Collettivo InternoEnki

Souvenir#2 dal Premio Scenario 2013

Continuiamo a rubare immagini, frasi e suggestioni dai lavori del Premio Scenario 2013 visti al Festival B.Motion; opera ancora in progress, spettacoli non ancora terminati. Dopo la prima serata del 28 agosto – qui il link  di Souvenir#1 – ecco i souvenir presi dalla seconda serata del 29, Collettivo InternoEnki, nO (Dance first. Think later) e Beatrice Baruffini.

Burri_scenarioCollettivo InternoEnki M.E.D.E.A. Big Oil 
primo studio/VINCITORE PREMIO USTICA 2013

Materico e viscerale, energico e disturbante, è il lavoro vincitore del Premio Scenario per Ustica, dedicato all’impegno civile e alla memoria che in questa edizione ha posto lo sguardo direttamente sulla contemporaneità, su una «Basilicata stroncata dalle trivellazioni. Una Basilicata debole […] che deve combattere una mentalità ancora troppo radicata nel “servaggio” di un tempo» (leggi l’intervista). Dalla rielaborazione del mito greco, Terry Paternoster interpreta la figura di Maria-Medea, donna e madre lucana legata alla sua terra, vittima e carnefice insieme. Un coro di nove attori incalza intorno a lei gettando fuori tutte le contraddizioni di un paese sfruttato da grandi compagnie petrolifere che, nel prospettare glorie future, non portano altro che distruzione e morte.

ombrello_katzenmachernO (Dance first. Think later) trenofermo a-Katzelmacher
primo studio/GENERAZIONE SCENARIO 2013Un non-luogo, un posto sfatto e immobile, lucette di natale kitch su un motorino, un ombrellone ammaccato, un’insegna di un bar in cartone, un manifesto appiccicato su una lamiera che non si toglie più. Ma soprattutto un’indolenza rabbiosa in un nulla eterno e fagocitante. Trenofermo a-Katzelmacher restituisce, nei corpi dei suoi 10 attori, nel loro dialetto sporco e dolente, aspro e magmatico che si addolcisce solo in stacchetti neomelodici, la parte trash di un sud abbandonato, dove i giovani non hanno alcuna volontà di cambiare quello che li circonda. Un nulla desolato e amaro da cui è impossibile vedere anche un solo barlume di riscatto.
largeBeatrice Baruffini W (prova di resistenza)
primo studio / GENERAZIONE SCENARIO 2013«Capita raramente che un intero gruppo di mattoni forati riesca a resistere a un carico studiato apposta per sgretolarli. Quando questo succede è una rivoluzione». Dice una voce fuori campo mentre Beatrice Baruffini si aggrappa ai mattoni, abbattuti, appiattiti, tutti in fila, tutti uguali. Ogni pezzo è un uomo: è l’ultimo di cinque figli, che gira a piedi nudi perché le scarpe passate di fratello in fratello si sono rotte, bucate, consumate, è una ragazza di 23 anni, figlia, moglie, madre, è una donna che sogna l’America, di giorno e di notte, è un uomo ferito dalle pallottole. Sono vite che profumano di miseria, in cui pulsa un sentimento popolare. Il dolore, la fatica, la resistenza. E la voglia, la spinta, la necessità di fare muro, di fare barricata.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali

Intervista alla Generazione Scenario 2013

 

Mio figlio era come_8piccolaM.e.d.e.a_7piccolaW (prova di resistenza)_piccolatrenofermo_6piccola

Nel 2009 Codice Ivan, Anagoor, Marta Cuscunà e Odemà. Nel 2011 Matteo Latino, foscarini:nardin:dagostin, Carullo-Minasi, ReSpirale Teatro. Solo per citare alcuni degli artisti che hanno composto le precedenti Generazioni Scenario e che abbiamo incontrato negli scorsi anni (intervista a Generazione Scenario 20092011 #12011 #2). La settima edizione di B.Motion Teatro ospita i vincitori della nuova Generazione Scenario; per l’occasione riproponiamo un format breve, domande dirette per risposte veloci. Non un ritratto dell’artista, né un racconto della messa in scena. Pennellate piuttosto, materiche o astratte, incisive o poetiche. Lavoro, nordest, dialetto nelle parole dei Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, che firmano e interpretano Mio figlio era come un padre per me, vincitore del Premio Scenario. Rabbia e terra per Terry Paternoster, che firma e dirige gli attori del Collettivo InternoEnki in M.E.D.E.A. Big Oil, vincitore del Premio Ustica. Popolo, miseria, barricata in W (prova di resistenza) di e con Beatrice Baruffini, che ha ricevuto la Segnalazione Speciale. Il sud, la provincia, il branco per Dario Aita, ideatore e interprete di treno fermo a- Katzelmacher della compagnia nO (Dance first. Think later).

Il primo spettacolo visto?
Marta Dalla Via: Una rappresentazione de I gemelli veneziani, con un unico attore che riusciva a fare entrambi i personaggi.
Terry Paternoster – Collettivo InternoEnki: Un Don Chisciotte, all’età di 13 anni.
Beatrice Baruffini: Uno spettacolo sull’Iliade, con marionette di legno su una collina di sabbia. Avrò avuto 5 o 6 anni.
Dario Aita – nO (Dance first. Think later): Un Aspettando Godot, del quale non ricordo il regista.

E il primo fatto?
Marta Dalla Via: Romeo è altrove, che ho scritto quando ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito.
Diego Dalla Via: Piccolo mondo alpino.
Terry Paternoster: Le serve di Jean Genet.
Beatrice Baruffini:  Odisseo col Teatro del Lemming di Rovigo.
Dario Aita: Aspettando Godot, come regista e attore.

In una frase cos’è il vostro teatro? E cosa non è?
Marta Dalla Via: È autentico, fatto in casa. Non è artificiale.
Diego Dalla Via: Artigianale. Non è un modo per affermare delle verità.
Terry Paternoster: Un teatro incivile, che vuole andare controcorrente, che vuole dimostrare con un gesto politico che si può andare in scena in tanti, contro un sistema che ci vuole soli e deboli. Non è banale, non è intrattenimento.
Beatrice Baruffini: Ho tre parole per definirlo: è poetico, politico, popolare. Io le chiamo le 3 “p” del mio teatro. Non è un muro per il pubblico. Non è indecifrabile.
Dario Aita: Il nostro teatro è corpo che diventa voce. Non è finzione.

Una o più immagini del vostro lavoro?
Marta Dalla Via: La seggiovia con due sciatori che non vogliono scendere. I nostri lavori sono sospesi, il quotidiano convive con un mondo parallelo dove è tutto alterato.
Diego Dalla Via: Penso anche io a un’immagine che non è dello spettacolo: io e Marta che trasportiamo l’attrezzatura da sci a Milano. Siamo come delle chiocciole, con la casa sulla schiena.
Terry Paternoster: Una Basilicata stroncata dalle trivellazioni. Una Basilicata debole. Una Basilicata che ha tante bellezze e tanta cultura, non solo popolare. Una Basilicata che deve combattere una mentalità ancora troppo radicata nel “servaggio” di un tempo.
Beatrice Baruffini: La barricata.
Dario Aita: nove ragazzi di una provincia del sud con caschi luminosi sulla testa.

Quali sono stati i materiali di partenza?
Marta Dalla Via: Ho iniziato a sviluppare questo progetto in Finlandia, uno Stato in cui il suicidio è molto sentito come tema e che mi affascinava molto. Ho visto inoltre molti film di Aki Kaurismäki, tra cui Ho affittato un killer. Un altro materiale è stato La proprietà privata non è più un furto di Elio Petri, che si chiude con la frase di un anziano sorridente, sospeso sull’altalena: «mio figlio era come un padre per me».
Diego Dalla Via: Abbiamo utilizzato anche L’ingorgo, un libro di Giorgio Triani, che parla di come sopravvivere all’abbondanza.
Terry Paternoster: Un lavoro sul campo che si divide in due tempi: nel 2011 sono stata in Basilicata, perché conoscevo il problema ma non ero mai stata a contatto con le persone di Villa d’Agri, Digiano, dove c’è una grossa produzione di petrolio. Poi ho cominciato a scrivere: avevo già in mente il parallelismo con Medea, la madre che uccide i suoi figli perché tradita dall’uomo, dallo straniero. Il secondo tempo viene nel 2012, con il coinvolgimento del Collettivo InternoEnki per approfondire il tema – nessuno di loro è lucano – e per far loro sporcare le mani.
Beatrice Baruffini: Tanti libri e le interviste dei superstiti delle barricate di Parma del 1922: sono state fatte nell’82 e non esistono in formato di file, sono state sbobinate con la macchina da scrivere. Sono andata in archivio – ho cominciato due anni fa – e le ho lette tutte.
Dario Aita: Il testo di partenza è stato Katzelmacher di Fassbinder. Abbiamo preso questo come espediente e ci siamo lasciati contaminare da tutto il resto. Io e Elena Gigliotti portiamo del materiale che viene condiviso con gli attori e messo in relazione al loro vissuto, ai personaggi del loro quotidiano e della loro memoria.

Quali sono gli strumenti del tuo lavoro?
Diego Dalla Via: La lingua e il vissuto del territorio, e delle persone che ci circondano.
Marta Dalla Via: Gli altri, chi vive intorno a noi.
Terry Paternoster: Interviste e lavoro sul campo. Abbiamo cercato di far camminare parallelamente l’antropologia e la ricerca: il lavoro sul campo viene poi rielaborato drammaturgicamente in una testualità che lascia allo spettatore la possibilità di creare la propria cronologia e la propria regia.
Beatrice Baruffini: La materia: il mio è un teatro materiale, di materiale fragile – perché sono mattoni forati – e resistente, perché è sulla Resistenza. Tanti gli oggetti che mi influenzano nella scrittura, che è un’altra cosa necessaria nel mio lavoro. E l’improvvisazione: costruisco a partire da quello che c’è; non lavoro molto fuori dal palco.
Dario Aita: La musica e il nostro corpo.

Una citazione dello spettacolo che sia rappresentativa del lavoro:
Fratelli Dalla Via: «Noi altri semo la sua eredità».
Terry Paternoster: «Qua i politici fanno i politici e i petrolieri i petrolieri, e nuj?» «E nuje p’ mó accuglimm’ i p’mmudur’»
Beatrice Baruffini: La voce fuori campo che all’inizio dice: «Capita raramente che un intero gruppo di mattoni forati riesca a resistere a un carico studiato apposta per sgretolarli. Quando questo succede, è una rivoluzione».
Dario Aita: «Simme venuti ca’ ppe fa’ ammuina» che è una sorta di confusione, di baccano, ma anche di movimento ed energia fatta di corpi e voci.

Il prossimo passo?
Marta Dalla Via: Scrivere. Abbiamo abbastanza chiara qual è la struttura ma abbiamo un po’ un conflitto sul finale (sorride, ndr). Il prossimo passo è finirlo.
Terry Paternoster: Allungare lo spettacolo. Ho iniziato a scrivere e sono a buon punto, però non sono ancora soddisfatta del risultato. Ancora per un mese continuerò a lavorare sul testo e poi da fine settembre torneremo alla messinscena.
Beatrice Baruffini: Ritornare con i miei mattoni in una sala teatrale e mettere insieme tutto il materiale che ho già raccolto. E costruire, a metà tra l’artista e il muratore.
Dario Aita: Completare questo studio.

È stato un processo creativo collettivo o vi è stata una divisione di ruoli?
Marta Dalla Via: Le responsabilità sono equamente divise, è assolutamente collettivo, sono due teste e quattro mani.
Terry Paternoster: È un processo che comincia da una necessità personale di raccontare la storia. Continua come lavoro collettivo in cui ognuno diventa responsabile e si ritaglia naturalmente un proprio ruolo.
Beatrice Baruffini: È stato un processo creativo di assoluta solitudine. Difficile, molto difficile, perché ho avuto continui dubbi soprattutto dalla Semifinale alla Finale: avevo avuto dei consigli da parte della giuria sul tipo di lavoro e volevo provare a seguirli da sola, pur avendo capito che potevo chiedere aiuto a qualcuno. Ho voluto fare di testa mia. Poi è andata benissimo, ma è stato un processo di tanta, tantissima solitudine.
Dario Aita: C’è stata una divisione di ruoli e, allo stesso tempo, una concertazione collettiva. Ognuno mette del suo secondo le proprie specificità: io mi occupo maggiormente della recitazione, Elena dei movimenti scenici, Flavio del coro. E poi il lavoro si fonda sull’improvvisazione, rendendo certamente collettiva la creazione.

Le tappe del Premio Scenario hanno cambiato il processo creativo?
Diego Dalla Via: Le tappe hanno strutturato il lavoro e lo hanno fatto progredire. Mi auguro che questo aspetto ci aiuti a focalizzare i passi verso il debutto. Importante è stato il confronto con gli altri finalisti. Stare insieme, vedere i lavori di tutti, capire quali sono i punti di contatto o meno, tutto questo ci ha consentito di capire meglio il nostro progetto.
Terry Paternoster: Sono occasioni per portare ad evoluzione la riflessione sull’argomento, ogni tappa ci dà qualcosa in più. Anche nel rapporto con il pubblico.
Beatrice Baruffini: Molto. Sempre, dai cinque minuti ai venti della Semifinale e poi della Finale: ho cambiato molto il lavoro, cercando ogni volta di ascoltare i consigli, ovviamente filtrandoli.
Dario Aita: I colloqui con le commissioni sono stati molto utili perché i loro consigli hanno influenzato positivamente il percorso. Non hanno cambiato il processo creativo ma piuttosto è il lavoro che continua a mutare, anche qui a Bassano, ogni volta che riprendiamo lo spettacolo torniamo a lavorarci, è sempre in evoluzione.

*La redazione di b-stage 2013 è composta da Elena Conti, Roberta Ferraresi, Rossella Porcheddu, Carlotta Tringali