegro, un’artista di questa terra. Con la A maiuscola. Passano 45 minuti di proiezioni e musica. Proiezioni altrove – non solo una questione di sonnolenza – di ipnosi, piuttosto. I suoni catalizzano sensazioni, umori, esperienze, dejavù delle giornate trascorse tre le poltrone del teatro e le frivolezze dell’ante e post festival. Una grossa edizione. Per numeri, qualità, portate servite. Uno dei pochi festival in cui la scuderia della critica si ritrova in massa. L’unica manifestazione che fa parlare della Calabria artistica, in campo teatrale. L’unico modo per pensarci mitteleuropei, o almeno mediterranei. Uno dei padroni di casa chiude la rassegna sul palco. Dario De Luca e il suo concerto-spettacolo Morir sì giovane e in andropausa messo su con Giuseppe Vincenzi, un’altra eccellenza di questa terra in quanto a mente. Suonato dalla Omissis Mini Orchestra e documentato ampiamente da critica e cronaca.
Chiusura dell’ultima giornata di spettacoli tra fischi e fiaschi. Il fiasco Simone Biggi: no comment. Basta dire che in corso d’opera una trentina hanno abbandonato la platea. Composta da critici per lo più. I dieci minuti di flatulenze, dal palco, indicano la caratura dell’allestimento big biggi one man show.

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Prima serata per le Fibre Parallele e l’anteprima nazionale di Lo splendore dei supplizi. I pugliesi confermano la loro vocazione scenica. Visivamente minuziosi, nelle meccaniche dei gesti e dei movimenti sul palco, drammaticamente maturi con margini di sviluppo esponenziali, chiaroveggenti nel creare e prevedere il responso degli uditori. Quattro quadri, microatti, ognuno con un vizio da scontare. Un languore di coppia, una disonestà reiterata, il razzismo, l’ineguaglianza. Quattro scene per quattro supplizi. Ma in platea tutt’altro. Piacere. La pluripremiata compagnia testimonia la sua genetica teatrale. Senza acrobazie tecniche o psicofisiche, un lavoro di indagine sull’attuale, proposizione di evergreen in contesto di cancri sociali, artigianalità teatrale e sapienza nella speculazione spaziale. Un lavoro ‘scientifico’, di quella scienza artistica che è astrazione e concretezza. Dinamicità e sospensione. Concetto e pura forma. Drammaturgie di linguaggio d’uso e poetiche ricamate, nitidezza registica, sincronismo attoriale individuale e di coppia. Centotrentacinque minuti che sembrano venti…

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Altra ciliegina lo spettacolo della sera precedente, venerdì, di Davide Iodice. Altra conferma. Di uno sguardo al teatro in sembianze altre. Uno sguardo dalla platea su qualcosa di evanescente, eppure frutto di moti, tempeste interiori, materializzate con la levità del passo coreografico, la poesia visiva della danza. E del gesto osmotico. E dell’estetica che diventa materia. L’elemento naturale che tra le pareti del palco diventa impercettibile. La prima nazionale di Mangiare e bere. Letame e morte, con Alessandra Fabbri e tutto il resto di Iodice (regia, drammaturgia, spazio scenico, luci), divide la platea. Se piace sublima, se non piace è ritenuto plastico, finto, edulcorante. Ci si domanda come può un travaglio viscerale risultare finto, quando dell’attrice si avverte il respiro che inciampa tra i denti nell’azione drammaturgica e se ne percepisce la liberazione quando il gesto danzante la muove. Se ne percepisce la vibrante sensazione di leggerezza provata nell’esecuzione, per consegnare quello che non si riesce con le parole, metafora di incomunicabilità contemporanee. Un’indagine sull’animalità dell’attore, sull’istinto animale di stare sul palco come predestinazione, come habitat, l’unico possibile probabilmente. E tutto, nel suo codice di simbolismo, appare chiaro e intellegibile. Soggetto anche a interpretazioni, come tutto ciò che arte lo è. Non è possibile standardizzare, nemmeno comporre decaloghi o istruzioni d’uso sul fare scenico. Se si giunge a questa deriva è per il marcio esercizio di un presunto potere. Di chi osserva, soprattutto. Un osservatore aperto mentalmente è già di per sé un privilegiato. Il suo sguardo vede oltre e dovrebbe intermediare, con l’esperienza e le competenze, verso chi ha la vista corta perché non assiduo di luoghi teatrali o semplicemente per attitudine diversa. Non ci sono spettatori di serie A e serie B, ci sono coloro che stanno sul palco e quelli che stanno dall’altra parte. Alcuni più attenti, esperti, curiosi di altri. Invece c’è chi sta in platea come fosse seduto su uno scranno d’Olimpo. Pratiche malsane. Il sapere si diffonde, non si agita come fascio littorio.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari

Emilio Nigro

A Primavera dei Teatri: tra dialettica collettiva, Perrotta e Latini

Roberto Latini - foto di Angelo Maggio

Roberto Latini – foto di Angelo Maggio

C’è crisi, e necessità di rifondarsi. Di fare tabula rasa ricostruendo dal niente. Conservare purezza e pratiche sane; acidificare impurità. Il teatro, dunque, quale strumento di proselitismo. Per coscienze svuotate. Per spolverare un senso critico sotto sabbia. Una riflessione indotta, semplicemente incoraggiata, suggerita o accennata almeno. Se non è atto politico, non è detto non debba avere dignità o ragione d’essere l’esecuzione teatrale. Ma, il contesto attuale, storico, sociale, obbliga a delle prese di posizioni serrate, ferme, necessariamente osmotiche. E se le rivoluzioni nascono individualmente, una moltitudine di singoli, concentrati contemporaneamente sulla stessa rappresentazione (fenomeno), formano e amplificano una comprensione comune, potenzialmente esecutiva.

Nelle rassegne e nei festival, la materia vivida di fruizione asseconda lo scambio, la parola, il dibattito. Non solo tra spettatori ansiosi di commenti a fine scena o turisti in vacanza… Dialettica collettiva, invece, che semina o potrebbe seminare, per futuri raccolti. E cambi direzionali.

A Castrovillari, il festival di Primavera, è un evento speciale. Prima di tutto perché si percepisce la tensione (di volontà) nell’attuare un discorso sul teatro ché non sia esclusivamente panem et circernses. Poi, perché possibile in una terra impossibile. Perché una strana alchimia scandisce i giorni. Un’inconsueta unione empatica. Magari così in maschera da risultare verosimile (il teatro che si estende oltre se stesso); probabilmente ruffiana; sicuramente non disinteressata. Ma c’è. Un bene comune.
Succede a Castrovillari, che dopo 3 giorni di festival sembra siano passate settimane. Succede che una cittadina di provincia si emancipi e diventi un borgo europeo. Che un gruppo di studenti universitari alimentino la passione nel volere cibarsi di fatti teatrali ascoltando in un bistrot le parole di un critico, Giulio Baffi, la cui vita è scorsa tra palco e realtà. Succede che nelle segrete del Castello Aragonese, prigioni fino a vent’anni dopo l’Unità d’Italia, un musicista, Gianfranco De Franco (esecutore e compositore delle musiche di Dissonorata e La Borto), materializzi le percezioni degli uditori e li porti a compiere viaggi sensoriali. E l’umido dei sotterranei sembra diffondere tanfo di carni putride e angosciosi respiri.

Perrotta - foto di Angelo Maggio

Perrotta – foto di Angelo Maggio

Giovedì, terzo giorno di festival, giorno di prime. Mario Perrotta con Un bès. Antonio Ligabue in prima serata al teatro Sybaris e Roberto Latini in seconda nella Sala 14 con Noosfera Museum.
Il dualismo dell’artista-uomo nel lavoro inedito di Perrotta, di chi sa di “meritare un bacio, da artista, e elemosinarlo da pazzo”. Un’indagine in terra di confine (umana e cerebrale), in cosa è dentro e fuori; riflessione approfondita sulla libertà d’agire per proprio dettame e i condizionamenti di etichette altrui.
Perrotta arriva sul palco dalla platea, mendicando affetto, comprensione, gesti d’umanità. Il suo sguardo assente, stralunato, svela il timore (probabilmente) della prova davanti un pubblico “attento”. Davanti a un teatro gremito e una trentina di spettatori concentrati più sull’attesa della sbavatura, della stonatura, anziché mettere occhi e sensi sulla scena liberandosi da sovrastrutture di ruolo e mestiere…
Trapela l’emotività che non è solo del personaggio. Quella è calcata in maniera naturalistica, e tramite il linguaggio teatrale, metaforico, intuitivo, percepibile, s’incarna e si fa veicolo tra il pubblico al buio. Una dialettica ricercata, sperimentata a commistioni di poetiche inconsuete, codificate ma originali. Tre pannelli a grate, dei finestroni ingabbiati, come unico elemento scenografico che diventano, nel retro, lavagne cartacee in cui Perrotta tratteggia a carboncino. E rappresenta paesaggi (ambientazioni), personaggi, visioni d’una mente diversamente abile. Ricerca e sperimentazione. Padronanza attoriale e fisicità versatile a prodursi in elemento scenico. Assenza di sintesi e verticalismo pronunciato. Consuetudine dei lavori scritti e interpretati, la regia è postuma alle esigenze di attori e costruzione di scene. Che nel troncone finale dello spettacolo, assumono forme più familiari di narrazione e dialoghi con doppi indivisibili. Un leggero riverbero di caratterizzazione eguale a se stesso macchia leggermente la prova: l’incertezza della prima, il timore precedentemente accennato. Un moderno innestato a trame consolidate, emerso con la spettacolarizzazione del prodotto visivo. Il palco diventa camera oscura, in alcune scene, dove sono proiettate, a luce fantasmagorica, paesaggi, disegni, volti. Fantasmagorie, come attorno a uno scemo del villaggio. Artista. Bandito e ammirato. In eterno conflitto tra il fuori e il dentro. Ma senza maschere d’ordinanza. Se ne evince non un’attenzione epica su un accaduto, una biografia, nemmeno un tentativo catartico nell’osservare qualcosa per cui provare pietà e espiare. Piuttosto uno specchiarsi riaffiorando in superficie, da noi, da dentro, quella parte di follia stipata accuratamente sottovuoto.

Roberto Latini - foto di Angelo Maggio

Roberto Latini – foto di Angelo Maggio

Latini è un poeta del gesto. Scevro dal lirismo. Padrone in scena, del suo corpo e della sua voce. Padrone non egoista né autoreferenziale. Ma pasto per pubblico e oggetto di voyeurismo impalpabile. Di trasmissioni non immediate. Su cui tornare, con la riflessione, da diverse angolazioni di vista, di analisi. Il teatro che apre la mente. Di un linguaggio non intellegibile, diretto o esplicativo. Metaforico, ermetico, simbolico, immaginifico. Dopo Noosfera Lucignolo e Noosfera Titanic, il terzo movimento del progetto, Noosfera Museum, si propone suggerimento della semantica testuale, come esposizione di mutazioni fisiche e essenziali effetto del «disagio dell’attesa di un futuro che si è dimesso dalla nostre aspirazioni». Voci da rifugi, da corazze (o prigioni) di solitudini. In uno spazio (d’azione scenica) ipertecnologico e naturale (luci, effetti sonori, fumo artificiale, alberi e terra, sangue, vino), Latini incarna la gelatina umana ammassata come in una fossa comune di anonimati, di dispersione. Ambendo al calco della bellezza tenuta in serbo «dalla platea che l’ha custodita». Cinquanta minuti di mutismi materializzati visivamente; l’intromissione della parola sgranata dagli amplificatori (in fuori campo) poi modulata dalle corde vocali dell’attore. Senza troppo cenno d’impostazione, cruda, dal profondo, precisa e scandita, confidenziale. Museum, esposizione di corpi e interiorità in gabbia e in processione sistematica. Contrapposizione a sintassi dogmatizzata. Urgenza sensibile tradotta in linguaggi altri, liberi. Liberi dal confezionamento per cerimonie, liberi dagli unici sguardi possibili, da prospettive banali. Liberi come dovremmo essere dalla standardizzazione di ambizioni, volontà, atteggiamenti. Per partiture prese a sacrificio attoriale dell’espressione accurata. Per tensione teatrale tenuta chirurgicamente a ritmo costante e un talento, cibo per uditori non ipocriti.

Visto a Primavera dei Teatri, Castrovillari 

Emilio Nigro

 

Al via Primavera dei Teatri: tra Malosti e Maniaci d’Amore

Dalla XIV edizione del Festival Primavera dei Teatri, il nostro corrispondente Emilio Nigro ci manderà alcune pagine di diario, raccontandoci l’atmosfera che distingue il festival calabro diretto da Scena Verticale e alcuni spettacoli che lo animano.

Al via Primavera: tra Malosti e Maniaci d’Amore

castrovillariDopo del tempo al chiuso – una lunga stagione rigida piovosa e scura – riprendere la strada comporta una sorpresa continua. Come vedere per la prima volta le cose del mondo. Con lo stupore di un bambino curioso di tutto e cosciente di nulla. Le percezioni si dilatano, i sensi s’affinano; gesti, voci, volti, s’amplificano. Impressioni continue. Un groppo di ginestre su un colle sembra un’immagine dipinta. Un quartiere, medievale, che dice di dominazioni aragonesi, fatto e rifatto per giorni, mesi, anni, svela un dettaglio inedito, uno scorcio stucchevole, un dinamismo esotico. Un baretto d’un vicolo malandrino, sgrauso, con brutti cerri e l’atmosfera truce, assume contorni affascinanti. Suggestivi. Delle suggestioni che si avvertono nelle periferie criminali. Lo strano fascino del pericolo…

Bentornata Primavera. La fioritura è di stagione. L’habitat quello di sempre. A cui però non ci si abitua mai. E se ne ha sete e fame, quando tarda. Qui, in terra di Calabria, in una zona conservatasi testimonianza borbonica, tra le più intatte antropologicamente. Tra il Pollino e l’urbanizzazione del grosso centro di provincia, costumanze salvaguardate e innesti sociali digeriti appena. Dove sorrisi e maschere d’ordinanza, di convenzione, si acutizzano a un tale livello di finzione da sembrare sinceri. Dove si è poveri economicamente e culturalmente, arretrati e pieni di contraddizioni, ma ricchi d’integrità intellettiva e morale, di spirito, di senso, d’umanità. Quella ricchezza che il teatro dovrebbe diffondere, nelle varie trame in cui si dipana. Arrivando in sordina o di prepotenza, per metafora o realismo estremo. Una via di comunicazione ambigua, non necessariamente immediata, chiara, intellegibile. In ogni caso viva, senza possibilità di correzione subitanea, senza possibilità di replay. Un’azione collettiva. Che può diventare corale livellando comprensione e messaggio, ascolto e eseguito, gesto e visualizzato. Un gioco reciproco. Uno scambio diseguale ma uniforme. Incubatrice di emozioni.

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Dovrebbe essere emozionante il teatro che vale. Al di là delle classificazioni o nomenclature di genere, tecnica, critica e resoconti di significato. E spiegare perché uno spettacolo lo è e un altro no. Facile a dirsi…
Emozionante lo è stato Lo stupro di Lucrezia di Valter Malosti. Shakespeare. La parola che incanta. L’incisività del verso che descrive moti, situazioni, congetture, a rimando, per metafora o allegoria, inarrivabile. E stupisce – dello stupore di un bimbo curioso di tutto e cosciente di nulla – da creare ipnosi.
Peccato che gli attori non sono stati sempre all’altezza, durante l’ora e mezza di spettacolo, di dare giusta grazia a questa dialettica celeste. Comprensibile, tuttavia, considerando la mole di lavoro fisico a cui sono sottoposti. Per vivificare lo stupro della moglie di Collatino, Lucrezia, l’allettante, la casta, la fedele. Una violenza di cui i due coniugi sono colpevoli, l’uno per aver fatto venire l’acquolina in bocca all’erotomane confidando virtù e virtuosismi dell’amata, l’altra rea di bellezza tentatrice. Giustificazioni per la superbia di Tarquinio carnefice e simbolo della cecità effetto della libidine, della presunzione indotta dal potere, dell’animalità dell’essere governati dall’istinto. Emblema primordiale, emblema del potere (il popolo romano insorge contro la monarchia portando il vessillo del suicidio di Lucrezia). E Lucrezia è vittima predestinata, ciò che in fenomenologia è indicato come movente, e nelle disquisizioni filosofiche astratte come episodio necessario al compimento del fato. Però Lucrezia è una donna. Una donna stuprata. Il palco diventa megafono del dolore. Dell’onore perduto. Della devastazione fisica e mentale. Malosti lo trasforma in un vuoto d’anima, con un parterre di luci a trasmettere (sensibilmente) un groviglio di angoscia e orrore, un duello di corpi nudi (padrone e sottoposto) sequenziale e crudo – l’asessualità, la mancanza di percezioni sensuali all’assistere a nudità sottoposte a violenza – un’estetica carica di semiotica audiovisiva e innesto di feticci contemporanei. Con il risultato, però, di non avere convinto il pubblico, poco soddisfatto da qualcosa ritenuta (ormai) di repertorio, di consumo, di codificabile e catalogabile. L’alterità del frigo, le postazioni microfonate, l’amplesso esplicito. Teatro moderno sintetizza un evolversi di tecniche o una ricerca raffinata nell’indagine della realtà, delle fonti, dell’eredità drammaturgica e teatrale?

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Fertile e prorompente l’impronta registica allo spettacolo: fedeltà al verbo Scespiriano e costruzione sulle meccaniche attoriali, sul rappresentare altro da ciò che si vede e l’occhio legge a primo assorbimento, sul disegno visivo d’arte, sull’impostazione vocale adottata per il narratore. Umorale la prova d’attore, flebili nell’ attacco – probabilmente destabilizzati dall’ “ansia da prestazione” – più padroni nella seconda parte, con un punto a favore di Alice Spisa, sottotono Jacopo Squizzato, immaturo. Complessivamente, il suffragio del pubblico, è discorde. Per il rigore di movimenti troppo precisi, per un calo di climax delle scene successive all’amplesso violento, per un ipnotismo testuale distratto da inefficaci trasposti vocali; Per un disegno scenografico da cornice, poco sfruttato nella speculazione totale dello spazio; Spettacolo emozionante, avvertito, sudato, ma ancora distante, plastico.

Di diversa pasta lo spettacolo in seconda serata. Nella location inedita del Castello Aragonese. Il primo, si è visto al Teatro Sibarys.

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Fresca la sera incorniciata dallo scenario naturale del Castello. Muri e facciate lasciate all’identità austera del passaggio del tempo. Fresca l’esecuzione sul palco de Il nostro amore schifo del duo Maniaci d’Amore (Francesco D’amore, Luciana Maniàci). Meridionali approdati al teatro da strade di formazione altre (Scuola Holde – Torino) per cui evidente il tratto letterario nella partitura drammaturgica e l’intenzione scenica di veicolare il testo, la trovata prosaica, il gioco di parole. Perfetta dizione lui, naturalistica lei, con l’inflessione messinese e l’apertura vocale negli innumerevoli “per sempre” reiterati a totem di caratterizzazione. I “per sempre” di quell’amore pensato prima che vissuto. Adolescenziale. Intollerante nei confronti del qui e ora universale, matrice del lineare funzionamento delle manifestazioni vitali. Cliché di coppia, non stagionata per “verginità” anagrafica, ma mossa da normative di codificazione comune, dogmatica. Come s’avesse un libretto d’istruzioni per movimenti di sentimento. E fuori dai resoconti concettuali, il lavoro dei due – un frutto verde con pezzetti di rossa maturità – convince per la frizzantezza dell’approccio e della dimestichezza con le pratiche di messa in scena. Per la padronanza nell’intervenire chirurgicamente con la sicurezza del professionista, nonostante la poca esperienza. E le strutture troppo in vista (quelle di pianificazione, le idee adottate nella costruzione, gli ingranaggi dialogici) come in un cantiere con uno scheletro d’edificio, il lavoro attoriale ingenuo e semplicistico, l’autenticità spinta all’eccesso, sono piccoli nei su pelle candida, setosa. Stupore per i coup de theatre (ripetuti) nel finale. Intelligenti, di uno spettacolo intelligente.

Dal Festival Primavera dei Teatri, Castrovillari

Emilio Nigro

 

 

Cattivi odori di coppia, Compagnia Stabile del T da Schmitt

Recensione a Piccoli crimini coniugaliCompagnia Stabile del T

foto di Antonio Giocondo

foto di Antonio Giocondo

La coppia in crisi genera cattivi odori. Di stantio, di noia, di marcio. Probabilmente la vita di coppia rappresenta un espediente per soddisfare egoismi. Un’alleanza per interesse. Si vive a fianco, non insieme.
Riflettendo su questa teoria, Eric-Emmanuel Schmitt (noto per Ibrahim e i fiori del corano), autore francese tra i più rappresentati d’Europa, ne ha ricamato una drammaturgia. Brillante, indagatrice dei moti, prettamente intimi, della vita privata. Intimi nel senso di interiori. La sua prosa, ritmica e scorrevole, rotonda e verosimile, porta in superficie riverberi (introspettivi) profondi, fuoriusciti con estrema semplicità sintattica. In parole povere, codifica, tratteggiando a chiare lettere, dinamiche di pensiero e di sentimento difficilmente esprimibili. Comuni, corali, soprattutto se riguardano il rapporto a due.

In Piccoli crimini coniugali, sotto la lente d’ingrandimento, la coppia. Che emana cattivi odori. La trasposizione è della Compagnia Stabile del T, pugliesi, con Vito Latorre e Mariapia Autorino in scena diretti da Stefano Murciano. Visti a San Fili sulle tavole del Teatro del Gambaro, per il secondo appuntamento della rassegna “Transizioni”, nell’ambito del progetto di residenza.
Una compagnia non calabrese. Questa è la prima notizia. Di una certa rilevanza, considerando l’andazzo recente. Bene favorire gli artisti locali, sacrosanto. Ma ancora meglio confrontarsi con il nuovo, con il diverso. Non può che essere produttivo.
Quando si maneggia un testo di sicuro appiglio, il dilemma, per un regista degno, è su come impreziosirlo: evidenziare le tracce migliori, rendergli grazia visivamente, fisicamente, costruire le scene funzionali alla dialettica. Il teatro è un’esperienza fisica, sensoriale, la parola ha bisogno di carne, di vita. O potrebbe, il regista, decidere di intervenire chirurgicamente sul testo e, per esempio, mettere in luce i sottotesti, focalizzare personaggi minori e farli diventare protagonisti, non essere fedele all’autore insomma.

Piccoli crimini coniugali di Murciano è fedele al testo di Schmitt. Verbalmente. Il desiderio di “firmare l’opera” è palese, registicamente parlando. Gli attori sono caratterizzati a tinte forti, esteticamente e drammaticamente, manovrati come si muovessero pedine sulla scacchiera; lo spazio scenico colmo scenograficamente; le scene, non limitate a veicolare il testo, catturano la vista prima che l’udito; il desiderio di colpire strutturalmente (intendendo tramite trovate) è manifesto. Tipico dei giovani teatranti. Dei giovani che studiano e lavorano. Che fanno ricerca. Che non sottraggono. Del resto, nel post-drammatico, la mancanza di sintesi è caratterizzante.
Sicché lo spettacolo risulta pingue, marcato dall’orma registica. Discreti gli attori, scaltri nell’emancipare il verticalismo dell’azione, in una pièce dove sarebbe stato facile marginalizzare lo spettatore a terzo. Meglio la Autorino – che evoca un personaggio di Tim Burton – quando c’è da stuzzicare il climax verso direzioni “patetiche” e Latorre nel pavoneggiarsi di Gilles. Marito di Lisa. Smemorato di conseguenza a un incidente domestico. Che non è proprio un incidente…
I due attori agiscono sul palco con movimenti meccanici, da automa. Un cenno. Una didascalia. Una delle innumerevoli. Troppe. E calzano indumenti di forte identificazione identitaria – burtoniano anche questo – hanno parrucche vistose, sono coloratissimi. E pieni di zip, chiusure lampo, sui vestiti… Ricca la scenografia, un interno domestico dalle sfumature surreali ricavato artigianalmente. Pubblico divertito.

Visto al Teatro del Gambaro, San Fili (CS)

Pubblicato sul Quotidiano della Calabria

Emilio Nigro