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Crudele e intenso Ferdinando di Arturo Cirillo

Recensione a Ferdinando – regia di Arturo Cirillo

foto di Marco Ghidelli

foto di Marco Ghidelli

Dopo aver portato in scena Le cinque rose di Jennifer e L’ereditiera, il regista Arturo Cirillo torna ad indagare la scrittura di Annibale Ruccello e stavolta lo fa con Ferdinando – testo scritto nel 1985 dal giovane autore campano morto in un incidente appena 30enne l’anno successivo –, dandogli corpo e profondità, esplorando le varie declinazioni dell’essere umano, le relazioni aspre e crudeli che lo governano e le solitudini che lo divorano.

Ambientato nel 1870, in una Napoli che vive il tramonto dell’epoca borbonica, la pièce diretta da Cirillo non si focalizza sul dramma storico, sull’odio provato da Donna Clotilde, falsa inferma a letto, verso i piemontesi e l’unità d’Italia – pur presente in molte frasi che sottolineano il suo disappunto feroce –, ma si concentra sui personaggi, sui loro sentimenti. Ed ecco che Ferdinando si svolge tutto in un interno, dove i dialoghi avvengono con il letto al centro, sempre disfatto; dopo tutto, ciò che muove i protagonisti in scena sono le loro pulsioni. Nessuno troneggia e vive senza l’altro, in questo intreccio dove i personaggi sono 4 come gli stessi quadri che compongono il testo: la nobile Donna Clotilde, la zitella cugina di lei Gesualda, lo statuario nipote Ferdinando e il gelido prete peccatore Don Catellino vivono in ambigui rapporti di opportunismo, seduzioni, rancori e, in fondo, solitudini su cui le proprie esistenze arrancano. L’arrivo in casa di Ferdinando – che muove lo spettacolo ingannando tutti, pubblico compreso – scuote questo interno amaro, diventa il corpo su cui ognuno dapprima proietta i propri desideri e su cui poi soddisfa le proprie pulsioni; non è che un ragazzo, ma diventa un’ossessione per cui addirittura smettere di vivere.

Moltissimi i riferimenti letterari in questo testo, dal Gattopardo ai Viceré per l’ambientazione storica e non solo – l’ora pro nobis con cui inizia Ferdinando ricalca le preghiere latine in apertura del testo di Tomasi de Lampedusa –, da Teorema di Pasolini per il suo contenuto al rapporto tra le due donne in scena che richiama Beckett e Genet; vi è anche l’ombra di Molière che veglia su una messinscena dove la cattiveria impastata con sottile e crudelissima ironia fa ridere il pubblico – Clotilde non è una malata immaginaria? E Ferdinando non è poi un Tartufo, personaggio fondante del testo ma inesistente nella realtà, su cui i personaggi basano la propria sopravvivenza?

foto di Marco Ghidelli

foto di Marco Ghidelli

La bellezza di questa pièce si trova negli immaginari e nei riferimenti che si mescolano in un amalgama, facendo di Ferdinando un testo contenente tutta l’inquietudine novecentesca, nonostante sia ambientato nell’800. E la cosa che rende questa messinscena un gioiello è che questa inquietudine è restituita stupendamente da Sabrina Scuccimarra (Donna Clotilde), Monica Piseddu (Gesualda), Arturo Cirillo (Don Catellino), Nino Bruno (Ferdinando), che danno vita a una grande prova d’attore, nel proprio caratteristico stile inconfondibile che si riconosce nelle pause, sfumature vocali, accenti, espressioni del volto. La loro bravura interpretativa rende comprensibile senza difficoltà anche la lingua utilizzata per tutta l’opera, un napoletano magmatico, viscerale, molto distante dall’italiano – parlato dal solo Ferdinando –, percepito qui come qualcosa di artificioso, falso, perché proprio dei Savoia, del nemico dei Borboni, adoperato per unire i vari Regni in un’unica nazione e azzerare il potere espressivo dialettale di ciascun popolo.

Tutto curato nei minimi dettagli in una concertazione impeccabile, compresi i costumi di Gialunca Falaschi, le musiche puntuali e minimali di Francesco De Melis, così come le luci di Badar Farok e le scenografie di Dario Gessati, Arturo Cirillo firma con Ferdinando di Ruccello un altro classico e allo stesso tempo contemporaneo capolavoro.

Visto al Teatro Sperimentale, Ancona

Carlotta Tringali