Emilio Nigro

Emilio Nigro (Cosenza 1981) scrittore e giornalista, critico teatrale. Autore di "Incessanti maree silenziose" (Falco editore, 2005 Cosenza) "Elisir di luna" (Aletti editore 2007 Roma) "Alterazioni di colore" (Coessenza editore, 2009 Cosenza), presente in due antologie di narrativa a tiratura nazionale (Guasco editore 2012; Palzari edizioni Lecce 2009;) collabora con il trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio ( Milano); il Quotidiano della Calabria; la rivista online di critica teatrale Il Tamburo di Kattrin. Critico di Teatro, zooma inoltre su cinema, musica, arte visiva. Premio nazionale Nico Garrone 2011 “ai critici più sensibili al teatro che muta”; Premio nazionale Guasco 2012 “scritture contemporanee”; Premio della giuria popolare e menzione speciale della giuria al miglior testo concorso nazionale per monologhi Residenza Teatrale Orizzonti Meridiani; Premio nazionale NonfermARTI 2011 categoria scrittura creativa; Premio Galarte 2007 per la poesia. È inoltre autore e interprete dello spettacolo "Teatranti" (2009) e "Rifarmi – soluzioni al precariato" (2012); firma di diverse drammaturgie tra cui "Visionaria"; "L' indifferenza dei passanti"; "Donne & Iene". Collabora con la compagnia teatrale La Barraca; con il Centro Teatro Calabria. Allievo di Edoardo Erba, Francesco Suriano, Ivo Milazzo.

La tempesta dentro. Davide Iodice e Dario Natale a Lamezia Terme

Recensione a Dentro la tempesta – esito del laboratorio tenuto da Davide Iodice

foto di Angelo Maggio

Le orme della Tempesta shakespeariana sulle tavole del piccolo Teatro dell’Unical. Il più amaro e disincantato dramma del bardo, significazione dello smarrimento e della perdita delle illusioni, della sconfitta della ragione e della negazione dell’utopia, delle lacerazioni tra individuo e società, trasposto nel teatro universitario, attraverso le macchinazioni sceniche dell’esito del laboratorio che Davide Iodice, regista e drammaturgo napoletano, ha tenuto poco tempo fa a Lamezia, per la compagnia Scenari Visibili, di Dario Natale. Laboratorio realizzato all’interno della residenza teatrale “Ligeia”.

Ed è l’attore e demiurgo lametino, Dario Natale, a farsi deus ex machina nello spettacolo Dentro la tempesta, che ha visto Prospero, Miranda, Caliban, Ferdinando, Stefano e Trinculo, impersonati da Natale, Chiara Brissa, Piergiuseppe Francione, Costantino Montalto, Marco Rialti, Gianluca Vetromilo.

Una tempesta scatenata negli umori degli spettatori posti attorno alla scena, visibilmente in fibrillazione a fine rappresentazione e colmi dei più disparati entusiasmi. L’isola dove si scatena la furia delle acque e dei venti ha l’apparenza scenografica di una stanza, ricorda addirittura uno sgabuzzino, dove le scaffalature sono riempite da oggetti personali di ognuno degli attori-personaggi: dei cenni (feticci) di una parte di sé. Qualcosa naufragato su terre sperdute, qualcosa di spodestato da contesti regolarizzati ma che tuona forte la sua enfasi vitale. Da materializzarsi in vissuti, nell’unica via possibile da condurre. Libri, per la maggior parte, nello spazio ricavato sul palcoscenico del Piccolo trasformato nell’occasione in un piccolo “cantiere” di prove aperte, figurante il disordine dell’incipit shakespeariano dove far subentrare la calma delle riflessioni sul mondo e sul teatro. Ma una calma apparente, carica invece di retroattività dalla forte caratura emozionale. Gli attori, rappresentando se stessi, caratterizzando tuttavia i tratti dei personaggi shakespeariani, hanno dato in pasto agli spettatori, a un palmo dal loro agire, le loro nudità, le esperienze più vivide, i loro sguardi dai propri punti di osservazione. Nelle condensate atmosfere intrise del magico, caratterizzante l’opera madre, i personaggi diventano megafono di se stessi e della volontà di ribadire la forza di un teatro non di facili estetismi e stucchevolezze ma che agiti prepotentemente il suo esercizio di influenza fattiva sul circostante. E spazio, grazie alla scardinarsi da drappi canonici, a diversificati livelli di attenzione a catarsi nell’opera, dal riso alla suggestione commovente, dalla violenza allo sberleffo, dalla poesia al sottotesto.

Un lavoro esplosivo. Di quelli che si vedono una tantum. Testimonianza di un teatro specchio, contenitore, empatia e onda d’urto emotiva. Realizzato sul prodotto umano piuttosto che spettacolare. Il bello, reso in scena.

Visto al Piccolo Teatro dell’Università della Calabria Unical, Arcavacata di Rende (CS)

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

Ulderico Pesce e l’immortalità dal teatro – storia di un anarchico

Recensione a L’innaffiatore del cervello di Passannante – di e con Ulderico Pesce

foto di Giulio Malatacca

Nel 1878 l’anarchico repubblicano Giovanni Passannante attentò al re Umberto di Savoia. I monarchici e la nazione, indignati, gridarono al tentato omicidio. In realtà il pover’uomo di Salvia di Lucania si armò di un coltellino, buono per sbucciare le mele, con l’intenzione di sfregiare il sovrano. Per ricordargli delle cicatrici inferte al popolo lucano, con l’emanazione di leggi d’esproprio delle terre ai contadini. Le terre levate alle mani dei coltivatori e consegnate ai baroni.

Fu condannato a morte, nonostante la giustizia di allora prevedesse l’esecuzione in caso di omicidio. Pena commutata all’ergastolo, in condizioni disumane: incatenato in una cella alta un metro e cinquanta (la statura di Passannante superava il metro e sessanta) a vincoli che gli permettevano di fare un solo passo. Impazzì, e morì in un manicomio. Per la giustizia. Per avere difeso una giusta causa a nome di un popolo intero. Per un ideale. I resti del “criminale”, come fu etichettato da enormi studiosi, si conservano a Roma nel museo criminologico.

Museo ricreato, quale ambiente scenografico, nello spettacolo di e con Ulderico Pesce L’innaffiatore del cervello di Passannante andato in scena venerdì scorso al Teatro Franz di Portapiana. Evento eccezionale, la prima volta, di questa messinscena, a calcare le scene in Calabria. Eppure Pesce è uno dei massimi esponenti del teatro di impegno civile in Italia, e probabilmente proprio questo spiega come mai non recita nella nostra regione. «Forse è meglio non far sentire la mia voce da queste parti» – ironizza prima dello spettacolo – «Qui si è abituati a non far sapere niente alla gente».

La rappresentazione dura un’ora e dieci. Di commozione, sottile ilarità, documentazione storica, tratteggio da attore navigato, all’italiana, sovrapposizione millimetrica finzione/realtà. Nessun sipario sulla scena, si osserva il vero. Dipanato tuttavia da una stesura di teatro di narrazione, dove il plot fabula intreccio è asse portante della chiave di lettura dell’inscenato. Pesce fa raccontare le vicende dell’insurrezionalista a un piantone (carabiniere) della sua teca – in scena con tanto di cranio e cervello. Pretesto alla centralità dell’andare scenico, è l’innamoramento del carabiniere per una visitatrice interessata alla storia dell’anarchico. Innamoramento che sarà motivo risolutivo, nella decisione dei due di dare sepoltura all’eroe, trafugandolo e riportandolo in terra natìa, ispirati dall’Antigone. Riconoscimento al teatro che si fa carico e mezzo della più giusta “legislazione” tra gli uomini. E consegna all’immortalità, chi è stato privato ingiustamente della dignità della propria vita. E della propria sepoltura. Testualmente, la semantica drammaturgica s’attiene a canoni di vocazione popolare, considerata l’estrazione sociale del narrante, risultando efficace e d’immediata partecipazione. La regia ondeggia tra il classico “portamento” del teatro di denuncia al commediante andirivieni in prima persona: diretta, pochi sottotesti, incisiva. Superba la prova d’attore.

Dibattito a fine scena, tradizione nel teatro “impegnato” di Portapiana, e dichiarazioni scottanti di Ulderico Pesce: «il teatro italiano è gestito dalla malavita istituzionale. In questo teatro la malavita istituzionale non c’è, al Rendano sì. Quando mi farò la tessera dell’Udc, mi chiameranno anche lì». È la forza del teatro. D’urto.

Visto al Franz Teatro di Portapiana, Cosenza

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

I clichè d’una famiglia (non)comune

Recensione a Idoli – di Carrozzeria Orfeo

foto di Claire Pasquier

Vizi e pecche dell’umano sul palco del Teatro dell’Acquario nel recente fine settimana. In scena la compagnia Carrozzeria Orfeo con lo spettacolo Idoli, coprodotto dal centro R.A.T. e finalista (per il testo) al Premio Hystrio per la nuova drammaturgia. Vizi capitali vivificati in quadri di scena dalle tinte accese imbevuti di assurdo, concepiti in quell’incubatrice di deformità malsane che può diventare la famiglia. Espediente per ritrarre universalmente la condizione di un retrocedere sociale, avvertito nel quotidiano delle principali forme di comunità come nelle pieghe del soggettivo. Una commedia amara, speziata da paradossalità e accentuazione di cliché, volta a non cercare complicità con il pubblico distanziato dal proscenio da un invisibile muro invalicabile. Quasi un monito a non specchiarsi troppo, a misurarsi con qualcosa da far rimanere impalpabile. Da assumere quale presa di coscienza di sequenzialità nascoste dal dovere dell’apparenza. La riservatezza domestica è teatro di inammissibili barbarie. Covo di quella violenza che la scena traspone senza riguardi, cruda, senza troppo cenno interpretativo, da risultare aderente a realismi incipriati da surreale. Un codice espressivo volutamente cercato, come svela l’autore-attore Gabriele Di Luca (firma anche della regia con Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi) in scena con Setti, Tedeschi, Giulia Maulucci, Valentina Picello nelle scene di Claire Pasquier musicate da Setti. Espressività funzionante a calcare la spersonalizzazione che si diffonde endemica dagli interni di un appartamento di middle class ai resoconti abitudinari individuali e non. Senza spiegazioni e suggerimenti, non di meno istruzioni. Ma non si dice nulla di nuovo.

Una coppia giovane, una coppia matura e annoiata, un nonno, un nipote, la fidanzata “virtuale” di questo, sono i personaggi della stesura drammaturgica dell’allestimento. Personaggi senza nessun particolare tratto caratterizzante, nel costrutto scenico, se non quello dettato dalle azioni, patologiche, o dal serrato dialogico. Sagome accomunate da un sotteso senso di disadattamento, figurato dall’Alzheimer del nonno, dalla dipendenza virtuale del nipote impacciato e infantile, dall’esaurimento della mater familias ricorsa allo psicanalista, dall’accidia del padre pantofolaio e smidollato. Corali in alcune scene, come quella, mirabile, a confine tra teatro-danza e teatro acrobatico (impronta peculiare della compagnia), in cui non riescono a scollarsi da una sedia a rotelle pur ostinandosi nei tentativi. Chiara la metafora.

Una cartolina da casa, scenograficamente resa con un sofà e un albero di natale (feticcio di apparente decoro) montato a scena aperta. Un lavoro moderno, di e per il teatro attuale. Ricco di trovate e morfologie sceniche variabili. Lontano, tuttavia, dal suscitare un corposo coinvolgimento. E nemmeno sdegno per il proposto. Afono.

Visto al Teatro dell’Acquario, Cosenza

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

L’ “acquasanta” del Sud

Recensione a Acquasanta – regia di Emma Dante

foto di Angelo Maggio

Un uomo ancorato. Non alla terra ferma, disprezzata, vissuta con alienazione, legato invece a corpose corde di canapone al mare, acqua benedetta, luogo dove esplicitare l’essere, l’esserci. Un uomo avvinghiato al suo destino di marinaio unito all’acqua da un cordone ombelicale che lo fa non svezzato ai ritmi ipocriti dei meccanismi terreni.
Ritmi scanditi in tempi altri, sull’immaginaria barca dove Carmine Maringola rievoca i suoi trascorsi marittimi nella scena disegnata, scritta e diretta da Emma Dante, l’eroina siciliana acclamata dentro e fuori nazione. Ritmi incalzanti, succitati, a consolidare la cifra stilistica della regista palermitana che nei tempi scenici traspone l’istinto liberato. L’istinto scardinato da sovrastrutture figlie di un retroterra culturale, soffocante e causa di timori attitudinali, vergogne.

Acquasanta è la storia di una passione, forse l’unica possibile per sorte natale, per il mare e le meraviglie di un universo altero. Passione diventata malattia, tinta da povere ambizioni, poco confacenti alla caratterizzazione topica della gente dei moli. L’ambizione del nutrirsi di questo amore per la spuma e la balìa delle onde. Sulla testa dello “Spicchiato” Maringola, degnissimo personaggio dell’idea attoriale della Dante, gravitano dei contaminati a ridestargli, con il loro ticchettìo inesorabile, l’anelito fantasmagorico del tempo rievocato nei ricordi. I ricordi dei suoi trascorsi di mozzo, anzi mezzo mozzo, esperto di nodi e navigazioni, interrotto da un beffardo destino e abbandonato sulla terra ferma così aspramente rifiutata («a terra ferma è n’illusione»). E allora il ricordo diventa immaginifico, ultimo stadio folle mediante cui ritornare sull’acqua, a immedesimarsi ancora sulla prua di questa nave fantastica, in balia della burrasca (semiotica dell’alterazione nervosa, del dissapore dell’abbandono), impersonando la sua ciurma mossa da fili di pupi, tentativo estremo di comunicare giorno e notte con il suo mare.

Acquasanta è un molo palermitano. Dal quale u’ Spicchiato si imbarca a quindici anni. È l’acqua Santa del mare, puparo, burattinaio di un destino divenuto malasorte. Perché principe subordinato a legge di terra ferma. Legge di uomini. Il marinaio, allora, è come il pastore errante leopardiano, statuario testimone di una comprensione atavica con le verità silenti del divenire universale tradotte all’errante dallo svelarsi vergine della natura e i suoi linguaggi. Comparsa, fra le greggi di uomini animati da ben altri fili…
Acquasanta
è un racconto che si compie nella virulenza benefica dell’avvertito. Traducendo simultaneamente dal palco all’anima. Come da voci sfuggevoli qua e là e senza apparente legame, ma strutturate intimamente a mo’ di decalogo.

foto di Angelo Maggio

Grazie a una regia contemporanea, decanonizzata, con incursioni di tradizionalità modernizzate, volta all’ingraziarsi il pubblico nel primo quarto d’ora di scena, con servigi e coinvolgimento diretto, ironico, dinamico, interattivo, e un battere in 2/8 costante nel resto dell’opera da mantenere vivido questo sussultorio rapporto tacito con la platea. Una regia dalla fisiognomica accentuata, corporale e poetica, vibrante. Lustrando la compiutezza, la percezione di una linearità precisa, dipanata nonostante la difformità del racconto, una pastura di emozionali resoconti orali appartenenti alla psiche e all’indole di un uomo strappato al grembo materno, che riporta in superficie con le risonanze della suggestione piuttosto che con trame narrative. L’uso maestrale del testo, codificato dal dialetto, quale riconoscenza identitaria, mediterranea, e traccia di mistificazione tra finto e inscenato. Codice della lettura subliminale di quel sociale portato in scena non sottoforma di denuncia ma di osservazione partecipe di umanità, rintracciabili in strutture interiori comuni, destinate al manifestarsi in accaduti sofferenti, marginali, miseri. Avanguardia e disciplina attoriale, purezza estetica e azzuffo interpretativo pensato all’assimilazione pulsante, radiografia di interni sensibili seminati in platea e germogliati per il tempo del trasposto.

Commistione estetica (i fili ai quali mediante tre carrucole sono attraccate delle ancore; la prua di una scialuppa di salvataggio, i contaminati sulla testa del personaggio) e fisica, in sospensione tra l’onirico, allucinatorio, e un concreto beffardo materializzato dal ricordo.
Maringola è superbo, passando da un pupo a un personaggio, da un carattere a un altro, dall’ambiguo all’individuale, dal doppio al sé. Con gli occhiali sul naso… Segno di appartenenza.
Lo spettacolo chiude la rassegna “More Fridays” di marca Scena Verticale, andata in scena al teatro Morelli di Cosenza grazie all’impegno dell’amministrazione comunale cosentina. Gradito responso in numeri e critica in una terra in cui il contemporaneo – inteso come termine – fa pensare ancora a qualcosa di astratto. Quando ci vorrebbero, semplicemente, più riconoscimenti al merito e alle giovani forze contro i monopoli dei soliti noti cementificati da strette di mano, mafie e prostituzioni fisiche e intellettuali.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

La calabresità di Aiace

Recensione a U Tingiutu. Un Aiace di CalabriaScena Verticale

foto di Angelo Maggio

Soddisfazione e compiacimento serpeggiano tra i commenti dei numerosi presenti, nel post-spettacolo dell’appuntamento della rassegna “More Fridays”, di scena per il quinto venerdì consecutivo al teatro Morelli di via Oberdan a Cosenza. Penultimo evento di una manifestazione culturale, voluta fortemente dall’amministrazione comunale cosentina, che ha riscosso un notevole consenso di pubblico e critica, in termini di qualità di offerta e di contenuti veicolati. Sul palco i padroni di casa di Scena Verticale con il loro spettacolo U Tingiutu. Un Aiace di Calabria, allestimento che proprio sulle tavole del teatro cittadino vide i natali, sottoforma di studio, nel lontano dicembre del 2008. Da allora la rappresentazione ha calcato le scene di moltissime città, facendo bottino di premi (ultimo l’“Antonio Landieri” attribuito a Napoli al migliore attore Dario De Luca) e conquistando la benevolenza coinvolta della maggiore stampa nazionale.

E questo Aiace di Calabria che da Sofocle rivive nelle sembianze, quanto mai attuali, di goffi e sanguinari protagonisti del tessuto criminale calabro, merita tutta la gloria possibile. Spettacolo diretto da Dario De Luca con, oltre lo stesso De Luca, Ernesto Orrico, Marco Silani, Rosario Mastrota, Fabio Pellicori, abbigliati da Rita Zàngari e musicati da Gianfranco De Franco e Gennaro De Rosa. L’espediente narrativo è quello della tragedia sofoclea con gli eroi Agamennone, Menelao, Ulisse, Teucro e Aiace trasposti, con tanto di calibro nove in pugno, nell’onorata società calabrese. Seppellito il capo decina Achille, il mammasantissima Agamennone (Marco Silani) decide di affidare il suo arsenale quindi il ruolo di capobastone a Ulisse (Fabio Pellicori), preferito ad Aiace (Dario De Luca). Accecato dalla collera, quest’ultimo, convinto che l’ambita posizione dovesse spettargli per merito, rimedia allo sgarro sequestrando l’infame Ulisse e cercando di far strage tra i suoi compagni di clan. Diventa “tingiutu”, macchiato, un morto che cammina, insomma. Ma da uomo d’onore, dopo aver seviziato il traditore Ulisse, presume di consegnarsi alla gloria postuma sparandosi in faccia, come concerne ai capi. Nessun perdono, però, spetta a chi osa opporsi alle regole di ‘ndrangheta e nonostante la determinazione di Teucro (Rosario Mastrota) nel voler onorare il fratello con le celebrazioni funebri, il corpo di Aiace verrà trafugato – da Menelao (Ernesto Orrico), Agamennone e Ulisse – proprio quando nella camera mortuaria di un’agenzia di onoranze funebri veniva “vestito” per andare incontro al Signore.

foto di Angelo Maggio

Il dramma della vendetta (risultata sterile) per l’onore beffeggiato, i resoconti tragico/grotteschi dell’inesorabile destino piegato a meccanismi di consolidata imposizione gerarchica, la mirabile figurazione (nell’apparato scenografico, nella semantica drammaturgica, nelle soluzioni registiche e nell’eccellenza attoriale) di semiotiche e significanti di quel calco endemico mafioso, ma rintracciabile nelle trame intime di un dna comune, a tinteggiare un territorio dove le radici di mala pianta sono nutrite dal sangue e dal silenzio. E da un’accettazione supina, complice, quando non imposta, derivante dal riconoscersi nei codici di una identità tristemente comune. Sottoforma di grandguignol e modellato in sequenze scollate dall’unità temporale-narrativa, così da creare un mescolarsi suggestivo e mai banale degno di interpolazione registica cinematografica (cara al genere pulp), senza nulla togliere alla compiutezza, lo spettacolo scorre spedito per un paio d’ore di trasmigrazione sostenuta. Restituendo quella valenza topica del teatro non solo in quanto rappresentazione del circostante, ma specchio e autocoscienza collettiva. Standing ovation accese le luci di sala.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria

La crocifissione di Danio Manfredini

Recensione a Tre studi per una crocefissione – di Danio Manfredini

foto Angelo Maggio

Venerdì Santo è trascorso da non molto. Rappresenta il giorno della crocefissione per antonomasia, dell’immolarsi divino alla salvezza universale. Ma capita di morire, anche solo interiormente, e non riuscire a salvare nemmeno se stessi. Peggio ancora, succede e nessuno se ne accorge. Oppure, accade che la morte consegua alla tessitura immorale di un andirivieni spacciato per verità. Dopo un’esistenza di stenti e sofferenze. E non si risorge. Una sofferenza, trasposta in scena, da guardare con il medesimo sussulto emotivo con il quale si osserva un corpo in croce. Su questa croce ci stanno uomini, però.

Tre studi per una crocifissione che Danio Manfredini ha messo in scena venerdì scorso nel quarto appuntamento della rassegna “More Fridays” al Teatro Morelli di Cosenza, è un trittico sul dolore. Dolore piombato accidentalmente, senza nessuna ragione a movente, a condannare senza remissione.

Del resto, un trittico lo è l’opera di Francis Bacon ispiratrice del soggetto, una triade nella stessa partitura. Dove la religiosità è sottoveste leggera, in accenni tematici e sunto riflessivo, per un’indagine più profonda sulle marginalità cause di un normativismo imposto, ammassificato. Un dovere invisibile che premia i “normali” e fa pulizia etnica dei non conformi a norma. Vittime del sistema: urbano, razziale, religioso.

Rimpolpata notevolmente la platea rispetto alle ultime uscite non bagnate dalla folla. La fama dell’artista cremonese lo ha preceduto in questa discesa al Sud. Manfredini è una colonna vivente del teatro contemporaneo, iniziato a bottega da Cesar Brie, vincitore di due premi Ubu e formatosi nei teatri autogestiti, quelli dei centri sociali. Uno che dell’accademia non sa che farsene, peggio del nozionismo. E in scena non lascia un mezzo minuto il suo pubblico senza catarsi. Perfino nei cambi di scena fra un quadro e l’altro, dove l’attore si sveste per indossare abiti nuovi, la sospensione in attesa è suspence, poesia, visuale di un uomo nelle nudità di un corpo fatto per il teatro.

Quadri di crocifissioni invisibili, quotidiane, umane. Che sanno di Fassbinder e della violenza del maledetto Koltès. Con sottofondo di Bach. Dipinti da una semantica di altissimo spessore drammaturgico, nell’asciuttezza quanto nell’efficacia, e da una grammatica interpretativa simile all’incarnato compositivo d’un pentagramma perfetto. Puntellato da estetismi scenografici poverissimi ma balzanti come punti luce di un firmamento ammantato. Ammantato della penombra dei resoconti tristi, divisi dalla platea da un paio di corde incrociate, come un confine, segnale a non oltrepassare.

Sul palco, per un’ora e mezza, le storie di un malato psichiatrico, un transessuale sentimentale e un extracomunitario. Storie anonime se non fosse per l’anima gravida dell’artista che, spinto da chissà quale demone sottocarne, materializza parola, gesto, emozione.

Ovazione a fine scena accese le luci di sala.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

Ritratto d’un interno poco accogliente

Recensione a L’origine del mondo. Ritratto di un interno – scritto e diretto da Lucia Calamaro

foto di Angelo Maggio

È l’annata della donna in teatro. Inteso universalmente, nel significante di dimensione, di mondo, di genere, tematica. E non si distoglie L’origine del mondo. Ritratto di un interno visto al teatro Morelli nel secondo venerdì della rassegna More Fridays, targata Scena Verticale. Il contemporaneo in città, in materia di quinte e sipario.

Non si bissa il bagno di folla della prima uscita, nella settimana passata, a marchio ricci/forte. Le presenze allo spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro con Daria DeFlorian, Federica Santoro, Lucia Calamaro, sono discrete. Tendenti allo scarso. Tra il primo e il secondo dei due episodi andati in scena – l’allestimento in realtà ne ha quattro – un buon numero di spettatori ha abbandonato. Approfittando del buffet allestito per l’occasione. Sarà stato per il costrutto scenico poco digeribile se non a una elitaria platea di “addentrati” ai lavori? O per la mancanza di dinamicità se non si considera il verbalizzato deludente per le aspettative degli accorsi? O ancora per lo stile esageratamente intellettuale che ha allontanato i più stakanovisti della fluidità asciutta?

Fatto sta che lo spettacolo scritto e diretto dalla drammaturga e regista romana, una che di teatro se ne intende a meraviglia, ha diviso gli umori dell’esiguo pubblico. Chi lo definisce noioso e asfittico. Qualcun altro esemplare, perché trasborda sottoforma squisitamente umana, quel mal di vivere, quella melanconia, quello spleen tipici effetti di una natura ricca e policroma. E lo fa accentuando sembianze decisamente teatrali: l’attore, la drammaturgia, la parola. Dipingendo l’essere donna nelle tinte più fosche, patologiche perché retrospettiva velata d’un grandeur di genere. Quando l’avere troppa testa, o anima, commista alla delicata sensibilità in rosa, consegue tuffi negli abissi depressivi. Perché ci si interroga sui grotteschi resoconti di un andirivieni marcio. Lucida consapevolezza su moti esistenziali, contraddittori, miseri, rozzi.

foto di Angelo Maggio

Il lavoro delle attrici sulle tavole del Morelli ha rappresentato un altro dei motivi che ha fatto amare lo spettacolo. Intanto per la mole del testo memorizzato e trasposto con severa pignoleria interpretativa. Di altro, per le movenze composite di naturalezza e incarnato, enunciazione viscerale, sincera, sentita. Una finzione che non sembrava tale. Ancora, saziante è stato l’indagare interiorità scansando banalità da piagnistei e disperazioni allarmistiche. Da assumere connotazioni comuni, tenendo fede alle finalità dell’ardire in scena rappresentando la vita. In questo caso un senso comune interno. Un ritratto, appunto, giocando sull’ambiguità semantica di interno casa e interno umano. La protagonista, tra frigo e lavatrice, spese, tavoli, figlie e mamme, sviscera il proprio dramma depressivo. Ma non lo racconta, lo dà in pasto. Inconsapevole, probabilmente, quando l’ultimo bagliore della coscienza di sé si affievolisce e la confusione l’inghiotte. Superba la prova di Federica Santoro, figlia e psicanalista della donna, la spalla drammatica dell’attore principe, un contenitore di suoni, per una mamma “distratta” dalla malattia. Passionale la Calamaro in scena quando figura la madre della donna, meridionale e battagliera, incisiva e poco astrusa, a cercare soluzioni al fattaccio. Conduce per mano le tre donne un’attitudine comune all’intellettualità, al colto, all’interrogarsi filosoficamente, all’interesse artistico, di cui è inevitabilmente pregno il testo.

Un dramma borghese non di alta digeribilità. Ricorderebbe Pinter, se non fosse così bulimico. O Yasmine Reza, in chiave soft e iper reale. Da metabolizzare.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

Iconografia pop di ricci/forte

Recensione a Macadamia nut brittle – di ricci/forte

foto di Angelo Maggio

Macadamia nut brittle. Risuona come una formula magica. Invece è il gusto di un gelato. Ma non una trovata. Non qualcosa di edulcorato per tintinnare facili fibrillazioni. Qualcosa di intimo piuttosto. Che incornicia una diapositiva di vissuto. Quello delle prove che hanno preceduto lo spettacolo in una infernale (questione di temperatura) saletta sulla Tuscolana a Roma. Dove la compagnia ricci/forte ha partorito lo spettacolo che l’ha data in pasto al grande pubblico. Un parto, già. Di quel groviglio interiore portato in grembo come un feto. E in scena come un caleidoscopio in technicolor. Violento e fragile. Senza sconti. Senza ammiccamenti e inchini. Nudità. Da far raddrizzare i capelli ai benpensanti e estasiare le papille gustative di chi ha occhi chiari su quel che non appare.

Sono quattro gli attori in scena: Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori, Anna Gualdo. Ognuno con il proprio spessore tecnico e il bagaglio sano di umori figurati a prova di esame accademico. Ma sono facce (gli attori), stravolte, nude, sanguinolente, scabrose, libere, di un’unica identità. Un gioco di dualità fuse in un sentire comune. Stefano e Gianni e il loro pennellare da una prospettiva di privilegio: quella dello sguardo onnivoro e onnisciente. Nulla di divino, ma umano troppo umano che caratterizza gli spiriti liberi.

Macadamia è un capolavoro pop. Il sesso in scena, la stucchevolezza dello slang brutale, le pose in crinolina, sono orpelli. Un meccanico simbolo dei vuoti bigotti, giudici di diversità. Un vitalizzare in quadri quella rabbia dimorante nel dolore dell’assenza. Quel dolore che ti fa coniglio preda degli squali detentori di un andirivieni cannibale. Storie metropolitane. In rosa shocking e comandamenti televisivi.

foto di Angelo Maggio

Le scene? Icone d’arte contemporanea e intermezzi monologanti messi in viva voce dal profondo. Dal custodito sotto statuari contenitori di perfezione estetica. Resoconti d’esistenze dove l’eccesso, sano schizzo di individualità scardinate da retaggi atavici, è magma rovente che erutta perché messo in gabbia. Perché utile ad una chiave di lettura = specchio per vittime e tossicodipendenti dal bombardamento mediatico. Uno schiaffeggiarsi da soli, guardandosi lucidamente da fuori. Antidoto alla passività. Ironia, pensosa leggerezza, alla subordinazione morale che non lascia scampo al non conforme a norma. Antidoto alla mancanza. Perché una storia, si racconta. Una storia di andata senza ritorno. Struggente e umana. Il frutto che perde l’albero. E non ha più radici, nutrimento.

Dei balocchi, con soluzioni registiche ipnotiche, strutturate senza troppo pensare a qualcosa di allestito. Degne dell’eccellenza del genere. Scenografiche confusioni di oggettistica di consumo e mascheramenti vomitati dal piccolo schermo concorrono ad assottigliare il filo spinato, preso a colpi di cesoia dal collante scenico creando osmosi o allontanamenti siderali tra palco e platea. Dove gli umori suscitati sono molteplici, come del resto le sembianze della messinscena legate da un quid invisibile e non immediatamente decifrabile. Quel mistero ermeneutico del contemplativo. Il contemporaneo in puzzle. E nello stesso tempo dissacrandone canoni e certezze. Testimonianza di una padronanza di codici, cifre stilistiche, linguaggi da far divertire gli accaniti delle citazioni e dello strutturalismo teorico. Di certo una nuova traccia.

Macadamia nut brittle è una dose d’etere. Sottocutanea. Le creazioni del duo all’apice del teatro italiano, per acclamazione e discordia, sono monumenti all’arte visiva. Viva. Magritte e Frida Khalo che si uniscono selvaggiamente. Modigliani e Toulouse-Lautrec intreccianti le mani su un unico pennello sguazzante su tela. Picasso e Francis Bacon da una finestra comune. Nessun paragone con i geni teatrali, no. Roba da critici/prime donne di balletto. Stefano Ricci e Gianni Forte fanno scuola. Non manierismo.

Visto al Teatro Morelli, Cosenza

Emilio Nigro

Titus, le consunzioni della vendetta

Recensione a Titus / Studio sulle radici – Piccola Compagnia della Magnolia

foto di Riccardo Polignieri

Radiografia su moti interiori. Ripescaggio in superficie degli abissini resoconti, viscerali, alimentati come feti portati in grembo. Eco da pozzi profondi dell’io incarnati senza maschera. È il teatro. O un certo tipo di fare teatro. Di sicuro, la Piccola compagnia della Magnolia, fa parlare di sé per l’imponenza scenica con la quale nutre questa attitudine teatrale. Indagando l’individuo e le sue metamorfosi da essere pensante, senziente, provvisto d’anima, catapultandolo sulle tavole del palco come bestia feroce poco prima in gabbia.

Lo spettacolo Titus / Studio sulle radici ispirato a Titus Andronicus di Shakespeare, andato in scena al Teatro Elicantropo nel cuore verace e magico della Napoli popolare, è la terza creazione della trilogia dell’individuo messa su dalla compagnia torinese con dna mitteleuropeo. Giorgia Cerruti, regista dello spettacolo e spirito dell’ensemble, si forma teatralmente a Parigi. Delle atmosfere “bluette” della città della Senna, sono speziate le cifre stilistiche del suo comporre scenico.

Titus, ovvero il dramma della vendetta. Immaginifico di quella consunzione a nervi e muscoli conseguenza dello sbranare di questo sentimento più simile a punti di sutura su una ferita aperta che alla determinazione esistenziale. Davide Giglio, in cerone, manta imperiale (trasposta da reduce con una vestaglia in flanella) e bastone della gloria, figura il condottiero romano al quale più che gli onori in patria  toccano i commiati per le dolorose perdite di battaglia. Seguiti da delittuosi botta e risposta quali anelli di una catena che solo la morte spezza e tiene in vita… Riducente a un albero spoglio reciso delle radici. Tranciate quelle si resta mutilati. E tutto il delirio, la furia folle dell’angoscia sofferente, l’unico attore in scena la calca sulla pelle degli spettatori senza alcuna parete invisibile. Un contatto diretto, immediato, penetrante come lama su carne tenera. Claustrofobico. Tutti i corpi in platea sono mappe di dolore, parafrasando l’intercalare con cui si scandiscono i ritmi di scena preso in prestito dal bardo. Coinvolgimento osmotico. Endemico.

Si potrebbero scomodare erudite citazioni e dejavù per connotare cifra stilistica, trovate e linguaggi, studio sul personaggio, lavoro d’attore, soluzioni registiche. Ma preferiamo porre il grassetto sulla traduzione della carica emotiva strizzando l’occhio a primordiali rituali scenici dove l’energia e la fisicità dei protagonisti materializzano le sensorialità degli astanti. Grotowski con fattezze da nouvelle vague. Artaud in camicia di forza, libero solo del fraseggiare. Estetismi accennati e tratteggi funzionali all’andare di scena. Dove azione, narrazione, parola, purezza emotiva si fondono e si delimitano ombreggiando i trucchi. Dove feticci post-moderni mimati o resi evidenti sublimano strutture semantiche arcaiche.
A onore del vero, la lima non farebbe male sulla pastosità di alcune scene e toni talvolta in “loop”.
Sciocchezze, rispetto al resto. Giglio è un animale da palco. Onda d’urto. Dermica.

Visto al Teatro Elicantropo, Napoli

Emilio Nigro

Gomorra a teatro

Recensione a Gomorra – regia di Mario Gelardi 

Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo - foto di Marco Ghidelli

Si inscena di mafia sul palcoscenico del Teatro Auditorium Unical. Di camorra. La camorra di strada, selvaggia, violenta, e quella più altolocata, cinica, degli strati vischiosi del perbenismo corrotto, degli insospettabili, dei colletti bianchi.

Gomorra, del regista Mario Gelardi è l’adattamento teatrale del best-seller di Roberto Saviano (sei milioni di copie vendute nel mondo) messo in scena sabato e domenica scorsi sulle tavole del palcoscenico del teatro universitario a Rende. Rappresentando il tessuto criminale da renderlo riconoscibile in una identità universale. Individuabile da vicino. Da far avvertire, in altre parole, un senso rintracciabile nell’immediato circostante. Qualcosa che ci riguarda, qualcosa di cui se ne sente partecipi quali inconsapevoli vittime rassegnate al giogo-trappola come il sostare dentro una teca sottovuoto. Dal quale sarebbe d’obbligo liberarsi. E il teatro, in questa direzione, è cassa di risonanza dove agitare le voci imbavagliate delle coscienze. Azione di sensibilità collettiva, strumento da incamerare e far vibrare nelle occasioni in cui si predilige la parola alla omertosa noncuranza.

Uno spettacolo intenso, Gomorra, allestito con cura, con maestria registica, estetica, attoriale. Scevro da intellettualismi di sorta, orpelli di meccanica scenica o tecnicismi barocchi da teatro di vetrina. Piuttosto tratteggiando le scene, a differenza della trasposizione cinematografica di Matteo Garrone, con quel corposo esplicativo che appartiene alla teatralità vivida, al vitalismo interpretativo. E che solo tra fondale e proscenio acquisisce la forma epidermica più congeniale. Grazie anche all’ottima prova dei sei attori sul palco: Ivan CastiglioneFrancesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux, a figurare personaggi più o meno “pesanti” nelle gerarchie criminose, estrapolati in ogni caso dalla manovalanza, pesci piccoli dunque, mossi da invisibili (ma con nomi e cognomi) pupari senza volto. Come senza fisicità è il potere più alto, più grosso, in tutti i livelli di forma leciti e non, percepito come qualcosa di astratto a cui sottostare. E di contro altare, ritornando agli attori, impersonando le anime buone portabandiera del comune sentire, la minoranza civile coraggiosa trasposta in scena in un sarto costretto dalla necessità a rivolgersi al “centro per l’impiego” camorra e nello scrittore giornalista Roberto con le sue indagini al servizio della verità.

Storie, così comuni eppure così sconosciute, tenute lontano dalla luce ipocrita dell’apparente divenire. Controllate, come si tiene sotto controllo territorio, espressività, uomini e circostanze. Storie di vita, di strada, di spacciatori e capo decina, di giovani laureati iniziati (e desiderosi) alla ritualità dei clan, di imprenditori “per bene”… di rifiuti tossici. Storie che prendono vita in un cantiere fantasma, tra impalcature e colonne incompiute quale ambiente scenografico. Metafora dell’abbandono, di quell’equilibrio precario delle sospensioni in bilico, del depredare. Ma anche un rimando, sottile, all’impero del cemento quale fetta più redditizia dell’insinuarsi tentacolare camorristico. Retto su dalla manovalanza, operaia e armata. Un fare scenico giocato sulla bidimensionalità, visiva, per raccontare i diversi livelli del crimine, quello più verace di “Pikachu” e “Kitkat”, pusher al soldo, e quello borghese di Mariano e dello Stakeholder, rampanti economisti col fiuto per gli affari sporchi.

In tutto questo fango Roberto, lo sfigato scrittore e giornalista, si muove armato di penna contro i kalashnikov dei suoi conterranei. Rendendo «storie di un luogo d’ogni luogo, una faccia tutte le facce – dichiara Saviano in una recente intervista – e questo è ciò di cui il potere ha più paura».

Visto al Teatro Auditorium Unical, Arcavacata di Rende (CS)

 Emilio Nigro