Emilio Nigro

Emilio Nigro (Cosenza 1981) scrittore e giornalista, critico teatrale. Autore di "Incessanti maree silenziose" (Falco editore, 2005 Cosenza) "Elisir di luna" (Aletti editore 2007 Roma) "Alterazioni di colore" (Coessenza editore, 2009 Cosenza), presente in due antologie di narrativa a tiratura nazionale (Guasco editore 2012; Palzari edizioni Lecce 2009;) collabora con il trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio ( Milano); il Quotidiano della Calabria; la rivista online di critica teatrale Il Tamburo di Kattrin. Critico di Teatro, zooma inoltre su cinema, musica, arte visiva. Premio nazionale Nico Garrone 2011 “ai critici più sensibili al teatro che muta”; Premio nazionale Guasco 2012 “scritture contemporanee”; Premio della giuria popolare e menzione speciale della giuria al miglior testo concorso nazionale per monologhi Residenza Teatrale Orizzonti Meridiani; Premio nazionale NonfermARTI 2011 categoria scrittura creativa; Premio Galarte 2007 per la poesia. È inoltre autore e interprete dello spettacolo "Teatranti" (2009) e "Rifarmi – soluzioni al precariato" (2012); firma di diverse drammaturgie tra cui "Visionaria"; "L' indifferenza dei passanti"; "Donne & Iene". Collabora con la compagnia teatrale La Barraca; con il Centro Teatro Calabria. Allievo di Edoardo Erba, Francesco Suriano, Ivo Milazzo.

Con “Roccu u’stortu” il teatro è dell’attore

Recensione a Roccu u’stortuTeatro Studio Krypton, regia di Fulvio Cauteruccio

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Ancora More. Ancora venerdì. Ancora al Teatro Morelli di Cosenza.
La rassegna di marca Scena Verticale sul contemporaneo riprende la rotta, a vele spiegate. Come l’anno scorso, di questi tempi. Chiuse Emma Dante. Apre il giro, Fulvio Cauteruccio. Un calabrese. Un cosentino. Inalterato nel dna nonostante trent’anni in Toscana. A Firenze. In cui l’abitudine al sentir parlare con la c aspirata, le t tronche e l’accento arrotolato, potrebbe far dimenticare incisività e l’asprezza gutturale. Oppure avrebbe potuto immedesimarsi nelle attitudini dei fiorentini, lui che è un attore: cortesia e falsità: riverenti finché non ti hanno fatto fesso. E invece no. A Cauteruccio la cosentinità non l’ha abbandonato. Smussandola, modellandola, facendone anche a meno presumibilmente in determinate occasioni, ma portata a spasso con fierezza e perché no, con vanità.

Fulvio Cauteruccio è un Attore. La fisiognomica lo svela, a prima vista. Lo sguardo trasformato dallo stare sulle tavole del palco e davanti al buio zeppo di uditori non visibili. Il corpo espressivo pure se immobile. Le posture di chi in teatro probabilmente ci passa le nottate. Non abbassa mai la testa, nemmeno quando non è a favore di platea. E quando ha da dare voce, e tono, e forma, e colore, a parole fitte che si azzuffano fra i denti, riesce a scandire anche la sillaba più delinquente.

foto di Angelo Maggio

foto di Angelo Maggio

Con Roccu u’ stortu si fece conoscere dal grande pubblico. La formula è essenziale: un gran testo di un gran drammaturgo, Francesco Suriano, e una sapiente e accorata guida registica sulla dialettica. Destinata a incorniciare il lavoro attoriale. Uno spettacolo di teatro d’attore. Il patto tacito tra palco e platea è soddisfatto nel momento in cui tra uomini, tra simili, ci si scambiano vettori invisibili. Empatie. Quando si osserva un altro uomo in scena e si gode del prodotto vivo, dei suoi respiri, delle sensazioni che vivifica trasmettendo. No, non è campanilismo di pancia. Nemmeno affetto per un talento calabrese che si fa valere sul panorama nazionale. Cauteruccio ammalia il pubblico, che a fine scena gli è grato scrosciante. Lo conquista prima di cominciare, lo tiene sulla corda, lo maltratta, lo diverte, lo possiede. Cosa altro deve fare un attore? Sì, l’allestimento è una vetrina. Una vetrina dove far brillare le doti. Il disegno costruttivo bontà del testo/bontà registico-interpretativa, regge le ossa dello stare in piedi in generale. Il susseguirsi di scene, vischiosità d’azione, costrutto audiovisivo, benché efficace, risulta retrodatato. Dodici anni fa, quando nacque lo spettacolo, non si poteva fare a meno, perché era prassi, delle proiezioni video. Come degli elementi naturali (luce, acqua, fuoco, terra, pelle, sangue) per creare l’effetto stucchevole. Nekrosius ci ha preso l’Europa, prima di cibarsi anche lui di commissioni. È strano e appassionante notare come il teatro, da millenni immodificabile nelle fondamenta, abbia un percorso evolutivo nelle maniere. Fatto sta che la chiave di lettura dello spettacolo prodotto da Krypton è la goduria provocata dall’attore. Capace di far trasudare il suo talento. Di spostare l’attenzione quando la vacuità dell’incastro potrebbe risultare approssimativa.

Cauteruccio diventa Rocco, e Rocco s’impossessa di Cauteruccio. Personaggio e autentico si assottigliano, favorendo un liberarsi verace, viscerale, di riverberi identitari tenuti assopiti. Attraverso l’abuso del dialetto, e delle sue caratteristiche eufoniche duttili a determinati stati d’animo. Il piagnisteo meridionale, la testardaggine, l’atteggiamento sboccato da sbruffone, il fare da malandrino, l’attaccamento ai legami di sangue, alla terra, alle origini. La storia, i racconti di battaglia in prima persona, la fotografia sulla guerra e le conseguenze – mai affrontata direttamente, piuttosto mostrata – sono relativi. All’attore. Mattatore. Tecnico e genuino. Materia calabra.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

A cosa servono gli eroi

Recensione a Aspettando Ercole – di Barabao Teatro

Aspettando Ercole

foto di Wilma Dragonetti

L’uomo è uguale a se stesso. Dal primo vagito. Interagisce di questi tempi attraverso uno schermo, si svaga in piazze virtuali, si evolve in uno stadio ipertecnologico. Ma resta uguale. Dentro, scienza e tecnica non entrano. Scannerizzano senza modificare, atteggiamenti, attitudini, dinamiche, strutture sociali, moti e pulsazioni. Confezionate diversamente. Testimonianza, l’universalità del mito. Stupefacente. Che più rappresenta l’umanità intera. Sfaccettandola.
E “a cosa servono gli eroi” (dunque) si domandano i Barabao Teatro in Aspettando Ercole. Mettendolo in bocca a Sosia, un servo, vestito da servo, come tanti di oggi detti altro per eufemismo.
Un servo che si chiede della libertà. Buffo, rincoglionito, pasticcione. Personaggio di spicco tra le caricature dei protagonisti delle epopee mitologiche. Sovrani politicanti, guerrieri sconfitti, divinità istintive, messaggeri tonti. Direttamente dal mito e parodiati alla buffonesca. Per diletto. Puro e sacrosanto diletto.
Sì, anche per lasciare tracce nella memoria di chi vede, ci mancherebbe. Ma senza impegno, non necessariamente. Con qualche trucco per zuccherare il pubblico. Che fa pensare a sviolinate di seduzione… ma solo per un attimo. Per il resto si sta incollati alle scene vogliosi di altre risate. Di leccarsi i baffi come con le mele sciroppate alla fiere. E pazienza per gli indefessi del concettuale civile e militante. A teatro si va anche per svago.
A cosa servono (dunque) se non a innalzare la megalomania umana tendente a un ideale di superuomo da prendere a modello? Perché si ha bisogno di ambire a qualcosa di irraggiungibile, di perfetto, che rappresenti l’archetipo/alibi di misere e anonime esistenze. O semplicemente normali. Da comuni mortali.

Aspettando Ercole

foto di Wilma Dragonetti

Ercole non è un comune mortale. È figlio di Zeus, inseminatore sotto le vesti di Anfitrione della civettuola Alcmena. Di cui Sosia dovrebbe garantirne l’illibatezza mentre il marito combatte per la ragion di stato. E Creonte (garantirne) il benessere familiare. Figuriamoci se Hera potesse essere d’accordo! E allora giù di vendetta. Portando la sorte dell’eroe nascituro a un complicato destino. Il destino dell’uomo coscienzioso mosso dal dovere di espiare i suoi misfatti… ma questa è un’altra storia.
Il concepimento dell’eroe traccia le linee dello spettacolo messo su dalla compagnia di Piove di Sacco (Pd). Quattro attori in maschera – create appositamente da Matteo Destro, regista della commedia – ne riproducono altri cinque in scena, in tutto nove, (s)doppiandosi – e triplicandosi – in ruoli diversi. La struttura calca l’impianto grecanico classico, innestando innovazioni nel linguaggio espressivo: il coro è emancipato in quartetti musicale narranti per canzonette simil sigla di cartoon; i personaggi recitano in maschera, adottando gli sberleffi della commedia dell’arte, e distogliendosene relativamente ai rigori di forma e caratterizzazione; la (bio)meccanica omaggia la primitività teatrale con pantomimiche da burattini rompendo col la fissità della corporeità classica; la dialettica è scanzonata, dialettale (da nord a sud), per niente ampollosa o enigmatica.

In uno spazio scenografico disegnato da composti di legno movibili e funzionali alle ambientazioni, duttili alle situazioni. Piedistalli, quinte, supporti di entrata e uscita.
Tratteggiando, nel lavoro d’attore, gli dei a volto nudo, recitanti in playback e doppiati in presa diretta, metafora (probabilmente) dell’astrazione, dell’impalpabile, della credenza tramandata oralmente. E gli umani in maschere, accentuate in specifiche espressioni, connotando spiccatamente qualità determinate. Il velo della finzione, il trucco teatrale sull’esposizione narrativa.
Orchestrati da una direzione registica precisa, attenta a scandire ritmi definiti senza accavallare scene che si susseguono forsennate nell’atto unico, generosa nel produrre varietà di presenza scenica – scene corali alternate ad azioni di coppia, triangoli e monologhi. Il finale, leggermente morsicato, frettoloso, compie un’ora e mezza di gradevolezze. Quando ci sono le idee…

Visto al Festival Teatropia, Siena

Emilio Nigro

La leggerezza di Pasolini

Recensione a Garbatella – viaggio nella Roma di Pier Paolo Pasolini – di e con Julia Borretti e Titta Ceccano (Matutateatro)

foto di Agostino Loffredi

foto di Agostino Loffredi

Diciamocela tutta: il teatro di narrazione ha stancato. Ce n’è troppo. Ce n’è troppo in giro di pessimo.
Perché costa poco e allora si vende. Perché va di moda e allora è trendy. Perché va di moda perché costa poco. A meno che non ti chiami Saverio La Ruina, o Roberto Latini, o Marco Paolini, o Giuseppe Battiston, o Danio Manfredini o Marta Cuscunà (pazienza per gli esclusi), un one man show senza determinati attributi in scena (concessa la metafora) non si regge.
Si potrebbe aggiungere qualche altro all’elenco. Una promessa. O qualcosa in più. Il suo nome è Titta. Titta Ceccano. No, non è una donna, anzi. È un omone di quasi due metri che a vederlo fuori dal palco fa paura, a prima vista, poi quasi tenerezza. Per i suoi occhialetti a fondo di bottiglia e quell’aria vaga, da buono, da uno “de core”, direbbero dalle sue parti. Ma sul palco diventa un padrone. Padrone del pubblico, dell’attenzione, della sua tecnica e della sua recitazione. Non traspare un cenno d’incertezza, di insicurezza, di tentennamento. Solo qualche goccia di sudore, tradisce. Ma potrebbe essere anche la luce dei piazzati sparata in faccia…
La fortuna di Titta è (anche) un’altra. Avere al suo fianco un’attrice (e regista) come Julia Borretti. Non è inglese, non lasciatevi ingannare dal nome. È di Sezze, in provincia di Latina. La sua potenza in scena è fuori dall’ordinario. Per strada, la sua delicatezza – questa sì, british – sul suo faccione da pantomima ispira quasi a seguirla, a sentire cosa ha da dire. Sulla scena diventa quello che vuole. E disegna le scene in modo netto, pulito, mai banale, senza edulcorare. Quel tanto che basta a renderle efficaci, insinuanti.

Garbatella è uno spettacolo di teatro di narrazione. E non stanca. Il narratore – la penna – è un certo Pasolini. Da Una vita violenta. Titta e Julia si fanno carne di un verbo ultraterreno (se non altro per ragioni di dipartita). E non ne incarnano il nichilismo, il senso del beffardo sciorinato dal realismo borgataro, le sconfitte dell’uomo di ogni estrazione, la melanconia tracciata nei personaggi e negli atti. Avrebbero potuto esserne esecutori, ci sono testi che stanno in piedi pure se abbaiati. Se ne fanno invece pittori – passatemi il termine –, come gli impressionisti che aggiungono luce a paesaggi visuali di per sé catartici. Azionando i riflettori sull’ironia pasoliniana, quell’humour grottesco, involontario. Dato dalle cose, dai fatti, così come sono. Si fanno voce e corpo, gli attori, non semplicemente come mezzo, ma come disegno aggiunto, l’impronta dell’artista su qualcosa di immortale.

foto di Agostino Loffredi

foto di Agostino Loffredi

Un trio di sedie da cinema pulcioso di quartiere domina la scena senza altra aggiunta scenografica. In quello spazio, seminudo, come la parola del poeta, Ceccano e Borretti ritmano una dialettica fitta, struggente, evocativa. Ricamata da una costruzione gestuale essenziale, simmetrica, significativa. Al punto che ci si immagina la storia, d’amore, quella di Tommasino e Irene – che nel romanzo non assume centralità narrativa – come se la si vedesse con tutte le ambientazioni, i personaggi, le connotazioni sociali, la bellezza di una Roma spogliata, vecchia, cenciosa. Una prova attoriale al servizio della narrazione. Che tramanda, rintraccia memorie. E il disegno delle borgate, tramite l’evocazione e la caratterizzazione fisiognomica, mimica, vocale dei protagonisti, traspare come una dimensione palpabile. Grazie inoltre alla musicalità della chitarra di Roberto Caetani, a mo’ di stornelli, con quel senso di picaresco tipico di una certa romanità.

Le cifre registiche, puntellate appena, mostrano un certo intendersi di fatti di teatro. Con tempi giusti di focalizzazione delle parti, simmetrie e trovate minimali di intromissione materica, entrate e uscite (di respiro drammaturgico o fisiche) funzionanti, simmetrie ottimali. Ricorderebbero le meccaniche della Dante, a trovare parallelismi, segno di un’impostazione volta allo scrollarsi tutte le inquietudini del rigore formale, delle dottrine impartite. Un metronomo che scandisce la partitura dialettica.
Il linguaggio espressivo, che formalizza la manifestazione dell’urgenza artistica, senza trucchi o effetti speciali, rintraccia una speculazione dello spazio e dell’ascolto dettata dall’accortezza e dalla cura all’efficacia. Il risultato è leggero e toccante. Commistione di tecnica e autenticità. Verticalizzazioni in platea ed entusiasmi facili.
Happy end.

Visto al Festival Teatropia, Siena

Emilio Nigro

Teatropia di Siena: le oasi (protette) del teatro

teatropia 2013Le specie in via d’estinzione vanno protette. Possibilmente favorirne la proliferazione, la diffusione a largo raggio territoriale, la contaminazione con le specie dominanti. Così che il mescolio produca del nuovo. Del sano. Svecchi lo stantìo, rinnovi pratiche obsolete e ruffiane.
Le specie teatrali, naturalmente. Quelle off dai circuiti cortigiani, o dalle corti dei circuiti, o dai cortocircuiti. Quelle per cui la ragione morale, sociale (teatrale) prevalga sulla ragione economica. Quelle di mestiere, non di lavoro.

I Topi Dalmata appartengono alla categoria. Infestano – da topi – una casa nel cuore di Siena, al confine tra le Contrade della Giraffa e della Civetta. I due cuori pulsanti della compagnia, Margherita e Alberto, sono invece dell’Oca. Hanno un teatrino in casa. Un approdo per viaggiatori, poeti, teatranti, teatranti eventuali, musicanti, giovani e diversamente tali. Un’isola che nella memoria dei visitatori di passaggio rappresenterà la consapevolezza della fisicità di un luogo altro dai grigiori quotidiani di urbanità e gente.
Il teatro (ri)vissuto nella sua dimensione aggregativa, pullulante, nutriente coscienze. Un teatro “luogo dove si vede”, specchio e doppio, riflesso e contrario. Un teatro umano. Altro dalle vetrine per manichini vanitosi. Dai palchi (e interpreti) pesati a oro. Dalle cattedrali con cupola…
Finzione e realtà sembrano confondersi in via Lucherini 6, dissimularsi. Come quando si guarda attraverso le esalazioni di calore e si sfuoca il punto di vista e il soggetto d’osservazione diventa bidimensionale. Come se l’intenzione del teatrare rivendicasse forme e sembianze materiali. Atti e fatti.

Accantonando disgressioni filosofiche e poetiche, a casa dei Topi Dalmata si fa sul serio. Si mette su un festival di gittata nazionale in men che non si dica, si bandisce un concorso per nuove generazioni teatrali, si fa arte. Autofinanziandosi. Senza le stampelle della politica. Senza politica. Grazie alla passione (e il lavoro) di Davide Falletti, Margherita Del Ministro, Vittoria Vigni, i citati padroni di casa Alberto e Margherita e tutti gli altri dalmata di un’ora, di un giorno o di un momento. Una residenza senza portafoglio.

Teatropìa, il nome del festival scandito nei fine settimana di marzo. Da giovedì a domenica. Una formula efficace: spettacoli della prima serata – in Sala Lia Lapini, uno spazio teatrale appena fuori dalle mura senesi – innovativi e di qualità; spettacoli pomeridiani, in concorso per due categorie: Teatro Ragazzi e Corti destinati ai debuttanti. O ai teatranti navigati che vogliono mettersi in gioco. E tra uno spettacolo e un altro musica, cene, aperitivi, chiacchiere più o meno intellettuali, goliardia, vivacità.
Per un teatro verso direzioni altre. Originarie. Originali.

Per vedere il programma accedi al sito

Emilio Nigro

Freak and frog: buone pratiche calabresi

Recensione a Freak and frog – regia di Stefania De Cola

Freak and frog

foto di Giulio Malatacca

Metti un’attrice che sa fare bene il suo mestiere, capace di emozionare evocare fare evadere, e un maestro musicista d’organetto il cui tocco incanta, rapisce, rende ebbri. Lo spettacolo è bello e servito, gustoso per ogni tipo di platea, di quelli che tracciano le interlinee di universalità delle buone pratiche teatrali. Non importa se l’interpretazione potrebbe risultare affettata in alcuni frangenti e la regia non troppo fluida: non importa che uno spettacolo sia codificato per filo e per segno, deve arrivare. E se il cenno, il segno teatrale, la metafora ad occhi attenti balza elementare, lineare, come un’equazione, priva di quella sensazione di impercettibilità che si dovrebbe avere assistendo a scene fatte ad arte, è perché l’attenzione è catturata dal resto. La partecipazione quindi è bilaterale, tra palco e platea, e l’efficacia onomatopeica di un buon narratore prende il sopravvento sulla struttura.
Freak and frog è uno spettacolo di teatro di narrazione andato in scena venerdì scorso sulle tavole del Franz Teatro di Porta Piana. Con Stefania De Cola, firma anche della regia, e Salvatore Vercellino, compositore originale. Una lettura partecipata, lo amano definire gli artefici, dalle pagine di Edgar Allan Poe e Luigi Pirandello. Un accostamento apparentemente antitetico, invece no. Perché, ad interrogarsi sul contrario della bellezza, la letteratura ha trovato risposte per epoche e correnti lontane. E perché accomuna qualcosa di sotteso, scrittori e artisti di qualsivoglia periodo.
Il contrario della bellezza, archetipo di benessere e armonia, di virtù e potenza. Da mettere all’ombra chi non ne è dotato. Seppure capace di sentimenti, di intellighenzia, di pregio.
La molla dell’allestimento della De Cola e di Vercellino scatta da una pellicola: Freaks, di Tod Browning. Un film del 1932 di cui l’introduzione è posta come “prologo” dello spettacolo, spala la terra per edificare fondamenta, per preparare il terreno.
Un paio di leggii per il perimetro della scena, un paio di postazioni (sedute), un paio di piazzati, qualche oggetto funzionale al suono o all’illustrazione. E le parole, lette, interrotte dal gesto della De Cola (da rivedere il movimento del corpo forsennato in alcune scene – riconoscibile) con le immagini sonore vivificate dal maestro Vercellino. Composizioni originali, le musiche: partiture teatrali adattate in alcuni momenti al teatro canzone. Dove la reiterazione del motivo, musicale, corrisponde per analogia poetica alla metrica del versi sciolti. D’impatto potente, dritto tra stomaco e sterno. Dove si crede dimori l’anima. Suoni e voce a raccontare le storie degli storpi, di cui si pensa abbiano deformi anche testa e cuore.
La De Cola confeziona un’ennesima prova degna dell’attestazione di stima e della notorietà di cui gode. L’essere considerati una delle migliori attrici in circolazione non avviene per caso. Quando soprattutto il pubblico non è indotto alla compiacenza doverosa.

Visto al Teatro Franz di Porta Piana (CS)

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

La bellezza della crisi d’identità secondo Sanpapié

Recensione a Io sono figlio – di Sanpapié

foto di Federica Lissoni

Il teatro non dà risposte, dice Peter Brook, lascia nudi davanti alle domande. E le domande, quelle esistenziali, quotidiane, hanno cercato di esplorarle i performer della Sanpapié, nello spettacolo Io sono figlio sulle tavole del Teatro dell’Acquario. Terzo e penultimo appuntamento della rassegna Islotes en red (isole in rete), che ha portato a Cosenza punti di vista diversi, internazionali, sul fare e intendere teatro. E farlo arrivare in platea. Perché il succo di una buona riuscita sta nell’emozionarsi del pubblico. E c’è da dire che la rassegna di emozioni ne ha suscitate parecchie, positive e contrastanti. Offrendo ai cosentini – e calabresi – la possibilità di sbirciare sul lavoro e la ricerca di realtà europee. Differenti stilisticamente e lontani dalla nostra concezione del mettersi in scena. Da cui non si può che arricchirsi. Foraggiando quel nutrimento culturale utile all’apertura mentale, all’emancipazione di mentalità. Insomma, un’idea ragguardevole.

Dopo i Valenciani e i Portoghesi, è toccato all’ensemble milanese, seguendo le comuni tracce tematiche del progetto pilota della rassegna: l’identità. L’identità di un’Europa in crisi, in cui ci si ritrova nelle stesse condizioni pur se abissali geograficamente e culturalmente; l’identità di un uomo ritornato umano e non pezzo di una catena di montaggio o agente di consumo; l’identità del passato reggente a un presente-futuro spersonalizzato. È toccato a Lara Guidetti (che insieme a Marco Di Stefano è la creatrice di Io sono figlio), Francesco Pacelli, Federico Melca, che a Milano sono giunti da centro e sud Italia, creare coinvolgimento, dissenso, stupore, rilassamento, suggestione, tra il pubblico dell’Acquario. Attraverso l’onirismo evocato dai movimenti e la grammatica del corpo, linguaggio sofisticato di cui la gradevolezza oscilla su filo sottile tra apoteosi e disprezzo, dipendente dalla caratura dei performer. Attraverso la metrica di una coreografia contemporanea, favorente una fruizione stratificata e dall’eccellente livello estetico. Attraverso cenni teatrali di una resa pulita e pressoché perfetta, giocata sull’immagine immediata e senza intromissioni tecnologiche, sulla leggiadria di corpi in movimento e i tumulti, le indignazioni, le riflessioni del proposto. Poesie silenti. E dialettiche forsennate, nella semplicità dei costrutti venuti su da idee e vivificati dalla pelle. E il teatro, per dirla alla Spregelburd, tanto più è moderno quanto è meno tecnologico.

Io sono il figlio è uno spettacolo superbo. Incasellato in un determinato genere, quello del teatro-danza, squisita mistura di arti e contemporaneità. Bello. Senza paura di usare un termine considerato banale dal giornalismo colto e accademico. Bello. Della bellezza dei corpi scolpiti dall’esercizio quotidiano, dal lavoro. Della bellezza del bianco, dominus in scena, tono di simmetrie, oggetti e figure danzanti. Della bellezza dell’espressività elementare, artigianale, e ricca di significato perché cucita a pennello con il resto del complesso audio visivo.
Gli spettatori entrando in platea trovano tre corpi nudi a metà mascherati, sdraiati sul palco. Prendono vita, col respiro materializzato sotto ventre, sguazzano come pesci fuor d’acqua, si fanno quadrupedi, bipedi, bimbi e poi uomini. Alle prese con lo sfavillare di una società sfarzosa e vuota, consumistica e anonima. Con il cuore uccello in gabbia di un corpo strumento d’apparenza. Anestetizzato da convenevoli e imposizioni sociali, passerelle, pornografia, deliri d’eroismo. Si domandano da dove vengono, chi sono, nel tentativo di comprendere il loro tentativo di nascita. Lasciandoci nudi, davanti alle domande.

Visto al Teatro dell’Acquario, Cosenza

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

 

La dialettica immaginifica di Orrico

Recensione a #Neoeroina – di Ernesto Orrico

foto di Aldo Valenti

Ernesto Orrico torna a calcare le scene del Piccolo Teatro Unical. Meglio, a calcarle è la sua dialettica incarnata dalla voce, il corpo, il gesto di Maria Marino nello spettacolo #Neoeroina, che Orrico scrive e dirige, messo in scena martedì scorso sulle tavole del teatro comunale rendese, nel campus universitario. Secondo appuntamento della rassegna a chilometro zero Il piacere della democrazia, con, in cartellone, diverse compagnie impegnate nelle residenze teatrali di Regione.
Delle prime, generalmente, se ne considera tenendo conto del debutto, trattando con una certa indulgenza. Raro che siano botti al primo colpo. Uno spettacolo si compie e si irrobustisce, qualora non è un capolavoro all’uscita, a furia di repliche, accorgimenti, tagli, innesti, revisioni.
Lo spettacolo di Orrico non è da entusiasmi immediati. La cifra dell’attore, regista, autore, cosentino è così originale da non riscuotere consenso subitaneo e popolare. Non sono di facile presa la sua dialettica sciorinata senza un’apparente logicità temporale e concettuale, la sua iconografia chiara e criptica allo stesso momento, inserita in scene che non sono la diretta conseguenza l’una dell’altra, la matrice registica del concedere terra all’attore come farebbe un allenatore se mandasse in campo la sua squadra senza schema. Tutti cenni di una ricerca teatrale che ormai solo in pochi attuano e in tanti ci se ne riempie la bocca. Segno di una dedizione al fare scenico mai volto verso la commerciabilità del prodotto artistico, mai pensato come merce. Una questione di passione, di vocazione, di sentimento verso il palco (e ciò che vi accade) e rivolto a chi sta dall’altra parte con tangibile tentativo di smuovere. Non importa se positivamente o no, se nel modo giusto o sbagliato, se provocando irritazione o piacevolezza, comunque un tentativo di arrivare, di coinvolgere. Come una mano tesa dal proscenio alle poltrone. E una richiesta di responsi, di condivisione, di interrogarsi e dire insieme su una situazione miseramente comune.

Orrico porta in scena il sottocutaneo, il reale, anzi, quello che si pensa, si vede e si sa del reale ma di cui si dice altro per convenzione, forma e ruffianaggine. Lo fa alla sua maniera, un po’ poetica un po’ di strada, pop ma non troppo, ora in sordina quasi con deferenza ora con vigore e coraggio. Raccontando, allitterando, giocando e bisticciando con le parole, componendo drammaturgie anticonvenzionali, innovative, contemporanee. In una costruzione in cui pochi sono i riferimenti e pressoché inesistente il manierismo del “copia e incolla” tanto in voga nel locale. Confezionando uno spettacolo in cui all’attore scardinato da vincoli (Grotowski insegna) si consegna l’ardua missione di rendere giustizia a un testo che lascia (e lancia) miriadi di tracce (da pescare e non vedersi arrivare impacchettate comodamente), di verbalizzare con il corpo un linguaggio silente, immaginifico eppure carico di trasporti, di restituire alla platea tutta l’intensità della ricerca di Ernesto Orrico. E Maria Marino in scena, benché con le incertezze di un debutto, risolve egregiamente la matassa. Come ci ha abituati, del resto, portando avanti una recitazione ritmata senza tonfi, pulita, fonicamente corretta, e dal resoconto emotivo che mette tutti d’accordo. Cavandosela a meraviglia oltretutto con la dialettica corporea, cosa non facile per chi è abituato a caratterizzarsi vocalmente, in genere.
Insomma, uno spettacolo dove si dice, si pagliaccia, si considera, si sclera, su donna e spaccato comune. Insinuandosi con delicatezza (alla maniera di Orrico) tra le pieghe di storie intime e universali, pretesto per adocchiare al circostante dettato dalla scena con poetica e dolceamara consapevolezza. Da puntellare, però.

Visto al Piccolo Teatro Unical, Rende (CS)

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

Un labirinto d’illusioni. L’altra storia del Minotauro

Recensione a Il Minotauro – adattamento di Jean Paul Denizon e Adriano Mottola

foto di Christian Cerbone

De Il Minotauro di Dürrenmatt, nello spettacolo diretto da Jean Paul Denizon, se ne vedono le sembianze. E se ne prova pietà. Non la bestia verso cui provare disprezzo. Non il mostro nauseabondo perché oltraggio agli dei e all’uomo. Un essere, piuttosto, immolato a capro espiatorio. Che suscita tenerezza. Perché l’uomo è violento, è animale. E nel fare carnefice ciò che gli è altero, sazia la bestia, propria, dimorante tra le carni.
E si vede, il mezzo uomo – mezzo toro, perché evocato dalla narrazione di Adriano Mottola interprete del testo che riadatta con Denizon. Confezionando un’ora abbondante di teatro di narrazione in cui parola, musica e prova d’attore sono miscelati perfettamente risultando di altro gradimento.
Ci sono tutti, direttamente dal mito: Teseo, Arianna, i 14 sacrificati (sette ragazze e sette ragazzi). E la storia mostruosa della bestia concepita da una donna e un animale. Non una donna qualunque, una regina. Innamorata del toro sacro che Poseidone donò all’infame marito. Credendo di giocare la Dea, il re, non mantenne il patto del sacrificarlo. Sua moglie, vittima d’un sortilegio della dea offesa, s’innamorò del possente animale. Se ne invaghì al punto di non potere fare a meno di accoppiarsi. Lo fece grazie all’astuzia di Dedalo che la fece diventare una finta giovenca. Lo stesso del labirinto dove il Minotauro è prigioniero. Insieme a mille altri suoi simili. Riflessi negli specchi che l’illudono di non essere solo. L’illudono di appartenere a un gruppo, una razza come tutte le altre. Lo scorrere narrativo descrive l’ignara prigionia della bestia, fino all’epilogo funereo per mano di Teseo fiancheggiato da Arianna.
Ha corpo umanoide lo scherzo della natura, pelliccia taurina, zoccoli, mani, braccia, e una testa d’animale.
Il testo di Dürenmatt, lo focalizza protagonista. Inducendo lo spettatore a incagliarsi negli istinti privi di ragione d’un essere innocente. Illuso, condannato per nascita. Ignaro. Considerato un’empietà da chi ne ha deciso il destino. Punizione divina. Segno dell’infamia di Creta. Una vittima predestinata. Colmo di allegrezza nel vedersi specchiato in infiniti simili, convinto d’essere tra fratelli.
La costruzione della lunga narrazione veicolata dalle musiche originali di Danise – Piano’s (R)Evolution (un pianoforte a coda la cui cassa armonica diventa produzione di suoni) volge verso la perfettibilità dell’audizione alla platea. Frasi ben scandite, toni soffusi, interposizione di danze, movimenti e canto, affinché l’ascolto non risulti noioso. Obiettivo raggiunto grazie alla padronanza dialettica di Mottola, in atteggiamento deferente, probabilmente un cenno registico per suscitare compassione nello spettatore. Gli abiti (semplicissimi) e le incisività di un testo fluente e parecchio fruibile, ricamano il tutto in un climax costantemente teso al catturare attenzione. Con qualche smagliatura qua e là per via della tipologia di spettacolo (gli alti e bassi sono le ombre di un’ora e mezza di narrazione) e una riverenza nell’espressività interpretativa che potrebbe irritare, talvolta.

Un allestimento dove il corpo è come annichilito per far posto a parola ed evocazione. Intenso l’immaginifico proiettato dal testo: fa vedere forme, colori, sentimenti al pari di scene costruite. Con la libertà di potere “allestire” nell’intimo della nostra fantasia.
Il Minotauro, acquistando consapevolezza, si fa cosciente della sua reale condizione di recluso. È solo. Comprende di essersi soltanto riflesso. Capisce di non potere amare, agire, ragionare da umano. Patisce, invece, l’uomo, da innocente, in una ennesima, crudelissima, finale bugia. Teseo gli si manifesta mascherato da mezzo toro. L’entusiasmo della scoperta, esploso in una danza, condurrà invece ad un’amara morte. A tradimento.
Il mito che rappresenta, dice, ancora di tutta l’umanità.

Visto al Festival Benevento Città Spettacolo

Emilio Nigro

Caina, la passione nera

Recensione a Caina – di Davide Morganti, regia di Stefano Amatucci

foto di Laura Eboli

Creare magia in meno di dieci metri di profondità. E altrettanto di larghezza. Seducendo occhio, orecchio, e soprattutto anima. A teatro si può. Certo, quando gli attori (in senso lato) ne sono in grado. Se sono capaci di intrappolare lo spettatore in poltrona, di ipnotizzarlo e per il tempo di una messinscena farlo passare da uno stato d’animo a un altro, da una dimensione umorale a un’altra.

Di Caina, di Davide Morganti, diretto da Stefano Amatucci, si potrebbe dire che ha bisogno degli ultimi colpi di scalpello. Potrebbe completarsi un capolavoro. O si può dire che il tessuto narrativo, dipanato mediante il dialogico, l’impersonale, l’immaginifico e il visuale, ha nelle maglie qualche strappo. Sarebbe a dire come delle macchioline scure su un piano di blu intenso. Appena percettibili. Rese pressoché invisibili da tutta la lucentezza del resto. Su tutto la prova da dieci in pagella degli attori Luisa Amatucci e Gabriele Saurio. Per lui dieci più, se non altro perché evita alcune pose televisive in cui la collega talvolta incorre (probabilmente per abitudine). Voti alti per l’impianto audiovisivo: giochi di trasparenze e plasticità nella struttura scenografica. Un telo in nylon divide il palcoscenico (quasi fosse un sipario trasparente calato a metà scena) con tanto di parure di quinte dello stesso materiale. Trasparenze. Confine irrisorio realtà-finzione. Ma ciò a cui si assiste è finto, non falso. Di Caina, in giro, se ne vedono circolare. Di pensieri simili a quelli che l’ossessionano se ne sente il vociare. Di storie verosimiglianti, si viene a sapere o se ne legge.

foto di Laura Eboli

Caina è una serpe alla quale la vita non ha mozzato la testa in tempo. Con un passato da killer camorrista e un presente da reclutatrice di… cadaveri. Corpi senza vita di migranti che il mare napoletano rigurgita sulla battigia. Ci guadagna 15 euro lorde per ognuno, per farli sparire. Opera nella zona del litorale più redditizia, e i suoi concorrenti sono degli extracomunitari “abusivi”, senza licenza della malavita campana. Vogliono farla fuori e rubarle il regno. È in un agguato tesole contro che conosce Nahiri, un tunisino, che fa suo “prigioniero”. Il rapporto vittima-carnefice instaurato tra i due è nocciolo della meccanica dello spettacolo. Pretesto per veicolare pensieri e umori dei protagonisti mediante il botta e risposta; contrapporre concettualità universali e creare contraddittorio: xenofobia e tolleranza; razzismo e solidarietà; cinismo e comprensione. Vomitando i luoghi comuni amplificati e posti a decalogo dai media che individuano, spalmando unguenti sull’opinione pubblica, nuovi nemici da mettere a bersaglio. E Caina, che in attesa dei “tesori” della marea, si intrattiene con una piccola tv che trasmette reality e talk show alla De Filippi, è pianta matura di questi semi germinati. Semi dell’odio. La Amatucci la incarna facendone trasparire la bile, la passionalità nera, la consunzione nervosa d’una donna battuta dalla vita. Diventa perfettamente personaggio serbandosi vera. Insomma, una prova superba dell’attrice, se non fosse per qualche sbavatura da “sceneggiato”. E Nahiri, Gabriele Saurio, rappresenta l’alter ego del veleno iniettato dal razzismo. Rappresenta il feticcio di ciò che si bersaglia. La verità contro il pregiudizio. La verità che si ritorce contro il male, divenendo male maggiore. Nahiri è per Caina ciò che odia e (nascondendolo anche a se stessa) ama, perché dentro quel corpo da camerata c’è una donna, una donna capace anche di innamorarsi. Perché il sentimento unisce e l’idiozia divide, perché si ama ciò che non si è, perché siamo animali e da tali ci annusiamo, ci scrutiamo, ci desideriamo carnalmente.

E la storia si dipana tra ombre e chiari scenici, proiezioni sulla struttura di nylon da ipnosi catartica (con motivo ricorrente l’immagine di una luna che diventa molto altro), surrealismo e aderenza al vero, evocato e visto, parola e immagine, suono e respiro. Da limare, come detto, e curare l’intrecciarsi delle scene (soprattutto nel finale) quando sembrano azzuffarsi per dimostrarsi compiute. Un lavoro di spessore. Emotivo, estetico, registico, interpretativo.

Visto al festival Benevento Città Spettacolo

Emilio Nigro

L’Italietta di Scena Verticale

Recensione a Morir sì giovane e in andropausa – di Scena Verticale

La dialettica a teatro può diventare godimento. Inquadrare il descritto da renderlo traccia cutanea. Quando e se è efficace: non autoreferenziale, universale e dilettosa. Che sciorini da un microfono, da un coro, o sia voce di corpi, o artifici visuali contemplativi. Che venga veicolata dalla musica o dettagliata grazie al canto.

Il teatro canzone è un genere mosca bianca per storia e godibilità. Basterebbe pensare alla poca attenzione destinata da pubblico e artisti dopo Gaber. Probabilmente per il timore del dissacrare un raggiungimento qualitativo giunto all’apice di perfezione, da risultare icona sacra-nicchia da non far altro che venerare. Spolverandone la teca di tanto in tanto. O perché intimoriti, i teatranti, nel misurarsi con un genere non comodissimo, per cui risultare bene è davvero coraggioso.
Onore dunque al semplice tentativo, ai ragazzi di Scena Verticale alle prese con il nuovo spettacolo itinerante Morir sì giovane e in andropausa – sì, la frase, per metà, è quella esclamata da Violetta ne La Traviata. Quando poi il coraggio è premiato dalla godibilità dell’allestito, è en plein.
Debuttante al festival di Castiglioncello, il tracciato riscuote successi di pubblico (e che pubblico), e critica (e che critica). E dissensi. Ma diceva qualcuno altolocato intellettualmente che il dissenso alimenta la democrazia; e se qui da noi in cui il concetto sta diventando sempre più relativo, che ben vengano allora le voci contro.

foto di Carlo Maradei

Sull’Italietta Dario De Luca e la Omissis Mini Orchestra – Paolo Chiaia (piano synth e armonica), Gianfranco De Franco (clarinetto, sax, flauti, loop), Emanuele Gallo (basso), Giuseppe Oliveto (trombone, flicorno, fisarmonica, conchiglie) Francesco Montebello (batteria e percussioni) – fa ridere, commuovere, riflettere, nelle due ore di messinscena alternando il monologare scritto e interpretato da De Luca al musicato arrangiato e composto da Giuseppe Vincenzi.
Gustoso. Sarà per la pertinenza dei testi alla dimensione socio-culturale attuale, critica, affrontata in scena senza mai ricorrere al retorico o scemare nel petulante. Riflettendo invece attraverso il ricamare un linguaggio scenico espressivo di efficacia cristallina, veicolato dall’andatura confortevole delle note. Sarà per il recitato/cassa di risonanza, tracciando con ironia, di un sentire comune esplicitato in un taglio croccante, di alta godibilità, divertente. Avrebbe annuito Jean Jenet fosse stato spettatore: un modo per specchiarsi sul palco, per chi osserva dalla platea, in sembianze quali non si riuscirebbe a essere.

Un’indagine alla maniera di Gaber, prendendo in prestito la satira alla Paolo Rossi dei tempi migliori, confezionata con i segni riconoscibili del tratteggio teatrale di De Luca. Spontaneità e talento, ingegno drammaturgico e grammatica di scena scorrevole, leggerezza e riflessione. Ascoltando resoconti tragicomici che sono sotto gli occhi di tutti ma nessuno apre bocca per parlare. Per paura di quei padroni che Dario De Luca, sul palco, sbeffeggia, con tanto di nomi e cognomi. Applausi.

Visto al Castello Aragonese di Castrovillari per Peperoncino jazz festival

Emilio Nigro