Emilio Nigro (Cosenza 1981) scrittore e giornalista, critico teatrale. Autore di "Incessanti maree silenziose" (Falco editore, 2005 Cosenza) "Elisir di luna" (Aletti editore 2007 Roma) "Alterazioni di colore" (Coessenza editore, 2009 Cosenza), presente in due antologie di narrativa a tiratura nazionale (Guasco editore 2012; Palzari edizioni Lecce 2009;) collabora con il trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio ( Milano); il Quotidiano della Calabria; la rivista online di critica teatrale Il Tamburo di Kattrin. Critico di Teatro, zooma inoltre su cinema, musica, arte visiva. Premio nazionale Nico Garrone 2011 “ai critici più sensibili al teatro che muta”; Premio nazionale Guasco 2012 “scritture contemporanee”; Premio della giuria popolare e menzione speciale della giuria al miglior testo concorso nazionale per monologhi Residenza Teatrale Orizzonti Meridiani; Premio nazionale NonfermARTI 2011 categoria scrittura creativa; Premio Galarte 2007 per la poesia. È inoltre autore e interprete dello spettacolo "Teatranti" (2009) e "Rifarmi – soluzioni al precariato" (2012); firma di diverse drammaturgie tra cui "Visionaria"; "L' indifferenza dei passanti"; "Donne & Iene". Collabora con la compagnia teatrale La Barraca; con il Centro Teatro Calabria. Allievo di Edoardo Erba, Francesco Suriano, Ivo Milazzo.
Recensione a Giornata della partenza, quarta tappa del progetto Mercuzio non vuole morire – Compagnia della Fortezza
Il teatro che penetra negli strati della diversità. Un mondo invisibile, ai margini, osservato generalmente con sguardi compassionevoli. Un universo mediato dalla delicatezza della trasposizione teatrale. Quella delicatezza, veicolata dall’eccellenza dello spessore artistico, con cui Armando Punzo caratterizza le sue azioni sceniche. E così, il Piccolo Teatro Unical, ad Arcavacata di Rende, si trasforma per un giorno, un gelido pomeriggio di inverno inoltrato, in un luogo altro. Un luogo dove è fragile il confine tra diverso e usuale. Ieri sono stati in tanti ad assistere alla Giornata della partenza. Evento teatrale di massa che Armando Punzo porta in giro per lo stivale nell’ambito del progetto Mercuzio non vuole morire. A Rende si è messa in scena la quarta tappa del viaggio itinerante, organizzata dall’associazione Zahir, che ha toccato Gubbio, Bologna e Salerno, prima di approdare in terra calabra. È il regista e drammaturgo della Compagnia della fortezza, fondata all’interno del carcere di Volterra, che spiega lo spettacolo ai numerosi astanti: «Quello a cui si è potuto assistere, è una scena che sarà allestita all’interno di uno spettacolo completo – commenta Punzo – da esporre in un mio processo creativo che intende raccontare la storia di Romeo e Giulietta dal punto di vista di Mercuzio che non vuole morire, ipotizzando un’idea di teatro di massa con migliaia di persone. L’esito finale di questo percorso per lo stivale verrà rappresentato in contemporanea in diverse piazze, fra cui Rende, nel Festival di Volterra di luglio.»
Al laboratorio tenuto da Armando Punzo nei giorni scorsi negli spazi dell’università, hanno partecipato per la gran parte gli utenti dei centri d’igiene mentale della provincia di Cosenza, ai quali si sono aggiunti noti attori delle scene cosentine. Un ensemble di interpreti a comporre un allestimento “dentro e fuori” il Piccolo. La prima parte dello spettacolo si è svolta nello spazio antistante il foyer del teatro universitario, con gli attori provvisti ognuno di una valigia a voler figurare una imminente partenza. «Una valigia piena delle lacrime che si portano dietro – descrive Armando Punzo – e poi provare ad allontanarsi per raggiungere insieme una città ideale.» La compiutezza dell’opera, tra giochi d’ombre, lazzi e nudità scenica, ha il suo epilogo sulle tavole del palco.
Il risultato, è una contemplazione su immagini corali dalle forti suggestioni sensitive. Dinnanzi alle quali soffermarsi toccati dalle luci ad intermittenza del riflessivo e dell’emozionale.
Visto al Piccolo Teatro Unical, Arcavacata di Rende (CS)
Recensione a Cercando Picasso – con Giorgio Albertazzi e Martha Graham Dance Company, regia di Antonio Calenda
Giorgio Albertazzi è uno degli attori più grandi d’Italia. La Martha Graham Dance Company uno degli ensemble di ballo più accreditati nel mondo. Pablo Picasso, universalmente riconosciuto quale genio indiscusso del ventesimo secolo. Metti tutto questo sulle tavole del palcoscenico. Il risultato? Non può che essere spettacolare. E tale definizione sembra essere la più calzante per dire della messinscena Cercando Picasso, sulle tavole del palco del Teatro Auditorium dell’Unical, diretta da Antonio Calenda. Un ritratto teatrale, trasposto da diversi linguaggi stilistici e codici di scena, dell’artista surrealista (e cubista) spagnolo. Reincarnato nella voce, nella interpretazione, nelle movenze e nelle fisicità dall’Albertazzi nazionale, che ne rappresenta spirito e arte. Giocando a specchiarsi, volutamente, nel pittore dall’animo inquieto e pregno di vitalismo. Attraverso un mimetizzarsi nei tratti che accomunano il quasi novantenne artista di San Martino a Mensola al pittore di Malaga.
E allora il pensiero, il tormento, il demone di Picasso traspaiono tra fondale e proscenio con tale intensità da lasciarsi contemplare. Certo con un po’ di compiacenza per gli affanni di Albertazzi alle prese con qualche passo di danza, alcuni appunti sulla sonnolenza di certe scene, l’estetismo accentuato, ma del resto rappresentare un artista visivo non può che passare attraverso le soglie dell’immagine vivificata. Come dipinti in movimento. Animati. Dunque il palco diventa cinema dell’impersonificazione dei capolavori di Picasso, universo visivo e sonoro del genio che Apollinaire definiva moralmente latino e ritmicamente arabo. Un mondo sensuale, inoltre, trasposto dalle coreografie delle nove danzatrici: l’anima, la delizia, il corpus dello spettacolo in termini di rimandi sensoriali. Perché il resto lo fa l’attore, capace di tenere sospesa la platea nel divenire poetico sui testi del surrealista spagnolo; superbo veicolo del lirismo dialettico caratterizzante l’allestimento; interprete figurativo del manierismo illustrativo dell’artista; fedele rappresentante della carnalità dei soggetti.
E non a caso l’attacco scenico, levato un fondale che Picasso dipinse per un balletto, esordisce in un grande letto pieno di cuscini e donne che ricordano le Damigelle d’Avignone. E donne sono nei sogni, tutto lo spaccato scenico è intriso di onirismo, nella tauromachia, negli incubi, nei riti orgiastici, nelle riflessioni, nelle visioni di Pablo Picasso: le scene dello spettacolo strutturate nelle danze delle meravigliose ballerine e il recitativo di Albertazzi. Scandite ritmicamente da soluzioni di cambio di scena in variazioni scenografiche e input visivi (sono calati di frequente fondali con opere pittoriche e proiettati bozzetti). E il palco diventa tavola imbandita dove nutrirsi del piacere dell’arte sublime. Strumento di trasmissione di quel fuoco tormentato che materializza il demone fuori dalla pelle di un artista. Il palco si trasforma in una tela vivente, che cambia per il tempo dell’osservazione. Tra saltimbanchi, cavalli alati, fantasmi, arlecchini e damigelle, intellettuali e maschere di commedianti dell’arte. Particolari dalle tinte, dalle parole, dalle filosofie di Pablo Picasso. E dal talento immortale di Albertazzi. E dalle sensualità delle danzatrici. Gioie per gli occhi.
Visto al Teatro Auditorium Unical, Arcavacata di Rende (CS)
Recensione a Blackbird di David Harrower – regia di Lluís Pasqual
foto di David Ruano
Le espressioni sul volto degli spettatori a conclusione dello spettacolo, denudate dal bagliore delle luci di fine scena quasi a voler mettere allo scoperto quel coinvolgimento (che sia sdegno o commozione) ben tenuto nascosto poco prima dal buio, la dicono lunga sulla qualità di cosa si è visto. Capita di buttare l’occhio frettolosamente sulla miriade di facce in platea e coglierne sfumature variegatissime. È il bello dell’arte, del teatro. Non suscitare emozioni “in serie”. Non rintuzzare la libertà d’opinione individuale (e collettiva) verso il pensiero unico.
Sabato 11 dicembre al Teatro India, per chi era in prima fila, voltarsi di spalle e osservare la platea, durante gli applausi, è stato un responso sullo spettacolo. Più che positivo. Blackbird dalla promettente penna dello scozzese David Harrower, messo in scena dal Piccolo Teatro di Milano, diretto da Lluís Pasqual e interpretato da Massimo Popolizio e Anna Della Rosa. La versione italiana è di Alessandra Serra, i costumi di Chiara Donato, le scene di Paco Azorín, le luci di Claudio De Pace. Vale la pena citarli tutti, sì. Perché quando uno spettacolo si traduce in emozioni vivide, quelle che fanno uscire da teatro col groppo in gola e gli occhi inumiditi, ognuno degli elementi umani, dietro le quinte o in proscenio, ha il suo merito.
E quando il teatro si fa in questi termini, apre la mente.
Il tema di Blackbird è scottante, d’accordo. Immorale, va bene. Perverso, ok. Qualche benpensante durante alcune scene si lascia sfuggire un commento scandalizzato.
La storia di un abuso su una minorenne. Dodicenne. Lui quaranta, quando successe. Ma adesso i due sono adulti, lei di anni ne ha 27, lui quasi sessanta. Lei lo riconosce, scherzo del fato, in una foto pubblicitaria di quarta di copertina di un rotocalco, insieme ai suoi colleghi d’ufficio. È cambiato, ha cambiato pure nome a sua insaputa, ma impossibile dimenticarlo. Lo cerca, lo trova, si incontrano. Nello scantinato dell’ufficio di Peter (che adesso è Ryan) – metafora, lo scantinato, di un viaggio negli abissi dell’anima. Dove è buio pesto, come il volo degli uccelli neri. Comunque un volo.
Certo, quando il dialogo diventa frenetico, l’andare incalzante, l’ardire insostenibile e quando si “vede” in scena, grazie alla magistrale interpretazione degli attori, l’abuso dettagliatamente raccontato dalla protagonista, ci si indigna. Si inorridisce. Si prova orrore. E tuttavia, il resoconto morale verso il reo Peter, non è di disprezzo, piuttosto di pena. Di compassione. Di pietà. Quella stessa pietà con cui si guarda la piccola protagonista, perché tale è rimasta benché trentenne, shockata da allora, ma shockata perché da allora non ha rivisto il suo Peter. Colpevole di averla abbandonata… Al punto che si rimane in bilico su chi sia il carnefice e chi la vittima… Al punto che non si capisce bene ciò che è vero da ciò che è mentito…
Ciò che si racconta sul palco è una storia d’amore. Che non è mai finita. Che non doveva cominciare. Che non doveva finire.
E dall’altra parte del palco, noi che osserviamo con tutte le sovrastrutture di perbenismo inculcate come omogeneizzati, come potremmo credere alle buone intenzioni di un quarantenne verso una bambina! Peter è un uomo malato, uno psicopatico, che ha reso psicopatica anche lei.
E nel finale, quando appare in scena un’attrice dodicenne che lo abbraccia come fosse il papà il senso di smarrimento è forte.
Blackbird è il Teatro della verità. Il teatro scomodo. Il teatro che non dà risposte nitide, corrette, perfettine. Ma spiazza, contorce, attanaglia come una stretta allo stomaco. Avvertita per tutto il tempo dello show. Uno show nero, ma meraviglioso.
Recensione a Il piacere dell’onestà – regia di Fabio Grossi, con Leo Gullotta
foto di Pietro Scarcello
L’occasione è di quelle alle quali non si può mancare. La prima a un teatro nuovo di zecca. Un gioiellino moderno, non c’è che dire. All’avanguardia per tecnica e struttura, progettato su modelli architettonici consolidati. Ubicato in un campus universitario. Fantastico. Già, peccato che di universitari, al battesimo del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria ad Arcavacata di Rende (CS), non se n’è vista nemmeno l’ombra. Universitari intendendo con il termine l’indicazione studentesca, perché per quel che concerne le alte sfere amministrativo-burocratiche dell’ateneo calabrese, il parterre era al completo, venerdì sera.
E se il rettore ha tenuto a sottolineare, durante il breve discorso introduttivo (“onori di casa”), che: «questo luogo è un teatro, punto» minimizzando qualche scomoda voce sull’utilità di una struttura così mastodontica all’interno di un luogo adibito alla didattica, viene da domandarsi effettivamente perché un “teatro, punto” si trovi in uno spazio deputato agli studenti quando non per gli studenti è stato pensato. Ma non c’è da stupirsi, quel che conta è l’apparenza.
Quell’apparenza costume (perfino valore) da salvaguardare a ogni costo in ambiti tipicamente aristocratici, per tenere su quei meccanismi sociali di cui Pirandello si fa beffa nelle sue complesse costruzioni drammaturgiche. E dunque i nudi volti degli attori in scena de Il piacere dell’onestà non sono che supporti per maschere indossate per necessità di convenzioni.
Uno spettacolo confezionato a modo, Il piacere dell’onestà. Diretto da Fabio Grossi con Leo Gullotta nelle vesti di Baldovino, protagonista della commedia pirandelliana. Due atti dipanati nelle ambientazioni scenografiche di Luigi Perego: una casetta di cristallo (nella sua interezza sul gigantesco palco del teatro auditorium) nel bel mezzo di un paesaggio agreste (fondale) con tanto di sconfinato prato inglese in erba sintetica per lo spazio scenico calpestato. Un paio di sofà, l’arredo dell’interno.
Una famiglia altolocata alle prese con una “vergogna”da riparare: la nascita di una creatura da una madre nubile, “signorina”. Uno scandalo a cui dover porre rimedio… E niente di meglio che trovare un malcapitato, con un passato poco edificante da baro, a cui far recitare la parte dell’onesto marito e tramare intanto l’escamotage per una altrettanto rapida uscita di scena. Le dinamiche però si sovvertono e, pur salvando l’onore riuscendo a tener fede perciò all’obiettivo del marchingegno, a sopperire sono le malefatte a favore di un’onesta apparente. In cui “salvano la faccia” tutti, per mantenere occulti i grotteschi retroscena di una realtà che farebbe dire ben altro. Un’onestà fittizia, per il piacere di sentirsela addosso come marchio sociale.
Uno spettacolo preciso, pulito, formalmente rigoroso. Cotonato. In cui l’ammirazione per la perfezione estetica e drammatica potrebbe risultare l’unico acuto. Riconoscendo senz’altro l’enorme caratura attoriale di Leo Gullotta: eccezionale per mimica, incarnazione, cenno, espressività. Ridondante, talvolta, perché eroe di una platea ammaliata dinnanzi la quale avrebbe potuto concedersi di tutto. Supportato da attori diligenti, ligi al proprio dovere. Senza intoppi né lode.
Insomma, qualcosa di tradizionale, ammiccante al mercato. Deliziosa pietanza per spettatori saziati da altisonanti nomi televisivi e da eco di autori di fama immortale. Il teatro che muta è un’altra cosa.
Visto al Teatro Auditorium Unical, Arcavacata di Rende (CS)
È ovazione quando Saverio La Ruina si licenzia dai numerosi presenti incantati da Dissonorata, spettacolo di marca “Scena Verticale” andato in scena giovedì 2 agosto fra le radure dell’anfiteatro della villa vecchia, a Cosenza, in occasione del programma agostano del Festival Invasioni. Scrosci di applausi, apprezzamenti a voce alta e commozione diffusa, dopo il buio finale. Non è certo un caso se la messinscena è tra le più premiate d’Italia. Un testo che entra nelle pieghe dell’universo femminile scavandone a fondo gli umori, i desideri, le restrizioni, i pensieri. Interpretato con incredibile aderenza al ruolo e straordinaria sensibilità nel trattato come nell’enunciato, capace di portare in superficie gli aspetti più abissini dell’intimità in rosa. L’attore, drammaturgo, regista La Ruina diventa in scena Pascalina, donna di campagna del dopoguerra calabro, narratrice autobiografica di una vita di stenti e imposizioni, consumata in un agire quotidiano dominato dalla volontà maschile, schiavista e sprezzante, relegante l’essere donna a mero oggetto utilitaristico o conforme a rigide strutture di convenzione sociale. Pascalina vive nel tempo in cui la memoria è offuscata in una valle nebbiosa e racconta, a ritroso, il suo percorso esistenziale. Il viaggio nel proprio tempo è portavoce di uno spaccato epocale (sociale, comunitario), sorpassato ma non troppo, sentendolo rimembrare in sordina tra le pagine tenute nascoste del nostro diario di bordo comportamentale. La Ruina s’incarna in Pascalina: sul palco sembra non distinguersi l’uomo dalla donna, l’attore dall’uomo, il detto dall’evocato. E questo, è pratica “magica” solo dei grandissimi interpreti: far vedere nelle proprie sembianze le parvenze di ciò che si figura. Si racconta, Pascalina, dall’infanzia al diventare donna, dalla spensieratezza e le fantasie di bambina al desiderio maturo (unico concesso e possibile) di diventare sposa, come fece sua mamma e ancora prima sua nonna. Tutto nel rispetto dei dogma familiari, così che Pascalina non sta nella pelle quando un pretendente si fa avanti chiedendola in mano al pater familias. Lei è istruita a dovere, cammina a testa bassa contando le pietre per strada, non parla con nessuno, passa il suo tempo a pascolare il gregge (dovere di famiglia); non è come le altre donne vestite in modo succinto precedute dall’ignominia. Pascalina è ingenua (l’effetto di un’educazione restrittiva) e il suo presunto principe azzurro altri non è che un uomo, vinto dall’istinto come tale. Le conseguenze non tardano a delinearsi: l’uomo approfitta di Pascalina non tenendo fede alla promessa di maritarla, oltraggiando quell’illibatezza rappresentante massima qualità del suo essere e ingravidandola. Pascalina è dissonorata, e prima di lei è macchiato l’onore della sua razza intera. Non resta che un amaro rimedio a una vergogna eterna, l’uccisione di Pascalina. Il tentativo di bruciarla viva va a vuoto e la donna mette al mondo, in una stalla, il frutto del suo “oltraggio”. La Ruina va avanti per un’ora e venti sul palco, accompagnato dalle carezze sonore di Gianfranco De Franco, compositore delle musiche originali eseguite dal vivo. Pigiando delicatamente tutte le note della melodiosa composizione scenica, sfumando tutte le connotazioni interiori della protagonista. Restituendo alla platea la commozione di un groviglio concepito tra le pieghe dell’anima.
Recensione a The Yalta Conference e Tokyo notes – regia di Hirata Oriza
Contemplazione ed estetismo, riflessione e fascinazione affabulatoria: gli ingredienti dell’intreccio carezzevole della produzione d’autore giapponese nell’arte audiovisiva. In altri termini, squisite e azzeccate appaiono le produzioni cine-teatrali di stampo nipponico, giocate a carte coperte tra realismo e immaginazione, quando non particolarmente caratterizzata è la piacevolezza della pura osservazione. Si pensi a Ferro 3 di Kim Ki-Duk o a Dolls del maestro Takeshi Kitano, ad onor di citazione.
Nello specifico dell’attività scenica contemporanea, il discorso assume contorni più articolati. L’osservatorio di analisi in merito, non può prescindere dal considerare quei meccanismi di rottura con il fardello della tradizione teatrale classica, influenzata intensamente dal propagandiamo politico pregnante di quel sentire “d’impero”, dominante il tessuto storico, culturale, sociale del paese. Tradizione che s’insinua nelle trame delle produzioni post-moderne, come un complesso teorico dal quale sdoganarsi, da affrontare con atteggiamenti antitetici. I nuovi sguardi, dunque, vanno altrove. Strizzando l’occhio al fare scenico occidentale, per un risultato dal gusto sopraffino. Forse di nicchia.
Fatta questa necessaria premessa, si connota cristallino il senso del lavoro del regista Oriza Hirata, in visione al Napoli Teatro Festival (1-2-3 luglio scorsi) con The Yalta Conference e Tokyo notes.
The Tokyo notes – foto Claire Pasquier
Meritevole di grassetto il secondo spettacolo, presentatoin prima serata nella principesca location del Museo di Capodimonte, nel salone delle feste. Se non altro per il retrogusto sensazionale (nell’accezione prettamente sensibile del termine) avvertito dalla nutrita platea a giochi fatti. Spettatori separati dalla scena da una fragile parete invisibile, più volte penetrata dalle suggestioni sceniche. Forte, in parole povere, l’interazione tra attori (ben 20 in scena) e paganti, posti a ridosso dello spazio d’allestimento. Colpiti da stupore spazio-temporale: loco scenico e loco fisico combaciano per esigenze drammaturgiche, scaturendo un singolare senso di straniamento. I protagonisti agiscono in un museo, in un ipotetico futuro prossimo durante il quale un’ennesima guerra mondiale sconvolge gli equilibri geopolitici europei, e le opere d’arte del vecchio continente vengono spedite in Giappone nel tentativo di proteggerle. Ipotetico futuro che ricorda trascorsi storici tragicamente accaduti: i sottotesti dei dialoghi fra i personaggi esplicitano una possibile partecipazione giapponese al conflitto, pur non assumendo nessuna posizione politicamente chiara (il riferimento alla seconda guerra mondiale è netto). Dialoghi che tessono la struttura testuale della messinscena, in discussioni frontali e collettive, dalle sembianze accostabili (azzardando paragoni) alla drammaturgia borghese di marca Bernhard. Storie che si snodano e si accavallano delicatamente, portate a braccio da una recitazione minimale e corretta degli artisti nipponici, guidati da una regia che non inciampa in formalismi o colpi di teatro.
Un paio d’ore di accattivante coinvolgimento interattivo, sottile e mai edulcorato, a rapire la curiosità degli spettatori come dolci frizioni di bambagia. E non accade nulla in scena, ma il dipanarsi di intenti, posizioni, vissuti, quotidianità, materializza un corpus narrativo dove l’evocazione s’incarna protagonista non apparente del rappresentato. L’effetto, è un dondolarsi nel godimento dell’ascolto e della visione.
Una serie di panche dislocate dinnanzi il fondale barocco della sala museale; un’edicola zeppa di monografie d’artisti (tutte giapponesi ad eccezione d’un libretto su Cézanne feticcio di contaminazioni occidentali); e una dozzina di sfere penzolanti perpendicolari allo spazio d’azione (dai colori della bandiera giapponese) compongono l’allestimento scenografico della rappresentazione. Il resto, alle storie sovrapposte degli interpreti: una famiglia di imprenditori nell’industria bellica, una donatrice l’amico e il suo avvocato, studenti, curatori del museo, coppie, sognatori e ribelli. Gente comune, portavoce d’uno strato sociale somigliante piuttosto a dagherrotipi europei.
Un lavoro riuscito, giocato intorno a tematiche ricorrenti: la guerra e l’arte, interrogate da variegati punti di vista per quanti sono gli attori alternati in scena.
L’idiozia bellica è inoltre struttura drammatica dello spettacolo The Yalta Conference, parodia del potere con Stalin, Churchill e Roosevelt a tavolino, burattinai e spartitori delle miserie territoriali di fine conflitto.
Mezz’ora, in tarda serata, d’interpretazione leggera e frizzante, senza troppe pretese. Divertissement.
Funambolismi e acrobazie del teatro del Sol Levante. Orientale, ma non troppo…
Visto al Museo di Capodimonte, Napoli Teatro Festival